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Cover of The Mersey Sound
Cover of The Book of Dead Philosophers
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    La filosofia non salva la vita

    Questo è uno dei libri più curiosi, ma anche più divertenti, che mi sia mai capitato di leggere. Ho scoperto che nella vita, chi più chi meno, tutti facciamo della "filosofia". Filosofeggiare sarebbe il verbo esatto. In effetti la vita ci insegna a come sopravvivere, quindi a trovarci un sistema pri ... (continue)

    Questo è uno dei libri più curiosi, ma anche più divertenti, che mi sia mai capitato di leggere. Ho scoperto che nella vita, chi più chi meno, tutti facciamo della "filosofia". Filosofeggiare sarebbe il verbo esatto. In effetti la vita ci insegna a come sopravvivere, quindi a trovarci un sistema prima di passare dall'altra parte. E' una cosa questa che tocca tutti, filosofi veri e non. Un libro che si legge con piacere, dopo avere fatto ovviamente i dovuti scongiuri scaramantici che valgono ben poco, in quanto nessuno scappa alla sorte finale.

    Eraclito pensava che ogni cosa fosse in una condizione di continuo divenire. Morì, secondo quanto si dice, annegato in un vortice di liquido di vacca. Francesco Bacone, il padre della filosofia empirica inglese finì per mano della sua stessa filosofia. Morì mentre stava tentando di osservare gli effetti del congelamento di un pollo, in una fredda giornata di inverno. Aveva riempito il pennuto di ghiaccio e si beccò una polomonite mortale. Secondo l’autore di questo libro ogni filosofo muore così come è vissuto e così abbiamo modo di comprendere anche la sua filosofia.

    Simon Critchley nello scrivere questo libro, da buon filosofo quale lui stesso è, basa il suo ragionamento sull’affermazione di Cicerone secondo il quale “filosofare significa imparare a morire”. Non a caso Critchley è professore di Filosofia alla New School for Social Research a New York. Autore di diversi studi ha scritto questo suo libro su di una collina che guarda su Los Angeles, pensiamo in attenta concentrazione filosofica. Per comprendere il significato della vita il filosofo deve cercare di capire la morte ed il suo significato. Il che non significa che lo debba per forza trovare. Può anche scoprire che di significati, secondo il filosofo che la pensa così, non ce ne siano affatto. Critchley ritiene che non è possibile separare lo spirito della filosofia dal corpo del filosofo. Egli afferma che “la storia della filosofia la si può intendere come la storia dei filosofi che procedono per esempi da ricordare, spesso nobili e virtuosi, ma qualche volta umili e addirittura comici”. La maniera in cui un filosofo muore umanizza sia l’una che l’altro e ci fa capire che tutto sommato poi i filosofi non sono affatto tanto lontani da noi gente comune. Che “filosofi” non siamo affatto.

    Il libro contiene poco meno di duecento riferimenti a pensatori passati a miglior vita ognuno di essi esposti in altrettanti aneddoti. Il pregio principale del libro è che non lo si deve leggere dalla prima all’ultima pagina e tutto insieme. Lo si può aprire a caso e leggere di qualche filosofo spesso in non più di due pagine di testo. Gli esempi da riportare sarebbero tanti. Basta ricordarne qualcuno. Diogene, uno che disdegnava i piaceri della carne, si dice che abbia commesso suicidio trattenendo il respiro, autosoffocandosi, quindi. Julien Offray de la Mettrie, ateista ed edonista, morì dopo di avere festeggiato mangiando una grande quantità di patate tartufate. Ludwig Wittgenstein considerò la vita e la morte come realtà senza tempo. Morì il giorno dopo il suo compleanno. Un amico gli aveva regalato una coperta elettrica. “Tanti auguri” gli disse. In inglese “many happy returns” - “tanti felici ritorni” - letteralmente. Al che lui rispose “Non ci saranno ritorni”.

    Critchley racconta poi di Voltaire il quale, dopo di avere denunciato per decenni la Chiesa Cattolica di Roma, annunciò sul letto di morte che voleva morire da cattolico. Il parroco che lo assisteva stupito dalla richiesta gli chiese ripetutamente “credi nella divinità di Cristo?”. Voltaire rispose: “In nome di Dio non mi parli più di quell’uomo e mi lasci morire in pace”.

    Questo libro all’apparenza sembra un libro leggero. Non lo è affatto. L’autore viene segnalato oltre come essere professore di filosofia anche a capo di una organizzazione internazionale denominata “International Necronautical Society”, un gruppo di avanguardia nella cui pagina web si afferma che il suo intento fondamentale è la “inautenticità”. Il suo scopo è lo studio della morte. Il sito vuole essere uno spazio che “intendiamo definire, colonizzare ed eventualmente abitare”. Sembrerebbe un’autentica follia se non fosse un fatto che il prof. Critchley è anche autore di numerosi altri libri e può esibire in questo suo volume sui filosofi una bibliografia di una decina di pagine.

    Secondo quanto dice poi Critchley la filosofia occidentale è stata vista sempre come derivata principalmente da quella greca, il che, secondo lui è sbagliato. Egli afferma che le sue origini sono anche arabe, persiane, indiane, cinesi e molte altre ancora. La filosofia, egli sostiene, ha abbandonato la sua ragione originaria quella cioè di trasmettere saggezza e aiutarci ad essere felici. La filosofia ha cercato inoltre di imitare la scienza nella sua costante ricerca delle idee perfette e della verità assoluta. A poco a poco è venuta ad astrarsi dalla vita di tutti i giorni lasciandoci in preda alla paura di ciò che egli chiama “terror of annihilation”. Per calmarci, egli dice, ci sono infinite sofisterie in giro come la New Age e tutta una letteratura del “fai da te” oltre alla fiflosofia dell’accumulo sconsiderato di danaro e proprietà.

    Fin qui tutto bene. Ma a questo punto possiamo domandare a Critchley qual’è il principio organizzatore di tutta la saggezza che abbiamo perduto nelle morti dei filosofi? Kant morì di malattia di stomaco. Come si giustifica allora la sua “Critica della ragion pura”? Le sue ultime parole non furono molte. Una sola. Quella che sussurrò al suo discepolo quando gli diede un pò d’acqua mescolata con vino. “Sufficit” sussurrò. Ma ciò che Kant voleva dire era che egli aveva vissuto a sufficienza per definire le sue teorie sulla metafisica o sulla epistemologia oppure semplicemente che egli non voleva più acqua?

    Alcuni filosofi di cui Critchley parla possono addirittura non essere mai vissuti. Lui stesso dice che ci sono filosofi nel suo libro della cui morte non si sa nulla e non si conoscono le loro ultime parole. D’altra parte egli molto spesso non riesce a dare nessuna connessione tra le opere dei filosofi che ha preso in considerazione, la loro morte e le loro idee. Ma non importa. Non tutto ciò che egli scrive in molti casi è apocrifo oppure è stato detto dai loro discepoli. Dalle loro opere vengono fuori soltanto le metafore. Il libro, comunque, è piacevole a leggersi, c’è molto da apprendere inclusa la previsione che egli avanza sulla sua morte. “Fuga”, anzi egli dice letteralmente: “exit” inseguito da un orso. Un libro questo, tutto sommato utile a pensare come sarà l’exit di ognuno di noi quando sarà il momento. Il più tardi possibile, s’intende.

