Il libro che cercavo, quello di cui avevo bisogno, proprio quello che più di una volta, da quando mi è stato regalato, ho preso in mano, sfogliato, e poi rimesso al suo posto. Ora so perché, aspettava il suo momento d'oro, i due giorni in cui l'ho letto.
Il libro che cercavo, quello di cui avevo bisogno, proprio quello che più di una volta, da quando mi è stato regalato, ho preso in mano, sfogliato, e poi rimesso al suo posto. Ora so perché, aspettava il suo momento d'oro, i due giorni in cui l'ho letto.
Delizioso (c'è chi odia questo termine, ma io non ne trovo uno più appropriato), ma anche tenero, crudele, ironico, liberatorio, spiazzante.
Ho voluto bene da subito a James, questo diciottene che definire disadattato o disturbato, con lo spregio che mettiamo di solito quando utilizziamo questi termini, è inappropriato e inadeguato; perché James, come dice lui stesso è disadattato nel senso che non si adatta, che non si adegua, che vuole essere altro, casomai anche niente, ma non quello che non sente di essere: studente prossimo ad andare all'Università, ragazzo socievole, figlio ciarliero.
James, quindi non è né l'una né l'altra cosa, è solo un ragazzo introverso, a modo suo speciale per la sua sensibilità e per il suo acume, un'anima bella di non facile comprensione per chi gli vive a fianco, e anche le sue riflessioni sul suo essere disturbato - Pensavo al significato di questa parola, a che cosa volesse dire varamente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film o dalla foresta vergine che brucia o dalle calotte polari che si ritirano. O dalla guerra in Iraq. Era uno di quei momenti in cui ti sembra di non aver mai sentito una certa parola e non riesci a credere che abbia proprio quel significato, e cominci a riflettere su come ci si è arrivati. È come il rintocco di una campana, cristallino e puro, disturbato, disturbato, disturbato, sentivo il suono vero della parola, così ho detto, come se non me ne fossi appena accorto: «Sono disturbato» - non sono solo il segno di quanto il giudizio degli altri influisca, troppo spesso in maniera negativa, molto di più della percezione che ciascuno ha di sé?
Qualcuno avrà pensato che questo è un romanzo furbetto, che James ha pensieri troppo adulti, che la sua è un'intelligenza troppo arguta per un diciottenne, che la sua ironia è costruita a tavolino davanti a una tastiera, mentre io sono dell'idea che al di là della credibilità del personaggio riesca a esprimere molto bene la forma di disagio che molte persone, giovanissimi inclusi, vivono quotidianamente, e che i suoi pensieri siano troppo acuti solo nella misura in cui si pensi che un adolescente non possa avere un'autonomia di pensiero e la forza di ribellarsi, anche solo con piccoli gesti dimostrativi, a quanto gli viene imposto dalla società in cui vive o anche semplicemente alla sua famiglia. E così i piccoli battibecchi con la madre e la sorella, i confronti dialetticamente alla pari con il padre, gli scambi affettuosi con la nonna Nanette (l'unica persona con la quale ha un rapporto sincero e capace di strappargli confidenze), persino l'incontro al buio con John, il giovane afroamericano gay che gestisce la Galleria d'Arte della madre dove lavorano entrambi e gli appuntamenti scontro con la psichiatra che lo prende in cura, sono tutti piccoli segnali di quanti tasselli servano per formare il carattere di individuo o per decostruire quello che gli altri pretendono da noi, e di quanta superficialità si usi, usiamo, troppo spesso, per definire (e giudicare) le persone che ci circondano, soprattutto quelle che non riusciamo a decifrare.
Delusa dal primo Cameron che avevo letto, «Quella sera dorata», un romanzo che ha l'avvio di un capolavoro per trasformarsi strada facendo in un raffinatissimo Harmony, mi riconcilio con questo autore nella speranza che anche nelle opere successive abbia saputo conservare la freschezza e l'ardore profuse in questo libro. Grazie Peter/James, questa volta mi hai fatto sorridere, riflettere, ricordare la lontana diciottenne che è in me, e anche commuovere.
Ora lascio parlare James, diciottenne in transito in questa età, spesso ingrata, in attesa di trasformarsi - Avrei voluto che la Grand Central fosse una stazione di passaggio come Penn Station, così il treno avrebbe continuato il viaggio e io con lui, magari senza scendere da nessuna parte, senza arrivare mai. Avrei passato il resto della mia vita in transito, protetto dal treno, mentre questo mondo impossibile e disgraziato sfrecciava fuori dal finestrino. - in qualcosa di bello.
«La luce della sera filtrava morbida attraverso gli alberi e ricadeva dentro in raggi dorati. Sentivo il rumore ritmico dell'irrigatore sul prato della casa accanto, e un'ape intrappolata che sbatteva ronzando contro il vetro e la zanzariera, insistente, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo, come se prima o poi potesse trovare un buco e volare via. Ho pensato a quanto pazienti e fiduciose siano tante forme di vita inferiore, come se credessero in qualcosa al di là della comprensione umana. Sono rimasto così per quasi un'ora. Forse mi sono addormentato anch'io, ma non mi pare. Però la testa se n'è andata, mi sono scordato chi ero, dov'ero e che cos'ero. Ho mollato tutto, la rete che avevo dentro si è rovesciata e tutti i pesci disperati sono scappati via.»
