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Cavalli selvaggi
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Cormac McCarthy è proprio un tipo strano.
Se ne sta rintanato nel Texas, scrive romanzi a base di cow boy, e parla poco, molto poco.
Insomma, che t'aspetteresti da uno così? Libri per appassionati di Leone e Peckinpah, al massimo qualcosa di vicino a "Balla coi lupi"...
E invece... E invece ti metti ... (continue)
Cormac McCarthy è proprio un tipo strano.
Se ne sta rintanato nel Texas, scrive romanzi a base di cow boy, e parla poco, molto poco.
Insomma, che t'aspetteresti da uno così? Libri per appassionati di Leone e Peckinpah, al massimo qualcosa di vicino a "Balla coi lupi"...
E invece... E invece ti metti lì a leggere il suo libro più famoso, "Cavalli selvaggi", e scopri che quello è un libro che parla anche di te.
La storia in fondo è semplice: anni '40. John Grady Cole è un ragazzo texano di sedici anni che decide, insieme al cugino, di andarsene in Messico, dove i due potranno coronare il loro sogno di essere veri cowboy, in un mondo in cui il progresso non ha ancora attecchito e corrotto l'uomo. E così i due partono per un viaggio che li porterà sì alla loro terra promessa, che ben presto si dimostrerà tutt'altro rispetto all'Eden sognato.
A prima vista una storia che non ha niente a che fare con l'italiota medio... e chi l'ha mai vista qua, la Mesa?
Eppure... eppure guardi al di là di tutto questo, e ti accorgi che il romanzo parla di una persona che fa solo quello che fanno tutti: cerca il proprio posto. Lo cerca in un mondo ostile, che non sente suo, che non gli appartiene (e a cui non appartiene). E proprio a queste persone è dedicato il libro, per loro è scritto: per chi non si rassegna e continua a cercare il proprio mondo, a dispetto di tutto e di tutti.
Anche a costo del prezzo più alto: accettare che possa non esistere.
È un libro duro, lo stile di McCarthy è asciutto ma mai povero, ma soprattutto è un libro "vero", dalla prima all'ultima parola.
Consigliato.
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