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    Posted on Nov 11, 2009 | Add your feedback

Cover of Fanny Hill
  • Erotismo inglese per educande ...

    Il più famoso romanzo erotico inglese del settecento ambientato in una Londra del XVIII secolo. La protagonosta Fanny perde la sua "innocenza" all'età di 15 anni e impara a sfruttare le proprie grazie per sopravvivere e farsi strada nel mondo. John Cleland non usa tutta la farina del suo sacco narra ... (continue)

    Il più famoso romanzo erotico inglese del settecento ambientato in una Londra del XVIII secolo. La protagonosta Fanny perde la sua "innocenza" all'età di 15 anni e impara a sfruttare le proprie grazie per sopravvivere e farsi strada nel mondo. John Cleland non usa tutta la farina del suo sacco narrativo inglese. Trae ispirazione, infatti, dalla moda francese per la narrativa erotica del tempo. E non poteva essere diversamente! La tendenza è il genere in voga allora per le autobiografie delle prostitute la cui vita era un monito contro i tormenti derivanti dalla indulgenza sessuale. L'autore però non intende punire Fanny per la sua promiscuità e il libro si conclude con il felice matrimonio dell'eroina.

    Bisogna dire che Fanny non è una figura pornografica, in senso moderno. Infatti rifiuta gli atti eterosessuali e si rivela così una "conservatrice". Si disgusta agli incontri lesbici e all'omosessualità maschile. Questo libro è sopravvissuto a tre secoli di infamia ed è un'opera importante per lo sviluppo del genere narrativo del romanzo. Al confronto di tanta volgare e gratuita letteratura sessuale contemporanea a me sembra un libro per educande ...

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    Posted on Oct 30, 2009 | Add your feedback

Cover of Manwatching
  • Importanza dei gesti

    Il controllo dei gesti inizia da una presa di coscienza. Ecco un esercizio molto semplice, ma molto prezioso. Aprite la mano destra, concentrate il vostro pensiero nel suo centro, poi dolcemente, lentamente, ripiegate le dita ponendo tutta la vostra attenzione in quel movimento finché avrete chiuso ... (continue)

    Il controllo dei gesti inizia da una presa di coscienza. Ecco un esercizio molto semplice, ma molto prezioso. Aprite la mano destra, concentrate il vostro pensiero nel suo centro, poi dolcemente, lentamente, ripiegate le dita ponendo tutta la vostra attenzione in quel movimento finché avrete chiuso il pugno. ..

    Fermatevi un istante e concentrate la vostra energia nel pugno, poi lentamente, dischiudete le dita e riaprite la mano… Fate questo esercizio mettendoci tutta la vostra consapevolezza, e vedrete che a poco a poco raggiungerete un grande controllo dei vostri gesti. Basta che facciate questo esercizio una sola volta, non diverrete più forti facendolo venti volte di seguito, ma fatelo ogni giorno, e come si deve.

    “Control of our gestures starts with awareness. Here is an
    exercise that is very simple but very valuable. Open your right
    hand, concentrate your thoughts on the centre of your palm, then
    gently and slowly fold your fingers in, focusing all your
    attention on this movement until you have closed your fist. Stop
    for a moment and concentrate your energy in your fist, then
    slowly unfold your fingers and open your hand…
    Put all your awareness into this exercise; you will see that you
    will gradually achieve great mastery over your gestures. You only
    need to do this exercise once; you will not become any stronger
    by doing it twenty times running, but do it every day and do it
    correctly.”

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    Posted on Oct 15, 2009 | Add your feedback

Cover of Byron in Love
  • Lord Byron poeta e puttaniere

    Lord Byron: poeta e puttaniere
    Quando si innamora un poeta le conseguenze possono essere drammatiche. Se il poeta poi è un inglese le cose sono destinate a complicarsi. Nel caso di Lord Byron le connessioni sono davvero infinite ed inimmaginabili: il soggetto conduce strani affari con aristocra ... (continue)

    Lord Byron: poeta e puttaniere
    Quando si innamora un poeta le conseguenze possono essere drammatiche. Se il poeta poi è un inglese le cose sono destinate a complicarsi. Nel caso di Lord Byron le connessioni sono davvero infinite ed inimmaginabili: il soggetto conduce strani affari con aristocratiche gentildonne del tempo; mantiene relazioni con attrici e attricette, serve e servette; ammiratrici plagiate; prostitute d'accatto; una relazione incestuosa con la sorellastra; un matrimonio breve e disastroso. E questo per dire solamente del rapporto con le donne. E' un miracolo che un libertino del genere trovasse anche il tempo per scrivere poesia. E che poesia! Parlo di Lord Byron, uno dei più grandi poeti romantici inglesi.

    Migliaia di pagine di versi scintillanti, musicali, irrepetibili. Viaggi avanti ed indietro sul continente e in Medio Oriente. Riusciva a mentenere relazioni con innumerevoli amici. Aveva conoscenze improvvisate. Scriveva lettere, teneva diari, leggeva libri di ogni specie, praticava il pugilato, l’equitazione, il nuoto. Era un gran bevitore, come ogni inglese d’hoc. Trovava il tempo per deprimersi fino alla paranoia. Negli ultimi anni si unì alla lotta di liberazione in Italia ed in Grecia. Amava circondarsi di animali come scimmie, pappagalli, cacachi, cani, un airone, un caprone, e quando era studente a Cambridge ebbe come amico di stanza un orso.

    Tutto ebbe inizio dalla sua fanciullezza che fu simile ad un romanzo di ambiente gotico. Sua madre, Caterina Gordon, era una ereditiera scozzese che sposò un signore chiamato “Byron Jack il matto”, un aristocratico il quale ben presto consumò tutti i suoi soldi e scappò in Francia. Diede luce a George Gordon, figlio unico, tutta sola, in una stanza di affitto a Londra. Caterina fu donna intemperante ed imprudente, quasi ad anticipare il suo futuro George. Tutti i biografi la trattano male. Va detto che non fu mai amata dal suo figliolo il quale la incolpò della sua menomazione fisica alla gamba per le strette fasciature dei corsetti indossati durante la gravidanza. Il famoso “piede di porco” di Byron.

    All’età di dieci anni, alla morte di un suo pro-zio, un lord sospettato di assassinio, ereditò il titolo e divenne sesto barone Byron e la Newstead Abbey , una fantastica e cadente residenza nella contea del Nottinghamshire, con tutti i suoi fantasmi. Una delle principali caratteristiche di Byron è quella di essere passato alla storia come un grande difensore della libertà dei singoli e dei popoli. In effetti ostentò per tutta la sua esistenza una fortissima consapevolezza del suo rango di nobile fino a sfiorare il razzismo.

    Fin da ragazzo ebbe modo di mettere in luce le sue prepotenti predisposizioni sessuali per cugine, servi di entrambi i sessi, compagni di studi, coi i quali poteva manifestare le sue manie che erano spesso perversioni. All’età di 24 anni pubblicò il “Childe Harold’s Pilgrimage” che lo rese famoso. “Una mattina mi svegliai e mi ritrovai famoso” ebbe a scrivere. Una vera e propria “toccata e fuga” con le donne, come la definisce l’autrice di questa nuova biografia ha abilmente tracciato il percorso sentimentale che Lord Byron uomo intraprese nei suoi contatti con l’altro sesso, anche se evita ogni riferimento alla evidente eterosessulità del personaggio. Nel suo lavoro ella cerca di provare che Byron “understood” - “capì” - le donne perchè esse volevano il sesso e lui era in grado di darglielo per poi abbandonarle al loro destino. Un’analisi del genere non può essere del tutto accettata se si pensa che le donne, allora come oggi, aspirano ad avere sicurezza, protezione, partecipazione, anche attraverso il sesso.

