C'è voluta la crisi, così almeno ho cominciato a leggere i libri di casa, comprati a perdere durante le vacche grasse. E c'è voluta lunga, perché prima di decidermi ad aprire "Il Gattopardo", ce ne ho messo, di tempo. Troppo vissuto in anteprima: con la citazione ossessiva e ubiqua: "Bisogna che tut
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C'è voluta la crisi, così almeno ho cominciato a leggere i libri di casa, comprati a perdere durante le vacche grasse. E c'è voluta lunga, perché prima di decidermi ad aprire "Il Gattopardo", ce ne ho messo, di tempo. Troppo vissuto in anteprima: con la citazione ossessiva e ubiqua: "Bisogna che tutto cambi, perchè nulla cambi": e va bene, ma che palle.
Con il lodatissimo Visconti e il ballo e la Cardinale e Burt Lancaster e Alain Delon, e il film bellissimo e curatissimo capolavorissimo. E va bene, ma che palle.
Con il ritratto della Sicilia, e dei siciliani, e del casino garibaldino. E va bene, ma che strapalle. E poi, insomma: quest'autore quim col nome da nobile, che scrive di nobili e di balli aristocratici; e non scrive praticamente nient'altro, e viene filmato dall'esteta per eccellenza, e gesummaria figuriamoci coma sarà palloso 'sto romanzo, allora, coi gattopardi e coi leoni strafighi, e i nuovi arrivati borghesucci dal sangue rosso anzichè blu.
Ancora mi chiedo come cavolo abbia trovato il coraggio di leggerlo, con un trailer del genere. Sono figlio d'operaio, io: i nobili mi stanno tendenzialmente e acriticamente sulle scatole. Quindi, di leggere dei nobili che ballano, poco me ne cale.
Ma perché? Ma perché me lo avete raccontato così male? Sarebbe bastato dire che è un libro scritto da dio. Sarebbe bastato dire che Tomasi di Lampedusa ha forse la migliore penna del Novecento italiano. Bastava questo: e l'avrei letto prima, questo capolavoro.
L’assassino non è il maggiordomo, è il protagonista. Anche se certo non è un giallo, questo di Pennacchi, è curioso come sembri esplorare una tra le meno frequentate delle trame possibili dei polizieschi. Qualche tempo fa lessi da qualche parte che, parametrizzando tutti gli elementi d’un romanzo g
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L’assassino non è il maggiordomo, è il protagonista. Anche se certo non è un giallo, questo di Pennacchi, è curioso come sembri esplorare una tra le meno frequentate delle trame possibili dei polizieschi. Qualche tempo fa lessi da qualche parte che, parametrizzando tutti gli elementi d’un romanzo giallo, tutte le combinazioni possibili sono state già percorse una, quella in cui l’assassino è il lettore; ma è successo tanti anni fa, e forse anche quest’ultima voce è stata spuntata, ormai. E anche se in questo Canale Mussolini non si arriva a tanto, certo è che il Pennacchi gioca un po’ misteriosamente sull’evento che, alla fine, risulta essere il motore immobile che dà origine alla trama, anche se il romanzo in sé non ne mostra un particolare bisogno per dispiegarsi. Pennacchi nasconde non l'assassino, ma il nome del morto: e chissà se questo gli estensori delle note sulle trame possibili del giallo lo avevano mai contemplato. Fatto sta che Pennacchi gioca con la storia, e la racconta con nomi e cognomi. E lo fa certo a modo suo, che è probabilmente uno dei modi possibili, forse anche uno dei modi più probabili, con cui la storia è raccontata nell’Agro Pontino. Ed è affascinante seguire la storia e la Storia così, da un punto di vista basso (perché è vista da personaggi popolari) e insolito (perché vista principalmente da popolani favorevoli al regime fascista). Però resta inspiegata quell’omissione, in questo libro di storia e Storia. Tutti i nomi di personaggi storici sono veri, e accuratamente dipinti: deve essersi ammazzato di ricerche, oltre che di ricordi, l’autore. Con una sola eccezione: inspiegabile, almeno per quel che riesco a spiegarmi io. Il personaggio principale (anche se certo non l’unico, dacché la protagonista vera è una famiglia intera, anzi