Piove. Forse allora è il giorno giusto per parlare di Viaggio al termine della notte. Cupo ma non buio, violento ma non cruento, cinico ma non compiaciuto, Bardamu si addentra nella notte prima in punta di piedi, quasi come un fantasma, trascinato nella vertigine della guerra (il richiamo a K
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Piove. Forse allora è il giorno giusto per parlare di Viaggio al termine della notte. Cupo ma non buio, violento ma non cruento, cinico ma non compiaciuto, Bardamu si addentra nella notte prima in punta di piedi, quasi come un fantasma, trascinato nella vertigine della guerra (il richiamo a Ken Saro Wiwa nei capitoli iniziali è stato fortissimo e sconvolgente. Leggevo e mi dicevo: Saro Wiwa sicuramente ha letto Céline e ha voluto fare del suo Mene il Bardamu d'Africa!) fino a diventare via via sempre più protagonista, acrobata in equilibrio tra le bassezze umane e gli istinti primordiali. Piove dicevo, non a caso. Non che ci sia molta pioggia nel romanzo, se non nel finale, ma piovono avvenimenti, pensieri, parole, in un'overdose continua di fatti e misfatti: Bardamu dà libero sfogo ad ogni proprio singolo pensiero ed io, lettore, mi trovo sballottata nella sua testa, immersa tra i suoi pensieri che corrono liberamente e freneticamente nella sua mente, schiacciata dall'insensatezza della guerra, dal colonialismo aberrante, dall'industrializzazione alienante, dall'amore che non salva, dalla medicina che non cura in un tentativo estremo di riuscire a trovare l'uscita verso l'aria pura, la fine della notte, la salvezza che purifica. Ma cosa c'è davvero al termine della notte? La sopravvivenza, forse, ma non la luce.
Perché nell'animo di ciascuno di noi ci sono luoghi che continuano ad esistere anche quando non esistono più.
Via Katalin è rinchiusa nel cuore di chi l'ha amata, è due assi di una staccionata inchiodate nel momento sbagliato, è lo scorrere del tempo circolare dove le vite proseguono anche se spezzate dalla guerra, è il sovrapporsi quieto di piccole gioie e di grandi dolori, di fantasmi e di creature reali,
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Via Katalin è rinchiusa nel cuore di chi l'ha amata, è due assi di una staccionata inchiodate nel momento sbagliato, è lo scorrere del tempo circolare dove le vite proseguono anche se spezzate dalla guerra, è il sovrapporsi quieto di piccole gioie e di grandi dolori, di fantasmi e di creature reali, è il convivere malinconico di sogni spezzati, di vite spezzate, e di una primavera che non è mai sbocciata. Via Katalin è nel mio cuore, ed io non ne voglio parlare, perché è anche mia e ho solo voglia di custodirla gelosamente, girare l'ultima pagina e ricominciare da capo, per tornare ad incontrare Irén e Bálint, il Maggiore e la Signora Temes, Henriett e i signori Held e poi ancora i Signori Elekes. E poi, infine, riportare Blanka a casa. Per sempre.
«Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.»
Un piccolo gioiello di centoquaranta pagine. All'inizio un mormorio sommesso, voci che si accostano l'una all'altra, alcune disilluse, alcune timide, altre ricche di speranza. Poi il mormorio diventa coro, pensieri che all'unisono si sovrappongono, si spingono, si strattonano quasi. Alcuni gioiosi,
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Un piccolo gioiello di centoquaranta pagine. All'inizio un mormorio sommesso, voci che si accostano l'una all'altra, alcune disilluse, alcune timide, altre ricche di speranza. Poi il mormorio diventa coro, pensieri che all'unisono si sovrappongono, si spingono, si strattonano quasi. Alcuni gioiosi, altri timorosi, altri ancora rabbiosi, spaventati, smarriti, delusi. Ogni tanto una voce, un assolo che ricorda a noi che leggiamo, a noi che ascoltiamo, che quel coro è fatto di singole voci, di singole storie, di singole donne, che quel noi è fatto di tanti io, un plurale che diventa singolare. Attraverso queste voci la storia delle "spose in fotografia", le donne giapponesi che all'inizio del Novecento arrivarono negli Stati Uniti per sposare i loro connazionali espatriati in cerca di un lavoro. E la loro storia, che giunge fino a lambire la seconda guerra mondiale e l'attacco di Pearl Harbor, risuona nelle nostre orecchie come le onde del mare, ci narra di una deportazione che fu doppia, dal Giappone agli Stati Uniti e attraverso gli Stati Uniti, di un inganno che fu crudele e di un popolo che fu emarginato, additato, isolato. Attraverso queste voci, la storia della comunità giapponese, che un giorno, dall'oggi al domani, come una folata di vento spazza via le foglie secche, scomparve dalle città della California dove aveva vissuto e lavorato per essere trasferita nei campi di concentramento del Arkansas, dell'Idaho, dello Utah. Portarono via qualcosa, portarono via qualcuno, lasciarono qualcosa, lasciarono qualcuno. «Haruko lasciò un piccolo Budda ridente di ottone in un angolo della soffitta, e ancora oggi il Budda ride.»