    Il carattere fortemente possessivo, carismatico ed autoritario del poeta, anche alla luce dei comportamenti del tempo, le mettevano in una condizione di inferiorità che però nulla toglieva alla loro aspirazione ad avere un rapporto equilibrato con chi aveva intenzione di partecipare a a scelte comuni. L’autrice di questa biografia, a mio parere, si è lasciata troppo prendere la mano dalla sua vena narrativa tendente a romanzare vicende e situazioni. E’ facile vedere Byron come un imperterrito sadico narcisista, aggressore di donne insipide e puttane. In fondo esse, come del resto tutti gli uomini, e in questo caso lo stesso Poeta, non erano altro che persone, maschi o femmine, in cerca di sesso inteso come relazione, incontro, convergenza. Tutta l’opera poetica di Lord Byron sta a dimostrarlo. Ma all’autrice questo non interessa visto che il senso del suo libro sembra essere stato soltanto il tema dell’amore byroniano, inteso come tormentato sentimento esistenziale. Ricordiamo che quando questo grande poeta e puttaniere morì aveva soltanto 36 anni e si può dire che aveva vissuto troppe vite.

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    Posted on Oct 15, 2009 | Add your feedback

Cover of Between XX and XY
  • L'intersessualità e il mito dei due sessi

    L'intersessualità e il mito dei due sessi
    La lettura di questo libro mi ha interessato per varie ragioni. La prima è che ormai so per certo che non sono quello che pensavo di essere. A dire il vero, non ci ho mai creduto, ma non ne avevo le prove. Almeno quelle scientifiche. La seconda riguarda ... (continue)

    L'intersessualità e il mito dei due sessi
    La lettura di questo libro mi ha interessato per varie ragioni. La prima è che ormai so per certo che non sono quello che pensavo di essere. A dire il vero, non ci ho mai creduto, ma non ne avevo le prove. Almeno quelle scientifiche. La seconda riguarda gli altri. Intendo le altre persone con le quali ho avuto a che fare nel corso di questi anni vissuti sempre alla ricerca di una identità precisa. La terza è quella decisiva e concerne tutti gli uomini, intesi come esseri umani. Mai come in questo caso, infatti, le donne devono essere chiaramente citate e coinvolte: possiamo dare una risposta alla primordiale domanda di base:"chi siamo?". E la risposta ci spiazza, per così dire. Vale a dire "non" possiamo dire con certezza "chi" veramente siamo. Almeno per quanto riguarda il sesso.

    Maschile/femminile, due opzioni di casella, ma una sola scelta. Tutto sbagliato, almeno secondo quanto pensa l’autore di questo recente libro Gerald N. Callahan , che oltre a scrivere libri è anche un patologo ed immunologo, ricercatore da trenta anni nel campo della biomedicina, nonchè professore alla State University dello stato americano del Colorado. Egli sostiene che la risposta alla domanda della casella non può essere univoca, maschio o femmina, deve essere multipla in quanto l’assetto sessuale binario è solo una errata presunzione, non un fatto. Dovrebbe essercene, insomma, un’altra: quella della “intersessualità”.

    Si sa che nella teoria dei generi il concetto biologico e quello di genere sono due cose separate. Mentre i nostri sessi biologici sono fissati alla nascita, l’identità di genere “risulta dalla interazione di diversi fattori, quali la genetica, l’ambiente prenatale, gli ormoni pre e post natali, oltre ai fattori psico-sociali del periodo infantile e i fattori ambientali”, secondo quanto afferma l’autore. Non ci sono soltanto più di due generi, ma si può pensare e sostenere che addirittura ci siano tanti generi quante sono le stelle in cielo. E questo vale non solo per i generi ma anche per i sessi.

    L’autore sostiene che negli USA ogni anno nascono circa 2000 bambini “intersessuali” a causa di varie combinazioni cromosomiche, non solo del tipo XX XY, oppure a varie dificienze ormonali o enzematiche. Callaghan spiega i diversi tipi e profili di intersessualità facendo anche precisi riferimenti ad un ambiente sociale in cui è presente il costante discrimine tra generi e ruoli. I soggetti intersessuali sono persone che sono costrette a fronteggiare fraintendimenti, errori di diagnosi, abbandoni e saparazioni coniugali, violenze fisiche e psicologiche, depressione. Eppure molti dei soggetti di cui Callaghan scrive sono soggetti che riescono a fare fronte a problemi del genere conservando speranze e certezze.

    Gli esseri umani non hanno mai, comunque, fatta una netta divisione tra le due condizioni, nè hanno marginalizzato chi si colloca al di fuori dei queste due categorie. Callaghan nel suo libro indica una specie di alternativa alla netta distinzione tra i due sessi. Com’era il caso dell’antica cultura greca e del rinascimento, allorquando si sosteneva che i due sessi condividevano più caratteristiche comuni che differenze. In alcune culture non occidentali i soggetti intersessuali hanno ruoli specifici e svolgono funzioni ben precise, convivendo in armonia con il resto della società o, addirittura, hanno dei privilegi.

    E’ inutile dire a questo punto che tutte le certezze a cui mi riferivo all’inizio di questo post vengono definitivamente abbattute. O almeno messe in discussione. Sono state mescolate e passate dal tavolo della scienza, con la quale Callaghan argomenta a pieno titolo, su altri tavoli, quali quello della religione, della famiglia, della società, dello stato, della morale e via dubitando. Se non sono affatto le apparenze esterne a fare tali un uomo o una donna, e se possiamo aspettarci interconnessioni impreviste ed imprevedibili, mi viene in mente allora che anche l’antica certezza di mia madre viene a cadere. La povera donna semplice e contadina, appartenente ad un altro secolo ed un altro millennio, soleva dire, quando voleva affermare certezze che la aiutassero a vivere: “Tutto è possibile su questa terra, tranne l’uomo incinto!”. “Mamma, non è più così. Ti sei sempre sbagliata. Oggi tutto è sempre possibile …”

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    Posted on Oct 15, 2009 | Add your feedback

Cover of Remembering the Roman People
  • In ricordo del Popolo Romano

    L'assassinio di Giulio Cesare avvenne in un'atmosfera di grande confusione. Come sempre accade in fatti del genere, per i cospiratori fu più facile progettare il primo colpo che prevedere ciò che in seguito sarebbe accaduto, se la cosa non fosse andata come avevano pensato che andasse. In una riunio ... (continue)

    L'assassinio di Giulio Cesare avvenne in un'atmosfera di grande confusione. Come sempre accade in fatti del genere, per i cospiratori fu più facile progettare il primo colpo che prevedere ciò che in seguito sarebbe accaduto, se la cosa non fosse andata come avevano pensato che andasse. In una riunione del Senato alle idi di marzo nell'anno 44 a.C., Tullio Cimbro, un senatore di secondo piano, diede il segnale all'azione gettandosi ai piedi di Cesare afferrando la sua toga. Casca lo colpì con la sua spada. Forse cercò di infilarlo ma fallì il colpo dando a Cesare la possibilità si alzarsi e difendersi colpendolo nel braccio con la penna che aveva in mano in quel momento.

