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Cover of The Strategy of Conflict
  • Schelling, Thomas C. (1980). The Strategy of Conflict. Cambridge, MA: Harvard University. 2006.

    Abbiamo già parlato di Schelling, della sua importanza e delle polemiche che scatenò l’attribuzione del Premio Nobel per l’economia del 2005.

    Questo è il libro incriminato, e penso di essere i ... (continue)

    Schelling, Thomas C. (1980). The Strategy of Conflict. Cambridge, MA: Harvard University. 2006.

    Abbiamo già parlato di Schelling, della sua importanza e delle polemiche che scatenò l’attribuzione del Premio Nobel per l’economia del 2005.

    Questo è il libro incriminato, e penso di essere in grado di darvi un’opinione di prima mano.

    È un libro molto importante e innovativo, ridefinisce e amplia i termini della teoria dei giochi, introduce il concetto e gli elementi essenziali di una teoria della strategia. Come è sempre il caso di Schelling, è l’argomentazione a fare premio sulla formalizzazione matematica: senza essere un divulgatore, schelling è molto abile a passare dagli esempi semplici, che gli servono a presentare le situazioni stilizzate da cui partire, all’introduzione di casi via via più complessi e più vicini alla realtà. Alcuni esempi sono affascinanti in sé, come la riflessione su come sia possibile per due coniugi incontrarsi se si perdono in un grande magazzino, o dei paracadutisti lanciati su un isola di cui hanno soltanto una mappa.

    Anche alcuni risultati teorici sono affascinati e applicabili a contesti quotidiani. Ad esempio, quello che vincolarsi a un esito non è una debolezza, ma un punto di forza in un negoziato:

    The essence of these tactics is some voluntary but irreversible sacrifice of freedom of choice. They rest on the paradox that the power to constrain an adversary may depend on the power of binding oneself; that, in bargaining, weakness is often strength, freedom may be freedom to capitulate, and to burn bridges behind one may suffice to undo an opponent (p. 22).

    O ancora, quando analizza i rischi inerenti nell’assunzione di decisioni in situazioni di emergenza:

    The thought that generaI war might be initiated inadvertently – through some kind of accident, false alarm, or mechanical failure; through somebody’s panic, madness, or mischief; through a misapprehension of enemy intentions or a correct apprehension of the enemy’s misapprehension of ours – is not an attractive one. As a generaI rule one wants to keep such a likelihood to a minimum; and on the particular occasions when tension rises and strategie forces are put on extraordinary alert, when the incentive to react quickly is enhanced by the thought that the other side may strike first, it seems particularly important to safeguard against impetuous decision, errors of judgment, and suspicious or ambiguous modes of behavior. It seems likely that, for both human and mechanieal reasons, the probability of inadvertent war rises with a crisis.

    But is not this mechanism itself a kind of deterrent threat? Suppose the Russians observe that whenever they undertake aggressive action tension rises and this country gets into a sensitive condition of readiness for quiek action. Suppose they believe what they have so frequently claimed – that an enhanced status for our retaliatory forces and for theirs may increase tbe danger of an accident or a false alarm, theirs or ours, or of some triggering in­cident, resulting in war. May they not perceive that the risk of all-out war, then, depends on their own behavior, rising when they aggress and intimidate, falling when they relax their pressure against other countries?

    Notice that what rises – as far as this particular mechanism is concerned – is not the risk that the United States will decide on all-out war, but the risk that war will occur whether intended or not. Even if the Russians did not expect deliberate retaliation for the particular misbehavior they had in mind, they could still be uneasy about the possibility that their action might precipitate general war or initiate some dynamic process that could end only in massive war or massive Soviet withdrawaI. They might not be confident that we and they could altogether foretell the consequences of our actions in an emergency, and keep the situa­tion altogether under controI.

    Here is a threat – if a mechanism like this exists – that we may act massively, not that we certainly will. It could be most credible. Its credibility stems from the fact that the possibility of precipitating major war in response to Soviet aggression is not limited to the possibility of our coolly deciding to attack; it there­fore extends beyond the areas and the events for which a more deliberate threat is in force. It does not depend on our preferring to launch alI-out war, or on our being committed to, in the event the Russians confront us with the fait accompli of a moderately aggressive move. The final decision is left to “chance.” It is up to the Russians to estimate how successfulIy they and we can avoid precipitating war under the circumstances (pp. 188-189).

    Ecco, nella lunga citazione che precede – oltre alla briciola di saggezza troppo spesso dimenticata che l’emergenza è una cattiva consigliera (e invece quanto spesso, nelle situazioni di lavoro, l’emergenza viene creata artificialmente a fini motivazionali, dimenticando che però in quelle situazioni si prendono più spesso decisioni sbagliate) – c’è l’essenza del procedimento di Schelling e, immagino, quello che ha più irritato certi pacifisti. Schelling non ha paura di guardare nell’abisso. Lo affronta razionalmente, senza tabù e senza infingimenti. E se le conclusioni sono “scomode” da un punto di vista ideologico o preconcetto, Schelling è disposto a scartare il punto di vista piuttosto che il risultato dell’analisi razionale.