Come sparpagliare sul pavimento una scatola piena di vecchie fotografie e sentirle ognuna raccontare una storia. Una poesia, una cantilena come ha detto ieri sera qualcuno di noi, che diventa Storia.
Avevo lasciato il mio primo Scerbanenco senza stelline né commento in attesa di partecipare al mio primo "Legigamo Noir", partecipazione che poi non c'è stata.
Mi è piaciuto, soprattutto per quell'aspetto che solitamente a me, che giallista non sono, piace nei gialli: alla fine quello che meno cont
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Avevo lasciato il mio primo Scerbanenco senza stelline né commento in attesa di partecipare al mio primo "Legigamo Noir", partecipazione che poi non c'è stata.
Mi è piaciuto, soprattutto per quell'aspetto che solitamente a me, che giallista non sono, piace nei gialli: alla fine quello che meno conta è chi sia l'assassino.
Conta l'ambientazione, una Milano che fa freddo solo a pensarla, quella Milano che, contrariamente alla Roma in cui vivo, vede la sua vita svolgersi più nelle case che per strade. Un'atmosfera in cui, indipendentemente dal fatto che sia estate o inverno, si sente il gelo penetrare nelle ossa e sembra quasi di sentire l'odore della neve.
Conta il vissuto dei personaggi, in testa Duca Lamberti, questo ex-medico di poche parole e pochi fatti, sembra, ma che in realtà vede il caso dipanarsi lentamente e chiaramente nella sua mente.
Conta la società dell'epoca, così bigotta eppure già così spregiudicata. Conta il fatto che eutanasia e prostituzione d'alto bordo erano già temi attualissimi, di quelli però di cui parlare sottovoce.
Bello, insomma, così come è bella la storia di Vladimir Giorgio Scerbanenko, arrivato bambino da Kiev, quand'era ancora Russia Imperiale, ma di madre romana, approdato a Roma e trapiantato a Milano. Chi l'ha detto che non c'è niente di russo in lui? Non sarà forse quell'odore di neve che sentivo?
«Faceva il poliziotto con fredda passione, per mettere a posto, inesorabilmente, tutti quelli che trasgredivano la legge o andavano contro i regolamenti. Era una specie di Javert.»*
Ma che meraviglia scoprire i libri dentro ad altri libri!
quando scrub incontra pulp fiction, succede che prima o poi ne faranno un film*: e che nessuno mi venga a dire che l'intento non era questo! bello l'inizio, un po' fiacca la parte centrale, inverosimile ma in crescendo il finale.
quando scrub incontra pulp fiction, succede che prima o poi ne faranno un film*: e che nessuno mi venga a dire che l'intento non era questo! bello l'inizio, un po' fiacca la parte centrale, inverosimile ma in crescendo il finale.
*mi tocca correggermi subito, ma a questo punto il mio ego gongola: a quanto pare l'hanno già fatto :-)
Viaggio al termine della notte
Piove.continue)
Forse allora è il giorno giusto per parlare di Viaggio al termine della notte.