    Pochi attimi e non meno di venti altri membri del Senato intervennero con le armi in pugno contro la vittima. Ma in effetti non ebbero il tempo di colpire nel modo giusto. Molti si ferirono a vicenda. Secondo i primi resoconti dei testimoni della vicenda, come lo storico Siriano Nicolao di Damasco, Cassio si lanciò su Cesare ma finì per colpire malamente Bruto alla mano. Anche Mincio mancò il bersaglio e colpì a sua volta Rubrio alla coscia. Molto sangue deve essere stato sparso tutt’intorno al luogo dove avvenne l’attacco, secondo quanto afferma l’autore di questo importante libro intitolato “Remembering the Roman People”, una serie di saggi sulla politica e sulla letteratura degli ultimi anni della Repubblica Romana pubblicato da poco dalla Oxford University Press.

    Non solo sangue ma grande confusione e caos. Quasi una farsa. Questo è il quadro che il Professore disegna e ricostruisce confrontando attentamente le più antiche testimonianze dell’episodio. Egli sostiene che le linee conduttrici del fatto risalgono alla testimonianza di un certo senatore che sedeva sui primi banchi dell’aula, riportate forse più tardi nella storia poi perduta di Asinio Pollio. Elaborazioni meno affidabili prese da Livio, la cui narrazione dell’anno 44 è andata smarrita. Wiseman forse appare troppo sicuro della accuratezza del suo resoconto. Una sola testimonianza non basta per sapere come si svolse effettivamente un assassinio di questo tipo. In ogni modo è più difficile distinguere tra gli inserimenti pieni di fantasia fatti da Livio dalle descrizioni precedenti che lui stesso cita. Ciò nonostante la ricostruzione di ciò che accadde è molto interessante.

    Gli altri senatori, tutt’intorno alla scena del delitto, circa un centinaio, rimasero scioccati dall’attacco improvviso. Ben presto Bruto si allontanò dal corpo di Cesare per rivolgersi agli altri mebri del Senato allibiti facendoli come sobbalzare e riprendere l’equilibrio smarrito in quell’attimo imprevisto. Devono essere balzati in piedi e corsi fuori dell’aula scontrandosi con la folla che in quel momento stava uscendo dal vicino teatro dove avevano luogo gli spettacoli dei gladiatori. La notizia del delitto si diffuse in un baleno, la folla deve avere sbandato in preda al panico. Le gente deve essere corsa verso casa per paura del peggio. Lepido, un sostenitore di Cesare, abbandonò subito il Senato per correre dalle truppe che stazionavano in città, mentre gli assasini proclamavano la loro vittoria. Poco dopo tre schiavi fedeli a Cesare caricarono il suo corpo su una barella con grande difficoltà in quanto una barrella può essere portata da quattro persone. Il Senato si riunì soltanto due giorni dopo e forse dopo altri due il corpo di Cesare venne cremato nel Foro …

    Il resoconto-racconto che Wiseman fa nella sua ricerca è davvero coinvolgente. Come del resto questa lunga recensione del volume apparsa sul Times Literary Supplement. Chi fosse interessato a leggerla può andare al link e leggerla in inglese.

    L’autore, T. P. Wiseman, Professore Emerito di Studi Classici all’Università di Exeter, sostiene che nella Repubblica Romana solo il Popolo aveva l’autorità di promulgare le leggi ed eleggere i politici. La stessa parola Repubblica significava “cosa del popolo”. Ma se le cose stanno così perchè mai si è sempre detto che la repubblica era una oligarchia? La ragione principale è che gran parte di quello che sappiamo sulla faccenda ci arriva così come venne scritto da Cicerone, grande uomo e grande scrittore, ma anche un uomo di destra molto attivo dal punto di vista dell’impegno politico il quale riteneva giusta l’dea che ciò andava bene per una piccola minoranza di uomini “migliori”, i cosidetti “optimates”, andasse bene per l’intera repubblica. Wiseman interpreta l’ultimo secolo della repubblica con l’idea che il Popolo avesse una ideologia coerente e precisa nel suo insieme e che gli “optimates” con il loro progetto di delitto giusto furono responsabili della fine della repubblica e dell’inizio della guerra civile.

    Questo libro coinvolge per le suggestioni che l’autore riesce a trasmettere al lettore. Specialmente quella che riguarda l’ideologia della politica popolare di Roma la quale, secondo lui, non si è del tutto perduta nel corso di tanti secoli. Nonostante la frammentarietà delle fonti sul periodo in esame questa ideologia ha ancora molto da dire a noi uomini del XXI secolo. Il Prof. Wiseman riesce a dimostrare con il suo lavoro che la Roma del periodo tardo repubblicano non si preoccupava soltanto degli interessi di una piccola elite. C’erano anche altre voci che si battevano per l’eguaglianza, la condivisione della ricchezza e per i diritti della gente comune. Un grido che levava da un improvvisato banditesco assassinio di un campione della libertà consumato da un gruppo di aristocratici scontenti, in nome della (loro) libertà.

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    Posted on Oct 15, 2009 | Add your feedback

Cover of Judas
  • Giuda l'oscuro

    Giuda l'oscuro
    Giuda è stato, da sempre, una figura di uomo che mi ha affascinato nella lettura dei Vangeli. Nel racconto della storia di Cristo, il figlio di Dio sceso in terra per una missione impossibile, la salvezza degli uomini, viene detto ben poco di lui. Eppure abbonda la produzione di ... (continue)

    Giuda l'oscuro
    Giuda è stato, da sempre, una figura di uomo che mi ha affascinato nella lettura dei Vangeli. Nel racconto della storia di Cristo, il figlio di Dio sceso in terra per una missione impossibile, la salvezza degli uomini, viene detto ben poco di lui. Eppure abbonda la produzione di testi su questo 12° apostolo sulle cui spalle pesa una grande e grave colpa: avere tradito il Figlio di Dio dopo essergli stato discepolo.

    Scrivere una biografia su un personaggio del genere non è cosa facile in quanto già sulla persona storica di Giuda si sa ben poco. E’ vero che ne parlano i Vangeli come anche, ovviamente, una lunga tradizione della Chiesa e dei fedeli. Ma ciò non basta per delineare con precisione chi fu questo apostolo, questa persona che è diventata poi personaggio con quella fama di traditore che si è scelta e che gli hanno cucito addosso nel corso dei due passati millenni.

    L’autrice di questo recente libro ci ha provato non tanto come esperta di storia, di religione o di teologia quanto come Professore di Inglese alla Indiana University negli USA. Ha avuto la possibilità di raccogliere ed analizzare molti se non tutti i documenti che la tradizione storica e culturale ci ha trasmesso nel corso dei secoli in diverse culture.

    Leggendo questo libro il lettore si rende conto di come l’uomo Giuda sia stato descritto nell’arte, nella musica e nella letteratura. E per di più quale grande peso abbia avuto, ed ancora oggi ha, il significato del suo gesto. Basta pensare alle teorie naziste sugli Ebrei e all’odio che continua nei riguardi di questo popolo. L’autrice riesce a documentare piuttosto abilmente i mutevoli cambiamenti di personalità che questa figura di ebreo ha avuto nel corso del tempo. Una evoluzione che sfocia nel mito, ma che passa per storia.

