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May 15, 2011 |
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Il nome giusto
Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni ... (continue)
Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni dei più interessanti), che sembrano rivendicare il diritto alla vita (e soprattutto all’utilizzo), in ogni pagina de Il nome giusto di Sergio Garufi.
Il protagonista del romanzo è un uomo che muore in un incidente e rimane bloccato in una sorta di limbo senza conoscerne il motivo. Inizierà così a seguire le persone che compreranno i libri che amava e collezionava “da vivo”, usando le loro storie per raccontarci la sua di storia, in un caleidoscopico rullare di normali e confortanti (per il lettore che vi si ritroverà) errori che lo hanno portato, per puro caso(?), alla morte.
Ma l’interesse per il romanzo di Garufi non nasce dalla trama o dai dubbi e i rimpianti in cui sembra crogiolarsi il protagonista, bensì dalla sapiente miscela di citazioni letterarie, ricostruzioni di dipinti perduti e visite di città d’arte che sanno essere anche vive e pulsanti testimonianze di amori perduti, senza mai cadere nel didascalico.
Tanto che, ad un certo punto, la trama diventerà per il lettore qualcosa di superfluo, se si appassionerà, come è accaduto a me, all’indomabile necessità del Garufi “libromane” di disseminare perfette parole fra le pagine del romanzo. Una sorta di dichiarazione d’amore per la nostra lingua che si mescola ad una necessaria curiosità per l’inconsueto e che mi ha fatto pensare al taccuino che Nadine Gordimer portava sempre con sé durante le sue corse nel bush sud africano e in cui annotava ogni nuova parola di cui si impossessava; poi la custodiva con cura, in attesa di poterla usare nella frase perfetta.
E sebbene il libro sconti, a volte, un eccessivo dilungarsi della storia e dei suoi flashback nel passato del protagonista, rimane il merito di aver proposto un linguaggio nuovo, perché intinto nelle centinaia di vecchie parole che la nostra lingua conserva nel vocabolario, in attesa della nostra frase perfetta.