    Una perdita d’innocenza? Così sembra sostenere questo bel documentario della BBC. Forse. Ma questo è il mondo in cui viviamo. Ed è meglio sapere quali rischi corriamo.

    Armatevi di pazienza e guardatelo: vale la pena.

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    ― Posted on Jul 1, 2008 | Add your feedback

Cover of The Road
  • McCarthy, Cormac (2006). The Road. London: Picador. 2007.

    Scritto stupendamente. Mc Carthy è un maestro della lingua e del ritmo. Senza dubbio.

    Ma tutti gli altri dubbi che avevo avuto leggendo No Country for Old Men trovano per me conferma. McCarthy racconta un’America post-apocalittica ... (continue)

    McCarthy, Cormac (2006). The Road. London: Picador. 2007.

    Scritto stupendamente. Mc Carthy è un maestro della lingua e del ritmo. Senza dubbio.

    Ma tutti gli altri dubbi che avevo avuto leggendo No Country for Old Men trovano per me conferma. McCarthy racconta un’America post-apocalittica (l’inverno nucleare? la morte termodinamica dopo il riscaldamento globale?). Non cerca la verosimiglianza (e che diamine, mica scriviamo romanzi di fantascienza noi!), cerca l’assoluto del rapporto padre/figlio, l’assoluto del bene contro il male, anche (metafora insistita fino a essere banalizzata) la luce contro le tenebre. Un libro che sa di Bibbia (di Apocalisse in senso stretto) e di fondamentalismo, come già l’altro che ho letto.

    Non può che venire alla mente Il vecchio e il bambino, che pure è in assoluto il brano di Radici (il capolavoro di Guccioni) che mi piace meno.

    Un vecchio e un bambino si preser per mano
    e andarono insieme incontro alla sera;
    la polvere rossa si alzava lontano
    e il sole brillava di luce non vera…

    L’ immensa pianura sembrava arrivare
    fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
    e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
    solo il tetro contorno di torri di fumo…

    I due camminavano, il giorno cadeva,
    il vecchio parlava e piano piangeva:
    con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
    seguiva il ricordo di miti passati…

    I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
    non sanno distinguere il vero dai sogni,
    i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
    distinguer nei sogni il falso dal vero…

    E il vecchio diceva, guardando lontano:
    “Immagina questo coperto di grano,
    immagina i frutti e immagina i fiori
    e pensa alle voci e pensa ai colori

    e in questa pianura, fin dove si perde,
    crescevano gli alberi e tutto era verde,
    cadeva la pioggia, segnavano i soli
    il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

    Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
    e gli occhi guardavano cose mai viste
    e poi disse al vecchio con voce sognante:
    “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

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    ― Posted on Jun 25, 2008 | Add your feedback

Cover of Twilight
  • 2 of 2 people find this helpful

    Meyer, Stephanie (2005). Twilight. Londom: Atom. 2007.

    Un fenomeno editoriale. Il libro, uscito nel 2005, è tuttora all’8° posto nella classifica generale di Amazon (USA) e al 40° posto in quella britannica. Io mi ci sono imbattuto per questo: quando ho letto Firmin, spacciato per bestseller n ... (continue)

    Meyer, Stephanie (2005). Twilight. Londom: Atom. 2007.

    Un fenomeno editoriale. Il libro, uscito nel 2005, è tuttora all’8° posto nella classifica generale di Amazon (USA) e al 40° posto in quella britannica. Io mi ci sono imbattuto per questo: quando ho letto Firmin, spacciato per bestseller negli Stati Uniti per creare un bestseller italiano (e l’operazione è riuscita, potenza del marketing), sono andato a guardare la classifica di Amazon e mi sono imbattuto in questo romanzo (il primo di una saga). Banché la copertina me ne avesse tenuto lontano quando lo avevo visto in libreria, la curiosità ha prevalso, anche perché è una storia di vampiri e a me i vampiri, come mito, interessano (vedi il post su Miriam si sveglia a mezzanotte).

    Twilight non è soltanto brutto, è fastidioso. Intanto, è un libro di genere in senso deteriore, destinato ai teenager, anzi alle teenager. Alle teenager americane, per di più, e quindi è pieno del chiacchiericcio scioccherello che abbiamo visto in decine di film: l’ultima arrivata a scuola, tutti curiosi, alcuni la corteggiano e altri la schizzano, i balli. Glurb.

    Scritto per di più malissimo (aridatece la Rowling).

