"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una
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"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura" (pp. 67-68)
Johnson vuole dimostrare che l'innovazione, la sua forma e il suo destino, dipendono in modo decisivo dall'ambiente in cui sono concepiti e sviluppati. Questo avviene in tutti i campi, dalla biologia alla cultura, dalla fisica alla tecnologia. Siamo abituati alla retorica dell'inventore o dello sci
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Johnson vuole dimostrare che l'innovazione, la sua forma e il suo destino, dipendono in modo decisivo dall'ambiente in cui sono concepiti e sviluppati. Questo avviene in tutti i campi, dalla biologia alla cultura, dalla fisica alla tecnologia. Siamo abituati alla retorica dell'inventore o dello scienziato solitario che con un colpo di genio risolve problemi, formula teorie, elabora pensieri al di fuori della portata delle persone comuni. La storia che ci racconta Johnson è completamente diversa: le innovazioni seguono percorsi tortuosi e lenti. Le buone idee sono soprattutto reti. Le intuizioni sono latenti, nascono nel caos della vita, piena di incombenze, distrazioni, impegni. La storiografia positivista ci mostra pensatori concentrati ad affrontare e risolvere una specifica questione seguendo un percorso lineare. In realtà l'abbozzo di una soluzione "nuova" a un problema può rimanere in uno stato embrionale per anni, collocato da qualche parte nella memoria senza che faccia apparenti passi avanti. Intanto si fanno altre cose - anche molto diverse tra di loro - fino a quando non si creano le condizioni per cui quell'intuizione trova finalmente uno sfogo compiuto. Il libro di Johnson è costruito su una dozzina di esempi tratti dalla storia dell'innovazione culturale, scientifica e tecnologica: come è diventato un mito il momento in cui Darwin ha concepito le idee sulla selezione naturale; come Brian Eno ha inventato una nuova convenzione musicale; come Gutenberg ha preso in prestito un concetto cruciale dell'industria del vino dell'epoca per inventare la stampa moderna, ecc. Si tratta di storie disparate che Johnson presenta in una cornice unitaria: quella del contesto comune in cui idee così differenti sono proliferate. Più che chiederci qual è il migliore modello sociale, economico, politico, intellettuale, naturale in cui si genera l'innovazione, il libro dello scrittore americano ci invita a riflettere su quali sono le condizioni in cui emerge un modello rispetto a un altro. Risulta che non esiste una formula semplice per l'affermazione delle idee vincenti, anche se ci sono delle caratteristiche simili negli ambienti fecondi per l'innovazione. Steven Johnson mostra che i contesti innovativi si presentano in uno schema definito da sette percorsi ricorrenti. Ogni capitolo del libro è dedicato a ciascuno di essi. Si tratta di direzioni che abbattono le categorie con cui comunemente è pensata la nascita e l'affermazione del "nuovo". Per avere buone idee in grado di affermarsi, conclude Johnson, "fate una paseggiata; coltivate intuizioni; scrivete tutto, ma preservate il disordine del vostro archivio; abbracciate la serendipità; commettete errori fecondi; appassionatevi a hobby molteplici; frequentate i caffé e le altri reti liquide; seguite i link; lasciate che altri sfruttino le vostre idee; prendete in prestito, riciclate, reinventate. Costruite una plaga lussureggiante". Grazie Steven Johnson. Perché questo libro riabilita la dispersione, i tentativi e gli errori, il caso, le curiosità apparentemente senza senso, le interferenze, i limiti, la contaminazione, il casino della vita. Grazie perché mi ci ritrovo in pieno, e così credo in tanti. Non mi voglio certo neanche lontanamente paragonare agli scienziati, agli innovatori e ai mostri sacri citati da Johnson, ma sapere di essere in così buona compagnia dà fiducia e rende meno frustrante la dispersione. Banalizzo brutalmente, ma la lettura di Dove nascono le grandi idee incoraggia a non smettere mai di essere curiosi e intellettualmente aperti. Prima o poi qualcosa emerge. Il volume di Johnson fornisce le linee guida per strutturare in modo innovativo la materia informe che anima i nostri pensieri. Non necessariamente per realizzare la grande scoperta, ma più realisticamente per migliorare il nostro lavoro, per usare e selezionare più efficacemente le informazioni, per potenziare e focalizzare la nostra memoria, per essere consapevoli e attivi testimoni-partecipanti della storia dell'innovazione.
