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La vera malattia è l'ingenuità
Un libro malarico. Frammentato, a partire dalle frasi e dallo stile dell'autore. Pressocchè privo di dialoghi diretti, è una sorta di lungo dialogo della semi-protagonista con se stessa, con le proprie memorie, la propria coscienza. Il romanzo di una vita spesa in funzione di un fratello, di cui la ... (continue)
Un libro malarico. Frammentato, a partire dalle frasi e dallo stile dell'autore. Pressocchè privo di dialoghi diretti, è una sorta di lungo dialogo della semi-protagonista con se stessa, con le proprie memorie, la propria coscienza. Il romanzo di una vita spesa in funzione di un fratello, di cui la protagonista è pateticamente e banalmente innamorata. Fratello che, altrettanto pateticamente e banalmente, rimarrà legato ad una donna alternativa, marcia, quasi crudele. Per fortuna il fratello perbene ma che vuole divenire un pittore maledetto si riscatta nel finale.
Un libro sempre sul filo dell'ambiguità che gioca con le apparenze, con ciò che ci piace credere, con ciò che vorremmo che fosse.
Un libro claustrofobico, cupo, malarico ho detto. Rende benissimo i sentimenti dei personaggi, lo stallo, il marcio, l'afa in cui vivono, la disperazione in cui annegano.
Penso che questo libro abbia tantissimo da dire e tanto da insegnare sulla (debole) psiche umana, ma un pò per lo stile che non mi piace (secco, frammentato, malato), un pò perchè l'ho letto senza impegno e con diffidenza, credo di essermi persa gran parte di questo libro.
Sicuramente, per farmi un'idea migliore dell'autore, leggerò altro di lui. Una prima impressione cautamente positiva. E non è poco ;)
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