Ha quasi sessant'anni, John Steinbeck, quando decide di viaggiare attraverso gli Stati Uniti in lungo e in largo, da costa a costa, da Nord a Sud, da Est a Ovest, a bordo di Ronzinante, la casa-mobile approntata per l'occasione, e in compagnia di Charley, il suo cane barbone piuttosto attempa
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Ha quasi sessant'anni, John Steinbeck, quando decide di viaggiare attraverso gli Stati Uniti in lungo e in largo, da costa a costa, da Nord a Sud, da Est a Ovest, a bordo di Ronzinante, la casa-mobile approntata per l'occasione, e in compagnia di Charley, il suo cane barbone piuttosto attempato e malato di prostatite. Perché si accorge, dopo essere stato per decenni la voce dell'America, di non conoscere più il suo paese, di (de)scriverlo ormai da tempo restando comodamente seduto in poltrona. E allora parte dalla sua casa di Sag Harbor, alle porte di New York, intenzionato a spingersi fino negli angoli più remoti, deciso a tastare il polso di una nazione che forse è tale solo sulla carta ma che porta i segni di fratture non solo dell'epoca secessionista, ma anche provocate dalla confusione politica e sociale degli anni Sessanta, spinto a soddisfare curiosità che si porta dentro da sempre, come incontrare i Canuck del Canada, i raccoglitori di patate del Maine, e intenzionato a soddisfare incredibili curiosità turistiche, come quella di guardare finalmente con i suoi occhi le Cascate del Niagara, «perché ora, almeno, quando mi domandano se ho visto le cascate del Niagara io posso rispondere, senza mentire, di sì.» E gli Stati Uniti che incontriamo insieme a lui sono ben lontani da quelli convenzionali, da quelli descritti nei reportage di viaggio o nei depliant turistici; gli Stati Uniti di Steinbeck sono introversi come i motel 'tutta plastica' che incontra lungo la strada, chiassosi come le feste texane, filosofi come Monsieur "Ci Gît che incontra a New Orleans, razzisti come il biondo autostoppista che (s)carica a Jackson, speranzosi come il ragazzo nero che accompagna a Montgomery, silenziosi come il deserto di Mojave. Viaggia in lungo in largo, John Steinbeck, e io lo seguo curiosa, affascinata, rapita, mentre macina non solo chilometri, ma secoli di storia e letteratura, scienza e geografia; ed è bello viaggiare con lui, borbottone paterno irrequieto nostalgico, eppure sempre incredibilmente moderno, un passo avanti, come si dice da noi, per ritrovarsi a scoprire il viaggiatore e lo scrittore, e attraverso lui incontrare l'uomo, e gli uomini, l'Umanità. Gli Stati Uniti di Steinbeck sono divisi, multirazziali, ciascuno stato con una sua propria differente identità, ma sono comunque un unico popolo, alla fine un unico stato. Ci sono vari momenti di emozione, ciascuno lettore troverà il suo, quello più adatto al suo sentire; io ho ritrovato con piacere la figura di Samuel Hamilton, il nonno materno, tra i protagonisti de «La valle dell'Eden», con curiosità la città di Fargo (chiedendomi se è grazie a Steinbeck che anche i fratelli Coen hanno deciso di girare 'proprio lì' uno dei loro film più belli) e la ricerca per Sauk Centre della lapide di Sinclair Lewis, lasciato solo da vivo e ricordato da morto, a indicare che «Il solo scrittore buono era uno scrittore morto», così come ho trovato molto bella la descrizione del Texas, «Il Texas [che] è uno stato mentale. Il Texas [che] è un'ossessione. Soprattutto, e in tutti i sensi, il Texas [che] è una nazione.» Un po' come gli Stati Uniti.