    Mi viene la nausea anche solo a provare a parlarne. Vi basti il mio consiglio: non compratelo e non compratelo alle vostre figlie.

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    ― Posted on Jun 22, 2008 | Add your feedback

Cover of Firmin
  • Savage, Sam (2006). Firmin. Adventures of a Metropolitan Lowlife. Minneapolis: Coffee House Press. 2006.

    Raggiunto un certo successo oltreoceano, da noi è stato salutato come un capolavoro (è stato la grande scoperta della recente Fiera del libro di Torino, come ci racconta La Stampa). Non lo ... (continue)

    Savage, Sam (2006). Firmin. Adventures of a Metropolitan Lowlife. Minneapolis: Coffee House Press. 2006.

    Raggiunto un certo successo oltreoceano, da noi è stato salutato come un capolavoro (è stato la grande scoperta della recente Fiera del libro di Torino, come ci racconta La Stampa). Non lo è.

    L’idea generatrice è certamente avvincente: un ratto antropomorfo ma non troppo, che non è carino come Topolino e meno che mai ne condivide il perbenismo americano; piuttosto un ratto dickensiano, un po’ hobo e un po’ maudit. Gran divoratore di libri (sia in senso letterale, sia nell’accezione metaforica), ma anche pornofilo accanito, perdigiorno, spia, perverso polimorfo (da un punto di vista rattesco, naturalmente) e persino potenzialmente incestuoso. Fin qui, tutto bene: spostati di tutto il mondo unitevi. Tutti noi bibliofili, o meglio divoratori onnivori di libri, siamo un po’ perversi e per soprammisura antisociali nel senso gucciniano del termine (qui la rara versione dell’Equipe 84).

    Dove il libro mostra la corda (a parte la lingua sempre un po’ sciatta) è quando si passa dall’autobiografia del ratto al quadro sociologico della neighborhood di Scollay Square destinata alla distruzione: qui l’autore imbocca una strada nostalgica e mielosa (la vena dal duls, diceva il mio maestro Martinoli) e passa dal sano e cinico realismo a una nostalgia che sa di zucchero filato. E, dopo aver dimostrato di saper iniziare un libro con un incipit memorabile, finisce nel modo più scontato possibile.

    Peccato. D’altra parte l’autore, giunto tardivamente al suo primo romanzo, pubblicato presso una piccola casa editrice, non aveva probabilmente grandi ambizioni. La sensazione è che il lancio in grande stile sia opera di Einaudi-Stile libero, alla ricerca di un caso letterario da imporci a suon di marketing (negli Stati Uniti il libro è al di sotto del 160.000° posto nella classifica dei best-seller di Amazon).

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    ― Posted on Jun 4, 2008 | Add your feedback

Cover of No country for old men
  • 1 of 2 people find this helpful

    McCarthy, Cormac (2005). No Country for Old Men. London: Picador. 2007.

    Uno strano romanzo, che ti prende e ti trascina in una riflessione cupa. In un western ambientato nel 1980, un uomo è in fuga da pericoli tutti mortali. Due killer, di cui uno è gelido e lucido come un angelo vendicatore, ... (continue)

    McCarthy, Cormac (2005). No Country for Old Men. London: Picador. 2007.

    Uno strano romanzo, che ti prende e ti trascina in una riflessione cupa. In un western ambientato nel 1980, un uomo è in fuga da pericoli tutti mortali. Due killer, di cui uno è gelido e lucido come un angelo vendicatore, lo inseguono. Un attempato sceriffo cerca inutilmente di salvarlo.

    Una parabola amara (e reazionaria) sugli Stati Uniti dell'edonismo reaganiano (e a fortiori su quelli di oggi). Contro la lucidità spietata, razionale all'estremo, dell'uomo nuovo Chigurh non c'è scampo: nessuna delle regole del passato si applica, nessuna convivenza è possibile, nessuna via d'uscita, nessuna speranza.

    Il pessimismo di McCarthy è temperato da una scrittura bellissima, soprattutto nei dialoghi (ma molto difficile da seguire per un lettore straniero, per la capacità di rendere anche nell'ortografia la lingua parlata del Texas).

    Più difficile da digerire la sua morale reazionaria, che emerge nelle riflessioni dello sceriffo Bell. Davvero la droga è all'origine di tutti i mali (If you were Satan and you were settin around tryin to think up somethin that would just bring the human race to its knees what you would probably come up with is narcotics)? E se invece fosse il proibizionismo? Davvero è l'abbandono di Cristo? E se invece fosse l'incapacità di fondare una morale laica sulla solidarietà e l'empatia? Davvero l'esito ultimo della razionalità è la spietatezza? Ma la razionalità è soltanto quella fondata sul calcolo economico?

