Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni
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Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni dei più interessanti), che sembrano rivendicare il diritto alla vita (e soprattutto all’utilizzo), in ogni pagina de Il nome giusto di Sergio Garufi.
Il protagonista del romanzo è un uomo che muore in un incidente e rimane bloccato in una sorta di limbo senza conoscerne il motivo. Inizierà così a seguire le persone che compreranno i libri che amava e collezionava “da vivo”, usando le loro storie per raccontarci la sua di storia, in un caleidoscopico rullare di normali e confortanti (per il lettore che vi si ritroverà) errori che lo hanno portato, per puro caso(?), alla morte.
Ma l’interesse per il romanzo di Garufi non nasce dalla trama o dai dubbi e i rimpianti in cui sembra crogiolarsi il protagonista, bensì dalla sapiente miscela di citazioni letterarie, ricostruzioni di dipinti perduti e visite di città d’arte che sanno essere anche vive e pulsanti testimonianze di amori perduti, senza mai cadere nel didascalico. Tanto che, ad un certo punto, la trama diventerà per il lettore qualcosa di superfluo, se si appassionerà, come è accaduto a me, all’indomabile necessità del Garufi “libromane” di disseminare perfette parole fra le pagine del romanzo. Una sorta di dichiarazione d’amore per la nostra lingua che si mescola ad una necessaria curiosità per l’inconsueto e che mi ha fatto pensare al taccuino che Nadine Gordimer portava sempre con sé durante le sue corse nel bush sud africano e in cui annotava ogni nuova parola di cui si impossessava; poi la custodiva con cura, in attesa di poterla usare nella frase perfetta.
E sebbene il libro sconti, a volte, un eccessivo dilungarsi della storia e dei suoi flashback nel passato del protagonista, rimane il merito di aver proposto un linguaggio nuovo, perché intinto nelle centinaia di vecchie parole che la nostra lingua conserva nel vocabolario, in attesa della nostra frase perfetta.
Il centro di questo corposo romanzo, il cui titolo si riferisce alla scuola religiosa e filosofica (La Grande Casa) che, secondo la tradizione ebraica, Yochanan ben Zakai fondò fuori dalla città di Gerusalemme, sfuggendo all’assedio dei romani, si condensa nel desiderio di rinascita e di rifondazio
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Il centro di questo corposo romanzo, il cui titolo si riferisce alla scuola religiosa e filosofica (La Grande Casa) che, secondo la tradizione ebraica, Yochanan ben Zakai fondò fuori dalla città di Gerusalemme, sfuggendo all’assedio dei romani, si condensa nel desiderio di rinascita e di rifondazione che, a detta dell’autrice, pervade l’uomo contemporaneo. L’essere umano, secondo Nicole Krauss (trentaseienne newyorkese di origine ebraica, con diramazioni familiari che la portano dalla Germania all’Ungheria) è alla ricerca di sensazioni e valori universali, da riscoprire e mettere al centro del proprio percorso. Così sembra aver fatto Nicole Krauss, scegliendo di raccontarci storie d’amore e di memoria. È soprattutto di questo che parlano i romanzi di Nicole Krauss, senza aver paura di farlo, immergendo il lettore in uno stile che ricorda i vecchi e sublimi romanzi ottocenteschi russi. La grande casa, ha come protagonista una poderosa scrivania, che passa di personaggio in personaggio, di scrittore in scrittore, di dolore in dolore e soprattutto di mancanza in mancanza. Coloro che si trovano a fronteggiarla, stanno, per ragioni diverse, lottando contro se stessi alla ricerca di qualcosa che gli manca, per comprendere quale sia il loro valore universale, per continuare a difenderlo o a negarlo, senza che un tempo liquido e rapace dimostri che quella mancanza non sia mai esistita. Il libro, che utilizza la tecnica dei continui salti temporali, costringendo il lettore ad una lettura serrata e continuativa, per non dimenticare gli indizi che Nicole Krauss dissemina abilmente lungo la storia, ci fa conoscere i più intimi pensieri dei vari utilizzatori della scrivania, che proprietari di quell’oggetto e del suo segreto non saranno mai. L’incipit è da manuale e fa subito affezionare il lettore al personaggio della scrittrice insicura e nostalgica per tutte le sue scelte incompiute, che ha avuto in prestito, anzi in gestione, la scrivania da un poeta, che a sua volta sembra averla avuta da un famoso scrittore. Il lettore si tuffa nella storia senza rete e si gode il sapiente uso delle metafore che percorrono l’intero testo, come una tessitura di stelle, che accompagna i lettori-esploratori nel viaggio di scoperta che hanno intrapreso e che i personaggi, per primi, sono costretti a compiere per svelarci finalmente il segreto di quell’unico cassetto chiuso a chiave che la scrivania conserva. Nel prosieguo però, il testo sembra risentire della sua forte complessità d’intreccio, nonché dei salti temporali che sono inframmezzati da parentesi esplicative ed intimiste troppo ampie, che rischiano di far perdere memoria al lettore del tema principale. Il romanzo comunque rivela importanti doti narrative, gestite con consapevolezza e arguzia, anche se personalmente ritengo le pagine più affascinanti quelle in cui l’autrice sembra scordarsi per un attimo di essere una delle migliori scrittrici under 40 del mondo (almeno secondo la prestigiosa rivista “New Yorker”) e riprende in mano la penna del verso poetico, con cui ha iniziato la sua carriera, lasciando che la parola corra, libera e scomoda a rovistare, come un animale selvatico e affamato, nel nostro inconscio.
