Recensione + intervista all'autore, pubb. su Slowfood
Peter Singer è un filosofo australiano, docente di bioetica presso lo University Center for Human Values della Princeton University e pioniere del movimento per i diritti animali. Nel 2005 la rivista Time l’ha annoverato tra le cento personalità più influenti della scena mondiale. Jim Mason è avvoca
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Peter Singer è un filosofo australiano, docente di bioetica presso lo University Center for Human Values della Princeton University e pioniere del movimento per i diritti animali. Nel 2005 la rivista Time l’ha annoverato tra le cento personalità più influenti della scena mondiale. Jim Mason è avvocato, giornalista, ambientalista, quinta generazione di una famiglia di allevatori e agricoltori del Missouri, costretta a cedere il passo allo stra-potere degli allevamenti industriali. La loro collaborazione risale al 1980, quando fu dato alle stampe Animal Factories, opera seminale dedicata al tema degli allevamenti industriali, che riscosse un grande interesse mediatico e suscitò un’ondata di polemiche sull’argomento. L’ultimo loro lavoro, focalizzato sulle Conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, prende le mosse da un nuovo, diffuso, interesse verso il cibo quotidiano da parte dei consumatori. Sta a dimostrarlo, ad esempio, la sempre maggiore attenzione verso il biologico, verso i prodotti locali, verso gli alimenti del commercio equo: «Sempre di più la gente considera le proprie scelte alimentari come una forma di azione politica». Tuttavia, la strada da percorrere resta molta, negli Stati Uniti più che in Europa. Singer e Mason hanno seguito tre famiglie, riconducibili a tre modelli alimentari – i fautori della dieta americana standard, gli “onnivori coscienziosi” e i vegani – e ne hanno scandagliato i carrelli della spesa per poi visitare, letteralmente, allevamenti di polli («per ampiezza e gravità, l’esempio più grave e sistematico della crudeltà umana nei confronti di un altro animale senziente», John Webster in Animal Welfare: A Cool Eye Towards Eden), galline, vacche e vitelli, scrofe e maiali, pesci… Le conclusioni cui pervengono non sono affatto scontate e, per certi versi, radicali. Se, infatti, l’attacco agli allevamenti industriali appare prevedibile o quantomeno conseguente alle analisi condotte sul campo, più sorprendente, forse, è il porre sullo stesso piano carnivori e vegetariani, se la valutazione delle scelte alimentari è fatta nell’ottica dell’umanità, della compassione. La posizione espressa è chiara: chi non è d’accordo con l’uccisione degli animali non può limitarsi a eliminare la carne dalla propria dieta, continuando a mangiare uova e latticini. Le galline ovaiole e le mucche da latte sono infatti sottoposte a un livello di stress e di sofferenza che eguaglia quello di polli e maiali. Ad esempio, anche un sistema di certificazione come quello definito dall’Humane Farm Animal Care, dove gli standard riferiti alle galline ovaiole occupano ben 22 pagine, si rivela sotto certi aspetti carente poiché permette il debeccaggio, non prevede che gli animali abbiano un accesso all’aperto e non stabilisce regole sul loro trasporto al macello o sulle pratiche di macellazione. Va detto, tuttavia, che tali standard risultano molto più “umani” di quelli presupposti dal sigillo Animal Care Certified che consentono, fra l’altro, che a ogni gallina sia assegnato uno spazio inferiore a un foglio A4 (tra i 310 e i 465 cm2), la cauterizzazione del becco senza anestesia, l’induzione forzata della muta per accelerare la produttività dei volatili… Gli autori, tuttavia, riconoscono che la dieta vegana è una scelta auspicabile ma non facile – sebbene non impossibile, vista la sempre maggiore disponibilità di alimenti sostitutivi – né per tutti. Un sentire condiviso, invece, dovrebbe essere il comportamento etico che determina ogni singola scelta alimentare, di cui vanno valutate le conseguenze e il loro influsso su noi stessi, sul pianeta e sugli altri. I princìpi che devono governare tali scelte, senza sfociare nel fanatismo, sono – oltre all’umanità e non diversamente da quanto Slow Food sostiene da tempo – la trasparenza (abbiamo il diritto di sapere come viene prodotto il nostro cibo), l’equità (la produzione alimentare non deve imporre costi su terzi), la responsabilità sociale (ai lavoratori vanno garantiti un salario adeguato e condizioni di lavoro dignitose). Come mangiamo è uno dei libri che, ultimamente, ha messo in maggiore rilievo l’impatto del consumo del cibo e della sua produzione sul nostro pianeta ed è un libro che ai leciti motivi di preoccupazione e d’allarme affianca un messaggio positivo e ottimistico. Possiamo fare scelte migliori. È necessario.