    Quando affronta questi temi "filosofici", McCarthy ha il fiato corto e i suoi personaggi perdono spessore. Le riflessioni di Bell sono, secondo me, la parte più debole del romanzo. La sua forza, invece, è nei dialoghi, soprattutto in quelli che coinvolgono i bei personaggi femminili di questo libro apparentemente così macho.

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    ― Posted on Mar 30, 2008 | Add your feedback

Cover of Sex, Science and Profits
  • Kealey, Terence (2008). Sex, Science and Profits. London: Heinemann. 2008.

    Un ennesimo libro comprato d’istinto. Un errore che faccio spesso. D’altra parte, sulla 4° di copertina il libro era raccomandato da persone competenti (sì, sono un ingenuo) e la casa editrice è seria.

    E invece il ... (continue)

    Kealey, Terence (2008). Sex, Science and Profits. London: Heinemann. 2008.

    Un ennesimo libro comprato d’istinto. Un errore che faccio spesso. D’altra parte, sulla 4° di copertina il libro era raccomandato da persone competenti (sì, sono un ingenuo) e la casa editrice è seria.

    E invece il libro è quasi paradigmatico per una serie di elementi negativi.

    Per prima cosa, il testo non è curato per niente. E dire che Kealey ringrazia il suo editor! A parte un sacco di errori di stampa e di refusi, ci sono sviste proprio ridicole, come Petrarca (Petrarch) che diventa Plutarco (Plutarch).

    Già questo basterebbe. Ma quel che è più grave, è che Kealey è pretenzioso e scorretto. Ha una tesi rispettabile da sostenere: che i finanziamenti alla ricerca di parte pubblica “spiazzano” quelli che i privati farebbero autonomamente. Tesi non originalissima e di chiaro stampo liberistico. Ma comunque rispettabile, se argomentata correttamente. E Kealey non è corretto.

    Intanto è pretenzioso: pretende di dare un’ampia prospettiva storica, addirittura paleontologica. Ma il modo in cui sostiene la sua tesi è aneddotico, e di conseguenza agevolmente distorto. Kealey sceglie di raccontare soltanto i fatti storici (e a volte i “fattoidi” o le interpretazioni o le ipotesi storiografiche) che sostengono la sua tesi, e di trascurare tutti gli altri. A costo di forzare le interpretazioni storiche più accreditate: ad esempio, che Roma non ha prodotto alcuna innovazione tecnologica… quando ancora viaggiamo sulle strade romane, applichiamo tecniche edilizie romane eccetera. Questa forzatura percorre tutta la ricostruzione storica di Kealey, almeno per le epoche e gli “aneddoti” che sono stato in grado di controllare. E innerva anche l’argomentazione finale, riferita all’attualità: anche qui la scelta è quella di raccontare episodi, piuttosto che ricorrere all’ampia e robusta informazione statistica disponibile. Documentazione, paradossalmente, che avrebbe aiutato a sostenere le sue tesi, anche se probabilmente con un margine di dubbio che Kealey non tollera, nella sua polemica con Paul Romer e Paul David.

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    ― Posted on Mar 24, 2008 | Add your feedback

Cover of The End of Faith
  • Harris, Sam (2004). The End of Faith: Religion, Terror and the Future of Reason. New York: Norton. 2004.

    Negli ultimi anni sono usciti 4 libri di ateismo militante nei paesi di lingua anglosassone, e la stampa ha immediatamente chiamato i loro autori "I quattro cavalieri dell'apocalisse":

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    Harris, Sam (2004). The End of Faith: Religion, Terror and the Future of Reason. New York: Norton. 2004.

    Negli ultimi anni sono usciti 4 libri di ateismo militante nei paesi di lingua anglosassone, e la stampa ha immediatamente chiamato i loro autori "I quattro cavalieri dell'apocalisse":

    * Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon, di Daniel Dennett
    * The God Delusion, di Richard Dawkins
    * god is not Great, di Christopher Hitchens (recensito qui)
    * The End of Faith, di Sam Harris.

    Dei magnifici 4, Harris è il più lontano dalla mia sensibilità, e dovrei dire dalla nostra sensibilità di europei. Harris è autore di destra, diremmo noi: l'Islam, più che il cristianesimo, è la sua bestia nera; giustifica la guerra e la tortura, e ha per i pacifisti parole sprezzanti; ci propina delle pallosissime digressioni filosofiche; conclude con una tirata a favore della meditazione buddista di cui avrei fatto senza. Ma proprio per questo è un libro interessante: perché smonta il nostro preconcetto che l'ateismo sia necessariamente di sinistra e anzi, come ormai si dà per scontato in Italia, di sinistra radicale!

    Sul sito della Dawkins Foundation c'è un'interessante conversazione tra i 4 cavalieri. Dura 2 ore ma merita la pazienza.