Dove mi vuole portare il "bambino senza nome"? L'idea è interessante, sebbene già letta, ma a volte sembra impigliarsi nella volontà dell'autore di creare un romanzo perfetto. Se l'obiettivo era di tenere legato il lettore al testo fino all'ultima pagina, obbligandolo poi a rallentare il ritmo in
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Dove mi vuole portare il "bambino senza nome"? L'idea è interessante, sebbene già letta, ma a volte sembra impigliarsi nella volontà dell'autore di creare un romanzo perfetto. Se l'obiettivo era di tenere legato il lettore al testo fino all'ultima pagina, obbligandolo poi a rallentare il ritmo in prossimità della fine, perchè rifiuta l'idea stessa di una conclusione della storia, beh.., con me non ha funzionato.
Intrappolato fra le lunghe dissertazioni silenziose del suo protagonista (Peter), Michael Cunningham ci porta “al limite della notte”, al limite del baratro che si chiama scelta e poi ci lascia lì: confusi, depressi, vogliosi e amabilmente dubbiosi.
Intrappolato fra le lunghe dissertazioni silenziose del suo protagonista (Peter), Michael Cunningham ci porta “al limite della notte”, al limite del baratro che si chiama scelta e poi ci lascia lì: confusi, depressi, vogliosi e amabilmente dubbiosi.
Le prime pagine del romanzo sono sospese fra il dichiarato e il temuto, invitandoci in un mondo pericoloso, quello del pensiero libero che mal si concilia con la decisione, quello del bilancio esistenziale che mal si concilia con la soddisfazione, quello della messa in discussione dei rapporti interpersonali più importanti, senza i quali non si può vivere e a causa dei quali si inizia ad evaporare, lentamente.
É tutto qui il nodo del libro: la scelta di cambiare vita, lavoro, inclinazione sessuale, bisogni, desideri. Una scelta che, dopo essere stata spinta a forza sotto le responsabilità e le necessità altrui, si conficca in un ricordo innocente e da lì si diffonde nella mente, non lasciando spazio ad alcun piacere. Peter tenterà di ignorarla, come fanno tutti (davvero?), di accartocciarla dietro uno dei tanti desideri infranti, di ingabbiarla nei tempi stretti del lavoro, delle relazioni, persino degli affetti, cercando continuamente un appiglio per non compierla.
Domande. Centinaia di domande ingorgano la mente di Peter.
- Sarà vero che prova attrazione per Erry, il fratello di sua moglie? O lo invidia perché ha tutto quello che Peter ora desidera (libertà, irresponsabilità, affettuoso biasimo da parenti in adulazione)? - Sarà vero che il suo lavoro non gli interessa più? - Sarà vero che ha sempre finto con le persone che gli sono state vicine? - Sarà vero che non riesce più a capirsi?
I personaggi che ruotano intorno a Peter non lo aiutano a trovare l’agognata sicurezza, a dimostrare che la sua scelta sarebbe oggettivamente giusta e quindi attuabile, perché è questo che vuole Peter: un salvacondotto per i suoi sensi di colpa. Non lo otterrà fino alla fine e quando, senza preavviso, sua moglie Rebecca gliene farà intravedere uno, Peter lo ignorerà, indignato dalla presunzione di un altro essere umano che osa dire ciò che lui ha sempre pensato e non è mai riuscito a rivelare.