Professor Singer, sono trascorsi quasi 20 anni dalla stesura del libro Animal Factories. Può riassumere brevemente se, visto il clamore suscitato da questo libro, vi sono stati cambiamenti significativi nei sistemi di allevamento? Diversamente, quali sono le motivazioni principali che non hanno introdotto un radicale cambio di coscienza? Sono felice di poter affermare che ci sono stati molti cambiamenti, principalmente in Europa ma anche negli Stati Uniti e in altri paesi. In Europa vengono modificate tutte le forme peggiori e più offensive di allevamento industriale; vengono gradualmente introdotte nuove leggi che prescrivono di dare ai vitelli e alle scrofe gravide come minimo lo spazio per muoversi un po’ e girarsi. Le galline devono avere più spazio e disporre di un posto in cui deporre le uova. Queste leggi apporteranno miglioramenti per centinaia di milioni di animali in tutta l’Unione Europea. Negli Stati Uniti e in Canada, i maggiori allevatori di suini hanno stabilito di eliminare i box individuali per le scrofe e in Florida e in Arizona i cittadini hanno votato per mettere al bando i box per le scrofe. Si è verificato inoltre un forte cambiamento di coscienza: i consumatori conoscono meglio gli allevamenti industriali e un numero crescente di loro opta per prodotti animali biologici.
Nel capitolo introduttivo, e poi altrove nel libro, lei e Mason mettete in luce come in Europa vi sia una maggiore consapevolezza rispetto agli Stati Uniti in fatto di scelte alimentari. Può riassumere quali siano gli indicatori di tale consapevolezza? Come ho detto testè, i consumatori si rivolgono in misura crescente a cibi prodotti biologicamente. In Inghilterra il movimento dei consumatori contro le uova di galline tenute in gabbia è così forte che alcune importanti catene di supermercati non vendono più quel tipo di uova.
Riteniamo sia molto importante sottolineare come gli alimenti a basso costo, acquistati ad esempio presso la catena Wal Mart, non offrano in realtà un vero risparmio. Può indicarci, tramite un esempio, alcuni dei costi “nascosti” di un alimento, dai problemi ambientali a quelli sociali? Il cibo può costare poco alla cassa del supermercato, ma in realtà costa molto perché i costi reali sono scaricati su altri. Per esempio, un allevamento industriale può inquinare i fiumi tanto che non è più possibile pescare in quei fiumi, ma la perdita subita da chi andava a pesca non è inclusa nel prezzo che i consumatori pagano. Altri costi possono essere scaricati sui vicini, costretti a sopportare miasmi terribili, e su tutto il mondo, perché i prodotti dell’allevamento industriale incorporano molto combustibile fossile e quindi contribuiscono al cambiamento climatico.
Leggendo il suo libro, sembra che l’unica conclusione davvero etica prospettata sia quella della dieta vegana. In effetti, per chi sceglie di percorrere questa strada, le difficoltà da affrontare sono minori rispetto a qualche anno fa ma, tuttavia, quale ritiene sia l’atteggiamento comune più diffuso nei confronti dei vegani? La dieta vegetaliana, in particolare l’acquisto di cibi vegetali prodotti biologicamente, risolve più di ogni altra i problemi etici relativi alla nutrizione. Ma riconosco che non è per tutti, e ci vorrà molto tempo prima che si diffonda. Non voglio quindi dare l’impressione che sia l’unica soluzione per nutrirsi in modo etico. Il solo fatto di evitare i prodotti dell’allevamento industriale è un grande passo avanti nella direzione giusta, anche se si continua a mangiare una quantità moderata di prodotti di animali allevati biologicamente, portati al pascolo.
Può delineare, brevemente, quali siano i vantaggi etici del “mangiare locale” e quali, invece, i possibili “inganni”? Mangiare prodotti locali rafforza il rapporto tra i consumatori e i produttori e contribuisce a salvaguardare le fattorie a conduzione familiare. Può inoltre ridurre le emissioni di carbonio perché il cibo non deve percorrere tanta strada. Ma, ad esempio, se si producono pomodori in serre riscaldate in un clima freddo, anziché farli arrivare da un luogo più caldo in cui li si può coltivare senza dover riscaldare, allora potrebbe verificarsi un consumo di combustibile fossile per il prodotto locale superiore a quello per il prodotto importato. Dipende tutto dalle circostanze particolari.