Qui, tra queste pagine, si narra la storia di Adèle Hugo,
- non quella, forse più nota, di Adèle H., figlia del celebre romanziere resa immortale dallo splendido film di François Truffaut e dall'allora giovanissima e conturbante Isabelle Adjani, e della sua violenta e ossessiva passione di amore per il tenente britannico Pinson che la trascinerà alla f
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- non quella, forse più nota, di Adèle H., figlia del celebre romanziere resa immortale dallo splendido film di François Truffaut e dall'allora giovanissima e conturbante Isabelle Adjani, e della sua violenta e ossessiva passione di amore per il tenente britannico Pinson che la trascinerà alla follia -
quella di Charles Sainte-Beuve, critico poeta e romanziere francese, e del loro tormentato amore. Una storia che ha il profumo della frutta, delle mele dei giardini del Lussemburgo dove i due amanti si incontrano e passeggiano clandestinamente, delle strette e tortuose scale e delle stanze polverose prese in affitto che affacciano sulle guglie di Notre-Dame nelle quali lasciare i sensi liberi di rispondere alla passione, della cera delle candele che illuminano appena la chiesa dove le due Adèle incontrano, in due vite diverse, la stessa Charlotte. Ma è una storia che profuma soprattutto di rose, che delle rose ha la morbidezza vellutata, i colori tenui e cangianti, la complessità dei petali che si sovrappongono l'uno all'altro rispondendo a chissà quale misteriosa e geometrica architettura, una storia che delle rose ha anche tutte le spine. A voci alterne, nell'arco di quarant'anni, Charles e Adèle ci narrano la loro storia, il loro incontro, la parabola del loro amore, che è sensuale, intellettuale, ma soprattutto viscerale, scandito sullo sfondo dalle vicende della Francia dell'epoca, dal passaggio alla Repubblica di Napoleone III (aspramente criticato da Victor Hugo, e da lui che si considerava onnipotente e onnisciente soprannominato Napoleone il piccolo , al punto da provocarne l'allontanamento da Parigi e costringerlo, con la famiglia al seguito, all'esilio nelle Isole del Canale - Jersey prima, dove avverrà il fatale incontro tra Adèle H., ultimogenita del romanziere, e il Tenente Pinson - e Guersnay poi), la carriera sfolgorante del romanziere e la debordante esaltazione del suo ego - Aveva deciso di inventarsi un proprio albero genealogico, idendo un falso stemma familiare e facendosi forgiare un anello con sigillo con il nuovo, ancestrale, motto da lui coniato. Ego Hugo. Non esistono due parole che si sposano meglio tra loro. - e infine le storie private delle due famiglie: la carriera di letterato di Sainte-Beuve che involve in maniera proporzionale a quella dell'ascesa dell'amico e rivale Victor, e quella della famiglia Hugo, caratterizzata da matrimoni, lutti, tradimenti, successi, fughe, amore e follia, dal senso del dovere e dall'assenza di autonomia economica che terrà Adèle fino alla fine legata a un marito ingombrante che sovrasta e incombe sull'esistenza di tutti.
L'autrice, Helen Humphreys, poetessa e romanziera canadese, aggiunge nella nota conclusiva alcune ulteriori informazioni biografiche su Sainte-Beuve e, notizia infinitamente più preziosa, svela al lettore di aver cercato, nel cesellare quella che a posteriori appare un'opera di fine oreficeria, di utilizzare quasi esclusivamente parole e frasi pronunciate da Adèle Hugo e Charles Sainte-Beuve nei loro scritti, e che al di là di poche eccezioni gli avvenimenti del romanzo ricalcano quelli realmente accaduti. Una nota minuscola posta a inizio edizione, fra copyright e crediti della casa editrice, informa il lettore che «L'edizione italiana presenta alcune differenze rispetto all'edizione inglese che sono state autorizzate dall'autrice». Forse è superfluo dire che mi sarebbe piaciuto sapere quali.
Charles Chi sa vedere quando l'amore si avvicina? Chi è in grado di registrare i movimenti di una persona verso un'altra? Movimenti così impercettibili, così incerti, da essere quasi invisibili? Chi sa vedere quando l'amore si avvicina - ma chi non si accorge quando questo se ne va?
Adèle Questa stanza al terzo piano era già uno spazio abbastanza ampio prima che Victor aggiungesse la sua serra di vetro. Aveva già una magnifica vista dell'oceano e del cielo, ma il fatto che ci siano i vetri la fa sembrare completamente esposta agli elementi. È come se Victor stesse nel bel mezzo dell'etere. Victor scrive in piedi a una vecchia e alta scrivania di legno. Quando arrivo in cima alla scala mi volta le spalle e nei pochi attimi che gli ci vogliono per notare la mia presenza e girarsi, ho un assaggio di cosa significhi essere lui. […] Dev'essere magnifico essere Victor. Persino il suo nome è trionfante. Ed eccolo qui in cima all'edificio, in cima al mondo. L'ingranaggio della casa sotto di lui e l'orizzonte infinito davanti. L'oceano è così piatto e blu da qui che sembra poterci infilare un dito e tirare l'intera distesa scintillante verso di sé.
«Da quanto tempo è nella scuola?» Ho risposto: «Dalla prima elementare. Quarantadue anni, sono del '43.»