Quando diventa grande Lorenzo? Quando perde la tenace distanza dal mondo, da un mondo che non comprende e in cui si sente fatalmente diverso, per indossare quella patina di asettica borghesia in cui hanno trovato ospitalità i suoi genitori? L’arrivo della sorellastra Olivia, così affascinante nella
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Quando diventa grande Lorenzo? Quando perde la tenace distanza dal mondo, da un mondo che non comprende e in cui si sente fatalmente diverso, per indossare quella patina di asettica borghesia in cui hanno trovato ospitalità i suoi genitori? L’arrivo della sorellastra Olivia, così affascinante nella sua battagliera diversità, è davvero il punto di non ritorno per la fanciullezza di Lorenzo? O forse nella sua corsa di azione e soprattutto di pensiero è l’incontro con la morte a fare la differenza? La morte che tutti, prima o poi dobbiamo fronteggiare, come ci dice lo stesso protagonista all’inizio del testo: “Nasci, vai a scuola, lavori e muori.” È la morte a decidere in questo teso racconto di Ammaniti, che inizia e finisce sfiorandola, spiandola, sentendola muoversi appena sotto la superficie delle parole che si aggrappano, le une alle altre, appiccicandosi ai vecchi scatoloni che popolano la cantina dove un ragazzo di quattordici anni (Lorenzo) cerca di fuggire al fluire inesorabile da lui stesso identificato in quel “Nasci, vai a scuola, lavori e muori.” e per il quale non si sente niente affatto portato. E così le osserva le morti che si muovono intorno a lui: annunciata quella di Olivia, desiderata quella della nonna, necessaria quella della contessa che ha permesso ai suoi genitori di prendere possesso della loro casa. In ognuna vi è la ricerca di una conferma di se stesso, già fatalmente diverso dai suoi perfetti ed integrati compagni di scuola, eppure già padrone dell’arte del camaleontismo silenzioso, quale unico espediente per arrivare a stendere la propria vita negli argini che quelle morti stanno disegnando, perché d’altronde “le cose, una volta pensate, che bisogno c’è di dirle?”
Il nome giusto
Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni ... (continue)
Che gioia trovare un romanzo che sobilli continuamente la voracità di un lettore onnivoro per la “parola”. E che gioiosa e inattesa opportunità l’imbattersi in fonemi dimenticati da buona parte degli italiani (“endiade”, “scotomizzare”, “nisofili”, “adorcismo”, “ierofania”, solo per citarvene alcuni dei più interessanti), che sembrano rivendicare il diritto alla vita (e soprattutto all’utilizzo), in ogni pagina de Il nome giusto di Sergio Garufi.
Il protagonista del romanzo è un uomo che muore in un incidente e rimane bloccato in una sorta di limbo senza conoscerne il motivo. Inizierà così a seguire le persone che compreranno i libri che amava e collezionava “da vivo”, usando le loro storie per raccontarci la sua di storia, in un caleidoscopico rullare di normali e confortanti (per il lettore che vi si ritroverà) errori che lo hanno portato, per puro caso(?), alla morte.
Ma l’interesse per il romanzo di Garufi non nasce dalla trama o dai dubbi e i rimpianti in cui sembra crogiolarsi il protagonista, bensì dalla sapiente miscela di citazioni letterarie, ricostruzioni di dipinti perduti e visite di città d’arte che sanno essere anche vive e pulsanti testimonianze di amori perduti, senza mai cadere nel didascalico.
Tanto che, ad un certo punto, la trama diventerà per il lettore qualcosa di superfluo, se si appassionerà, come è accaduto a me, all’indomabile necessità del Garufi “libromane” di disseminare perfette parole fra le pagine del romanzo. Una sorta di dichiarazione d’amore per la nostra lingua che si mescola ad una necessaria curiosità per l’inconsueto e che mi ha fatto pensare al taccuino che Nadine Gordimer portava sempre con sé durante le sue corse nel bush sud africano e in cui annotava ogni nuova parola di cui si impossessava; poi la custodiva con cura, in attesa di poterla usare nella frase perfetta.
E sebbene il libro sconti, a volte, un eccessivo dilungarsi della storia e dei suoi flashback nel passato del protagonista, rimane il merito di aver proposto un linguaggio nuovo, perché intinto nelle centinaia di vecchie parole che la nostra lingua conserva nel vocabolario, in attesa della nostra frase perfetta.