forse un paese intero, anzi forse…) ottiene dal regime un podere nell’appena bonificato Agro Pontino perché il regime ha verso di lui un gran bel debito: l’uccisione di Don Minzoni. L’episodio dell’omicidio è ben raccontato, reso riconoscibile: il personaggio del prete fautore dello scoutismo altrettanto evidente, e la localizzazione dell’episodio quasi incontestabile: però, per qualche ragione, Pennacchi evita accuratamente di chiamare don Giovanni Minzoni con nome e cognome, e io non so perché. Resta sempre e solo “il prete di Comacchio”. E siccome il suo libro sembra quasi voler porsi più come memoria storica dei suoi luoghi che come romanzo storico colà ambientato, mi chiedo perché. Viene quasi voglia di scrivergli, o di andare a Latina solo per chiederglielo. Anche perché, alla fine, sembra proprio che andrò a vederla, Latina-Littoria. Ed è cosa curiosa, coincidenza imprevista, evento memorabile se non per la nazione quantomeno per questa specie di diario bibliofago, perché ci andrò dopo aver letto questo libro che di Latina-Littoria è celebrazione e storia. Immagino, (sospetto, ritengo e mi suggeriscono) che la città in sé non sia certo dotata di attrattive che valgano i quasi mille chilometri che dovrò sciropparmi per raggiungerla. Immagino (etc., etc.) che sia città figlia del Novecento, con tutti i guai che questo comporta, con qualche guaio aggiuntivo in più, dato dal contesto della fondazione, dal suo nascere propaganda di regime, dal suo situarsi come bandiera cementizia della battaglia tra uomo e palude. Non ci sono mai andato neppure quando i chilometri da fare erano meno di duecento, ma sono contento di poterci andare adesso, per altri scopi e ragioni. Un po’ anche perché c’è anche questa mezza fratellanza che hanno (o dovrebbero avere) le città troppo vicine a Roma. Agli occhi degli Italiani tutti (tranne i direttamente coinvolti) Roma comincia una trentina di chilometri a sud di Firenze e finisce una cinquantina di chilometri a nord di Napoli. Tutto quello che c’è in mezzo, coste adriatiche e tirreniche comprese, è “Roma”; (a ben pensarci, questo forse non è vero per i Leghisti, per i quali è “Roma” tutto ciò che non è “Padania”: chissà se si rendono conto del regalo che fanno alla capitale, in questo modo… la Padania non esiste, e il complemento dell’Insieme Vuoto è l’Insieme Universo: fin troppo, perfino per l’Urbe). E Roma si succhia attenzione e notizie: quel che resta è poco più che hinterland. E da nativo dell’hinterland del nord (mia dolce Umbria natìa) forse è giusto andare a vedere come si presenta l’hinterland del sud. Anche perché l’Agro Pontino deve comunque avere il suo fascino strano, simile a quello della Piana del Fucino, il fascino della geografia cambiata con sudore e lavoro. Come i polder olandesi, però, non come le periferie delle metropoli. Almeno spero. E speriamo di vederlo, quest’Agro, o quel che ne è rimasto. Di capire se la terra rubata alle acque malariche porta ancora tracce paludose e selvagge, o se il terzo millennio di cemento già circonda l’ultimo scampolo della giungla della maga Circe, ormai ridotto a parco, con necessità di protezione e barriere. E lì vedremo se troveremo ancora tracce dei Veneti emigrati in controtendenza, da Nord a Sud, se si saranno rari vecchietti con l’accento di Rovigo e di Ferrara, ormai sommersi dalla calata laziale. Vedremo come sono passati gli ottant’anni di Latina/Littoria, quattro quinti di secolo, densi di contraddizioni come solo le storie dell’uomo sanno essere. E chissà se ci ritroverò pezzi di questo libro. Libro che ha il pregio essenziale del disincanto e della disillusione, direi: della misura con la quale racconta della distanza tra la maiuscolo e minuscolo, Storia e storie, Destino e destini, e di come i minuscoli siano sempre diversi, imprevisti: certo derivati per necessità dal fratello maggiore caratterizzato dalla maiuscola, ma pur sempre indipendenti nella loro personale scelta della individuale rovina.