    Non è una biografia, quindi, questo libro. Pochi sarebbero gli elementi sui quali se ne potrebbe costruire una. In effetti sono soltanto due i riferimenti sicuri da un punto di vista storico: che Gesù lo scelse come apostolo e che lui stesso lo consegnò alle autorità. Per il resto ognuno dei quattro evangelisti ne dà un ritratto diverso, per quel poco che ne dicono. L’autrice ne parla chiaramente prima di dedicarsi allo studio di quelle che si potrebbero chiamare le “leggende” successive, così come sono state create nelle varie interpretazioni artistiche e negli stereotipi associati ad essi. Non fatti, quindi, ma interpretazioni e trasformazioni a seconda delle convenienze.

    Tutto inizia con l’immagine di Giuda legata all’ebreo assetato di danaro a causa di quei 30 denari che egli ricevette dopo la segnalazione fatta alle autorità di chi fosse il Cristo. Poi segue la sua sostanziale ipocrisia segnata dal bacio identificativo per i soldati. Subito dopo viene poi la tradizione che lo vede diventare maleodorante e gonfio prima di finire impiccato o letteralmente esploso e ricoperto dei suoi escrementi.

    Nella storia dell’arte Giuda è stato quasi sempre ritratto con capelli rossi, un naso aguzzo, scuro di faccia. Il rosso sembra riferirsi al colore dei soldi. Gli uomini di chiesa lo hanno spesso associato a Satana e Caino. Dante nel suo “Inferno” lo colloca nel canto XXXIV nella quarta zona del nono cerchio, nella ghiaccia del Cocito, ove sono puniti i traditori dei benefattori. Quello che l’autrice definisce come lo stereotipo “Giuda-Giudeo” ha una lunga storia che arriva ai Nazisti da lontano nel loro odio infinito nei confronti degli Ebrei con il film drammatico “Jew Suss” e il documentario “L’eterno Giudeo”.

    Ma questo eterno giudeo veniva da lontano nel senso che il Fagin dai capelli rossi di Charles Dickens è un personaggio letterario del romanzo Le avventure di Oliver Twist. E’ descritto all’inizio della storia come un “ricettatore di beni rubati”. Dickens si riferisce a lui chiamandolo semplicemente “l‘ebreo”. Oppure l’Auguste Melmotte di Anthony Trollope, finanziere ebreo senza scrupoli, suicida, grande e negativo personaggio della letteratura inglese. Se ne potrebbero citare innumerevoli altri esempi di stereotipi giudeo-ebraici di questo tipo.

    Ciò nonostante ci sono stati diversi tentativi per capire, se non proprio difendere, la cattiva reputazione di Giuda. Tutto nasce dalla semplice considerazione che se ogni cosa era stata già prestabilita ci doveva pur essere qualcuno che avrebbe tradito il Cristo. Questo doveva essere necessariamente uno degli apostoli, uomini a Lui vicini, sia fisicamente che spiritualmente. Senza Giuda non ci sarebbe stata alcuna crocifissione, e perciò nessuna salvezza per l’umanità.

    Giuda, in questa luce, assume allora una luce diversa da quella che abbiamo visto prima. Egli accetta con riluttanza il suo compito, come si evince dal racconto di Nikos Kazantzakis “L’ultima tentazione di Cristo” in cui il Cristo dice a Giuda che la sua crocifissione è ben poca cosa al confronto della umiliazione e disperazione che lui, Giuda, dovrà subire. In qualche brano precedente si dice addirittura che Giuda afferma di essere l’ultima persona a morire senza poter aspirare al perdono ed alla grazia che verrà concessa con la resurrezione del Cristo.

    Nel 2006 la pubblicazione di un Vangelo “gnostico” di Giuda ha ancora una volta attirato l’attenzione all’idea che il traditore Giuda non fu altro che un co-cospiratore spirituale di Gesù. E’ quanto sono portati a pensare i così detti revisionisti della figura del 12 apostolo. Lo si considera un uomo molto sensibile e consapevole di quanto doveva fare. Non per nulla si arrabbia quando vede sciupare una piccola fortuna in quell’olio col quale quella donna lava i piedi di Gesù. Alcuni sono portati a pensare che egli abbia favorito l’identificazione e arresto del Messia per accelerare la sua reazione e far sì che mettesse in pratica una volta per tutte quanto andava predicando, liberare chi era schiavo sotto i Romani. Del resto non lo aveva detto lui stesso che era venuto in terra non a portare pace ma la spada?

    In questa luce, allora, Giuda emerge come un Ebreo patriota che sacrifica la sua reputazione e anche la sua vita per provocare quel tanto atteso cambiamento del mondo. E’ probabile che gli abbia frainteso il messaggio di salvezza del Cristo, che la sua azione non sia stato un tradimento ma solo un intervento voluto andato tragicamente a male. Si potrebbe sostenere che Gesù abbia tradito Giuda nelle sue aspettative di messia rivoluzionario ebreo. Josè Saramago, nel suo libro “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” arriva a sostenere addirittura che Dio tradisce e manipola sia Giuda che il suo stesso figlio Gesù. Giuda non è altro che un essere umano, l’anti-eroe dai mille volti. Avrebbe mai potuto essere costretto ad eliminare colui che amava perchè Gesù mostrò troppa attenzione al suo amato discepolo Giovanni?

    Il bacio nel giardino è stato sempre interpretato come omo-erotico. Nell’opera teatrale “Corpus Christi” di Terrence McNally Gesù dice a Giuda: “Ti ho amato, lo sai”. E Giuda risponde: “Non come volevo io”. Brendan Kennelly descrive il 12° apostolo nella sua sequenza poetica “Il Libro di Giuda” come il dio regnante del XXI secolo, in questa maniera “ipocrita e traditore, doppio giochista in un’epoca intossicata dall’inganno, dall’avidità e crudeltà”.

    L’autrice di questa biografia non è una storica nè una biblista. Scrive ciò che dice basandosi sulle ricerche di altri. Come docente di inglese si limita ad interpretare i testi. Una cosa da non perdere in questo libro sono le note in cui Susan Gubar trascrive attentamente tutti i testi in cui si parla del personaggio del suo libro Giuda. Ci sono tutti o quasi: da Bob Dylan ai Depeche Mode, dagli U2 a Iron Maiden, Smashing Pumpkins a Dire Straights. Possiamo dire, allora, che Giuda, come Gesù, è sempre con noi. Rappresenta, forse la parte “oscura” di ogni uomo. Non è un caso che il grande scrittore inglese Thomas Hardy abbia intitolato uno dei suoi migliori e più controversi romanzi “Giuda l’oscuro” . Per questa ragione ho deciso di dare lo stesso titolo alla recensione di questo interessante libro.

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    Posted on Oct 15, 2009 | Add your feedback

Cover of The Web of Life
  • La rete della vita

    Il titolo di questo libro, pubblicato oltre dieci anni fa, presente, ma non letto a fondo, nella mia biblioteca da diverso tempo, mi offre la possibilità di parlare di altri libri, oltre che intrecciare la discussione su argomenti che risultano a loro volta interconnessi. In questo caso, il volume i ... (continue)

    Il titolo di questo libro, pubblicato oltre dieci anni fa, presente, ma non letto a fondo, nella mia biblioteca da diverso tempo, mi offre la possibilità di parlare di altri libri, oltre che intrecciare la discussione su argomenti che risultano a loro volta interconnessi. In questo caso, il volume intitolato "La rete della vita" porta a pensare a tutto ciò che è collegato all'idea della vita e a quella della rete. E non è nemmeno strano che questo stesso libro abbia per sottotitolo l'espressione "una nuova sintesi di mente e materia: il primo completo resoconto sulla vita sin dai tempi della Genesi".