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Storie di scuola raccontate da chi, come Domenico Starnone, è stato prima scolaro e poi insegnante, piccoli temi, compiti in classe, uniti tutti da uno stesso filo conduttore, un professore che guarda dietro e intorno a sé gli anni trascorsi nelle scuole italiane. Un professore, però
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Storie di scuola raccontate da chi, come Domenico Starnone, è stato prima scolaro e poi insegnante, piccoli temi, compiti in classe, uniti tutti da uno stesso filo conduttore, un professore che guarda dietro e intorno a sé gli anni trascorsi nelle scuole italiane. Un professore, però, che Starnone non è, ammonisce l'autore nell'Avvertenza conclusiva, quando scrive «Per ultimo: "io" non sono io. Niente di ciò che ho raccontato qui mi è realmente accaduto. Se fatti e persone dovessero sembrare reali, la colpa è tutta della realtà», ma è solo la somma di quanto ha vissuto in prima seconda e terza persona, in più di quarant'anni tra studio e insegnamento negli edifici scolastici. Profuma (volutamente?) di antico nelle prime pagine, un po' troppo per i miei gusti, quando con linguaggio aulico che si rifà allo stile delle poesie che ci costringevano a imparare a memoria da piccoli, ricorda la sua maestra, le piccole paure quotidiane e il suo primo innamoramento scolastico, ma poi si ravviva via via fino ad arrivare a dosare con sapienza, ironia e malinconia, un pizzico di cinismo e dolce rassegnazione. Il temi migliori sono da nove (9 - Benissimo), «Le Ore» (splendido e commovente) e «Piani» (una sottile satira sulla burocrazia che paralizza e ingabbia l'insegnamento), a tutto il resto sette più (7+ - Bene).
È un lento fluire, questa lettura, un vagare senza meta anche quando una meta c'è, un naufragio, tutto sommato, come scrive Ernesto Franco nella sua bella postfazione. È una lettura ipnotica, questa discesa attraverso la selva lungo le acque ora placide ora minacciose dello Xurandò, c'è una strana f
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È un lento fluire, questa lettura, un vagare senza meta anche quando una meta c'è, un naufragio, tutto sommato, come scrive Ernesto Franco nella sua bella postfazione. È una lettura ipnotica, questa discesa attraverso la selva lungo le acque ora placide ora minacciose dello Xurandò, c'è una strana forma di malìa che avvolge e che induce a proseguire febbricitanti nella lettura, ma senza fretta, con la stessa indolenza e la stessa impazienza con la quale Maqroll, il Gabbiere, si lascia trasportare dal Capitano e dai suoi uomini fino al luogo che vuole raggiungere per concludere l'affare che dovrebbe imprimere una svolta importante alla sua vita, una misteriosa segheria che sorge lungo il fiume, giù, dopo il Salto dell'Angelo. Solo allora potrà tornare da Flor Estévez, la sua donna, il cui profumo e la cui pelle ambrata permea i suoi sogni e i suoi deliri. Non succede nulla tra queste pagine, nonostante l'attraversare della selva, che «non ha nulla di misterioso, come si è soliti credere» - gli dice il Maggiore, altro enigmatico incontro che avviene durante il viaggio - «Questo costituisce il suo maggiore pericolo. È, né più né meno, ciò che lei ha visto. Ciò che vede. Semplice, compatta, uniforme, maligna. Qui l'intelligenza si consuma, il tempo si confonde, le leggi si dimenticano, l'allegria si ignora, la tristezza è fuori luogo»; eppure succede tutto, viene da pensare, ma è un tutto che si agita solo interiormente, perché fuori tutto è cullato dal rollio dei motori, un dolce scuotere di acque, un intricato arabesco di piante, un furtivo passaggio di ombre. «Di tutti i luoghi che mi hanno accolto in questo mondo», scrive Maqroll nei suoi appunti, «e sono cosi tanti e tanto diversi che ormai ne ho perso il conto, questo, senza dubbio, è l'unico in cui tutto mi è ostile, estraneo, saturo di un pericolo con il quale non so come venire a patti. Mi riprometto di non tornare mai a ripetere più questa esperienza, e maledetto sia il bisogno che ne avevo», eppure ha bisogno di questo viaggio, di attraversare questo luogo unico, impensabile e inenarrabile, forse, perché per ciascun viaggiatore, così come per ciascun lettore, è un viaggio diverso, un luogo in cui riflettere se stessi e Maqroll ha necessità di sfidare se stesso, di osservare il proprio riflesso. Qualcuno ha scritto che la cifra stilistica di Mutis, la sua impronta, si trova in quell'equilibrio unico che l'autore sudamericano vissuto per lunghi periodi della sua vita, e in varie età della sua esistenza aggiungo io, in Europa, mette nell'amalgama alchemica che fa di questo diario di viaggio un documento che è al tempo stesso vicinissimo e lontanissimo. Credo anche io che questo sia vero, che questa natura esotica, per noi europei, ma nel contempo concreta nel suo sentire, appoggiata su esperienze a noi familiari, sia la ragione del suo fascino, della sua unicità di genere. E allora, questo suo viaggiare, questo suo inseguire se stesso da una parte all'altra dell'Atlante geografico, questo suo essere esiliato da se stesso ancora più che dal mondo, colombiano tanto quanto belga, francese o messicano, Mutis come Maqroll, Maqroll come Mutis, in uno scambio continuo di sentimenti e sensazioni tra il narratore e il narrato, fa di Maqroll un personaggio unico, «assoluto» come scriveva Octavio Paz. Anche se non è più unico, oggi, penso a un tratto colta dal desiderio di un incontro impossibile, c'è un altro viaggiatore dall'altra parte del mondo che, come il Gabbiere, preda della sua nostalgia e del suo infinito cercare, del suo esilio e della sua non appartenenza a nessun luogo e a tutti i luoghi, è sempre pronto a prendere un petit sac à dos avec quelques viatiques con sé e a partire per un infinito viaggiare; chissà che un giorno del quale non è stato ancora ritrovato alcun carteggio, mi dico, Austerlitz e Maqroll non si siano già incontrati, e che a noi non resti solo sperare che nuovi appunti, nuovi fogli colorati coperti da una scrittura fitta ma ordinata, non saltino fuori da un libro appena acquistato in una libreria antiquaria di Anversa. In fondo, come ci hanno sempre insegnato, non è la meta, il fine, ma il viaggio stesso e gli incontri che si fanno lungo la strada, anche quelli solamente immaginati.
