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Dahrendorf è morto, quando ero quasi a metà del suo libro.
La prima parte è dedicata alla critica della teoria della lotta di classe di Marx. E' una critica stringente e inesorabile. La lotta di classe e la seguente rivoluzione proletaria preconizzate da Marx non ci sono state, nè ci saranno, ... (continue)
Dahrendorf è morto, quando ero quasi a metà del suo libro.
La prima parte è dedicata alla critica della teoria della lotta di classe di Marx. E' una critica stringente e inesorabile. La lotta di classe e la seguente rivoluzione proletaria preconizzate da Marx non ci sono state, nè ci saranno, nè ci potevano essere per ragioni precise ed oggettive. Dahrendorf le elenca una ad una. Io le ho riportate nelle note.
Al tempo stesso, rapporti di dominazione economica si sono verificati anche nei paesi "realmente socialisti". Infatti, non è, come pensava Marx, la proprietà legale del capitale a separare capitalisti e proletari, ma il suo effettivo controllo. Nell'Europa dell'est, ai capitalisti si sono sostituiti i burocrati di partito.
Da qui prende le mosse la seconda parte del libro, la meno convincente. Dahrendorf sostiene che il concetto di classe è ancora euristicamente utile, ma va ridefinito come i raggruppamenti contrapposti di chi, all'interno di "un'associazione imperativamente coordinata" (cioè in cui c'è qualcuno che comanda: lo stato, l'impresa, la bocciofila), ha il potere e chi no. Le classi sono sempre due all'interno di ogni associazione e con sempre contrapposti interessi. Il conflitto che ne consegue è il motore (endogeno) del cambiamento sociale. Se entro tutte le principale associazioni chi comanda e chi ubbidisce sono gli stessi il conflitto acquisirà intensità, perchè il costo di perdere sarà maggiore.
Non convince l'idea che la contrapposizione sociale nasca dalla divisione del potere. Questo è, piuttosto, un mezzo con cui ottenere la realizzazione di interessi particolari. Ad alcuni, così mi pare, viene delegato il potere per realizzare questi interessi.
Ipotizzando, come fa Dahrendorf, che il potere sia effettivamente un gioco a somma zero (chi ha il potere da una parte e chi non lo ha dall'altra) non ci sarebbe nessun conflitto. Com'è possibile lottare senza avere almeno una briciola di potere? All'opposto, se il potere fosse equamente ripartito tra tutti i membri dell'associazione, non sarebbe possibile alcuna regolazione del conflitto: ci sarebbe solo guerra civile.
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