E il commercio equo, invece, quali vantaggi produce, principalmente? Il commercio equo contribuisce a far sì che i piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo possano continuare la loro attività, ricevendo per ciò che producono un prezzo che permette di nutrire, vestire ed educare le loro famiglie. Inoltre, rafforza le comunità in quanto in moltissimi casi una parte del denaro va alla comunità o alla cooperativa che i produttori costituiscono.
Secondo lei è possibile adottare delle scelte etiche che non ci portino, al contempo, a essere ossessionati dal cibo? Esiste la ricetta giusta per rispettare gli animali, l’ambiente e i diritti dei lavoratori senza diventare fanatici? Se sì, qual è? È assolutamente possibile! Bisogna sempre ricordare che il mondo è imperfetto e che vogliamo renderlo migliore, sicché qualunque cambiamento nella direzione giusta è di aiuto: più facciamo meglio è. Ma non si tratta di una religione, non è questione di purezza personale, sicché non dobbiamo preoccuparci della nostra perfezione morale. Dobbiamo solo fare del nostro meglio per minimizzare il nostro impatto negativo sugli animali, sull’ambiente e su chi lavora. Dopo di che, godetevi il cibo che mangiate!
Maicol&Mirco e i loro babaci, Paper Resistance e le sue manette, e, su tutti, il tenero micio del signor Nanni, che si annoia (il micio, non il Signor Nanni).
Se Elisabetta II diventasse una divoratrice di libri
«Ho teso la mano guantata di bianco a mani grondanti di sangue e conversato amabilmente con uomini che avevano trucidato bambini. Su richiesta dei miei vari governi sono stata costretta a acconsentire, seppure passivamente, a decisioni a mio parere avventate e spesso ignobili. A volte mi sono sentit
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«Ho teso la mano guantata di bianco a mani grondanti di sangue e conversato amabilmente con uomini che avevano trucidato bambini. Su richiesta dei miei vari governi sono stata costretta a acconsentire, seppure passivamente, a decisioni a mio parere avventate e spesso ignobili. A volte mi sono sentita come una candela mangiafumo mandata qua e là per profumare delle dittature: al giorno d'oggi la monarchia è solo un deodorante governativo. Io sono la regina d'Inghilterra, ma negli ultimi cinquant'anni me ne sono vergognata spesso». A parlare così è Elisabetta II. Non quella reale ovviamente, ma la sua versione letteraria, protagonista a sorpresa del nuovo strepitoso romanzo breve di Alan Bennett, lo scrittore inglese diventato famoso per "La pazzia di Re Giorgio" (anche un film di Nicholas Hytner) e per una serie di piccoli e indimenticabili capolavori di puro humour britannico come "Nudi e crudi" o "La cerimonia del massaggio". In questa sua ultima opera racconta, con ironia ed affetto, di come la sovrana inglese scopra in modo casuale il piacere della lettura, diventando in breve una divoratrice di libri di ogni genere. Con imprevedibili ripercussioni sui rituali di corte e sulle sue opinioni fino al geniale "coup de théâtre" finale. Un libro che non può mancare nelle letture di chi ha amato recentemente il film "The Queen" di Stephen Frears dove, interpretata dal premio Oscar Helen Mirren, la Regina faceva intravedere, tra finzione e realtà, lampi d'indimenticabile umanità.
Interessante. Divertente. Accattivante. Una visione un po' ribaltata del mondo consueto, dove l'imprenditore di destra gabba i poveri lavoratori di sinistra. Ecco, a quest'uomo qui ne sono capitate di cotte e di crude, ma davvero... Ma è l'ironia con cui le disavventure sono narrate il suo punto di
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Interessante. Divertente. Accattivante. Una visione un po' ribaltata del mondo consueto, dove l'imprenditore di destra gabba i poveri lavoratori di sinistra. Ecco, a quest'uomo qui ne sono capitate di cotte e di crude, ma davvero... Ma è l'ironia con cui le disavventure sono narrate il suo punto di forza.