«La nostalgia è la menzogna grazie alla quale ci avviciniamo più velocemente alla morte. Vivere senza ricordare sarebbe, forse, il segreto degli dèi»
[edit] Quando ci sono tante cose da dire, quando le sensazioni sono tante, si finisce sempre per dimenticare di scrivere qualcosa a cui già si era pensato e che si considerava importante raccontare. Ecco, quello che volevo dire è che quando un poeta incontra un narratore, quando la poesia incontra la prosa, quando avvengono incontri come quello tra De André e Mutis, nascono canzoni come «Smisurata Preghiera» (inclusa nell'album «Anime Salve»), unico e sensibile omaggio ispirato ai romanzi e alle «Imprese e tribolazioni di Maqroll il Gabbiere» dedicato a chi, come il Gabbiere, viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione.
Glielo dice subito l'infermiera che in ospedale si sta prendendo cura di lei, poco dopo la sua venuta al mondo: «Sofia, lo sai che cos'è la nascita? È una nave che parte per la guerra».
In realtà non sappiamo che nave saremo, se dal porto partirà una nave da crociera, uno yacht di lusso, un incroci
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Glielo dice subito l'infermiera che in ospedale si sta prendendo cura di lei, poco dopo la sua venuta al mondo: «Sofia, lo sai che cos'è la nascita? È una nave che parte per la guerra».
In realtà non sappiamo che nave saremo, se dal porto partirà una nave da crociera, uno yacht di lusso, un incrociatore, un veliero, oppure un sommergibile. Quello che sappiamo, invece, è che Sofia è una nave pirata che parte alla conquista del mondo, con tanto di Jolly Roger messo sul pennone, sin dall'estate in cui lei e Oscar, sei e otto anni, e il cane Mozzo, occhio pigro bendato l'una fantasia galoppante l'altro orecchio sbranato in canile il terzo, giocarono ai pirati nei campi di Lagobello nell'hinterland milanese, e che quello che Cognetti ci mette tra le mani è una sorta di diario di bordo ricomposto alla rinfusa, una storia di lei raccontata da qualcuno che (come racconta l'autore stesso nel suo blog http://paolocognetti.blogspot.it/2012/09/sofia-si-veste… ), chissà quando e chissà dove l'ha conosciuta e ce la racconta così, un po' alla volta e come gli viene in mente. Ma forse Sofia non è nemmeno il centro di questo romanzo, è solo un pretesto, perché in questo modo, apparentemente disorganico, in questi capitoli che io non riesco a definire racconti, e non solamente perché in tutti Sofia sia presente, Cognetti tratteggia un'epoca, descrive la crisi della famiglia tradizionale, affonda lo sguardo, e la penna, nel crollo sociale politico dell'Italia alla fine degli anni Settanta, nelle sue contraddizioni e nelle sue speranze. È forse proprio per questo, per questo suo essere protagonista senza esserlo, che alla fine i personaggi che ho amato di più sono altri; dalla zia Marta fiancheggiatrice della lotta armata che fugge in esilio per poi tornare, alla madre Rossana che chiude i suoi sogni in un cassetto per dedicarsi alla famiglia e sgretolarsi lentamente, a Emma che giovane e rampante e con una luminosa carriera da ingegnere davanti a sé si fa tarpare le ali da un amore che non ha futuro; tutte donne che come la TV negli anni Settanta faticano a sprigionare colori e trasmettono in bianco e nero tutte le tonalità del grigio; per finire con Roberto, il padre di Sofia, l'unico personaggio maschile tridimensionale, ingegnere all'Alfa Romeo, spettatore di lotte operaie e di licenziamenti di massa, marito e padre prima ancora che abbia avuto il tempo di scegliere di esserlo, conformista tanto quanto è inquieto. In questo mare, molto spesso in tempesta, Sofia che veste sempre di nero come tante ragazzine oggi indossano t-shirt e bijoux con teschi e ossa incrociate, vaga di porto in porto, da Lagobello a Roma a New York, in cerca del suo approdo, un po' come l'Italia allo specchio, ieri come oggi. Come una nave pirata in cerca di un tesoro oppure, chissà, forse dell'isola che non c'è.
Su 'TINA - a pagina 28, la rivis'TINA letteraria di Matteo B. Bianchi, Paolo Cognetti ha pubblicato da poco un racconto inedito che ha per protagonista Sofia, perché, come scrive Bianchi nell'introduzione «ha sentito che la protagonista continuava a ispirargli nuove idee, nuovi percorsi, così ha deciso di assecondare l’ispirazione e continuare a scriverne». http://www.matteobb.com/tina/pdf/TINA_28.PDF
«Lo sai qual è il tuo problema?», le aveva detto una sera. «Un altro?» «È che tu sei comunista dentro. Voi siete come i cattolici, vi fate un culo così perché credete nel futuro. Io voglio essere felice adesso».
Un giorno questo dolore ti sarà utile
Il libro che cercavo, quello di cui avevo bisogno, proprio quello che più di una volta, da quando mi è stato regalato, ho preso in mano, sfogliato, e poi rimesso al suo posto.