La copertina di 1Q84 è maledettamente bella. O meglio, è bella la foto. O meglio ancora, è bello il volto della ragazza che ha posato per la foto. E a Murakami piacciono molto le donne, a giudicare da come le racconta: in 1Q84 e in Norwegian Wood ci sono molte più protagoniste che protagonisti; an
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La copertina di 1Q84 è maledettamente bella. O meglio, è bella la foto. O meglio ancora, è bello il volto della ragazza che ha posato per la foto. E a Murakami piacciono molto le donne, a giudicare da come le racconta: in 1Q84 e in Norwegian Wood ci sono molte più protagoniste che protagonisti; anzi, di vero personaggio maschile in entrambi i libri ce ne è sempre solo uno, ed è inevitabilmente lo stesso. È il maschio triste, intelligente, un po’ introverso e anticonvenzionale, molto bravo ad innamorarsi. Ma ad innamorarsi delle donne di Murakami non ci vuole niente, e non ci vuole niente a capire che il personaggio maschile di 1Q84 e di Norwegian Wood è sempre lui, Murakami Haruki. Che si chiami Toru o Tengo, che insegni matematica o studi teatro, il personaggio maschile è sempre lo stesso: capita spesso, in fondo. Nasciamo dentro un sesso, e se siamo eterosessuali siamo attratti dall’altro: e del nostro sesso non conosceremo mai veramente bene altri che noi stessi, mentre dell’altro potremo apprezzare tutte le sfumature possibili, isolarle e fissarle in persone e personaggi diversi. Chissà, forse lo scrittore perfetto deve essere per forza omosessuale, per avere un posto d’osservazione privilegiato. O bisessuale, o asessuale. Le donne di Murakami sono bellissime, tutte, a dispetto del suo autore, che riserva l’aggettivo “bellissima” solo ad un personaggio alla volta. In 1Q84 la bellissima è Fukueri, ma non c’è maschio che non sogni d’incontrare Aomame, foss’anche solo per farsi carezzare la nuca in quella sua maniera definitiva. In Norwegian Wood è bellissima è Naoko, ma ognuno si taglierebbe le vene pur di conoscere Midori. E Murakami sta lì, a dirci che gli piacciono tanto le donne, anche quelle strane, lunatiche, doppio-lunatiche, matte, perverse, disperate. Lessi, tempo fa, che la parola “amore” non esistesse nel giapponese medievale. Le regole societarie e di ruolo familiare non la prevedevano. E come fa a scrivere, allora, il nostro Haruki. Abituato ai caratteri familiari dell’alfabeto latino (e nello stupore di ritrovarli scritti così lontani, sui muri giapponesi, distantissimi da quelle remote regioni dove sono nato, e dove è nato quell’alfabeto) mi chiedevo come potesse articolare racconti e consecutio temporum, ipotetiche e fantasticherie, uno scrittore privo dei caratteri resi mobili da Gutenberg. Domande ingenue e anche maleducate, a ben pensarci: forse perfino un po’ arroganti. Perché Murakami scrive bene, e si fa leggere anche quando dice assurdità. Perché non importa che parli di lune doppie e di Little People e di Crisalidi, che scimmiotti la Montagna Incantata di Mann, che infarcisca di Beatles e musica pop e classica le sue frasi. Tutte cose di cui, per quel che mi riguarda, potrebbe fare a meno. Sa raccontare le storie e gli imbarazzi viscerali dell’amore, tutto il resto è coreografia. Il Giappone occidentale scritto dalla Roma bizantina, con in testa la musica anglosassone e la nostalgia del ramen che nessuna tagliatella nostrana può cancellare. Non riuscirò mai a capirlo fino in fondo, per foirtuna. Se avessi saputo leggere quegli ideogrammi scritti su quel telo al livello -7, forse avrei scoperto che non si trattava di un haiku, ma magari di una svendita di abiti usati. Avessi saputo leggere lo sguardo di quel vecchio, nato probabilmente in un Giappone d’Oriente e perso allora in una metro giapponese molto occidentale, magari avrei saputo cogliervi la preoccupazione per l’affitto, o per la glicemia alta. Uno va in Giappone mica per conoscere davvero il Giappone. Ci va solo per allontanarsi, e stupirsi di ritrovarsi vivo anche lontano da casa.
Perché tanto prima o poi dovrò passare agli e-book, mi dico. E chissà come fai a tenerteli vicino, allora, i libri. Forse li annoti sul Kindle, forse fotografi pareti e copertine, e trasli la memoria da oggetto a schermo. Forse. E poi? Poi basta, ad esempio, col mangiare la pizza con le acrobazie: t
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Perché tanto prima o poi dovrò passare agli e-book, mi dico. E chissà come fai a tenerteli vicino, allora, i libri. Forse li annoti sul Kindle, forse fotografi pareti e copertine, e trasli la memoria da oggetto a schermo. Forse. E poi? Poi basta, ad esempio, col mangiare la pizza con le acrobazie: tagliare il triangolino di diavola, posare le posate (ah, ecco perché si chiamano così) piegarlo, prenderlo con la destra; recuperare il libro in brossura con la sinistra, togliere gli occhiali da miope, maledire l’assenza di quelli a media distanza, avvicinare il libro a distanza di focalizzazione, cercare di non rovinargli il dorso, addentare insieme salamino, pizza e mozzarella, bruciarsi l’ustionabile. E poi da capo, posare il libro, prendere le posate, altro triangolino, piegarlo…. Forse il Kindle si sposa meglio coi pasti da pausa pranzo solitari. O forse no?
E che farò poi, a libro finito, col Kindle che non ho ancora? Non lo metterò più in doppia fila sul dodicesimo scaffale, che fa tanto intellettuale disordinato, non raddrizzerò la schiena a cercarne un altro che vada bene per il periodo e il clima e la voglia, non spazzerò con lo sguardo gli altri scaffali – piena di roba ancora non letta – per la fumante carbonara monodose o per le sedute al cesso del giorno dopo. Né pianificherò l’incursione in libreria. Che farò? Piglierò il quadratino con lo schermo opaco, ci scriverò “letto!”? Scriverò su foglio excel debitamente formattato, su opportuna directory di PC, un sibilante “Fatto!”? Come lusingherò me stesso, bravo lettore dai compiti svolti e riassegnati? Magari finisce che per non lasciarmi scappare del tutto reale e virtuale, recensisco il tomo su aNobii, che non lo faccio quasi mai.