«Dal principio alla fine io non trovai estranei. Se li avessi trovati, forse sarei riuscito a parlarne con maggiore obiettività. Ma questa è la mia gente, e questo è il mio paese. Se trovai cose da criticare, da deplorare, erano cose, tendenze, presenti anche in me. Se dovessi confezionare una conclusione inattaccabile e immacolata, direi così: Nonostante la nostra enorme portata geografica, nonostante il nostro campanilismo, nonostante tutte le nostre progenie intrecciate e tratte da ogni parte del mondo etnico, noi siamo una nazione, una progenie nuova. Gli americani sono molto più americani di quanto non siano settentrionali, meridionali, occidentali od orientali. E i discendenti degli inglesi, degli irlandesi, degli italiani, degli ebrei, dei tedeschi, dei polacchi, sono sostanzialmente americani. Questa non è una trombonata patriottica; è un fatto, un fatto attentamente osservato. Il cinese di California, l'irlandese di Boston, il tedesco del Wisconsin, sì, e il negro dell'Alabama, hanno più cose che li uniscono di quante possano dividerli. E questo è tanto più notevole in quanto è successo alla svelta. E' un fatto che gli americani di tutte le parti e di tutte le estrazioni razziali sono più simili fra loro di quanto un inglese è simile a un gallese, uno del Lancashire a un londinese, uno scozzese di montagna a uno scozzese di vallata. Sbalordisce il fatto che questo sia accaduto in duecento anni, e anzi in larga misura negli ultimi cinquanta. L'identità americana è un fatto preciso e dimostrabile.»
Pensieri che si sovrappongono, momenti di delirio e momenti di lucidità. Frenesia, concitazione, premeditazione, improvvisazione. Un flusso inarrestabile prima frizzante, scoppiettante, poi via via che la rabbia e l'impossibilità di decidere liberamente prendono il sopravvento, ed Else si sente chiu
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Pensieri che si sovrappongono, momenti di delirio e momenti di lucidità. Frenesia, concitazione, premeditazione, improvvisazione. Un flusso inarrestabile prima frizzante, scoppiettante, poi via via che la rabbia e l'impossibilità di decidere liberamente prendono il sopravvento, ed Else si sente chiusa in un angolo, i pensieri diventano febbrili, concitati, sincopati. Mi viene da pensare alla Sconosciuta di Zweig, in fondo i due racconti brevi sono stati scritti a soli due anni di distanza l'uno dall'altro e Zweig e Schnitzler, entrambi viennesi, erano contemporanei. Ma quanta differenza c'è, quant'è Ottocentesca la Sconosciuta che pure io ho amato tanto, così come tanto amo la scrittura di Zweig, rispetto a Else, così moderna e proiettata nel futuro! Schnitzler, che Freud considerava il suo doppio letterario, raccoglie a piene mani gli studi sulla psicoanalisi e la personalità freudiani e li trasfonde in Else, più di quanto aveva fatto in «Fuga nelle tenebre», utilizzando l'espediente letterario del «monologo interiore» in maniera stupefacente: mai prima d'ora mi ero sentita letteralmente trascinata dentro la mente di qualcuno così come Schnitzler mi ha portata nell'altalena emotiva dei sentimenti di Else. Else che allo stesso tempo è testimone della scarsa considerazione in cui era considerata all'epoca la donna, rispettabilissima quando il suo prostituirsi era giustificato da un matrimonio di convenienza, ma giudicata e messa all'indice quando i suoi comportamenti erano troppo disinvolti o disnibiti. Else stessa è disposta ad essere - così come dice lei stessa - «una sgualdrina», a offrirsi spontaneamente nuda agli sguardi occasionali di due passanti davanti alla finestra della sua stanza d'albergo, oppure a immaginarsi sempre nuda sui gradini della scalinata di marmo del ricco italiano che potrebbe -sono solo immagini della sua fantasia - sposare, ma non è disposta ad accettare un ricatto che, sia pur per salvare l'onore del padre che ha contratto un debito di gioco e rischia l'arresto, il fallimento e il disonore, la vorrebbe veder rinunciare passivamente alla sua dignità di donna. Una linea sottile quella che porta Else sull'orlo della follia, quella che divide la prostituzione consueta, quella accettata per conquistare un posto in società, dalla prostituzione pretesa ed estorta con il ricatto. Insomma, Else non è un'ingenua, Else è maliziosa e manipolatrice, ma Else è anche una giovane donna, e diciannove anni sono ancora troppo pochi per perdere il rispetto di sé. Else ha un suo punto fermo, oltre il quale c'è il baratro. Schnitzler è abilissimo nel realizzare quello che io da anni sogno di fare, attaccare una pen-drive al mio cervello per scaricare un'intera giornata di pensieri, in un flusso continuo e inarrestabile di coscienza; lui lo fa insinuandosi nella mente di Else e registrando tutti quegli sbalzi di umore che solo una situazione limite, come quella vissuta dalla giovane viennese, un essere umano può attraversare e vivere così intensamente nel passaggio che porta, come in una vertiginosa discesa delle montagne russe, dalla spensieratezza verso il delirio e la follia.