Ora so perché, aspettava il suo momento d'oro, i due giorni in cui l'ho letto.
Delizioso (c'è chi odia questo termine, ma i ... (continue)
Il libro che cercavo, quello di cui avevo bisogno, proprio quello che più di una volta, da quando mi è stato regalato, ho preso in mano, sfogliato, e poi rimesso al suo posto.
Ora so perché, aspettava il suo momento d'oro, i due giorni in cui l'ho letto.
Delizioso (c'è chi odia questo termine, ma io non ne trovo uno più appropriato), ma anche tenero, crudele, ironico, liberatorio, spiazzante.
Ho voluto bene da subito a James, questo diciottene che definire disadattato o disturbato, con lo spregio che mettiamo di solito quando utilizziamo questi termini, è inappropriato e inadeguato; perché James, come dice lui stesso è disadattato nel senso che non si adatta, che non si adegua, che vuole essere altro, casomai anche niente, ma non quello che non sente di essere: studente prossimo ad andare all'Università, ragazzo socievole, figlio ciarliero.
James, quindi non è né l'una né l'altra cosa, è solo un ragazzo introverso, a modo suo speciale per la sua sensibilità e per il suo acume, un'anima bella di non facile comprensione per chi gli vive a fianco, e anche le sue riflessioni sul suo essere disturbato - Pensavo al significato di questa parola, a che cosa volesse dire varamente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film o dalla foresta vergine che brucia o dalle calotte polari che si ritirano. O dalla guerra in Iraq. Era uno di quei momenti in cui ti sembra di non aver mai sentito una certa parola e non riesci a credere che abbia proprio quel significato, e cominci a riflettere su come ci si è arrivati. È come il rintocco di una campana, cristallino e puro, disturbato, disturbato, disturbato, sentivo il suono vero della parola, così ho detto, come se non me ne fossi appena accorto: «Sono disturbato» - non sono solo il segno di quanto il giudizio degli altri influisca, troppo spesso in maniera negativa, molto di più della percezione che ciascuno ha di sé?
Qualcuno avrà pensato che questo è un romanzo furbetto, che James ha pensieri troppo adulti, che la sua è un'intelligenza troppo arguta per un diciottenne, che la sua ironia è costruita a tavolino davanti a una tastiera, mentre io sono dell'idea che al di là della credibilità del personaggio riesca a esprimere molto bene la forma di disagio che molte persone, giovanissimi inclusi, vivono quotidianamente, e che i suoi pensieri siano troppo acuti solo nella misura in cui si pensi che un adolescente non possa avere un'autonomia di pensiero e la forza di ribellarsi, anche solo con piccoli gesti dimostrativi, a quanto gli viene imposto dalla società in cui vive o anche semplicemente alla sua famiglia.
E così i piccoli battibecchi con la madre e la sorella, i confronti dialetticamente alla pari con il padre, gli scambi affettuosi con la nonna Nanette (l'unica persona con la quale ha un rapporto sincero e capace di strappargli confidenze), persino l'incontro al buio con John, il giovane afroamericano gay che gestisce la Galleria d'Arte della madre dove lavorano entrambi e gli appuntamenti scontro con la psichiatra che lo prende in cura, sono tutti piccoli segnali di quanti tasselli servano per formare il carattere di individuo o per decostruire quello che gli altri pretendono da noi, e di quanta superficialità si usi, usiamo, troppo spesso, per definire (e giudicare) le persone che ci circondano, soprattutto quelle che non riusciamo a decifrare.
Delusa dal primo Cameron che avevo letto, «Quella sera dorata», un romanzo che ha l'avvio di un capolavoro per trasformarsi strada facendo in un raffinatissimo Harmony, mi riconcilio con questo autore nella speranza che anche nelle opere successive abbia saputo conservare la freschezza e l'ardore profuse in questo libro.
Grazie Peter/James, questa volta mi hai fatto sorridere, riflettere, ricordare la lontana diciottenne che è in me, e anche commuovere.
Ora lascio parlare James, diciottenne in transito in questa età, spesso ingrata, in attesa di trasformarsi - Avrei voluto che la Grand Central fosse una stazione di passaggio come Penn Station, così il treno avrebbe continuato il viaggio e io con lui, magari senza scendere da nessuna parte, senza arrivare mai. Avrei passato il resto della mia vita in transito, protetto dal treno, mentre questo mondo impossibile e disgraziato sfrecciava fuori dal finestrino. - in qualcosa di bello.
«La luce della sera filtrava morbida attraverso gli alberi e ricadeva dentro in raggi dorati. Sentivo il rumore ritmico dell'irrigatore sul prato della casa accanto, e un'ape intrappolata che sbatteva ronzando contro il vetro e la zanzariera, insistente, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo, come se prima o poi potesse trovare un buco e volare via. Ho pensato a quanto pazienti e fiduciose siano tante forme di vita inferiore, come se credessero in qualcosa al di là della comprensione umana.
Sono rimasto così per quasi un'ora. Forse mi sono addormentato anch'io, ma non mi pare. Però la testa se n'è andata, mi sono scordato chi ero, dov'ero e che cos'ero. Ho mollato tutto, la rete che avevo dentro si è rovesciata e tutti i pesci disperati sono scappati via.»