Come mangiamo
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Recensione + intervista all'autore, pubb. su SlowfoodPeter Singer è un filosofo australiano, docente di bioetica presso lo University Center for Human Values della Princeton University e pioniere del movimento per i diritti animali. Nel 2005 la rivista Time l’ha annoverato tra le cento personalità più influenti della scena mondiale.continue)
Jim Mason è avvoca ... (
Peter Singer è un filosofo australiano, docente di bioetica presso lo University Center for Human Values della Princeton University e pioniere del movimento per i diritti animali. Nel 2005 la rivista Time l’ha annoverato tra le cento personalità più influenti della scena mondiale.
Jim Mason è avvocato, giornalista, ambientalista, quinta generazione di una famiglia di allevatori e agricoltori del Missouri, costretta a cedere il passo allo stra-potere degli allevamenti industriali.
La loro collaborazione risale al 1980, quando fu dato alle stampe Animal Factories, opera seminale dedicata al tema degli allevamenti industriali, che riscosse un grande interesse mediatico e suscitò un’ondata di polemiche sull’argomento. L’ultimo loro lavoro, focalizzato sulle Conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, prende le mosse da un nuovo, diffuso, interesse verso il cibo quotidiano da parte dei consumatori. Sta a dimostrarlo, ad esempio, la sempre maggiore attenzione verso il biologico, verso i prodotti locali, verso gli alimenti del commercio equo: «Sempre di più la gente considera le proprie scelte alimentari come una forma di azione politica». Tuttavia, la strada da percorrere resta molta, negli Stati Uniti più che in Europa.
Singer e Mason hanno seguito tre famiglie, riconducibili a tre modelli alimentari – i fautori della dieta americana standard, gli “onnivori coscienziosi” e i vegani – e ne hanno scandagliato i carrelli della spesa per poi visitare, letteralmente, allevamenti di polli («per ampiezza e gravità, l’esempio più grave e sistematico della crudeltà umana nei confronti di un altro animale senziente», John Webster in Animal Welfare: A Cool Eye Towards Eden), galline, vacche e vitelli, scrofe e maiali, pesci…
Le conclusioni cui pervengono non sono affatto scontate e, per certi versi, radicali. Se, infatti, l’attacco agli allevamenti industriali appare prevedibile o quantomeno conseguente alle analisi condotte sul campo, più sorprendente, forse, è il porre sullo stesso piano carnivori e vegetariani, se la valutazione delle scelte alimentari è fatta nell’ottica dell’umanità, della compassione. La posizione espressa è chiara: chi non è d’accordo con l’uccisione degli animali non può limitarsi a eliminare la carne dalla propria dieta, continuando a mangiare uova e latticini. Le galline ovaiole e le mucche da latte sono infatti sottoposte a un livello di stress e di sofferenza che eguaglia quello di polli e maiali. Ad esempio, anche un sistema di certificazione come quello definito dall’Humane Farm Animal Care, dove gli standard riferiti alle galline ovaiole occupano ben 22 pagine, si rivela sotto certi aspetti carente poiché permette il debeccaggio, non prevede che gli animali abbiano un accesso all’aperto e non stabilisce regole sul loro trasporto al macello o sulle pratiche di macellazione. Va detto, tuttavia, che tali standard risultano molto più “umani” di quelli presupposti dal sigillo Animal Care Certified che consentono, fra l’altro, che a ogni gallina sia assegnato uno spazio inferiore a un foglio A4 (tra i 310 e i 465 cm2), la cauterizzazione del becco senza anestesia, l’induzione forzata della muta per accelerare la produttività dei volatili…
Gli autori, tuttavia, riconoscono che la dieta vegana è una scelta auspicabile ma non facile – sebbene non impossibile, vista la sempre maggiore disponibilità di alimenti sostitutivi – né per tutti. Un sentire condiviso, invece, dovrebbe essere il comportamento etico che determina ogni singola scelta alimentare, di cui vanno valutate le conseguenze e il loro influsso su noi stessi, sul pianeta e sugli altri. I princìpi che devono governare tali scelte, senza sfociare nel fanatismo, sono – oltre all’umanità e non diversamente da quanto Slow Food sostiene da tempo – la trasparenza (abbiamo il diritto di sapere come viene prodotto il nostro cibo), l’equità (la produzione alimentare non deve imporre costi su terzi), la responsabilità sociale (ai lavoratori vanno garantiti un salario adeguato e condizioni di lavoro dignitose).