Il mio primo ebook acquistato da me medesima su Amazon.it :-)
Tom Cruise che tu sia maledetto: sono anni che per colpa tua e di Kubrick (ma lui lo perdono molto più volentieri) non leggevo Schnitzler! Per fortuna sono sempre disposta a perdonare, Schnitzler però, solo lui. Cosa mi stavo perdendo: dopo "Fuga nelle tenebre" un'altra storia meravigliosa, un altro viaggio nella mente.
«Astronomo, filosofo eccellente. Musico, spadaccino, rimatore, Del ciel viaggiatore, Gran maestro di tic-tac, Amante - non per sé - molto eloquente Qui riposa Cyrano Ercole Saviniano Signor di Bergerac, Che in vita sua fu tutto e non fu niente!»
Non credo che leggere la sceneggiatura teatrale, ancor più tradotta in italiano, per quanto fatto pregevolmente da Mario Giobbe, più che vederla a teatro o in una delle innumerevoli riduzioni cinematografiche, giovi alla bellezza immortale del Cyrano de Bergerac. Ho faticato non poco durante la lett
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Non credo che leggere la sceneggiatura teatrale, ancor più tradotta in italiano, per quanto fatto pregevolmente da Mario Giobbe, più che vederla a teatro o in una delle innumerevoli riduzioni cinematografiche, giovi alla bellezza immortale del Cyrano de Bergerac. Ho faticato non poco durante la lettura: all'inizio perché nonostante avessi prenotato in biblioteca una copia del 2007 mi sono vista consegnare un libro con copertina di pelle verde e pagine ingiallite dal tempo che per un attimo sono stata convinta trattarsi del manoscritto originale di Rostand. Due cose mi hanno convinta del contrario: il fatto che fosse in caratteri tipografici e che non fosse scritto in francese. Allora l'ho restituito in biblioteca e ho scaricato da LiberLiber* il pdf, convertendolo per il mio Kindlegioiellino, ed il file che ne è venuto fuori non che è fosse proprio un capolavoro dell'impaginazione e per me, si sa, questa è una nota di demerito che influisce moltissimo sull'accettazione di quanto vado a leggere. Comunque, animata da una grande volontà di leggerlo ho iniziato il Cyrano. Ho faticato dicevo, anche per motivi dovuti essenzialmente ad un testo che non solo è teatrale ma che è anche composto nella maggior parte delle battute da un "botta e risposta" che non aiuta a caratterizzare i personaggi. Conoscevo la storia, il naso di Cyrano, la bellezza di Cristiano, la cecità di Rossana, ma del contorno, cadetti e guasconi a parte, sapevo e ricordavo molto poco. Non sono stata rapita dai dialoghi, non sono riuscita a "vedere" le scene, insomma, al di là dei bellissimi monologhi di Cyrano, quelli più famosi "del naso", del primo incontro-scontro con Cristiano, del romantico "apostrofo rosa tra le parole ti amo", quello finale, struggente e commovente, che sono però per l'appunto "monologhi" e quindi praticamente a sé stanti, non sono stata "al fine toccata". Ecco, mai come questa volta mi è sembrato di comprendere l'importanza del mezzo espressivo scelto dall'autore che se avesse voluto scrivere un romanzo o un racconto l'avrebbe scritto, mentre invece ha scelto il Teatro come strumento per esprimere la propria creatività e raccontare la sua storia. Un motivo ci sarà, oppure no?