La verità, soltanto la verità
- non quella, forse più nota, di Adèle H., figlia del celebre romanziere resa immortale dallo splendido film di François Truffaut e dall'allora giovanissima e conturbante Isabelle Adjani, e della sua violenta e ossessiva passione di amore per il tenente britannico Pinson che la trascinerà alla f ... (continue)
- non quella, forse più nota, di Adèle H., figlia del celebre romanziere resa immortale dallo splendido film di François Truffaut e dall'allora giovanissima e conturbante Isabelle Adjani, e della sua violenta e ossessiva passione di amore per il tenente britannico Pinson che la trascinerà alla follia -
quella di Charles Sainte-Beuve, critico poeta e romanziere francese, e del loro tormentato amore.
Una storia che ha il profumo della frutta, delle mele dei giardini del Lussemburgo dove i due amanti si incontrano e passeggiano clandestinamente, delle strette e tortuose scale e delle stanze polverose prese in affitto che affacciano sulle guglie di Notre-Dame nelle quali lasciare i sensi liberi di rispondere alla passione, della cera delle candele che illuminano appena la chiesa dove le due Adèle incontrano, in due vite diverse, la stessa Charlotte.
Ma è una storia che profuma soprattutto di rose, che delle rose ha la morbidezza vellutata, i colori tenui e cangianti, la complessità dei petali che si sovrappongono l'uno all'altro rispondendo a chissà quale misteriosa e geometrica architettura, una storia che delle rose ha anche tutte le spine.
A voci alterne, nell'arco di quarant'anni, Charles e Adèle ci narrano la loro storia, il loro incontro, la parabola del loro amore, che è sensuale, intellettuale, ma soprattutto viscerale, scandito sullo sfondo dalle vicende della Francia dell'epoca, dal passaggio alla Repubblica di Napoleone III (aspramente criticato da Victor Hugo, e da lui che si considerava onnipotente e onnisciente soprannominato Napoleone il piccolo , al punto da provocarne l'allontanamento da Parigi e costringerlo, con la famiglia al seguito, all'esilio nelle Isole del Canale - Jersey prima, dove avverrà il fatale incontro tra Adèle H., ultimogenita del romanziere, e il Tenente Pinson - e Guersnay poi), la carriera sfolgorante del romanziere e la debordante esaltazione del suo ego - Aveva deciso di inventarsi un proprio albero genealogico, idendo un falso stemma familiare e facendosi forgiare un anello con sigillo con il nuovo, ancestrale, motto da lui coniato. Ego Hugo. Non esistono due parole che si sposano meglio tra loro. - e infine le storie private delle due famiglie: la carriera di letterato di Sainte-Beuve che involve in maniera proporzionale a quella dell'ascesa dell'amico e rivale Victor, e quella della famiglia Hugo, caratterizzata da matrimoni, lutti, tradimenti, successi, fughe, amore e follia, dal senso del dovere e dall'assenza di autonomia economica che terrà Adèle fino alla fine legata a un marito ingombrante che sovrasta e incombe sull'esistenza di tutti.
L'autrice, Helen Humphreys, poetessa e romanziera canadese, aggiunge nella nota conclusiva alcune ulteriori informazioni biografiche su Sainte-Beuve e, notizia infinitamente più preziosa, svela al lettore di aver cercato, nel cesellare quella che a posteriori appare un'opera di fine oreficeria, di utilizzare quasi esclusivamente parole e frasi pronunciate da Adèle Hugo e Charles Sainte-Beuve nei loro scritti, e che al di là di poche eccezioni gli avvenimenti del romanzo ricalcano quelli realmente accaduti.
Una nota minuscola posta a inizio edizione, fra copyright e crediti della casa editrice, informa il lettore che «L'edizione italiana presenta alcune differenze rispetto all'edizione inglese che sono state autorizzate dall'autrice». Forse è superfluo dire che mi sarebbe piaciuto sapere quali.
Charles
Chi sa vedere quando l'amore si avvicina? Chi è in grado di registrare i movimenti di una persona verso un'altra? Movimenti così impercettibili, così incerti, da essere quasi invisibili?
Chi sa vedere quando l'amore si avvicina - ma chi non si accorge quando questo se ne va?
Adèle
Questa stanza al terzo piano era già uno spazio abbastanza ampio prima che Victor aggiungesse la sua serra di vetro. Aveva già una magnifica vista dell'oceano e del cielo, ma il fatto che ci siano i vetri la fa sembrare completamente esposta agli elementi. È come se Victor stesse nel bel mezzo dell'etere. Victor scrive in piedi a una vecchia e alta scrivania di legno. Quando arrivo in cima alla scala mi volta le spalle e nei pochi attimi che gli ci vogliono per notare la mia presenza e girarsi, ho un assaggio di cosa significhi essere lui. […]
Dev'essere magnifico essere Victor. Persino il suo nome è trionfante. Ed eccolo qui in cima all'edificio, in cima al mondo. L'ingranaggio della casa sotto di lui e l'orizzonte infinito davanti. L'oceano è così piatto e blu da qui che sembra poterci infilare un dito e tirare l'intera distesa scintillante verso di sé.
Fuori registro
e mezza
Storie di scuola raccontate da chi, come Domenico Starnone, è stato prima scolaro e poi insegnante, piccoli temi, compiti in classe, uniti tutti da uno stesso filo conduttore, un professore che guarda dietro e intorno a sé gli anni trascorsi nelle scuole italiane.continue)
Un professore, però ... (
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Storie di scuola raccontate da chi, come Domenico Starnone, è stato prima scolaro e poi insegnante, piccoli temi, compiti in classe, uniti tutti da uno stesso filo conduttore, un professore che guarda dietro e intorno a sé gli anni trascorsi nelle scuole italiane.