Illustri critici hanno detto tanto e bene su questo capolavoro di Flaubert. Bisogna superare un po' di imbarazzo per provare a dire qualcos'altro. D'altro canto, la natura di capolavoro letterario de L'educazione sentimentale è tale perché parla all'uomo di qualunque epoca. Fino a quando ci saranno
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Illustri critici hanno detto tanto e bene su questo capolavoro di Flaubert. Bisogna superare un po' di imbarazzo per provare a dire qualcos'altro. D'altro canto, la natura di capolavoro letterario de L'educazione sentimentale è tale perché parla all'uomo di qualunque epoca. Fino a quando ci saranno lettori, il romanzo di Flaubert li costringerà a discutere di Frederic e delle sue illusioni tanto realistiche perché L'educazione fondamentale parla dell'esperienza fondamentale dell'uomo: il riconoscimento della morte come parte della vita su cui assumere competenza e autoironia.
“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disc
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“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza. Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia. Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo e su quello scientifico in particolare. Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”. Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”. Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza. Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale. Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla. Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”. Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi. Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.
Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia
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Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia di come sono stati “uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come ‘vite indegne di essere vissute’ “. Presenterò il volume, pubblicato da Einaudi qualche mese fa, questo pomeriggio alle 17 al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito di una serie di iniziative organizzate dal Comune di Trieste e dalla Conferenza Permanente per la Salute Mentale Franco Basaglia. Oltre all’autore, ci sarà la presenza del dott. Franco Rotelli, curatore dell’evento. Paolini e Rotelli ci descriveranno come sia stata possibile l’uccisione, negli anni della seconda guerra mondiale, di circa trecentomila persone, tra disabili, ritardati, internati in manicomio, sia adulti che bambini. I due cercheranno di farci capire la genesi e gli sviluppi di quella che può essere considerata una prova generale, in grande stile, della “soluzione finale”. Si possono rintracciare tante spiegazioni per decifrare questa storia, tanto agghiacciante quanto poco conosciuta: il perverso connubio tra potere e pseudoscienze di matrice razzista, lo spirito del tempo, la crisi economica con scelte radicali e disumane sui tagli possibili all’assistenza ai più indifesi e tante altre motivazioni, che intrecciano ragioni geopolitiche, scientifiche e sociali con i deliri del potere nazista. Ma c’è un aspetto che mi ha colpito più di tutti: come è possibile che medici e psichiatri si siano prestati con tanta disinvoltura a questa mattanza? Com’è possibile che persone formate per curare altre persone si siano trasformate, in poco tempo, in lucidi, sistematici e ferali amministratori di vite indegne di essere vissute? Non voglio esprimere facili condanne sugli individui. Voglio porre questa domanda perché secondo me, se capiamo cosa è successo a chi doveva agire come medico e si è trasformato in un carnefice, capiamo cosa può succedere a tutti noi. E forse ci dotiamo di qualche antidoto perché non accada più. Ma la risposta non è facile. A mio parere è, lo ripeto, uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio di massa Aktion T4. Perché, come dice il dottor Michael von Cranach nel libro di Paolini a proposito della responsabilità dei medici in questa storia: “Non si sente nessuna pietà, nessuna intenzione di voler aiutare (anche se con metodi sbagliati) questi pazienti. Deve essersi aggiunto qualcos’altro. E quando si cerca di capire cos’è questo qualcos’altro ci si imbatte ancora in qualcosa di molto oscuro (pg.76).”