Corro a rivedere il film con Depardieu, a riguardare Domenico Modugno su Youtube e a riascoltare Guccini :-)
Gente di Mumbai è un romanzo circolare e corale in trentasei stazioni. Trentasei stazioni perché la tragicità di alcune può far pensare alla Via Crucis anche se, sin dai primi capitoli, il rimando più immediato è alle stazioni dei treni. Circolare e corale perché ad ogni capitolo corrisponde una voc
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Gente di Mumbai è un romanzo circolare e corale in trentasei stazioni. Trentasei stazioni perché la tragicità di alcune può far pensare alla Via Crucis anche se, sin dai primi capitoli, il rimando più immediato è alle stazioni dei treni. Circolare e corale perché ad ogni capitolo corrisponde una voce narrante che poi lascia il posto a quella successiva fino a chiudere idealmente il cerchio con l'ultima storia che in qualche modo si riunisce a quella di partenza. Sono storie che unite le une alle altre riescono a trasportare nella metropoli indiana anche chi come me l'India non l'ha mai vista; storie di donne, perlopiù, ma anche di bambini cresciuti in mezzo alla strada, di vecchi abbandonati, di ragazze che sognano un matrimonio - od un lavoro o persino l'apprendimento di una lingua straniera - che possa cambiar loro la vita. Uomini, bambini e donne saldamente ancorati alle tradizioni ma che hanno lo sguardo proiettato nel futuro: unica speranza per sollevarsi dalla miseria, unica fonte di salvezza per una vita migliore. Forse in qualche passaggio l'autrice si lascia prende un po' troppo la mano e trascinare nel melodramma, ma nel complesso è un buon libro sostenuto da un'idea di fondo altrettanto buona, capace di trascinare per trentasei volte nei meandri e nelle pieghe di una città tra le più affollate e più povere del mondo che è però anche ricca di profumi e colori e sorprendentemente continuo crocevia del bene e del male.
Una storia d'altri tempi; tempi in cui si partiva, agli inizi del secolo scorso, lasciando affetti e terre alla ricerca di lavoro e benessere, verso un nuovo mondo ricco di opportunità e carichi di speranza. Alberto Prunetti parte invece sulle tracce di un prozio mai conosciuto emigrato molti anni p
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Una storia d'altri tempi; tempi in cui si partiva, agli inizi del secolo scorso, lasciando affetti e terre alla ricerca di lavoro e benessere, verso un nuovo mondo ricco di opportunità e carichi di speranza. Alberto Prunetti parte invece sulle tracce di un prozio mai conosciuto emigrato molti anni prima in Argentina, alla ricerca delle proprie radici al di là dell'oceano, di un'eredità scomparsa e di una parte di sé che misteriosamente lo attira a Buenos Aires come una calamita. Le due storie, quella del prozio Cosimo Guarrata, siciliano di Paceco, fioraio alla Casa Rosada ai tempi di Perón e quella del nipote, Alberto "Alfredito" Prunetti, si intrecciano ricche di passione, mistero e velate di malinconia: come in un tango ballato in una vecchia milonga della Boca, frammisto a nostalgia e passione, le due storie si sfiorano e si toccano fino a fondere le due anime, quella argentina e quella italiana, e le due epoche, lontane ma ancora unite tra loro in maniera indissolubile. Il fioraio di Perón è un breve romanzo in cui vita vissuta, storia e forse un pizzico di fantasia si uniscono con delicatezza, rispetto, curiosità e forse anche un po' di rabbia per un'epoca che non ha ancora chiuso i propri conti con la storia e chiarito tutti i suoi misteri.
Viaggio con Charley
Ha quasi sessant'anni, John Steinbeck, quando decide di viaggiare attraverso gli Stati Uniti in lungo e in largo, da costa a costa, da Nord a Sud, da Est a Ovest, a bordo di Ronzinante, la casa-mobile approntata per l'occasione, e in compagnia di Charley, il suo cane barbone piuttosto attempa ... (continue)
Ha quasi sessant'anni, John Steinbeck, quando decide di viaggiare attraverso gli Stati Uniti in lungo e in largo, da costa a costa, da Nord a Sud, da Est a Ovest, a bordo di Ronzinante, la casa-mobile approntata per l'occasione, e in compagnia di Charley, il suo cane barbone piuttosto attempato e malato di prostatite.