Un professore, però, che Starnone non è, ammonisce l'autore nell'Avvertenza conclusiva, quando scrive «Per ultimo: "io" non sono io. Niente di ciò che ho raccontato qui mi è realmente accaduto. Se fatti e persone dovessero sembrare reali, la colpa è tutta della realtà», ma è solo la somma di quanto ha vissuto in prima seconda e terza persona, in più di quarant'anni tra studio e insegnamento negli edifici scolastici.
Profuma (volutamente?) di antico nelle prime pagine, un po' troppo per i miei gusti, quando con linguaggio aulico che si rifà allo stile delle poesie che ci costringevano a imparare a memoria da piccoli, ricorda la sua maestra, le piccole paure quotidiane e il suo primo innamoramento scolastico, ma poi si ravviva via via fino ad arrivare a dosare con sapienza, ironia e malinconia, un pizzico di cinismo e dolce rassegnazione.
Il temi migliori sono da nove (9 - Benissimo), «Le Ore» (splendido e commovente) e «Piani» (una sottile satira sulla burocrazia che paralizza e ingabbia l'insegnamento), a tutto il resto sette più (7+ - Bene).
«Ragazzi, niente resta identico»
La neve dell'ammiraglio
È un lento fluire, questa lettura, un vagare senza meta anche quando una meta c'è, un naufragio, tutto sommato, come scrive Ernesto Franco nella sua bella postfazione.continue)
È una lettura ipnotica, questa discesa attraverso la selva lungo le acque ora placide ora minacciose dello Xurandò, c'è una strana f ... (
È un lento fluire, questa lettura, un vagare senza meta anche quando una meta c'è, un naufragio, tutto sommato, come scrive Ernesto Franco nella sua bella postfazione.
È una lettura ipnotica, questa discesa attraverso la selva lungo le acque ora placide ora minacciose dello Xurandò, c'è una strana forma di malìa che avvolge e che induce a proseguire febbricitanti nella lettura, ma senza fretta, con la stessa indolenza e la stessa impazienza con la quale Maqroll, il Gabbiere, si lascia trasportare dal Capitano e dai suoi uomini fino al luogo che vuole raggiungere per concludere l'affare che dovrebbe imprimere una svolta importante alla sua vita, una misteriosa segheria che sorge lungo il fiume, giù, dopo il Salto dell'Angelo.
Solo allora potrà tornare da Flor Estévez, la sua donna, il cui profumo e la cui pelle ambrata permea i suoi sogni e i suoi deliri.
Non succede nulla tra queste pagine, nonostante l'attraversare della selva, che «non ha nulla di misterioso, come si è soliti credere» - gli dice il Maggiore, altro enigmatico incontro che avviene durante il viaggio - «Questo costituisce il suo maggiore pericolo. È, né più né meno, ciò che lei ha visto. Ciò che vede. Semplice, compatta, uniforme, maligna. Qui l'intelligenza si consuma, il tempo si confonde, le leggi si dimenticano, l'allegria si ignora, la tristezza è fuori luogo»; eppure succede tutto, viene da pensare, ma è un tutto che si agita solo interiormente, perché fuori tutto è cullato dal rollio dei motori, un dolce scuotere di acque, un intricato arabesco di piante, un furtivo passaggio di ombre.
«Di tutti i luoghi che mi hanno accolto in questo mondo», scrive Maqroll nei suoi appunti, «e sono cosi tanti e tanto diversi che ormai ne ho perso il conto, questo, senza dubbio, è l'unico in cui tutto mi è ostile, estraneo, saturo di un pericolo con il quale non so come venire a patti. Mi riprometto di non tornare mai a ripetere più questa esperienza, e maledetto sia il bisogno che ne avevo», eppure ha bisogno di questo viaggio, di attraversare questo luogo unico, impensabile e inenarrabile, forse, perché per ciascun viaggiatore, così come per ciascun lettore, è un viaggio diverso, un luogo in cui riflettere se stessi e Maqroll ha necessità di sfidare se stesso, di osservare il proprio riflesso.
Qualcuno ha scritto che la cifra stilistica di Mutis, la sua impronta, si trova in quell'equilibrio unico che l'autore sudamericano vissuto per lunghi periodi della sua vita, e in varie età della sua esistenza aggiungo io, in Europa, mette nell'amalgama alchemica che fa di questo diario di viaggio un documento che è al tempo stesso vicinissimo e lontanissimo.
Credo anche io che questo sia vero, che questa natura esotica, per noi europei, ma nel contempo concreta nel suo sentire, appoggiata su esperienze a noi familiari, sia la ragione del suo fascino, della sua unicità di genere.
E allora, questo suo viaggiare, questo suo inseguire se stesso da una parte all'altra dell'Atlante geografico, questo suo essere esiliato da se stesso ancora più che dal mondo, colombiano tanto quanto belga, francese o messicano, Mutis come Maqroll, Maqroll come Mutis, in uno scambio continuo di sentimenti e sensazioni tra il narratore e il narrato, fa di Maqroll un personaggio unico, «assoluto» come scriveva Octavio Paz.
Anche se non è più unico, oggi, penso a un tratto colta dal desiderio di un incontro impossibile, c'è un altro viaggiatore dall'altra parte del mondo che, come il Gabbiere, preda della sua nostalgia e del suo infinito cercare, del suo esilio e della sua non appartenenza a nessun luogo e a tutti i luoghi, è sempre pronto a prendere un petit sac à dos avec quelques viatiques con sé e a partire per un infinito viaggiare; chissà che un giorno del quale non è stato ancora ritrovato alcun carteggio, mi dico, Austerlitz e Maqroll non si siano già incontrati, e che a noi non resti solo sperare che nuovi appunti, nuovi fogli colorati coperti da una scrittura fitta ma ordinata, non saltino fuori da un libro appena acquistato in una libreria antiquaria di Anversa.