Cupo ma non buio, violento ma non cruento, cinico ma non compiaciuto, Bardamu si addentra nella notte prima in punta di piedi, quasi come un fantasma, trascinato nella vertigine della guerra (il richiamo a K ... (
Piove.
Forse allora è il giorno giusto per parlare di Viaggio al termine della notte.
Cupo ma non buio, violento ma non cruento, cinico ma non compiaciuto, Bardamu si addentra nella notte prima in punta di piedi, quasi come un fantasma, trascinato nella vertigine della guerra (il richiamo a Ken Saro Wiwa nei capitoli iniziali è stato fortissimo e sconvolgente. Leggevo e mi dicevo: Saro Wiwa sicuramente ha letto Céline e ha voluto fare del suo Mene il Bardamu d'Africa!) fino a diventare via via sempre più protagonista, acrobata in equilibrio tra le bassezze umane e gli istinti primordiali.
Piove dicevo, non a caso.
Non che ci sia molta pioggia nel romanzo, se non nel finale, ma piovono avvenimenti, pensieri, parole, in un'overdose continua di fatti e misfatti: Bardamu dà libero sfogo ad ogni proprio singolo pensiero ed io, lettore, mi trovo sballottata nella sua testa, immersa tra i suoi pensieri che corrono liberamente e freneticamente nella sua mente, schiacciata dall'insensatezza della guerra, dal colonialismo aberrante, dall'industrializzazione alienante, dall'amore che non salva, dalla medicina che non cura in un tentativo estremo di riuscire a trovare l'uscita verso l'aria pura, la fine della notte, la salvezza che purifica.
Ma cosa c'è davvero al termine della notte?
La sopravvivenza, forse, ma non la luce.
Via Katalin
Via Katalin è rinchiusa nel cuore di chi l'ha amata, è due assi di una staccionata inchiodate nel momento sbagliato, è lo scorrere del tempo circolare dove le vite proseguono anche se spezzate dalla guerra, è il sovrapporsi quieto di piccole gioie e di grandi dolori, di fantasmi e di creature reali, ... (continue)
Via Katalin è rinchiusa nel cuore di chi l'ha amata, è due assi di una staccionata inchiodate nel momento sbagliato, è lo scorrere del tempo circolare dove le vite proseguono anche se spezzate dalla guerra, è il sovrapporsi quieto di piccole gioie e di grandi dolori, di fantasmi e di creature reali, è il convivere malinconico di sogni spezzati, di vite spezzate, e di una primavera che non è mai sbocciata.
Via Katalin è nel mio cuore, ed io non ne voglio parlare, perché è anche mia e ho solo voglia di custodirla gelosamente, girare l'ultima pagina e ricominciare da capo, per tornare ad incontrare Irén e Bálint, il Maggiore e la Signora Temes, Henriett e i signori Held e poi ancora i Signori Elekes. E poi, infine, riportare Blanka a casa. Per sempre.
«Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.»
Venivamo tutte per mare
Un piccolo gioiello di centoquaranta pagine.continue)
All'inizio un mormorio sommesso, voci che si accostano l'una all'altra, alcune disilluse, alcune timide, altre ricche di speranza.
Poi il mormorio diventa coro, pensieri che all'unisono si sovrappongono, si spingono, si strattonano quasi. Alcuni gioiosi, ... (
Un piccolo gioiello di centoquaranta pagine.
All'inizio un mormorio sommesso, voci che si accostano l'una all'altra, alcune disilluse, alcune timide, altre ricche di speranza.
Poi il mormorio diventa coro, pensieri che all'unisono si sovrappongono, si spingono, si strattonano quasi. Alcuni gioiosi, altri timorosi, altri ancora rabbiosi, spaventati, smarriti, delusi. Ogni tanto una voce, un assolo che ricorda a noi che leggiamo, a noi che ascoltiamo, che quel coro è fatto di singole voci, di singole storie, di singole donne, che quel noi è fatto di tanti io, un plurale che diventa singolare.