Perché si accorge, dopo essere stato per decenni la voce dell'America, di non conoscere più il suo paese, di (de)scriverlo ormai da tempo restando comodamente seduto in poltrona.
E allora parte dalla sua casa di Sag Harbor, alle porte di New York, intenzionato a spingersi fino negli angoli più remoti, deciso a tastare il polso di una nazione che forse è tale solo sulla carta ma che porta i segni di fratture non solo dell'epoca secessionista, ma anche provocate dalla confusione politica e sociale degli anni Sessanta, spinto a soddisfare curiosità che si porta dentro da sempre, come incontrare i Canuck del Canada, i raccoglitori di patate del Maine, e intenzionato a soddisfare incredibili curiosità turistiche, come quella di guardare finalmente con i suoi occhi le Cascate del Niagara, «perché ora, almeno, quando mi domandano se ho visto le cascate del Niagara io posso rispondere, senza mentire, di sì.»
E gli Stati Uniti che incontriamo insieme a lui sono ben lontani da quelli convenzionali, da quelli descritti nei reportage di viaggio o nei depliant turistici; gli Stati Uniti di Steinbeck sono introversi come i motel 'tutta plastica' che incontra lungo la strada, chiassosi come le feste texane, filosofi come Monsieur "Ci Gît che incontra a New Orleans, razzisti come il biondo autostoppista che (s)carica a Jackson, speranzosi come il ragazzo nero che accompagna a Montgomery, silenziosi come il deserto di Mojave.
Viaggia in lungo in largo, John Steinbeck, e io lo seguo curiosa, affascinata, rapita, mentre macina non solo chilometri, ma secoli di storia e letteratura, scienza e geografia; ed è bello viaggiare con lui, borbottone paterno irrequieto nostalgico, eppure sempre incredibilmente moderno, un passo avanti, come si dice da noi, per ritrovarsi a scoprire il viaggiatore e lo scrittore, e attraverso lui incontrare l'uomo, e gli uomini, l'Umanità.
Gli Stati Uniti di Steinbeck sono divisi, multirazziali, ciascuno stato con una sua propria differente identità, ma sono comunque un unico popolo, alla fine un unico stato.
Ci sono vari momenti di emozione, ciascuno lettore troverà il suo, quello più adatto al suo sentire; io ho ritrovato con piacere la figura di Samuel Hamilton, il nonno materno, tra i protagonisti de «La valle dell'Eden», con curiosità la città di Fargo (chiedendomi se è grazie a Steinbeck che anche i fratelli Coen hanno deciso di girare 'proprio lì' uno dei loro film più belli) e la ricerca per Sauk Centre della lapide di Sinclair Lewis, lasciato solo da vivo e ricordato da morto, a indicare che «Il solo scrittore buono era uno scrittore morto», così come ho trovato molto bella la descrizione del Texas, «Il Texas [che] è uno stato mentale. Il Texas [che] è un'ossessione. Soprattutto, e in tutti i sensi, il Texas [che] è una nazione.»
Un po' come gli Stati Uniti.
«Dal principio alla fine io non trovai estranei. Se li avessi trovati, forse sarei riuscito a parlarne con maggiore obiettività. Ma questa è la mia gente, e questo è il mio paese. Se trovai cose da criticare, da deplorare, erano cose, tendenze, presenti anche in me. Se dovessi confezionare una conclusione inattaccabile e immacolata, direi così: Nonostante la nostra enorme portata geografica, nonostante il nostro campanilismo, nonostante tutte le nostre progenie intrecciate e tratte da ogni parte del mondo etnico, noi siamo una nazione, una progenie nuova. Gli americani sono molto più americani di quanto non siano settentrionali, meridionali, occidentali od orientali. E i discendenti degli inglesi, degli irlandesi, degli italiani, degli ebrei, dei tedeschi, dei polacchi, sono sostanzialmente americani. Questa non è una trombonata patriottica; è un fatto, un fatto attentamente osservato. Il cinese di California, l'irlandese di Boston, il tedesco del Wisconsin, sì, e il negro dell'Alabama, hanno più cose che li uniscono di quante possano dividerli. E questo è tanto più notevole in quanto è successo alla svelta. E' un fatto che gli americani di tutte le parti e di tutte le estrazioni razziali sono più simili fra loro di quanto un inglese è simile a un gallese, uno del Lancashire a un londinese, uno scozzese di montagna a uno scozzese di vallata. Sbalordisce il fatto che questo sia accaduto in duecento anni, e anzi in larga misura negli ultimi cinquanta. L'identità americana è un fatto preciso e dimostrabile.»