    Tutto comincia, comunque, da una citazione riportata dall’autore, all’apparenza banale e scontata, ma che poi apre un intero orizzonte alla discussione ed alla ricerca: “tutte le cose sono connesse”. Molta carne a cuocere, direi: il concetto di vita e quello di rete, l’uomo le sue origini e la sua vita, il suo destino la sua mente, l’origine della materia…

    Nel 1944 il fisico austriaco Erwin Schrodinger scrisse un libretto di poche pagine, ma di denso contenuto, intitolato “Che cos’è la vita?”. In esso avanzava delle chiare e convincenti ipotesi sulla struttura molecolare dei geni. Il libro stimolò i biologi e i ricercatori a fare ricerca in un modo diverso, ed aprì in tal modo nuove frontiere alla scienza nello studio della biologia molecolare. Negli anni successivi tutto ciò ha provocato una serie di scoperte importanti culminate nella scoperta di quello che viene chiamato il “codice genetico” . Queste scoperte spettacolari, comunque, non hanno portato gli studiosi a dare risposte certe alla domanda iniziale posta dallo scienziato austriaco. Nè tanto meno sono riusciti a dare un riscontro ragionevole alla domanda su come le strutture complesse evolvono da una scelta a caso di molecole. Qual’è la relazione tra mente e cervello e che cosa è la coscienza?

    I biologi molecolari hanno scoperto la struttura fondamentale dei blocchi della vita. Ma questa scoperta non li ha aiutati affatto a comprendere le azioni integrative vitali degli organismi viventi. Oltre 30 anni fa, uno dei più famosi biologi molecolari Sidney Brenner ebbe a dire che c’era bisogno di un nuovo linguaggio, un nuovo modo o sistema per cercare di dare risposte ragionevoli alle domande sulla origine e rigenerazione delle molecole in un organismo ferito; su come un uovo forma il suo organismo; insomma come la vita rigenera la vita. Questo nuovo linguaggio deve servire a capire i sofisticati, complessi ed integrati sistemi di vita chiamati con nomi diversi: “teoria dei sistemi dinamici”, “teoria della complessità” , “dinamiche non lineari”> , “sistemi dinamici” e via dicendo. Concetti chiave sono gli “attrattori caotici” , i “frattali” , le “strutture dissipative” , la “auto-organizzazione”, le “strutture autopoeiche” .

    In tutto questo apparente caos informativo, in cui tutti i cerchi della ricerca sembrano chiudersi per riaprirsi, il libro di Capra introduce il concetto importante e forse nuovo della interconnessione della terra con tutti i suoi abitatori ed abitanti. Non a caso l’autore ha scritto libri di fisica, filosofia e di sociologia. Quasi a voler provare la necessita di una interconnessione che porti ad un nuovo paradigma olistico che vede il mondo come un tutto integrato piuttosto che tante parti separate. La si può anche considerare una visione o idea ecologica nel senso più ampio ed allargato del termine. Ecologia non di superficie, ma nel profondo, avente al centro l’uomo. Uomini come se fossero sopra o all’esterno della natura, fonte di valore nei confronti della natura. Insomma una ecologia che non divide, separa l’umanità dalla natura, bensì riconosce che tutti gli esseri viventi hanno valori e visioni in comune con l’umanità, la rete della vita, appunto. Un’ecologia del profondo che ha qualcosa di spirituale e di religioso.

    Quando il fisico Fritjof Capra chiama questa nuova emergente realtà “ecologia del profondo” colloca la vita al centro. E questo è un punto molto importante per la scienza perchè tradizionalmente la fisica si è sempre collocata in quel posto ritenendosi modello e sorgente di ogni metafora per le altre scienze. “Tutta la filosofia è come un albero” ha scritto Cartesio . “Le radici sono metafisiche, il tronco è la fisica, i rami sono le altre scienze”. L’ecologia del profondo va oltre la metafora cartesiana, la fisica perde il suo ruolo di scienza che fornisce la descrizione più importante della realtà. Un’idea questa che comunque non viene ancora accettata. Le scienze che vanno verso lo studio della vita sono destinate ad avere un ruolo fondamentale nel tentativo di dare una risposta alla domanda iniziale di Schrodinger.

    Scoperte recenti in astrofisica e altre teorie che propongono da un punto di vista fisico una sorta di universalità della coscienza sembrano supportare le osservazioni di Capra. Inoltre non ci sarebbe concorrenza tra le varie discipline scientifiche. L’autore, oltre ad esaminare gli studi ed i pensiero di scienziati come Maturana , Varela, Lovelock , Prigogine e Margulis , passa in esame anche alcuni sistemi viventi come le foreste pluviali ed il corpo umano con le sue cellule e li considera come dei semplici “meccanismi”. Ma ci può esssere un organismo senza un organizzatore per far funzionare e collaborare gli elementi di un sistema? Ogni componente dovrebbe esso stesso essere considerato come un organismo. Nè si può provare che un organismo composto di molti elementi è il prodotto di un assemblaggio casuale di diversi tipi.

    In un certo qual modo questo libro sembra capovolgere l’affermazione cartesiana che la mente è sinonimo di ragione. Capra dice invece che in questa teoria di sistemi viventi la mente non è una cosa bensì un processo e si identifica con il processo della vita stessa. Perciò un batterio o una pianta non hanno cervello ma una mente. Gli organismi più semplici sono capaci di percepire e quindi conoscere. Non vedono ma percepiscono i mutamenti nell’ambiente, la differenza tra la luce e le ombre, il caldo e il freddo, concentranzioni alte e basse di alcuni elementi chimici e così via. Insomma, in ogni elemento della natura c’è una coscienza innata allo stato evolutivo.

    La rete della vita assomma in sè il pensiero biologico più recente in opposizione al pensiero meccanicistico e ai modelli darwiniani. In conclusione l’autore sposa in pieno le idee di G. de Purucker espresse in “Golden Precepts” e sintetizzate in questa precisa affermazione: “La grande ed unica vera eresia è l’idea che ogni cosa sia separata, distinta e diversa dalle altre cose. Questo pensiero è un fuggire dalla legge naturale dei fatti poichè la natura non è altro che coordinamento, cooperazione, aiuto reciproco; e la regola della unità fondamentale è perfettamente universale: ogni cosa nell’universo vive per ogni altra cosa”. Non vi pare che questo pensiero sia riferibile anche ad un’altra Rete, un altro Web? Ma questo è un altro discorso che vi proporrò un’altra volta.