Attraverso queste voci la storia delle "spose in fotografia", le donne giapponesi che all'inizio del Novecento arrivarono negli Stati Uniti per sposare i loro connazionali espatriati in cerca di un lavoro. E la loro storia, che giunge fino a lambire la seconda guerra mondiale e l'attacco di Pearl Harbor, risuona nelle nostre orecchie come le onde del mare, ci narra di una deportazione che fu doppia, dal Giappone agli Stati Uniti e attraverso gli Stati Uniti, di un inganno che fu crudele e di un popolo che fu emarginato, additato, isolato.
Attraverso queste voci, la storia della comunità giapponese, che un giorno, dall'oggi al domani, come una folata di vento spazza via le foglie secche, scomparve dalle città della California dove aveva vissuto e lavorato per essere trasferita nei campi di concentramento del Arkansas, dell'Idaho, dello Utah.
Portarono via qualcosa, portarono via qualcuno, lasciarono qualcosa, lasciarono qualcuno. «Haruko lasciò un piccolo Budda ridente di ottone in un angolo della soffitta, e ancora oggi il Budda ride.»
Come sparpagliare sul pavimento una scatola piena di vecchie fotografie e sentirle ognuna raccontare una storia. Una poesia, una cantilena come ha detto ieri sera qualcuno di noi, che diventa Storia.
Julie Otsuka è la vincitrice del Pen Faulkner Award 2012 http://www.penfaulkner.org/2012/03/26/winner-announced-…
Venere privata
Avevo lasciato il mio primo Scerbanenco senza stelline né commento in attesa di partecipare al mio primo "Legigamo Noir", partecipazione che poi non c'è stata.
Mi è piaciuto, soprattutto per quell'aspetto che solitamente a me, che giallista non sono, piace nei gialli: alla fine quello che meno cont ... (continue)
Avevo lasciato il mio primo Scerbanenco senza stelline né commento in attesa di partecipare al mio primo "Legigamo Noir", partecipazione che poi non c'è stata.
Mi è piaciuto, soprattutto per quell'aspetto che solitamente a me, che giallista non sono, piace nei gialli: alla fine quello che meno conta è chi sia l'assassino.
Conta l'ambientazione, una Milano che fa freddo solo a pensarla, quella Milano che, contrariamente alla Roma in cui vivo, vede la sua vita svolgersi più nelle case che per strade. Un'atmosfera in cui, indipendentemente dal fatto che sia estate o inverno, si sente il gelo penetrare nelle ossa e sembra quasi di sentire l'odore della neve.
Conta il vissuto dei personaggi, in testa Duca Lamberti, questo ex-medico di poche parole e pochi fatti, sembra, ma che in realtà vede il caso dipanarsi lentamente e chiaramente nella sua mente.
Conta la società dell'epoca, così bigotta eppure già così spregiudicata.
Conta il fatto che eutanasia e prostituzione d'alto bordo erano già temi attualissimi, di quelli però di cui parlare sottovoce.
Bello, insomma, così come è bella la storia di Vladimir Giorgio Scerbanenko, arrivato bambino da Kiev, quand'era ancora Russia Imperiale, ma di madre romana, approdato a Roma e trapiantato a Milano.
Chi l'ha detto che non c'è niente di russo in lui?
Non sarà forse quell'odore di neve che sentivo?
«Faceva il poliziotto con fredda passione, per mettere a posto, inesorabilmente, tutti quelli che trasgredivano la legge o andavano contro i regolamenti. Era una specie di Javert.»*
Ma che meraviglia scoprire i libri dentro ad altri libri!
(*)
http://it.wikipedia.org/wiki/Javert
Vedi di non morire
coming soon :-)
quando scrub incontra pulp fiction, succede che prima o poi ne faranno un film*: e che nessuno mi venga a dire che l'intento non era questo!
bello l'inizio, un po' fiacca la parte centrale, inverosimile ma in crescendo il finale.
*mi tocca correggermi subito, ma a questo ... (continue)
coming soon :-)
quando scrub incontra pulp fiction, succede che prima o poi ne faranno un film*: e che nessuno mi venga a dire che l'intento non era questo!
bello l'inizio, un po' fiacca la parte centrale, inverosimile ma in crescendo il finale.
*mi tocca correggermi subito, ma a questo punto il mio ego gongola: a quanto pare l'hanno già fatto :-)
http://www.youtube.com/watch?v=uVL4Xy7CIYM