E perché no? E allora iniziamo prima, dal prossimo Murakami impastato di pesto e nutella, perché aspettare il Kindle? Anzi, rivediamoli tutti, quei libri tapini passati su paginetta struttesca d’aNobii; recensisci, recensisci, orsù. Ma no. Ma sì? Via di mezzo, allora, o via di tre quarti, cinque sesti, enne meno uno ennesimi. Recensiamo quest’anno 2012, che si preannuncia fosco e colorato di porpora, grigio come un arcobaleno scalfito sulla retina d’un daltonico. Un anno nuovo, e già con due mesi morti ammazzati dal passato; è quasi perfetto, per un progetto del genere.
E la paginetta anobiana mi ricorda che quasi un mese mi ci è voluto, per il Seton-Watson che ha inaugurato il 2012. “Le Maschere dell’Eroe” di De Prada si è napoleonicamente nomato due anni, e non vale. Vale il tomo di più di mille pagine inchiostrate a corpo minuscolo, vale l’Italia dal 1870 al 1925 vista con occhi inglesi, filogiolittiani e liberali dello storico figlio dello storico. E per fortuna che era inglese, che è bello come scrivono la storia, loro, maledetti figli d’Albione. E chissà se Christopher è davvero meno bravo e famoso del suo papà come dicono. Che ne so, io, che mi porto il chilo e passa rilegato da Laterza, preso in prestito dalla nipote che lo ha ereditato dal suocero, e continuo a sporcarlo di pomodoro e caffè? Certo non ha poesia di Toynbee, e beato lui, che fa davvero poesia con la storia, come diavolo si fa a riuscirci… e neppure la prosa di Hobsbawn, vecchio comunista inglese disincantato e jazzomane, che fa dei romanzi perfetti senza la fatica di inventarsi la trama. Ma racconta, Christopher, e racconta bene. Ora che ci penso, non so neppure se è vero che gli storici inglesi siano i migliori, è solo che mi è capitato di leggere storia quasi solo dagli alumni di Oxford, e chissà poi perché. E il chilo abbondante di carta m’ha accompagnato in metrò e in treno, in almeno quindici diverse stanze da bagno, e forse il Kindle si nasconde meglio di questo bestione di carta grigia, quando sul lavoro decidi che è ora di nascondersi al cesso per irretire intestino e voglia di libri. Forse non serve nascondere il reader come il tomo fottuto dietro un foglio A4, mentre ci si dirige con aria assorta e professionale lungo i corridoi ronzanti di stampanti in stand-by. Forse il Kindle, in questi casi, aiuta.
Ma forse no. C’è, ad esempio, il Seton-Watson, in qualche formato elettronico? Ho scoperto che con questo titolo non esiste neanche più in catalogo cartaceo, figuriamoci in quello di pixel. Ho scoperto che Laterza ha però pubblicato in due volumi “L’Italia dal liberalismo al fascismo”, più di recente (ma sempre anni, anni fa). Il colophon del vecchio libro che profuma d’origano mi dice che il titolo originale assomiglia proprio tanto al titolo dei due volumi di Laterza, e allora forse sì, chissà, magari in e-book si troverebbe perfino, questo libro che mi racconta di nomi che non ricordavo né conoscevo, che leggevo sulle targhe delle vie senza incastrarli in una parvenza di contesto, che mi racconta di sinistra e sinistra, divise allora ancora più che oggi, e di papi pelidamente rinchiusi in Vaticano che fanno divieto ad imperatori di venire a Roma, e di liti infinite, e perfino di un momento in cui l’Italia sembrava contare davvero, sulla scena del mondo. E chi l’avrebbe mai detto.
Ma c’è ancora il colophon, negli e-book? E sarà davvero in questo 2012, che passerò da carta a schermo, schermino, schermetto? Da pizza con una mano sola, a pizza senza mani, con schermo sparato con caratteri corpo 48? Tre righe e poi un cambio pagina, e schizzi di grasso fuso di salame sullo schermo, e sulle dita, su un altro pranzo solitario, con tovaglia di carta, rossa, in quest’anno 2012.
Cinque stelle, visto che non se ne possono dare sei. Per un attimo ho pensato di togliere una stella a tutti gli altri libri della mia libreria, per lasciarne cinque solo a questo; ma sono troppo pigro per farlo. Ho voglia di scrivere all'autore.