In fondo, come ci hanno sempre insegnato, non è la meta, il fine, ma il viaggio stesso e gli incontri che si fanno lungo la strada, anche quelli solamente immaginati.
«La nostalgia è la menzogna grazie alla quale ci avviciniamo più velocemente alla morte. Vivere senza ricordare sarebbe, forse, il segreto degli dèi»
[edit] Quando ci sono tante cose da dire, quando le sensazioni sono tante, si finisce sempre per dimenticare di scrivere qualcosa a cui già si era pensato e che si considerava importante raccontare.
Ecco, quello che volevo dire è che quando un poeta incontra un narratore, quando la poesia incontra la prosa, quando avvengono incontri come quello tra De André e Mutis, nascono canzoni come «Smisurata Preghiera» (inclusa nell'album «Anime Salve»), unico e sensibile omaggio ispirato ai romanzi e alle «Imprese e tribolazioni di Maqroll il Gabbiere» dedicato a chi, come il Gabbiere, viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione.
http://youtu.be/cK1GbJdwI6s
Sofia si veste sempre di nero
Glielo dice subito l'infermiera che in ospedale si sta prendendo cura di lei, poco dopo la sua venuta al mondo: «Sofia, lo sai che cos'è la nascita? È una nave che parte per la guerra».
In realtà non sappiamo che nave saremo, se dal porto partirà una nave da crociera, uno yacht di lusso, un incroci ... (continue)
Glielo dice subito l'infermiera che in ospedale si sta prendendo cura di lei, poco dopo la sua venuta al mondo: «Sofia, lo sai che cos'è la nascita? È una nave che parte per la guerra».
In realtà non sappiamo che nave saremo, se dal porto partirà una nave da crociera, uno yacht di lusso, un incrociatore, un veliero, oppure un sommergibile.
Quello che sappiamo, invece, è che Sofia è una nave pirata che parte alla conquista del mondo, con tanto di Jolly Roger messo sul pennone, sin dall'estate in cui lei e Oscar, sei e otto anni, e il cane Mozzo, occhio pigro bendato l'una fantasia galoppante l'altro orecchio sbranato in canile il terzo, giocarono ai pirati nei campi di Lagobello nell'hinterland milanese, e che quello che Cognetti ci mette tra le mani è una sorta di diario di bordo ricomposto alla rinfusa, una storia di lei raccontata da qualcuno che (come racconta l'autore stesso nel suo blog http://paolocognetti.blogspot.it/2012/09/sofia-si-veste… ), chissà quando e chissà dove l'ha conosciuta e ce la racconta così, un po' alla volta e come gli viene in mente.
Ma forse Sofia non è nemmeno il centro di questo romanzo, è solo un pretesto, perché in questo modo, apparentemente disorganico, in questi capitoli che io non riesco a definire racconti, e non solamente perché in tutti Sofia sia presente, Cognetti tratteggia un'epoca, descrive la crisi della famiglia tradizionale, affonda lo sguardo, e la penna, nel crollo sociale politico dell'Italia alla fine degli anni Settanta, nelle sue contraddizioni e nelle sue speranze.
È forse proprio per questo, per questo suo essere protagonista senza esserlo, che alla fine i personaggi che ho amato di più sono altri; dalla zia Marta fiancheggiatrice della lotta armata che fugge in esilio per poi tornare, alla madre Rossana che chiude i suoi sogni in un cassetto per dedicarsi alla famiglia e sgretolarsi lentamente, a Emma che giovane e rampante e con una luminosa carriera da ingegnere davanti a sé si fa tarpare le ali da un amore che non ha futuro; tutte donne che come la TV negli anni Settanta faticano a sprigionare colori e trasmettono in bianco e nero tutte le tonalità del grigio; per finire con Roberto, il padre di Sofia, l'unico personaggio maschile tridimensionale, ingegnere all'Alfa Romeo, spettatore di lotte operaie e di licenziamenti di massa, marito e padre prima ancora che abbia avuto il tempo di scegliere di esserlo, conformista tanto quanto è inquieto.
In questo mare, molto spesso in tempesta, Sofia che veste sempre di nero come tante ragazzine oggi indossano t-shirt e bijoux con teschi e ossa incrociate, vaga di porto in porto, da Lagobello a Roma a New York, in cerca del suo approdo, un po' come l'Italia allo specchio, ieri come oggi.
Come una nave pirata in cerca di un tesoro oppure, chissà, forse dell'isola che non c'è.
Su 'TINA - a pagina 28, la rivis'TINA letteraria di Matteo B. Bianchi, Paolo Cognetti ha pubblicato da poco un racconto inedito che ha per protagonista Sofia, perché, come scrive Bianchi nell'introduzione «ha sentito che la protagonista continuava a ispirargli nuove idee, nuovi percorsi, così ha deciso di assecondare l’ispirazione e continuare a scriverne». http://www.matteobb.com/tina/pdf/TINA_28.PDF
«Lo sai qual è il tuo problema?», le aveva detto una sera.
«Un altro?»
«È che tu sei comunista dentro. Voi siete come i cattolici, vi fate un culo così perché credete nel futuro. Io voglio essere felice adesso».