Un po' di link:
il viaggio http://www.athousandbookswithquotes.com/2012/02/206-tra…
un bel blog con alcune foto http://3.bp.blogspot.com/-fOk8iq7Hrh8/Ty_vCwMmHcI/AAAAA…
John Steinbeck e Charley http://2.bp.blogspot.com/-kxwMFDz4bY8/Ty_tPlJoxCI/AAAAA…
e naturalmente le voci fuori dal coro http://archiviostorico.corriere.it/2011/aprile/06/Accus…
La Signorina Else
Pensieri che si sovrappongono, momenti di delirio e momenti di lucidità.continue)
Frenesia, concitazione, premeditazione, improvvisazione.
Un flusso inarrestabile prima frizzante, scoppiettante, poi via via che la rabbia e l'impossibilità di decidere liberamente prendono il sopravvento, ed Else si sente chiu ... (
Pensieri che si sovrappongono, momenti di delirio e momenti di lucidità.
Frenesia, concitazione, premeditazione, improvvisazione.
Un flusso inarrestabile prima frizzante, scoppiettante, poi via via che la rabbia e l'impossibilità di decidere liberamente prendono il sopravvento, ed Else si sente chiusa in un angolo, i pensieri diventano febbrili, concitati, sincopati.
Mi viene da pensare alla Sconosciuta di Zweig, in fondo i due racconti brevi sono stati scritti a soli due anni di distanza l'uno dall'altro e Zweig e Schnitzler, entrambi viennesi, erano contemporanei. Ma quanta differenza c'è, quant'è Ottocentesca la Sconosciuta che pure io ho amato tanto, così come tanto amo la scrittura di Zweig, rispetto a Else, così moderna e proiettata nel futuro! Schnitzler, che Freud considerava il suo doppio letterario, raccoglie a piene mani gli studi sulla psicoanalisi e la personalità freudiani e li trasfonde in Else, più di quanto aveva fatto in «Fuga nelle tenebre», utilizzando l'espediente letterario del «monologo interiore» in maniera stupefacente: mai prima d'ora mi ero sentita letteralmente trascinata dentro la mente di qualcuno così come Schnitzler mi ha portata nell'altalena emotiva dei sentimenti di Else.
Else che allo stesso tempo è testimone della scarsa considerazione in cui era considerata all'epoca la donna, rispettabilissima quando il suo prostituirsi era giustificato da un matrimonio di convenienza, ma giudicata e messa all'indice quando i suoi comportamenti erano troppo disinvolti o disnibiti. Else stessa è disposta ad essere - così come dice lei stessa - «una sgualdrina», a offrirsi spontaneamente nuda agli sguardi occasionali di due passanti davanti alla finestra della sua stanza d'albergo, oppure a immaginarsi sempre nuda sui gradini della scalinata di marmo del ricco italiano che potrebbe -sono solo immagini della sua fantasia - sposare, ma non è disposta ad accettare un ricatto che, sia pur per salvare l'onore del padre che ha contratto un debito di gioco e rischia l'arresto, il fallimento e il disonore, la vorrebbe veder rinunciare passivamente alla sua dignità di donna. Una linea sottile quella che porta Else sull'orlo della follia, quella che divide la prostituzione consueta, quella accettata per conquistare un posto in società, dalla prostituzione pretesa ed estorta con il ricatto. Insomma, Else non è un'ingenua, Else è maliziosa e manipolatrice, ma Else è anche una giovane donna, e diciannove anni sono ancora troppo pochi per perdere il rispetto di sé. Else ha un suo punto fermo, oltre il quale c'è il baratro.