Il Gattopardo
C'è voluta la crisi, così almeno ho cominciato a leggere i libri di casa, comprati a perdere durante le vacche grasse. E c'è voluta lunga, perché prima di decidermi ad aprire "Il Gattopardo", ce ne ho messo, di tempo. Troppo vissuto in anteprima: con la citazione ossessiva e ubiqua: "Bisogna che tut ... (continue)
C'è voluta la crisi, così almeno ho cominciato a leggere i libri di casa, comprati a perdere durante le vacche grasse. E c'è voluta lunga, perché prima di decidermi ad aprire "Il Gattopardo", ce ne ho messo, di tempo. Troppo vissuto in anteprima: con la citazione ossessiva e ubiqua: "Bisogna che tutto cambi, perchè nulla cambi": e va bene, ma che palle.
Con il lodatissimo Visconti e il ballo e la Cardinale e Burt Lancaster e Alain Delon, e il film bellissimo e curatissimo capolavorissimo. E va bene, ma che palle.
Con il ritratto della Sicilia, e dei siciliani, e del casino garibaldino. E va bene, ma che strapalle. E poi, insomma: quest'autore quim col nome da nobile, che scrive di nobili e di balli aristocratici; e non scrive praticamente nient'altro, e viene filmato dall'esteta per eccellenza, e gesummaria figuriamoci coma sarà palloso 'sto romanzo, allora, coi gattopardi e coi leoni strafighi, e i nuovi arrivati borghesucci dal sangue rosso anzichè blu.
Ancora mi chiedo come cavolo abbia trovato il coraggio di leggerlo, con un trailer del genere. Sono figlio d'operaio, io: i nobili mi stanno tendenzialmente e acriticamente sulle scatole. Quindi, di leggere dei nobili che ballano, poco me ne cale.
Ma perché?
Ma perché me lo avete raccontato così male?
Sarebbe bastato dire che è un libro scritto da dio.
Sarebbe bastato dire che Tomasi di Lampedusa ha forse la migliore penna del Novecento italiano.
Bastava questo: e l'avrei letto prima, questo capolavoro.
Canale Mussolini
L’assassino non è il maggiordomo, è il protagonista.continue)
Anche se certo non è un giallo, questo di Pennacchi, è curioso come sembri esplorare una tra le meno frequentate delle trame possibili dei polizieschi. Qualche tempo fa lessi da qualche parte che, parametrizzando tutti gli elementi d’un romanzo g ... (
L’assassino non è il maggiordomo, è il protagonista.
Anche se certo non è un giallo, questo di Pennacchi, è curioso come sembri esplorare una tra le meno frequentate delle trame possibili dei polizieschi. Qualche tempo fa lessi da qualche parte che, parametrizzando tutti gli elementi d’un romanzo giallo, tutte le combinazioni possibili sono state già percorse una, quella in cui l’assassino è il lettore; ma è successo tanti anni fa, e forse anche quest’ultima voce è stata spuntata, ormai. E anche se in questo Canale Mussolini non si arriva a tanto, certo è che il Pennacchi gioca un po’ misteriosamente sull’evento che, alla fine, risulta essere il motore immobile che dà origine alla trama, anche se il romanzo in sé non ne mostra un particolare bisogno per dispiegarsi. Pennacchi nasconde non l'assassino, ma il nome del morto: e chissà se questo gli estensori delle note sulle trame possibili del giallo lo avevano mai contemplato.
Fatto sta che Pennacchi gioca con la storia, e la racconta con nomi e cognomi. E lo fa certo a modo suo, che è probabilmente uno dei modi possibili, forse anche uno dei modi più probabili, con cui la storia è raccontata nell’Agro Pontino. Ed è affascinante seguire la storia e la Storia così, da un punto di vista basso (perché è vista da personaggi popolari) e insolito (perché vista principalmente da popolani favorevoli al regime fascista). Però resta inspiegata quell’omissione, in questo libro di storia e Storia. Tutti i nomi di personaggi storici sono veri, e accuratamente dipinti: deve essersi ammazzato di ricerche, oltre che di ricordi, l’autore. Con una sola eccezione: inspiegabile, almeno per quel che riesco a spiegarmi io.
Il personaggio principale (anche se certo non l’unico, dacché la protagonista vera è una famiglia intera, anzi forse un paese intero, anzi forse…) ottiene dal regime un podere nell’appena bonificato Agro Pontino perché il regime ha verso di lui un gran bel debito: l’uccisione di Don Minzoni. L’episodio dell’omicidio è ben raccontato, reso riconoscibile: il personaggio del prete fautore dello scoutismo altrettanto evidente, e la localizzazione dell’episodio quasi incontestabile: però, per qualche ragione, Pennacchi evita accuratamente di chiamare don Giovanni Minzoni con nome e cognome, e io non so perché. Resta sempre e solo “il prete di Comacchio”. E siccome il suo libro sembra quasi voler porsi più come memoria storica dei suoi luoghi che come romanzo storico colà ambientato, mi chiedo perché. Viene quasi voglia di scrivergli, o di andare a Latina solo per chiederglielo.