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    ― Posted on Mar 20, 2008 | Add your feedback

Cover of Evolution Man
  • 1 of 1 people find this helpful

    Lewis, Roy (1960). The Evolution Man. Or, How I Ate My Father. New York: Vintage. 1994.

    Questo libro ha una storia strana. Fu originariamente pubblicato nel 1960, sul mercato britannico (Lewis era un giornalista dell’Economist e del Times) con il titolo What We Did to Father. La traduzione ita ... (continue)

    Lewis, Roy (1960). The Evolution Man. Or, How I Ate My Father. New York: Vintage. 1994.

    Questo libro ha una storia strana. Fu originariamente pubblicato nel 1960, sul mercato britannico (Lewis era un giornalista dell’Economist e del Times) con il titolo What We Did to Father. La traduzione italiana di Adelphi (Il più grande uomo scimmia del Pleistocene) fu un successo clamoroso (siamo ormai alla 23° edizione nella collana Fabula e alla 9° nella collana gli Adelphi). Ripubblicato nel Regno Unito con un nuovo titolo nel 1968 (Once Upon an Ice Age), dovette attendere il 1994 per l’edizione americana, che è quella che ho letto io.

    È un libro di culto, ma anche di nicchia (è intorno al 180.000 posto nella classifica di Amazon). Più apprezzato in Italia che in patria. Come l’ho trovato? Leggero, ma non stupido. A tratti esilarante, anche se – a mio parere – niente di comparabile con Douglas Adams (ne abbiamo parlato su questo blog in 2 occasioni, qui e qui) cui qualcuno l’ha incautamente comparato.

    Uno dei miei personaggi preferiti è lo zio Vanya, il portavoce della conservazione. E una sua osservazione mi sembra l’epitome di tutti i conservatorismi, e una bella definizione sintetica della differenza tra progressisti e conservatori: “You call it progress, I call it disobedience (p. 58)”.

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    ― Posted on Feb 24, 2008 | Add your feedback

Cover of Will You Please Be Quiet, Please?
  • Carver, Raymond (1976). Will You Please Be Quiet, Please? London: Vintage. 2003.

    Ho un problema con i racconti. Preferisco i romanzi. Mi piace veder crescere i personaggi, a tutto tondo. Non tutti i romanzi ci riescono. Ma i racconti quasi mai, strutturalmente.

    Per di più, io sono un let ... (continue)

    Carver, Raymond (1976). Will You Please Be Quiet, Please? London: Vintage. 2003.

    Ho un problema con i racconti. Preferisco i romanzi. Mi piace veder crescere i personaggi, a tutto tondo. Non tutti i romanzi ci riescono. Ma i racconti quasi mai, strutturalmente.

    Per di più, io sono un lettore, almeno in parte, frammentario. Uno dei miei tempi di lettura è il viaggio in metropolitana. Con i racconti è un problema, se la durata del viaggio consente di leggerne più d’uno. Vuol dire che non c’è l’agio di finire un racconto, chiudere il libro, e guardare nel vuoto per un po’, pensandoci su. Sembra una sciocchezza, ma è un problema serio.

    Carver scrive letteralmente come un dio, lo riconosco. Ma non mi basta. I racconti, poi, appartengono (sono rozzo, lo so, ma volutamente) a due grandi categorie: quelli in cui succede qualcosa, nelle ultime righe, e quelli in cui non succede niente. Quelli di Carter appartengono alla seconda categoria (con una sola eccezione, in questa raccolta).

    Poiché Carver è così statico, non dovrebbe sorprendere che ci trovi risonanze visive e non letterarie. Edward Hopper, ad esempio.
    O Grant Wood, di cui ricorre oggi il 116° anniversario della nascita.

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    ― Posted on Feb 14, 2008 | Add your feedback

Cover of Gut Feelings
  • Gigerenzer, Gerd (2007). Gut Feelings: The Intelligence of the Inconscious. New York: Viking. 2007.

    Gut feeling è un’espressione piuttosto gergale, difficile da tradurre: la traduzione più letterale è “sensazione viscerale”, nel senso di “istintiva”. Si usa nei casi in cui noi diremmo “istinti ... (continue)

    Gigerenzer, Gerd (2007). Gut Feelings: The Intelligence of the Inconscious. New York: Viking. 2007.

    Gut feeling è un’espressione piuttosto gergale, difficile da tradurre: la traduzione più letterale è “sensazione viscerale”, nel senso di “istintiva”. Si usa nei casi in cui noi diremmo “istintivamente” o “a pelle”, ma gut sono letteralmente gli intestini e, più propriamente, le budella.