Come mangiamo è uno dei libri che, ultimamente, ha messo in maggiore rilievo l’impatto del consumo del cibo e della sua produzione sul nostro pianeta ed è un libro che ai leciti motivi di preoccupazione e d’allarme affianca un messaggio positivo e ottimistico. Possiamo fare scelte migliori. È necessario.
Professor Singer, sono trascorsi quasi 20 anni dalla stesura del libro Animal Factories. Può riassumere brevemente se, visto il clamore suscitato da questo libro, vi sono stati cambiamenti significativi nei sistemi di allevamento? Diversamente, quali sono le motivazioni principali che non hanno introdotto un radicale cambio di coscienza?
Sono felice di poter affermare che ci sono stati molti cambiamenti, principalmente in Europa ma anche negli Stati Uniti e in altri paesi. In Europa vengono modificate tutte le forme peggiori e più offensive di allevamento industriale; vengono gradualmente introdotte nuove leggi che prescrivono di dare ai vitelli e alle scrofe gravide come minimo lo spazio per muoversi un po’ e girarsi. Le galline devono avere più spazio e disporre di un posto in cui deporre le uova. Queste leggi apporteranno miglioramenti per centinaia di milioni di animali in tutta l’Unione Europea. Negli Stati Uniti e in Canada, i maggiori allevatori di suini hanno stabilito di eliminare i box individuali per le scrofe e in Florida e in Arizona i cittadini hanno votato per mettere al bando i box per le scrofe. Si è verificato inoltre un forte cambiamento di coscienza: i consumatori conoscono meglio gli allevamenti industriali e un numero crescente di loro opta per prodotti animali biologici.
Nel capitolo introduttivo, e poi altrove nel libro, lei e Mason mettete in luce come in Europa vi sia una maggiore consapevolezza rispetto agli Stati Uniti in fatto di scelte alimentari. Può riassumere quali siano gli indicatori di tale consapevolezza?
Come ho detto testè, i consumatori si rivolgono in misura crescente a cibi prodotti biologicamente. In Inghilterra il movimento dei consumatori contro le uova di galline tenute in gabbia è così forte che alcune importanti catene di supermercati non vendono più quel tipo di uova.
Riteniamo sia molto importante sottolineare come gli alimenti a basso costo, acquistati ad esempio presso la catena Wal Mart, non offrano in realtà un vero risparmio. Può indicarci, tramite un esempio, alcuni dei costi “nascosti” di un alimento, dai problemi ambientali a quelli sociali?
Il cibo può costare poco alla cassa del supermercato, ma in realtà costa molto perché i costi reali sono scaricati su altri. Per esempio, un allevamento industriale può inquinare i fiumi tanto che non è più possibile pescare in quei fiumi, ma la perdita subita da chi andava a pesca non è inclusa nel prezzo che i consumatori pagano. Altri costi possono essere scaricati sui vicini, costretti a sopportare miasmi terribili, e su tutto il mondo, perché i prodotti dell’allevamento industriale incorporano molto combustibile fossile e quindi contribuiscono al cambiamento climatico.
Leggendo il suo libro, sembra che l’unica conclusione davvero etica prospettata sia quella della dieta vegana. In effetti, per chi sceglie di percorrere questa strada, le difficoltà da affrontare sono minori rispetto a qualche anno fa ma, tuttavia, quale ritiene sia l’atteggiamento comune più diffuso nei confronti dei vegani?
La dieta vegetaliana, in particolare l’acquisto di cibi vegetali prodotti biologicamente, risolve più di ogni altra i problemi etici relativi alla nutrizione. Ma riconosco che non è per tutti, e ci vorrà molto tempo prima che si diffonda. Non voglio quindi dare l’impressione che sia l’unica soluzione per nutrirsi in modo etico. Il solo fatto di evitare i prodotti dell’allevamento industriale è un grande passo avanti nella direzione giusta, anche se si continua a mangiare una quantità moderata di prodotti di animali allevati biologicamente, portati al pascolo.
Può delineare, brevemente, quali siano i vantaggi etici del “mangiare locale” e quali, invece, i possibili “inganni”?
Mangiare prodotti locali rafforza il rapporto tra i consumatori e i produttori e contribuisce a salvaguardare le fattorie a conduzione familiare. Può inoltre ridurre le emissioni di carbonio perché il cibo non deve percorrere tanta strada. Ma, ad esempio, se si producono pomodori in serre riscaldate in un clima freddo, anziché farli arrivare da un luogo più caldo in cui li si può coltivare senza dover riscaldare, allora potrebbe verificarsi un consumo di combustibile fossile per il prodotto locale superiore a quello per il prodotto importato. Dipende tutto dalle circostanze particolari.