La grande casa
Il centro di questo corposo romanzo, il cui titolo si riferisce alla scuola religiosa e filosofica (La Grande Casa) che, secondo la tradizione ebraica, Yochanan ben Zakai fondò fuori dalla città di Gerusalemme, sfuggendo all’assedio dei romani, si condensa nel desiderio di rinascita e di rifondazio ... (continue)
Il centro di questo corposo romanzo, il cui titolo si riferisce alla scuola religiosa e filosofica (La Grande Casa) che, secondo la tradizione ebraica, Yochanan ben Zakai fondò fuori dalla città di Gerusalemme, sfuggendo all’assedio dei romani, si condensa nel desiderio di rinascita e di rifondazione che, a detta dell’autrice, pervade l’uomo contemporaneo. L’essere umano, secondo Nicole Krauss (trentaseienne newyorkese di origine ebraica, con diramazioni familiari che la portano dalla Germania all’Ungheria) è alla ricerca di sensazioni e valori universali, da riscoprire e mettere al centro del proprio percorso. Così sembra aver fatto Nicole Krauss, scegliendo di raccontarci storie d’amore e di memoria. È soprattutto di questo che parlano i romanzi di Nicole Krauss, senza aver paura di farlo, immergendo il lettore in uno stile che ricorda i vecchi e sublimi romanzi ottocenteschi russi. La grande casa, ha come protagonista una poderosa scrivania, che passa di personaggio in personaggio, di scrittore in scrittore, di dolore in dolore e soprattutto di mancanza in mancanza. Coloro che si trovano a fronteggiarla, stanno, per ragioni diverse, lottando contro se stessi alla ricerca di qualcosa che gli manca, per comprendere quale sia il loro valore universale, per continuare a difenderlo o a negarlo, senza che un tempo liquido e rapace dimostri che quella mancanza non sia mai esistita.
Il libro, che utilizza la tecnica dei continui salti temporali, costringendo il lettore ad una lettura serrata e continuativa, per non dimenticare gli indizi che Nicole Krauss dissemina abilmente lungo la storia, ci fa conoscere i più intimi pensieri dei vari utilizzatori della scrivania, che proprietari di quell’oggetto e del suo segreto non saranno mai.
L’incipit è da manuale e fa subito affezionare il lettore al personaggio della scrittrice insicura e nostalgica per tutte le sue scelte incompiute, che ha avuto in prestito, anzi in gestione, la scrivania da un poeta, che a sua volta sembra averla avuta da un famoso scrittore. Il lettore si tuffa nella storia senza rete e si gode il sapiente uso delle metafore che percorrono l’intero testo, come una tessitura di stelle, che accompagna i lettori-esploratori nel viaggio di scoperta che hanno intrapreso e che i personaggi, per primi, sono costretti a compiere per svelarci finalmente il segreto di quell’unico cassetto chiuso a chiave che la scrivania conserva.
Nel prosieguo però, il testo sembra risentire della sua forte complessità d’intreccio, nonché dei salti temporali che sono inframmezzati da parentesi esplicative ed intimiste troppo ampie, che rischiano di far perdere memoria al lettore del tema principale.
Il romanzo comunque rivela importanti doti narrative, gestite con consapevolezza e arguzia, anche se personalmente ritengo le pagine più affascinanti quelle in cui l’autrice sembra scordarsi per un attimo di essere una delle migliori scrittrici under 40 del mondo (almeno secondo la prestigiosa rivista “New Yorker”) e riprende in mano la penna del verso poetico, con cui ha iniziato la sua carriera, lasciando che la parola corra, libera e scomoda a rovistare, come un animale selvatico e affamato, nel nostro inconscio.
Il bambino senza nome
Dove mi vuole portare il "bambino senza nome"?continue)
L'idea è interessante, sebbene già letta, ma a volte sembra impigliarsi nella volontà dell'autore di creare un romanzo perfetto.
Se l'obiettivo era di tenere legato il lettore al testo fino all'ultima pagina, obbligandolo poi a rallentare il ritmo in ... (
Dove mi vuole portare il "bambino senza nome"?
L'idea è interessante, sebbene già letta, ma a volte sembra impigliarsi nella volontà dell'autore di creare un romanzo perfetto.
Se l'obiettivo era di tenere legato il lettore al testo fino all'ultima pagina, obbligandolo poi a rallentare il ritmo in prossimità della fine, perchè rifiuta l'idea stessa di una conclusione della storia, beh.., con me non ha funzionato.
Al limite della notte
Intrappolato fra le lunghe dissertazioni silenziose del suo protagonista (Peter), Michael Cunningham ci porta “al limite della notte”, al limite del baratro che si chiama scelta e poi ci lascia lì: confusi, depressi, vogliosi e amabilmente dubbiosi.