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Cover of The Geography of Bliss
  • I luoghi della felicità

    I luoghi della felicità
    Lo sapevate che esiste una banca dati della felicità secondo la quale l'Islanda sarebbe il posto più felice al mondo? Avete letto bene: l'Islanda, il paese che ha sei mesi di luce e sei di buio. Mia moglie esiterebbe non poco ad andarci, freddolosa com'è. Il segreto di c ... (continue)

    I luoghi della felicità
    Lo sapevate che esiste una banca dati della felicità secondo la quale l'Islanda sarebbe il posto più felice al mondo? Avete letto bene: l'Islanda, il paese che ha sei mesi di luce e sei di buio. Mia moglie esiterebbe non poco ad andarci, freddolosa com'è. Il segreto di ciò risiede nel fatto che gli Islandesi non hanno paura di commettere errori, o di dimostrare di essere imperfetti ed incapaci di fare qualcosa. Eppure non sembrano sottrarsi al piacere di inseguire ciò che ad essi piace di più. Insomma proprio l'opposto di come siamo noi Italiani: diciamo di saper fare meglio degli altri e non ammettiamo volentieri di sbagliare.

    In questo paese della felicità che è l’ Islanda sembra che ci siano tanti artisti quanti sono gli abitanti. Il fatto è che nessuno di essi critica ciò che fa un altro, sia che canti, scriva o dipinga. Tutti fanno ciò che piace fare senza che nessuno esterni critiche negative. E per questa ragione ognuno continua a fare come meglio crede. Questo atteggiamento fa di questa gente un popolo davvero produttivo. Non si affaticano a pensare quello che devono fare. Lo fanno e basta. “Non sono le capacità che realmente possediamo che ci fanno essere quello che siamo, bensì quelle che pensiamo di avere” si sostiene. E così vanno avanti. Perciò se credete di essere bravi in qualcosa, sia che voi lo siate oppure no, dovete farlo. L’opposto è altrettanto vero: se ritenete di non essere in grado di fare una certa cosa, non la fate.

    Un mio amico ad esempio ama suonare la chitarra e gli piacerebbe insegnarla agli altri facendosi pagare, magari aprendo una scuola di chitarra. Ma non si decide a farlo perchè non si sente sicuro. Il che significa che non si sentirà mai sicuro sia di suonare e migliorare le sue capacità sia di insegnare ad altri. Tutto ciò lo frenerà nella sua creatività, soltanto perchè vuole essere un perfezionista. Ma questa condizione, cioè il perfezionismo, è un freno ed un limite allo stesso tempo. Chi soffre di questo male, non comincerà e non porterà a termine mai nulla. Del resto il mondo non ripaga i perfezionisti. Tende a compensare chi produce, chi rischia, chi fa. E questa abilità non può che essere acquisita se non attraverso l’imperfezione. Da qui nascone la necessità di dare alcuni consigli. Il primo è: provare per sbagliare, ripetutamente, scientificamente, fino all’impossibile perfezione che verrà, comunque, in forma di produttività.

    Eric Weiner, è l’autore di questo libro che ha intitolato
    “La geografia della felicità: in cerca dei luoghi più felici del mondo” . Ci ha impiegato un anno per scriverlo. Ha consultato la banca dati della felicità di cui ho detto innanzi, ha lavorato come corrispondente estero per la TV, ha visitato luoghi sconosciuti, visto tragedie e luoghi inaspettatamente felici. Ha dedicato un capitolo del suo libro ai paesi che ha messo sotto tiro in cerca della felicità su questa terra. Sono questi: Islanda, Bhutan, Qatar, Olanda, Svizzera, Tailandia, India. Ha studiato questi popoli, i loro atteggiamenti positivi, quelli negativi e ne ha tirato le somme.

    Con l’aiuto anche della banca dati è pervenuto ad alcune spiacevoli verità: nè le grandi eguaglianze sociali, nè le diversità culturali possono essere associate a quello che si intende la felicità. L’Islanda e la Danimarca sono nazioni molto omogenee e troppo felici; il Qatar è ricco ma piuttosto deprimente; la Svizzera nemmeno l’ha convinto a causa della sua silenziosa tranquillità. E’ arrivato allora alla conclusione che non sono la geografia nè l’economia a fare la felicità di un popolo. E nemmeno i rapporti relazionali o personali. Ha scoperto, dopo tanto cercare, che per scovare la felicità bisogna seguire queste regole basilari: Mai fermarsi al primo ostacolo. Insistere. Fare ciò che si ritiene giusto fare. Lasciare stare gli altri. Scegliersi gli amici giusti e possibilmente anche il capo giusto. Niente di nuovo sotto il sole, a dire il vero. Qui da noi questi esercizi sono aspirazione pratica comune di ogni giorno. Chissà poi perchè mai Eric Wiener ha escluso l’Italia dalla sua ricerca. Avrebbe potuto scoprire che qui da noi si può essere felici anche solo pensando di esserlo …

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    Posted on Oct 14, 2009 | Add your feedback

Cover of The Man Who Loved Books Too Much
  • Non amate troppo i libri

    Tra il 1999 e il 2003 un certo John Gilkey usò una dozzina di carte di credito per rubare libri rari per un valore di centinaia di migliaia di dollari prima che fosse scoperto e imprigionato da un libraio di nome Ken Sanders. Quando venne conosciuto il fatto la giornalista Allison Hoover Bartlett di ... (continue)

    Tra il 1999 e il 2003 un certo John Gilkey usò una dozzina di carte di credito per rubare libri rari per un valore di centinaia di migliaia di dollari prima che fosse scoperto e imprigionato da un libraio di nome Ken Sanders. Quando venne conosciuto il fatto la giornalista Allison Hoover Bartlett dichiarò che " questa non è soltanto la storia di diversi crimini ma anche quella del rapporto intimo e complesso che si stabilisce tra i libri e alcune persone". In questo caso mi sembra che sia chiamata in causa quella patologia che va sotto il nome di bibliomania alla quale chi scrive si sente di appartenere.

    Andiamo per ordine e mettiamo le carte in tavola. Mi rivolgo subito a tutti i lettori di libri e quindi eventuali visitatori di questo posto: chi di voi si sente senza peccato in condizione cioè di potere lanciare la prima pietra alzi la mano. Voglio dire: chi di voi non ha mai rubato un libro? Direttamente dagli scaffali di una libreria oppure dal bancone di una rivendita? Chi di voi non ha mai messo sotto la sua giacca un libro sfilandolo dagli scaffali dell’anticamera di uno studio in attesa di essere ricevuti? Chi ancora non ha fatto lo stesso infame gesto dagli scaffali della libreria di un caro, carissimo amico fregandogli quel volume a cui si teneva tanto? Chi non ha mai creduto opportuno non restituire quel libro a quell’amico con la precisa pur se non dichiarata intenzione di appropriarsene? Potrei continuare all’infinito su questa mania da definire “libromania furtiva” per spiegare che il male c’è, non va combattuto, ma forse va capito e spiegato, non tanto a chi i libri li legge, li custodisce e li “ruba”, ma anche e sopratutto a chi di questi stessi libri non se ne interessa affatto, non li legge e non li ruba.

    La giornalista Allison Hoover Bartlett ci ha imbastito una storia su que fatto di cronaca scrivendoci un libro. Il titolo abbastanza lungo sembra voler essere esplicativo. Forse lo è, ma non risulta affatto probativo. Non prova per niente, a mio parere, che i fatti di cronaca usati ed i relativi attori personaggi siano probanti, adatti cioè a provare che tutto cioè sia frutto di una infatuazione letteraria: “L’uomo che amava troppo i libri. la vera storia di un ladro, un detective e di una ossessione letteraria mondiale”.