Io venìa pien d'angoscia a rimirarti
"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una ... (continue)
"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura" (pp. 67-68)
Dove nascono le grandi idee
Johnson vuole dimostrare che l'innovazione, la sua forma e il suo destino, dipendono in modo decisivo dall'ambiente in cui sono concepiti e sviluppati. Questo avviene in tutti i campi, dalla biologia alla cultura, dalla fisica alla tecnologia.continue)
Siamo abituati alla retorica dell'inventore o dello sci ... (
Johnson vuole dimostrare che l'innovazione, la sua forma e il suo destino, dipendono in modo decisivo dall'ambiente in cui sono concepiti e sviluppati. Questo avviene in tutti i campi, dalla biologia alla cultura, dalla fisica alla tecnologia.
Siamo abituati alla retorica dell'inventore o dello scienziato solitario che con un colpo di genio risolve problemi, formula teorie, elabora pensieri al di fuori della portata delle persone comuni.
La storia che ci racconta Johnson è completamente diversa: le innovazioni seguono percorsi tortuosi e lenti. Le buone idee sono soprattutto reti. Le intuizioni sono latenti, nascono nel caos della vita, piena di incombenze, distrazioni, impegni.
La storiografia positivista ci mostra pensatori concentrati ad affrontare e risolvere una specifica questione seguendo un percorso lineare. In realtà l'abbozzo di una soluzione "nuova" a un problema può rimanere in uno stato embrionale per anni, collocato da qualche parte nella memoria senza che faccia apparenti passi avanti. Intanto si fanno altre cose - anche molto diverse tra di loro - fino a quando non si creano le condizioni per cui quell'intuizione trova finalmente uno sfogo compiuto.
Il libro di Johnson è costruito su una dozzina di esempi tratti dalla storia dell'innovazione culturale, scientifica e tecnologica: come è diventato un mito il momento in cui Darwin ha concepito le idee sulla selezione naturale; come Brian Eno ha inventato una nuova convenzione musicale; come Gutenberg ha preso in prestito un concetto cruciale dell'industria del vino dell'epoca per inventare la stampa moderna, ecc.
Si tratta di storie disparate che Johnson presenta in una cornice unitaria: quella del contesto comune in cui idee così differenti sono proliferate.
Più che chiederci qual è il migliore modello sociale, economico, politico, intellettuale, naturale in cui si genera l'innovazione, il libro dello scrittore americano ci invita a riflettere su quali sono le condizioni in cui emerge un modello rispetto a un altro.
Risulta che non esiste una formula semplice per l'affermazione delle idee vincenti, anche se ci sono delle caratteristiche simili negli ambienti fecondi per l'innovazione. Steven Johnson mostra che i contesti innovativi si presentano in uno schema definito da sette percorsi ricorrenti. Ogni capitolo del libro è dedicato a ciascuno di essi. Si tratta di direzioni che abbattono le categorie con cui comunemente è pensata la nascita e l'affermazione del "nuovo".
Per avere buone idee in grado di affermarsi, conclude Johnson, "fate una paseggiata; coltivate intuizioni; scrivete tutto, ma preservate il disordine del vostro archivio; abbracciate la serendipità; commettete errori fecondi; appassionatevi a hobby molteplici; frequentate i caffé e le altri reti liquide; seguite i link; lasciate che altri sfruttino le vostre idee; prendete in prestito, riciclate, reinventate. Costruite una plaga lussureggiante".
Grazie Steven Johnson. Perché questo libro riabilita la dispersione, i tentativi e gli errori, il caso, le curiosità apparentemente senza senso, le interferenze, i limiti, la contaminazione, il casino della vita. Grazie perché mi ci ritrovo in pieno, e così credo in tanti. Non mi voglio certo neanche lontanamente paragonare agli scienziati, agli innovatori e ai mostri sacri citati da Johnson, ma sapere di essere in così buona compagnia dà fiducia e rende meno frustrante la dispersione. Banalizzo brutalmente, ma la lettura di Dove nascono le grandi idee incoraggia a non smettere mai di essere curiosi e intellettualmente aperti. Prima o poi qualcosa emerge.