    Spesso, e anche in questo libro, i gut feelings sono contrapposti alle riflessioni più meditate, alle decisioni prese dopo aver ponderato i possibili esiti e le loro probabilità. A Carl Sagan – l’astronomo americano scomparso nel 1996 famoso per avere messo in piedi il programma di ricerca SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) e per il romanzo Contact, diventato poi un bel film di Zemeckis con Jodie Foster – un giorno posero in un’intervista una domanda di cui ignorava la risposta. “Non lo so”, rispose Sagan. “But what is your gut feeling?”, insisteva l’intervistatore. La risposta di Sagan è scolpita nella mia mente:

    “But I try not to think with my gut. If I’m serious about understanding the world, thinking with anything besides my brain, as tempting as that might be, is likely to get me into trouble. It’s OK to reserve judgment until the evidence is in”.

    Gigerenzer dirige il Max-Planck-Institut für Bildungsforschung di Berlino. Si è occupato, tra l’altro, di psicologia cognitiva, di incertezza e, dunque, di statistica e di calcolo delle probabilità. In Italia è stato pubblicato il suo Quando i numeri ingannano. Imparare a vivere con l’incertezza, un libro che ho trovato molto interessante. Vi si sosteneva che l’illusione della certezza e l’analfabetismo matematico-statistico ci sono di ostacolo nella vita quotidiana e si proponeva un percorso di educazione all’incertezza, alla consapevolezza che decidere non è scegliere tra rischio e certezza, ma tra rischio e rischio. Era, comunque, un libro “illuminista”, in cui la fiducia nei poteri della razionalità non veniva messa in questione – o così mi sembrò.

    Gut Feelings presenta in realtà 3 tesi contigue, ma diverse:

    1. che l’evoluzione ha plasmato la nostra mente dotandoci dell’illusione della certezza, il che è funzionale ad assumere decisioni corrette in condizioni “normali” e in tempi brevi;
    2. che i procedimenti di decisione “veloci e frugali” (fast and frugal heuristics) conducono a decisioni efficienti (cioè con un buon rapporto costi/benefici, includendo nei costi anche quelli relativi alla tempestività);
    3. che i procedimenti di decisioni formalizzati (come quelli suggeriti dalla statistica, dall’economia, dalla teoria dei giochi, dalla ricerca operativa) non solo possono essere più inefficienti di quelli veloci e frugali, ma possono anche condurre a scelte sbagliate, o comunque inferiori.

    Mi trovo completamente d’accordo con la prima, simpatizzo con la seconda, diffido della terza. Inguaribile illuminista e razionalista, penso che anche le euristiche veloci e frugali possano e debbano anche loro essere sottoposte a procedimenti di “prova” scientifica (anche soltanto di falsificabilità, in senso popperiano): se possono essere formalizzate, se si può dimostrare che producono risultati coerenti in situazioni sperimentali comparabili, se offrono in determinate situazioni risultati migliori, più efficienti, più affidabili dei procedimenti di decisione formalizzati “tradizionali” (quelli suggeriti dalla statistica, dall’economia, dalla teoria dei giochi, dalla ricerca operativa eccetera), allora meritano di essere messe nella nostra cassetta degli attrezzi “scientifica” insieme a quelli tradizionali.

    Mi sembra che invece, a tratti, Gigerenzer vada nella direzione opposta a questa (e, in qualche modo, opposta anche a quella che aveva tracciato nel suo libro precedente). Soprattutto, quando sostiene la tesi che less is more. Lasciamo che sia lo stesso autore a spiegarci il suo punto di vista, e decida il lettore che cosa pensarne:

    Gut feelings are based on surprisingly little information. That makes them look untrustworthy in the eyes of our superego, which has internalized the credo that more is always better. Yet experiments demonstrate the amazing fact that less time and information can improve decisions. Less is more means there is some range of information, time, or alternatives where a smaller amount is better. It does not mean that less is necessarily more over the total range. For instance, if one does not recognize any alternative, the recognition heuristic cannot be used. The same holds for choices between alternatives. If more peopie buy jam when there are six as opposed to twenty-four varieties, that does not imply that even more will buy when there are only one or two alter­natives. Typically, there is some intermediate level where things work best. Less is more contradicts two core beliefs held in our culture:

    More information is always better.

    More choice is always better.

    These beliefs exist in various forms and seem so self-evident that they are rarely stated explicitly. Economists make an exception when information is not free: more information is always bet­ter unless the costs of acquiring further information surpass the expected gains. My point, however, is stronger. Even when infor­mation is free, situations exist where more information is detri­mental. More memory is not always better. More time is not always better. More insider knowledge may help to explain yester­day’ s market by hindsight, but not to predict the market of to­morrow: Less is truly more under the following conditions:

    A beneficial degree af ignorance. As illustrated by the recognition heuristic, the gut feeling can outperform a considerable amount of knowledge and information.

    Unconscious motor skills. The gut feelings of trained experts are based on unconscious skills whose execution can be impeded by overdeliberation.