    La scrittrice inizia la sua ricerca da queste due persone, il ladro e il libraio, per arrivare alla conclusione che il troppo amore per i libri può condurre alla follia. Fa diversi esempi di questa mania che vanno dal semplice eccentrico al sociopata, dal professore che nello stato del Nebraska si costrinse a dormire in una culla in cucina per fare spazio alle sue 90 tonnellate di libri di cui la sua casa era ricolma, al monaco spagnolo il quale nel 19 secolo strangolò un uomo e ne pugnalò altri nove per svaligiare le loro biblioteche.

    L’autrice descrive esilaranti scenette di vera e lucida bibliomania. Ma, a dire il vero, non riesce a dare una risposta convincente alla sua domanda iniziale: che cosa è esattamente che fa scattare in una persona l’idea di rubare libri. Dai colloqui che lei fa con l’autore di questi crimini compiuti falsificando tante carte di credito, viene fuori il fatto che John Gilkey, da ragazzo, si allenava a fare furti di carte per comprarsi di tutto falsificando tutti gli acquisti, come ad esempio viaggi in aereo, orologi, una pizza in osteria, una firma di assegno fino ad arrivare poi ai libri. Si deve allora concludere che lui non è un bibliomaniaco, ma un cleptomane, forse un “bibliocleptomane”. Se bibliomane è, lo fu per i libri che avevano un alto valore economico per rarità e pregio nel mondo del collezionismo. Da qui a pensare che la sua fosse soltanto una sorta di “ossessione letteraria” ne passa.

    Se questo aspetto personale circa la figura del ladro andava messo in evidenza, non va trascurato anche quello riguardante il detective, l’antagonista della storia, il libraio Ken Sanders, “astuto libraio antiquario” come lui stesso si definisce. Egli investigava in questa veste non tanto per scovare il crimine in oggetto, quanto il fatto che egli agiva nella veste di presidente addetto alla sicurezza dell’Associazione dei Librai Americani. Suo compito era quindi quello di proteggere i membri da furti e illegalità. Un’azione quanto mai interessata che del resto svolge piuttosto comodamente se si pensa che spedisce soltanto delle email.

    Quale morale trarre allora da questo fatto di cronaca che diventa libro che parla della mania del libri? Quella che non mi stanco mai di affermare ogni volta che me ne capita l’occasione di parlo: ogni uomo è un libro. Ogni uomo ha diritto a raccontare la propria storia. Che questa storia sia vera o immaginaria conta poco. l’importante è che la si scriva, la si legga, la si faccia conoscere specialmente a chi non vuole e non intende leggere libri. Si faccia capire a questa gente che anche loro hanno una loro storia che merita di essere conosciuta. Alla luce di tutto ciò nessuno può sottarsi a questa “mania” che è quella di leggere e scrivere.

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Cover of Ideas That Matter
  • Le idee che contano nel XXI secolo

    Ho comprato questo libro, scritto da un autorevole professore e filosofo inglese perchè, come spesso accade, sono solo gli inglesi ad essere capaci di tastare il polso delle cose che contano al mondo. Questo volume è la celebrazione della forza delle idee espresse da uno scrittore, che è anche un ac ... (continue)

    Ho comprato questo libro, scritto da un autorevole professore e filosofo inglese perchè, come spesso accade, sono solo gli inglesi ad essere capaci di tastare il polso delle cose che contano al mondo. Questo volume è la celebrazione della forza delle idee espresse da uno scrittore, che è anche un accreditato pensatore, con l'intenzione di stabilire quali sono le idee che contano e conteranno nel ventunesimo secolo. Idee che lui, da ateo, anzi "umanista-naturalista" quale si definisce, ritiene possano cambiare il mondo.

    Una vecchia utopia questa: cambiare gli uomini per cambiare il mondo. Tanti scrittori, poeti, scienziati, politici, re e imperatori, dittatori o rivoluzionari, nel corso dei secoli hanno tentato l’ardua impresa, sempre “in progress” come dicono gli anglosassoni. A. C. Grayling non è da meno e lo fa con grande stile, con ragionevolezza, in maniera quanto mai chiara e concisa, anche elegante e sintetica, come si addice ad un gentleman inglese. Le sue parole sono il suo biglietto da visita, lo specchio del suo pensiero. Le parole-chiave che ha scelto per costruire il futuro e stabilire ciò che conta per i prossimi anni sono esattamente 130. Vanno da “assolutismo” a “zeitgeitst”, passando per l’aristocrazia e il big bang, il concetto di classe e il comunismo, il consumerismo e l’etnocentrismo, il futuro e i diritti umani, il marxismo e il multiculturalismo, la psicoanalisi e le neuroscienze, la rivoluzione scientifica e la sociobiologia, il vegetarianismo e la xenofobia. Un trattamento speciale, suddiviso in varie voci, viene dato alla religione ed ai suoi concetti collegati. La religione cattolica occupa un posto centrale.

    Queste parole del libro sono occasioni per riflettere, illuminano il lettore con chiarezza e sintesi. Un ordinato e preciso sistema per interpretare il mondo nel suo tempo trascorso, cercando di costruire il futuro dopo di avere letto ed interpretato il presente. Compito affatto facile e scontato, guidare il lettore del ventunesimo secolo, viaggiatore nel terzo millennio nel caos delle teorie e dei progetti sia a livello locale che planetario.

    Ogni parola trattata porta ad altre parole correlate consultabili per approfondimenti ed intrecci. Alla fine del libro c’è una sintetica bibliografia organizzata sotto voci di contenimento quali ad esempio religione, scienze, politica società e così via. C’è anche una bibliografia aggiuntiva ma solo indicativa per approfondimenti. C’è da dire che Grayling, come tutti i veri pensatori liberi, non è imparziale specialmente per quanto riguarda le idee sulla religione, tutte le religioni in genere. Il suo è un dissenso cortese anche se fortemente manifestato. Egli insiste nel ritenere che le religioni non vanno prese sul serio come esse stesse intendono essere considerate. In questo contesto egli si definisce non “ateo”, come invece si ama definire chi è praticante di qualche religione. Grayling preferisce piuttosto ritenersi un “umanista-naturalista”.

    A dire il vero sul suo sito egli indirettamente afferma di avere scritto e pubblicato diversi libri di filosofia e di altri argomenti tra i quali una biografia di William Hazlitt ed una raccolta di saggi. Per diversi anni è stato opinionista sul Guardian. E’ critico regolare della rivista letteraria Literary Review e il Financial Times. Ha scritto anche per giornali quali Observer, Economist, Times Literary Supplement, Independent on Sunday e New Statesman. Trasmette di frequente alla BBC, Radio 4 e 3, oltre al BBC World Service. E’ inoltre il direttore della rivista Online Review London e collabora per la rivista Prospect. Poi è ancora membro editoriale di diversi giornali accademici e per circa dieci anni è stato segretario dell’Associazioe Filosofica Britannica e della Società Aristotelica. E’ stato anche Presidente dell’Associazione June Fourth sui Diritti Umani in Cina ed ha preso parte a iniziative dell’ONU sui Diritti Umani.

    Un curriculo del genere non può non caratterizzare in maniera precisa tutto ciò che scrive. Il lettore può così sapere in anticipo da che parte sta un pensatore del genere. Resta comunque certo il fatto che A. C. Greyling sa quello che dice e lo scrive in maniera egregia. Quest’ultimo suo libro è senza dubbio uno strumento quanto mai utile se non idispensabile per avere le chiavi del futuro.

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    Posted on Oct 28, 2009 | Add your feedback

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