Schnitzler è abilissimo nel realizzare quello che io da anni sogno di fare, attaccare una pen-drive al mio cervello per scaricare un'intera giornata di pensieri, in un flusso continuo e inarrestabile di coscienza; lui lo fa insinuandosi nella mente di Else e registrando tutti quegli sbalzi di umore che solo una situazione limite, come quella vissuta dalla giovane viennese, un essere umano può attraversare e vivere così intensamente nel passaggio che porta, come in una vertiginosa discesa delle montagne russe, dalla spensieratezza verso il delirio e la follia.
Il mio primo ebook acquistato da me medesima su Amazon.it :-)
Tom Cruise che tu sia maledetto: sono anni che per colpa tua e di Kubrick (ma lui lo perdono molto più volentieri) non leggevo Schnitzler!
Per fortuna sono sempre disposta a perdonare, Schnitzler però, solo lui.
Cosa mi stavo perdendo: dopo "Fuga nelle tenebre" un'altra storia meravigliosa, un altro viaggio nella mente.
Cirano de Bergerac
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«Astronomo, filosofo eccellente. Musico, spadaccino, rimatore, Del ciel viaggiatore, Gran maestro di tic-tac, Amante - non per sé - molto eloquente Qui riposa Cyrano Ercole Saviniano Signor di Bergerac, Che in vita sua fu tutto e non fu niente!»Non credo che leggere la sceneggiatura teatrale, ancor più tradotta in italiano, per quanto fatto pregevolmente da Mario Giobbe, più che vederla a teatro o in una delle innumerevoli riduzioni cinematografiche, giovi alla bellezza immortale del Cyrano de Bergerac.continue)
Ho faticato non poco durante la lett ... (
Non credo che leggere la sceneggiatura teatrale, ancor più tradotta in italiano, per quanto fatto pregevolmente da Mario Giobbe, più che vederla a teatro o in una delle innumerevoli riduzioni cinematografiche, giovi alla bellezza immortale del Cyrano de Bergerac.
Ho faticato non poco durante la lettura: all'inizio perché nonostante avessi prenotato in biblioteca una copia del 2007 mi sono vista consegnare un libro con copertina di pelle verde e pagine ingiallite dal tempo che per un attimo sono stata convinta trattarsi del manoscritto originale di Rostand. Due cose mi hanno convinta del contrario: il fatto che fosse in caratteri tipografici e che non fosse scritto in francese.
Allora l'ho restituito in biblioteca e ho scaricato da LiberLiber* il pdf, convertendolo per il mio Kindlegioiellino, ed il file che ne è venuto fuori non che è fosse proprio un capolavoro dell'impaginazione e per me, si sa, questa è una nota di demerito che influisce moltissimo sull'accettazione di quanto vado a leggere.
Comunque, animata da una grande volontà di leggerlo ho iniziato il Cyrano.
Ho faticato dicevo, anche per motivi dovuti essenzialmente ad un testo che non solo è teatrale ma che è anche composto nella maggior parte delle battute da un "botta e risposta" che non aiuta a caratterizzare i personaggi.
Conoscevo la storia, il naso di Cyrano, la bellezza di Cristiano, la cecità di Rossana, ma del contorno, cadetti e guasconi a parte, sapevo e ricordavo molto poco.
Non sono stata rapita dai dialoghi, non sono riuscita a "vedere" le scene, insomma, al di là dei bellissimi monologhi di Cyrano, quelli più famosi "del naso", del primo incontro-scontro con Cristiano, del romantico "apostrofo rosa tra le parole ti amo", quello finale, struggente e commovente, che sono però per l'appunto "monologhi" e quindi praticamente a sé stanti, non sono stata "al fine toccata".
Ecco, mai come questa volta mi è sembrato di comprendere l'importanza del mezzo espressivo scelto dall'autore che se avesse voluto scrivere un romanzo o un racconto l'avrebbe scritto, mentre invece ha scelto il Teatro come strumento per esprimere la propria creatività e raccontare la sua storia.