    Cognitive limitations. Our brains seem to have built-in mechanisms, such as forgetting and starting small, that protect us from some of the dangers of possessing too much information. Without cognitive limitations, we would not function as intelligently as we do.

    The freedom-of choice paradox. The more options one has, the more possibilities for experiencing conflict arise, and the more diffi­cult it becomes to compare the options. There is a point where more options, products, and choices hurt both seller and consumer.

    The benefits of simplicity. In an uncertain world, simple rules of thumb can predict complex phenomena as well as or better than complex rules do.

    Information costs. As in the case of the pediatric staff at the teach­ing hospital, extracting too much information can harm a pa­tient. Similarly, at the workplace or in relationships, being overly curious can destroy trust.

    Note that the first five items are genuine cases of less is more. Even if the layperson gained more information or the expert more time, or our memory retained all sensory information, or the company produced more varieties, all at no extra cost, they would still be worse off across the board. The last case is a trade-off in which it is the costs of further search that make less information the better choice. The little boy was hurt by the continuing diag­nostic procedures, that is, by the physical and mental costs of search, not by the resulting information.

    Good intuitions ignore information. Gut feelings spring from rules of thumb that extract only a few pieces of information from a complex environment, such as a recognized name or whether the angle of gaze is constant, and ignore the rest (pp. 36-39).

    A me sembra che il punto sia veramente delicato. Una cosa è dire che l’informazione deve essere “ridotta” per essere utile: è un punto al cuore del procedimento statistico e, più in generale, della modellizzazione scientifica. Cosa ben diversa è sostenere, come a tratti Gigerenzer sembra fare, che raccogliere più informazione è inutile e, forse, dannoso.

    L ‘ambiguità delle tesi di Gigerenzer nasce anche dal modo in cui il libro è costruito: come sempre più di frequente si usa fare nel mondo anglosassone, anche qui uno studioso cerca di portare il risultato delle sue ricerche al grande pubblico. Anche perché il rischio, altrimenti, è che questi risultati siano diffusi, in modo troppo semplificato e non del tutto fedele, da altri (come è accaduto in questo caso, con il popolare Blink! di Malcom Gladwell – tradotto in Italia da Mondadori).

    Gigerenzer è consapevole del significato di questa operazione (”Gut Feelings is inspired by the research I conducted over the past seven years at the Max Planck Institute for Human Development. This book is intended to be an entertaining and readable exposition of what we know about intuitions and is purposely not written as an academic text” – p. 231), ma la riuscita è soltanto parziale, sia perché la scrittura non è sempre scorrevole, sia perché gli esempi riportati a volte distraggono dqall’argomentazione, sia – infine – perché è spesso difficile separare il resoconto delle ricerche condotte dall’autore dalle sue tesi, a volte assai radicali.

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    ― Posted on Dec 16, 2007 | Add your feedback

Cover of Musicophilia
  • Sacks, Oliver W. (2007). Musicophilia. Tales of Music and the Brain. London: Picador. 2007.

    Oliver Sacks è un neurologo inglese che vive e lavora negli Stati Uniti. Ha raggiunto al notorietà al di fuori della sua cerchia professionale con il suo secondo libro, Awakenings (io ho letto anche il ... (continue)

    Sacks, Oliver W. (2007). Musicophilia. Tales of Music and the Brain. London: Picador. 2007.

    Oliver Sacks è un neurologo inglese che vive e lavora negli Stati Uniti. Ha raggiunto al notorietà al di fuori della sua cerchia professionale con il suo secondo libro, Awakenings (io ho letto anche il suo primo, Migraine: il Dr. Sacks e Boris hanno in comune questa fastidiosa afflizione), perché Sacks ha il dono di saper narrare, con grande umanità ed empatia, le “storie” che incontra nella sua vita professionale e nelle sue esperienze. In Italia, il libro che lo ha reso noto – se non sbaglio – fu L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, pubblicato da Adelphi nel 1986 (Risvegli uscì soltanto l’anno successivo). Nel 1990 Awakenings divenne un film con Robert De Niro e Robin Williams (che interpretava lo stesso Sacks) e il nostro neurologo divenne una celebrità.

    Ho letto quasi tutti i libri di Oliver Sacks ed è uno di quegli autori di cui aspetto con ansia la prossima uscita. Immaginatevi dunque la mia gioia nel vedere che Sacks aveva scritto un libro sulla musica, un altro amore che condividiamo. La musica è una parte importante della mia vita: non soltanto la molta musica che ascolto (e questo i lettori del blog lo sanno), ma anche la musica che mi accompagna in continuazione, perché me la suono in testa (anche se sono pressoché incapace di suonare uno strumento, pur avendo studiato pianoforte da ragazzo, con esiti disastrosi). Sacks la chiama musical imagery.