E il commercio equo, invece, quali vantaggi produce, principalmente?
Il commercio equo contribuisce a far sì che i piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo possano continuare la loro attività, ricevendo per ciò che producono un prezzo che permette di nutrire, vestire ed educare le loro famiglie. Inoltre, rafforza le comunità in quanto in moltissimi casi una parte del denaro va alla comunità o alla cooperativa che i produttori costituiscono.
Secondo lei è possibile adottare delle scelte etiche che non ci portino, al contempo, a essere ossessionati dal cibo? Esiste la ricetta giusta per rispettare gli animali, l’ambiente e i diritti dei lavoratori senza diventare fanatici? Se sì, qual è?
È assolutamente possibile! Bisogna sempre ricordare che il mondo è imperfetto e che vogliamo renderlo migliore, sicché qualunque cambiamento nella direzione giusta è di aiuto: più facciamo meglio è. Ma non si tratta di una religione, non è questione di purezza personale, sicché non dobbiamo preoccuparci della nostra perfezione morale. Dobbiamo solo fare del nostro meglio per minimizzare il nostro impatto negativo sugli animali, sull’ambiente e su chi lavora. Dopo di che, godetevi il cibo che mangiate!
La colazione dei campioni
Kilgore Trout ovvero come scrivere di fantascienza e finire con tope spalancate in copertina. Un libro illuminante. Per le illustrazioni soprattutto.
Resistenze
Maicol&Mirco e i loro babaci, Paper Resistance e le sue manette, e, su tutti, il tenero micio del signor Nanni, che si annoia (il micio, non il Signor Nanni).
La sovrana lettrice
«Ho teso la mano guantata di bianco a mani grondanti di sangue e conversato amabilmente con uomini che avevano trucidato bambini. Su richiesta dei miei vari governi sono stata costretta a acconsentire, seppure passivamente, a decisioni a mio parere avventate e spesso ignobili. A volte mi sono sentit ... (continue)
«Ho teso la mano guantata di bianco a mani grondanti di sangue e conversato amabilmente con uomini che avevano trucidato bambini. Su richiesta dei miei vari governi sono stata costretta a acconsentire, seppure passivamente, a decisioni a mio parere avventate e spesso ignobili. A volte mi sono sentita come una candela mangiafumo mandata qua e là per profumare delle dittature: al giorno d'oggi la monarchia è solo un deodorante governativo. Io sono la regina d'Inghilterra, ma negli ultimi cinquant'anni me ne sono vergognata spesso». A parlare così è Elisabetta II. Non quella reale ovviamente, ma la sua versione letteraria, protagonista a sorpresa del nuovo strepitoso romanzo breve di Alan Bennett, lo scrittore inglese diventato famoso per "La pazzia di Re Giorgio" (anche un film di Nicholas Hytner) e per una serie di piccoli e indimenticabili capolavori di puro humour britannico come "Nudi e crudi" o "La cerimonia del massaggio".
In questa sua ultima opera racconta, con ironia ed affetto, di come la sovrana inglese scopra in modo casuale il piacere della lettura, diventando in breve una divoratrice di libri di ogni genere. Con imprevedibili ripercussioni sui rituali di corte e sulle sue opinioni fino al geniale "coup de théâtre" finale. Un libro che non può mancare nelle letture di chi ha amato recentemente il film "The Queen" di Stephen Frears dove, interpretata dal premio Oscar Helen Mirren, la Regina faceva intravedere, tra finzione e realtà, lampi d'indimenticabile umanità.
Volevo solo vendere la pizza
Interessante. Divertente. Accattivante. Una visione un po' ribaltata del mondo consueto, dove l'imprenditore di destra gabba i poveri lavoratori di sinistra. Ecco, a quest'uomo qui ne sono capitate di cotte e di crude, ma davvero... Ma è l'ironia con cui le disavventure sono narrate il suo punto di ... (continue)
Interessante. Divertente. Accattivante. Una visione un po' ribaltata del mondo consueto, dove l'imprenditore di destra gabba i poveri lavoratori di sinistra. Ecco, a quest'uomo qui ne sono capitate di cotte e di crude, ma davvero... Ma è l'ironia con cui le disavventure sono narrate il suo punto di forza.