Le prime pagine del romanzo sono sospese fra ... (continue)
Intrappolato fra le lunghe dissertazioni silenziose del suo protagonista (Peter), Michael Cunningham ci porta “al limite della notte”, al limite del baratro che si chiama scelta e poi ci lascia lì: confusi, depressi, vogliosi e amabilmente dubbiosi.
Le prime pagine del romanzo sono sospese fra il dichiarato e il temuto, invitandoci in un mondo pericoloso, quello del pensiero libero che mal si concilia con la decisione, quello del bilancio esistenziale che mal si concilia con la soddisfazione, quello della messa in discussione dei rapporti interpersonali più importanti, senza i quali non si può vivere e a causa dei quali si inizia ad evaporare, lentamente.
É tutto qui il nodo del libro: la scelta di cambiare vita, lavoro, inclinazione sessuale, bisogni, desideri. Una scelta che, dopo essere stata spinta a forza sotto le responsabilità e le necessità altrui, si conficca in un ricordo innocente e da lì si diffonde nella mente, non lasciando spazio ad alcun piacere. Peter tenterà di ignorarla, come fanno tutti (davvero?), di accartocciarla dietro uno dei tanti desideri infranti, di ingabbiarla nei tempi stretti del lavoro, delle relazioni, persino degli affetti, cercando continuamente un appiglio per non compierla.
Domande. Centinaia di domande ingorgano la mente di Peter.
- Sarà vero che prova attrazione per Erry, il fratello di sua moglie? O lo invidia perché ha tutto quello che Peter ora desidera (libertà, irresponsabilità, affettuoso biasimo da parenti in adulazione)?
- Sarà vero che il suo lavoro non gli interessa più?
- Sarà vero che ha sempre finto con le persone che gli sono state vicine?
- Sarà vero che non riesce più a capirsi?
I personaggi che ruotano intorno a Peter non lo aiutano a trovare l’agognata sicurezza, a dimostrare che la sua scelta sarebbe oggettivamente giusta e quindi attuabile, perché è questo che vuole Peter: un salvacondotto per i suoi sensi di colpa. Non lo otterrà fino alla fine e quando, senza preavviso, sua moglie Rebecca gliene farà intravedere uno, Peter lo ignorerà, indignato dalla presunzione di un altro essere umano che osa dire ciò che lui ha sempre pensato e non è mai riuscito a rivelare.
Io e te
Quando diventa grande Lorenzo? Quando perde la tenace distanza dal mondo, da un mondo che non comprende e in cui si sente fatalmente diverso, per indossare quella patina di asettica borghesia in cui hanno trovato ospitalità i suoi genitori? L’arrivo della sorellastra Olivia, così affascinante nella ... (continue)
Quando diventa grande Lorenzo? Quando perde la tenace distanza dal mondo, da un mondo che non comprende e in cui si sente fatalmente diverso, per indossare quella patina di asettica borghesia in cui hanno trovato ospitalità i suoi genitori? L’arrivo della sorellastra Olivia, così affascinante nella sua battagliera diversità, è davvero il punto di non ritorno per la fanciullezza di Lorenzo? O forse nella sua corsa di azione e soprattutto di pensiero è l’incontro con la morte a fare la differenza? La morte che tutti, prima o poi dobbiamo fronteggiare, come ci dice lo stesso protagonista all’inizio del testo: “Nasci, vai a scuola, lavori e muori.” È la morte a decidere in questo teso racconto di Ammaniti, che inizia e finisce sfiorandola, spiandola, sentendola muoversi appena sotto la superficie delle parole che si aggrappano, le une alle altre, appiccicandosi ai vecchi scatoloni che popolano la cantina dove un ragazzo di quattordici anni (Lorenzo) cerca di fuggire al fluire inesorabile da lui stesso identificato in quel “Nasci, vai a scuola, lavori e muori.” e per il quale non si sente niente affatto portato. E così le osserva le morti che si muovono intorno a lui: annunciata quella di Olivia, desiderata quella della nonna, necessaria quella della contessa che ha permesso ai suoi genitori di prendere possesso della loro casa. In ognuna vi è la ricerca di una conferma di se stesso, già fatalmente diverso dai suoi perfetti ed integrati compagni di scuola, eppure già padrone dell’arte del camaleontismo silenzioso, quale unico espediente per arrivare a stendere la propria vita negli argini che quelle morti stanno disegnando, perché d’altronde “le cose, una volta pensate, che bisogno c’è di dirle?”