Anche perché, alla fine, sembra proprio che andrò a vederla, Latina-Littoria. Ed è cosa curiosa, coincidenza imprevista, evento memorabile se non per la nazione quantomeno per questa specie di diario bibliofago, perché ci andrò dopo aver letto questo libro che di Latina-Littoria è celebrazione e storia. Immagino, (sospetto, ritengo e mi suggeriscono) che la città in sé non sia certo dotata di attrattive che valgano i quasi mille chilometri che dovrò sciropparmi per raggiungerla. Immagino (etc., etc.) che sia città figlia del Novecento, con tutti i guai che questo comporta, con qualche guaio aggiuntivo in più, dato dal contesto della fondazione, dal suo nascere propaganda di regime, dal suo situarsi come bandiera cementizia della battaglia tra uomo e palude. Non ci sono mai andato neppure quando i chilometri da fare erano meno di duecento, ma sono contento di poterci andare adesso, per altri scopi e ragioni.
Un po’ anche perché c’è anche questa mezza fratellanza che hanno (o dovrebbero avere) le città troppo vicine a Roma. Agli occhi degli Italiani tutti (tranne i direttamente coinvolti) Roma comincia una trentina di chilometri a sud di Firenze e finisce una cinquantina di chilometri a nord di Napoli. Tutto quello che c’è in mezzo, coste adriatiche e tirreniche comprese, è “Roma”; (a ben pensarci, questo forse non è vero per i Leghisti, per i quali è “Roma” tutto ciò che non è “Padania”: chissà se si rendono conto del regalo che fanno alla capitale, in questo modo… la Padania non esiste, e il complemento dell’Insieme Vuoto è l’Insieme Universo: fin troppo, perfino per l’Urbe). E Roma si succhia attenzione e notizie: quel che resta è poco più che hinterland. E da nativo dell’hinterland del nord (mia dolce Umbria natìa) forse è giusto andare a vedere come si presenta l’hinterland del sud. Anche perché l’Agro Pontino deve comunque avere il suo fascino strano, simile a quello della Piana del Fucino, il fascino della geografia cambiata con sudore e lavoro. Come i polder olandesi, però, non come le periferie delle metropoli. Almeno spero.
E speriamo di vederlo, quest’Agro, o quel che ne è rimasto. Di capire se la terra rubata alle acque malariche porta ancora tracce paludose e selvagge, o se il terzo millennio di cemento già circonda l’ultimo scampolo della giungla della maga Circe, ormai ridotto a parco, con necessità di protezione e barriere.
E lì vedremo se troveremo ancora tracce dei Veneti emigrati in controtendenza, da Nord a Sud, se si saranno rari vecchietti con l’accento di Rovigo e di Ferrara, ormai sommersi dalla calata laziale. Vedremo come sono passati gli ottant’anni di Latina/Littoria, quattro quinti di secolo, densi di contraddizioni come solo le storie dell’uomo sanno essere.
E chissà se ci ritroverò pezzi di questo libro. Libro che ha il pregio essenziale del disincanto e della disillusione, direi: della misura con la quale racconta della distanza tra la maiuscolo e minuscolo, Storia e storie, Destino e destini, e di come i minuscoli siano sempre diversi, imprevisti: certo derivati per necessità dal fratello maggiore caratterizzato dalla maiuscola, ma pur sempre indipendenti nella loro personale scelta della individuale rovina.
Norwegian Wood
La copertina di 1Q84 è maledettamente bella. O meglio, è bella la foto. O meglio ancora, è bello il volto della ragazza che ha posato per la foto. E a Murakami piacciono molto le donne, a giudicare da come le racconta: in 1Q84 e in Norwegian Wood ci sono molte più protagoniste che protagonisti; an ... (continue)
La copertina di 1Q84 è maledettamente bella. O meglio, è bella la foto. O meglio ancora, è bello il volto della ragazza che ha posato per la foto. E a Murakami piacciono molto le donne, a giudicare da come le racconta: in 1Q84 e in Norwegian Wood ci sono molte più protagoniste che protagonisti; anzi, di vero personaggio maschile in entrambi i libri ce ne è sempre solo uno, ed è inevitabilmente lo stesso. È il maschio triste, intelligente, un po’ introverso e anticonvenzionale, molto bravo ad innamorarsi. Ma ad innamorarsi delle donne di Murakami non ci vuole niente, e non ci vuole niente a capire che il personaggio maschile di 1Q84 e di Norwegian Wood è sempre lui, Murakami Haruki. Che si chiami Toru o Tengo, che insegni matematica o studi teatro, il personaggio maschile è sempre lo stesso: capita spesso, in fondo. Nasciamo dentro un sesso, e se siamo eterosessuali siamo attratti dall’altro: e del nostro sesso non conosceremo mai veramente bene altri che noi stessi, mentre dell’altro potremo apprezzare tutte le sfumature possibili, isolarle e fissarle in persone e personaggi diversi. Chissà, forse lo scrittore perfetto deve essere per forza omosessuale, per avere un posto d’osservazione privilegiato. O bisessuale, o asessuale.