Il volume di Johnson fornisce le linee guida per strutturare in modo innovativo la materia informe che anima i nostri pensieri. Non necessariamente per realizzare la grande scoperta, ma più realisticamente per migliorare il nostro lavoro, per usare e selezionare più efficacemente le informazioni, per potenziare e focalizzare la nostra memoria, per essere consapevoli e attivi testimoni-partecipanti della storia dell'innovazione.
L'educazione sentimentale
Illustri critici hanno detto tanto e bene su questo capolavoro di Flaubert. Bisogna superare un po' di imbarazzo per provare a dire qualcos'altro. D'altro canto, la natura di capolavoro letterario de L'educazione sentimentale è tale perché parla all'uomo di qualunque epoca. Fino a quando ci saranno ... (continue)
Illustri critici hanno detto tanto e bene su questo capolavoro di Flaubert. Bisogna superare un po' di imbarazzo per provare a dire qualcos'altro. D'altro canto, la natura di capolavoro letterario de L'educazione sentimentale è tale perché parla all'uomo di qualunque epoca. Fino a quando ci saranno lettori, il romanzo di Flaubert li costringerà a discutere di Frederic e delle sue illusioni tanto realistiche perché L'educazione fondamentale parla dell'esperienza fondamentale dell'uomo: il riconoscimento della morte come parte della vita su cui assumere competenza e autoironia.
La stanza intelligente
“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disc ... (continue)
“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza.
Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia. Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo e su quello scientifico in particolare.
Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”.
Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”.
Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza.
Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale.
Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla.
Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”.
Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi.
Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.
Ausmerzen
Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia ... (continue)
Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia di come sono stati “uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come ‘vite indegne di essere vissute’ “. Presenterò il volume, pubblicato da Einaudi qualche mese fa, questo pomeriggio alle 17 al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito di una serie di iniziative organizzate dal Comune di Trieste e dalla Conferenza Permanente per la Salute Mentale Franco Basaglia. Oltre all’autore, ci sarà la presenza del dott. Franco Rotelli, curatore dell’evento. Paolini e Rotelli ci descriveranno come sia stata possibile l’uccisione, negli anni della seconda guerra mondiale, di circa trecentomila persone, tra disabili, ritardati, internati in manicomio, sia adulti che bambini. I due cercheranno di farci capire la genesi e gli sviluppi di quella che può essere considerata una prova generale, in grande stile, della “soluzione finale”.
Si possono rintracciare tante spiegazioni per decifrare questa storia, tanto agghiacciante quanto poco conosciuta: il perverso connubio tra potere e pseudoscienze di matrice razzista, lo spirito del tempo, la crisi economica con scelte radicali e disumane sui tagli possibili all’assistenza ai più indifesi e tante altre motivazioni, che intrecciano ragioni geopolitiche, scientifiche e sociali con i deliri del potere nazista.
Ma c’è un aspetto che mi ha colpito più di tutti: come è possibile che medici e psichiatri si siano prestati con tanta disinvoltura a questa mattanza? Com’è possibile che persone formate per curare altre persone si siano trasformate, in poco tempo, in lucidi, sistematici e ferali amministratori di vite indegne di essere vissute? Non voglio esprimere facili condanne sugli individui. Voglio porre questa domanda perché secondo me, se capiamo cosa è successo a chi doveva agire come medico e si è trasformato in un carnefice, capiamo cosa può succedere a tutti noi. E forse ci dotiamo di qualche antidoto perché non accada più. Ma la risposta non è facile. A mio parere è, lo ripeto, uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio di massa Aktion T4. Perché, come dice il dottor Michael von Cranach nel libro di Paolini a proposito della responsabilità dei medici in questa storia: “Non si sente nessuna pietà, nessuna intenzione di voler aiutare (anche se con metodi sbagliati) questi pazienti. Deve essersi aggiunto qualcos’altro. E quando si cerca di capire cos’è questo qualcos’altro ci si imbatte ancora in qualcosa di molto oscuro (pg.76).”