Un motivo ci sarà, oppure no?
Corro a rivedere il film con Depardieu, a riguardare Domenico Modugno su Youtube e a riascoltare Guccini :-)
http://www.youtube.com/watch?v=7DXcp0adOjQ
http://www.youtube.com/watch?v=wzHMQQvEIRg
http://www.youtube.com/watch?v=9WTYTrQ_EWk
(*) http://www.liberliber.it/
Gente di Mumbai
Gente di Mumbai è un romanzo circolare e corale in trentasei stazioni. Trentasei stazioni perché la tragicità di alcune può far pensare alla Via Crucis anche se, sin dai primi capitoli, il rimando più immediato è alle stazioni dei treni.continue)
Circolare e corale perché ad ogni capitolo corrisponde una voc ... (
Gente di Mumbai è un romanzo circolare e corale in trentasei stazioni. Trentasei stazioni perché la tragicità di alcune può far pensare alla Via Crucis anche se, sin dai primi capitoli, il rimando più immediato è alle stazioni dei treni.
Circolare e corale perché ad ogni capitolo corrisponde una voce narrante che poi lascia il posto a quella successiva fino a chiudere idealmente il cerchio con l'ultima storia che in qualche modo si riunisce a quella di partenza.
Sono storie che unite le une alle altre riescono a trasportare nella metropoli indiana anche chi come me l'India non l'ha mai vista; storie di donne, perlopiù, ma anche di bambini cresciuti in mezzo alla strada, di vecchi abbandonati, di ragazze che sognano un matrimonio - od un lavoro o persino l'apprendimento di una lingua straniera - che possa cambiar loro la vita.
Uomini, bambini e donne saldamente ancorati alle tradizioni ma che hanno lo sguardo proiettato nel futuro: unica speranza per sollevarsi dalla miseria, unica fonte di salvezza per una vita migliore.
Forse in qualche passaggio l'autrice si lascia prende un po' troppo la mano e trascinare nel melodramma, ma nel complesso è un buon libro sostenuto da un'idea di fondo altrettanto buona, capace di trascinare per trentasei volte nei meandri e nelle pieghe di una città tra le più affollate e più povere del mondo che è però anche ricca di profumi e colori e sorprendentemente continuo crocevia del bene e del male.
Il fioraio di Peron
Una storia d'altri tempi; tempi in cui si partiva, agli inizi del secolo scorso, lasciando affetti e terre alla ricerca di lavoro e benessere, verso un nuovo mondo ricco di opportunità e carichi di speranza.continue)
Alberto Prunetti parte invece sulle tracce di un prozio mai conosciuto emigrato molti anni p ... (
Una storia d'altri tempi; tempi in cui si partiva, agli inizi del secolo scorso, lasciando affetti e terre alla ricerca di lavoro e benessere, verso un nuovo mondo ricco di opportunità e carichi di speranza.
Alberto Prunetti parte invece sulle tracce di un prozio mai conosciuto emigrato molti anni prima in Argentina, alla ricerca delle proprie radici al di là dell'oceano, di un'eredità scomparsa e di una parte di sé che misteriosamente lo attira a Buenos Aires come una calamita.
Le due storie, quella del prozio Cosimo Guarrata, siciliano di Paceco, fioraio alla Casa Rosada ai tempi di Perón e quella del nipote, Alberto "Alfredito" Prunetti, si intrecciano ricche di passione, mistero e velate di malinconia: come in un tango ballato in una vecchia milonga della Boca, frammisto a nostalgia e passione, le due storie si sfiorano e si toccano fino a fondere le due anime, quella argentina e quella italiana, e le due epoche, lontane ma ancora unite tra loro in maniera indissolubile.
Il fioraio di Perón è un breve romanzo in cui vita vissuta, storia e forse un pizzico di fantasia si uniscono con delicatezza, rispetto, curiosità e forse anche un po' di rabbia per un'epoca che non ha ancora chiuso i propri conti con la storia e chiarito tutti i suoi misteri.