    Sono rimasto molto deluso. In parte, forse, perché le mie aspettative erano troppo elevate: mi aspettavo, chissà, che Sacks fosse in grado di dire cose definitive sulla musica e il cervello, come il titolo prometteva. In parte, perché il libro non mi sembra riuscito: nell’ansia di toccare un po’ tutti gli argomenti, di raccogliere in un solo volume tutte le sfaccettature del rapporto musica/cervello – fisiologiche, patologiche o terapeutiche che fossero – Sacks scrive alla fine un libro ricco di fatti, ma non di sostanza. Le storie non sono sempre quelle storie empatiche e toccanti cui ci aveva abituato. Gli approfondimenti scientifici, nonostante gli sforzi eruditi di darci conto di tutte le ricerche e la letteratura scientifica sui diversi argomenti che tocca, lasciano alla fine insoddisfatti. Insomma, mi ha fatto l’impressione di un libro un po’ frettoloso e incompiuto.

    Sacks resta un affascinante narratore di storie. Qui sotto un esempio, in cui racconta una delle storie più belle raccontate nel libro (su YouTube ce ne sono molte altre):

    Qui, invece, una scena chiave del film Awakenings:

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    ― Posted on Dec 9, 2007 | Add your feedback

Cover of Consider the Lobster
  • Wallace, David Foster (2005). Consider the Lobster and Other Essays. London: Abacus. 2005.

    Negli Stati Uniti Wallace è considerato un genio. E lo è.

    Il suo romanzo più famoso è Infinite Jest, un mastodonte di 1.100 pagine fitte fitte, uscito nel 1996 e da meno di un anno tradotto in ital ... (continue)

    Wallace, David Foster (2005). Consider the Lobster and Other Essays. London: Abacus. 2005.

    Negli Stati Uniti Wallace è considerato un genio. E lo è.

    Il suo romanzo più famoso è Infinite Jest, un mastodonte di 1.100 pagine fitte fitte, uscito nel 1996 e da meno di un anno tradotto in italiano. Boris sta ancora lottando con l’edizione originale; per fortuna il romanzo è costruito in capitoletti e sopporta quindi di essere preso e lasciato innumerevoli volte. Quando sarò arrivato al termine delle mie fatiche ve ne renderò conto.

    Ho invece letto Everything and More: A Compact History of Infinity, un saggio. Un curioso saggio. Una lunga marcia attraverso 2.500 anni di filosofia e matematica, da Aristotele, attraverso Galileo, Isaac Newton, G.W. Leibniz, Karl Weierstrass e J.W.R. Dedekind, fino a Georg Cantor. Wallace non ci risparmia niente, non scende a compromessi con il rigore, non rinuncia a nessuno dei suoi manierismi. Forse non un modello di divulgazione scientifica da imitare. Ma certamente una lettura affascinante e artisticamente riuscita.

    Questo Consider the Lobster è una raccolta di saggi comparsi su vari periodici. Si parla un po’ di tutto, dal porno alla radio, dall’autobiografia di una tennista all’uso dell’inglese. Non tutto è alla stessa altezza, quanto a interesse, e Wallace fa di tutto per non semplificarci la vita, dalle abbreviazioni alle lunghe note a piè di pagina (o ai riquadri dentro la pagina), ma resta una lettura affascinante.

    Il saggio più bello è quello sulla lingua inglese, sulle polemiche tra puristi e fautori dell’uso, che richiama la polemica scolastica tra “anomalia” e “analogia”.

    Quello che dà il titolo al volume discute, a partire dalla visita a un festival dell’aragosta nel New England, se e quanto l’aragosta soffra nell’essere bollita viva. Io su questo ho una teoria, e non ve la risparmio. Secondo me l’aragosta sente dolore, perché la percezione del dolore avviene soprattutto a livello locale, o comunque decentrato. Ma non soffre, perché per soffrire serve un sistema nervoso centrale e probabilmente un sistema abbastanza complesso da contenere una rappresentazione di sé. Insomma, farei riferimento alla differenza tra percezione e sensazione, proposta in Seeing Red: la sensazione si sarebbe evoluta per prima, da canali locali di stimolo-risposta (“Che cosa mi sta succedendo localmente, qui ora e a me?” – cioè “qualitative, present-tense, transient and subjective”), che sarebbero poi stati “privatizzati” dal cervello, una volta che si sono evoluti i canali percettivi (“Che sta succedendo là fuori nel mondo?” – cioè “quantitative, analytical, permanent, and objective”).

    In definitiva, non dovremmo dire “soffro come una bestia” perché il nostro modo di soffrire è tipicamente (ed esclusivamente, a un certo livello) umano.

    Boris le aragoste continua a mangiarle, se gliene offrono l’occasione.

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    ― Posted on Nov 25, 2007 | Add your feedback

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