Le donne di Murakami sono bellissime, tutte, a dispetto del suo autore, che riserva l’aggettivo “bellissima” solo ad un personaggio alla volta. In 1Q84 la bellissima è Fukueri, ma non c’è maschio che non sogni d’incontrare Aomame, foss’anche solo per farsi carezzare la nuca in quella sua maniera definitiva. In Norwegian Wood è bellissima è Naoko, ma ognuno si taglierebbe le vene pur di conoscere Midori. E Murakami sta lì, a dirci che gli piacciono tanto le donne, anche quelle strane, lunatiche, doppio-lunatiche, matte, perverse, disperate.
Lessi, tempo fa, che la parola “amore” non esistesse nel giapponese medievale. Le regole societarie e di ruolo familiare non la prevedevano. E come fa a scrivere, allora, il nostro Haruki. Abituato ai caratteri familiari dell’alfabeto latino (e nello stupore di ritrovarli scritti così lontani, sui muri giapponesi, distantissimi da quelle remote regioni dove sono nato, e dove è nato quell’alfabeto) mi chiedevo come potesse articolare racconti e consecutio temporum, ipotetiche e fantasticherie, uno scrittore privo dei caratteri resi mobili da Gutenberg. Domande ingenue e anche maleducate, a ben pensarci: forse perfino un po’ arroganti. Perché Murakami scrive bene, e si fa leggere anche quando dice assurdità. Perché non importa che parli di lune doppie e di Little People e di Crisalidi, che scimmiotti la Montagna Incantata di Mann, che infarcisca di Beatles e musica pop e classica le sue frasi. Tutte cose di cui, per quel che mi riguarda, potrebbe fare a meno. Sa raccontare le storie e gli imbarazzi viscerali dell’amore, tutto il resto è coreografia.
Il Giappone occidentale scritto dalla Roma bizantina, con in testa la musica anglosassone e la nostalgia del ramen che nessuna tagliatella nostrana può cancellare. Non riuscirò mai a capirlo fino in fondo, per foirtuna.
Se avessi saputo leggere quegli ideogrammi scritti su quel telo al livello -7, forse avrei scoperto che non si trattava di un haiku, ma magari di una svendita di abiti usati. Avessi saputo leggere lo sguardo di quel vecchio, nato probabilmente in un Giappone d’Oriente e perso allora in una metro giapponese molto occidentale, magari avrei saputo cogliervi la preoccupazione per l’affitto, o per la glicemia alta. Uno va in Giappone mica per conoscere davvero il Giappone. Ci va solo per allontanarsi, e stupirsi di ritrovarsi vivo anche lontano da casa.
Storia d'Italia dal 1870 al 1925
Perché tanto prima o poi dovrò passare agli e-book, mi dico. E chissà come fai a tenerteli vicino, allora, i libri. Forse li annoti sul Kindle, forse fotografi pareti e copertine, e trasli la memoria da oggetto a schermo. Forse. E poi? Poi basta, ad esempio, col mangiare la pizza con le acrobazie: t ... (continue)
Perché tanto prima o poi dovrò passare agli e-book, mi dico. E chissà come fai a tenerteli vicino, allora, i libri. Forse li annoti sul Kindle, forse fotografi pareti e copertine, e trasli la memoria da oggetto a schermo. Forse. E poi? Poi basta, ad esempio, col mangiare la pizza con le acrobazie: tagliare il triangolino di diavola, posare le posate (ah, ecco perché si chiamano così) piegarlo, prenderlo con la destra; recuperare il libro in brossura con la sinistra, togliere gli occhiali da miope, maledire l’assenza di quelli a media distanza, avvicinare il libro a distanza di focalizzazione, cercare di non rovinargli il dorso, addentare insieme salamino, pizza e mozzarella, bruciarsi l’ustionabile. E poi da capo, posare il libro, prendere le posate, altro triangolino, piegarlo…. Forse il Kindle si sposa meglio coi pasti da pausa pranzo solitari. O forse no?
E che farò poi, a libro finito, col Kindle che non ho ancora? Non lo metterò più in doppia fila sul dodicesimo scaffale, che fa tanto intellettuale disordinato, non raddrizzerò la schiena a cercarne un altro che vada bene per il periodo e il clima e la voglia, non spazzerò con lo sguardo gli altri scaffali – piena di roba ancora non letta – per la fumante carbonara monodose o per le sedute al cesso del giorno dopo. Né pianificherò l’incursione in libreria. Che farò? Piglierò il quadratino con lo schermo opaco, ci scriverò “letto!”? Scriverò su foglio excel debitamente formattato, su opportuna directory di PC, un sibilante “Fatto!”? Come lusingherò me stesso, bravo lettore dai compiti svolti e riassegnati? Magari finisce che per non lasciarmi scappare del tutto reale e virtuale, recensisco il tomo su aNobii, che non lo faccio quasi mai.
E perché no? E allora iniziamo prima, dal prossimo Murakami impastato di pesto e nutella, perché aspettare il Kindle? Anzi, rivediamoli tutti, quei libri tapini passati su paginetta struttesca d’aNobii; recensisci, recensisci, orsù. Ma no. Ma sì? Via di mezzo, allora, o via di tre quarti, cinque sesti, enne meno uno ennesimi. Recensiamo quest’anno 2012, che si preannuncia fosco e colorato di porpora, grigio come un arcobaleno scalfito sulla retina d’un daltonico. Un anno nuovo, e già con due mesi morti ammazzati dal passato; è quasi perfetto, per un progetto del genere.
E la paginetta anobiana mi ricorda che quasi un mese mi ci è voluto, per il Seton-Watson che ha inaugurato il 2012. “Le Maschere dell’Eroe” di De Prada si è napoleonicamente nomato due anni, e non vale. Vale il tomo di più di mille pagine inchiostrate a corpo minuscolo, vale l’Italia dal 1870 al 1925 vista con occhi inglesi, filogiolittiani e liberali dello storico figlio dello storico. E per fortuna che era inglese, che è bello come scrivono la storia, loro, maledetti figli d’Albione. E chissà se Christopher è davvero meno bravo e famoso del suo papà come dicono. Che ne so, io, che mi porto il chilo e passa rilegato da Laterza, preso in prestito dalla nipote che lo ha ereditato dal suocero, e continuo a sporcarlo di pomodoro e caffè? Certo non ha poesia di Toynbee, e beato lui, che fa davvero poesia con la storia, come diavolo si fa a riuscirci… e neppure la prosa di Hobsbawn, vecchio comunista inglese disincantato e jazzomane, che fa dei romanzi perfetti senza la fatica di inventarsi la trama. Ma racconta, Christopher, e racconta bene. Ora che ci penso, non so neppure se è vero che gli storici inglesi siano i migliori, è solo che mi è capitato di leggere storia quasi solo dagli alumni di Oxford, e chissà poi perché. E il chilo abbondante di carta m’ha accompagnato in metrò e in treno, in almeno quindici diverse stanze da bagno, e forse il Kindle si nasconde meglio di questo bestione di carta grigia, quando sul lavoro decidi che è ora di nascondersi al cesso per irretire intestino e voglia di libri. Forse non serve nascondere il reader come il tomo fottuto dietro un foglio A4, mentre ci si dirige con aria assorta e professionale lungo i corridoi ronzanti di stampanti in stand-by. Forse il Kindle, in questi casi, aiuta.
Ma forse no. C’è, ad esempio, il Seton-Watson, in qualche formato elettronico? Ho scoperto che con questo titolo non esiste neanche più in catalogo cartaceo, figuriamoci in quello di pixel. Ho scoperto che Laterza ha però pubblicato in due volumi “L’Italia dal liberalismo al fascismo”, più di recente (ma sempre anni, anni fa). Il colophon del vecchio libro che profuma d’origano mi dice che il titolo originale assomiglia proprio tanto al titolo dei due volumi di Laterza, e allora forse sì, chissà, magari in e-book si troverebbe perfino, questo libro che mi racconta di nomi che non ricordavo né conoscevo, che leggevo sulle targhe delle vie senza incastrarli in una parvenza di contesto, che mi racconta di sinistra e sinistra, divise allora ancora più che oggi, e di papi pelidamente rinchiusi in Vaticano che fanno divieto ad imperatori di venire a Roma, e di liti infinite, e perfino di un momento in cui l’Italia sembrava contare davvero, sulla scena del mondo. E chi l’avrebbe mai detto.
Ma c’è ancora il colophon, negli e-book? E sarà davvero in questo 2012, che passerò da carta a schermo, schermino, schermetto?
Da pizza con una mano sola, a pizza senza mani, con schermo sparato con caratteri corpo 48? Tre righe e poi un cambio pagina, e schizzi di grasso fuso di salame sullo schermo, e sulle dita, su un altro pranzo solitario, con tovaglia di carta, rossa, in quest’anno 2012.
Mappe per amanti smarriti
Cinque stelle, visto che non se ne possono dare sei.
Per un attimo ho pensato di togliere una stella a tutti gli altri libri della mia libreria, per lasciarne cinque solo a questo; ma sono troppo pigro per farlo.
Ho voglia di scrivere all'autore.