http://pitrelli.blogspot.com/search/label/poesia C'è una promessa nel libro di Barbara Grubissa fatta all'indomani del suicido di sua madre, circa tre anni fa: non abbandonare mai la poesia. Nel racconto in versi dispiegato in vari episodi della vita dell'autrice, vive l'esigenza di comunicare il
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C'è una promessa nel libro di Barbara Grubissa fatta all'indomani del suicido di sua madre, circa tre anni fa: non abbandonare mai la poesia. Nel racconto in versi dispiegato in vari episodi della vita dell'autrice, vive l'esigenza di comunicare il rapporto con la malattia mentale attraverso il "linguaggio primordiale, univoco, completamente razionale" della poesia. Il risultato, un libro di circa sessanta pagine scritte in triestino con traduzione in italiano, si rivolge in modo esplicito agli psichiatri, perché capiscano in profondità che la vita di una persona non si racchiude in una diagnosi. Perché ascoltino il racconto di una figlia per la quale l'adolescenza coincide con la "scoperta" della malattia mentale in casa propria. Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso), subito dalla madre di Barbara per diversi anni, è il nucleo attorno al quale ruota la costruzione dell'impegno poetico. "Atto di barbarie" ma anche rimedio "salvifico" nell'esperienza dell'autrice, il Tso è l'espediente attraverso cui mostrare il vero, lo sporco, le notti insonni eppure l'amore, la responsabilità, il rispetto dei diritti a cui ci richiama l'incerta ricerca della salute mentale. Come controcanto ai discorsi sui dispositivi giuridici e alle dispute scientifiche, Barbara con i suoi versi ci apre alle ampiezze della notte, ai suoi fantasmi, ai dettagli del territorio, ai movimenti lenti e sofferti, alla fatica di compiere anche pochi chilometri, da Trieste a Monfalcone, se quei chilometri significano infine fare i conti col mistero della propria esistenza. La salute mentale si può ricomporre o frantumare per episodi apparentemente minimi, all'interno di logiche temporali non-lineari. La poesia di Barbara Grubissa svela l'inganno delle facili comunicazioni, dei veloci spostamenti, della pericolosa banalità di definizioni universalistiche. Son Stufadiza (edizioni KappaVu, Aprile 2010) è il suo primo libro di poesia. Speriamo che l'autrice mantenga la promessa di non smettere.
McEwan mette in scena i rapporti tra scienza e società
La fiction arriva dove non riescono tanti discorsi, convegni e saggi. C'è poco da fare, Solar fa vedere cosa significa davvero produrre una narrazione avvincente attorno a temi decisivi del rapporto tra scienza e società. Lo fa come può riuscirci un grande scrittore: senza dirtelo esplicitamente, la
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La fiction arriva dove non riescono tanti discorsi, convegni e saggi. C'è poco da fare, Solar fa vedere cosa significa davvero produrre una narrazione avvincente attorno a temi decisivi del rapporto tra scienza e società. Lo fa come può riuscirci un grande scrittore: senza dirtelo esplicitamente, lasciandolo passare attraverso la storia.
Sul volume si è scritto tanto. Rimando a The Guardian [http://www.guardian.co.uk/books/2010/mar/13/solar-ian-mcewan] e al Financial Times [http://www.ft.com/cms/s/2/db777db4-27e0-11df-9598-00144feabdc0.html] per delle belle recensioni sulla qualità letteraria dell'opera e sull'articolazione della trama con cui non sono certo capace di cimentarmi.
A me interessa segnalare e commentare questa lettura perché ho trovato finalmente una risposta soddisfacente a una mia collega che si occupa di editoria con cui qualche tempo discutevo sul rapporto tra narrazione e scienza, sulla possibilità che i rapporti tra scienza e società fosse usati come un motore narrativo, uscendo dai limiti della divulgazione o della fantascienza.
Mi interessava in particolare capire se nel panorama letterario italiano ci fosse qualcuno che stesse ragionando su come sfruttare pienamente le possibilità reali dello story-telling, della narrazione, come strumento per esplorare i significati della scienza nella società contemporanea. Secondo la mia amica il problema non era interessante per chi si occupa di editoria scientifica.
Io non la vedevo così e finalmente ho trovato un buon esempio per chiarire cosa intendevo, sperando che anche qualche romanziere italiano voglia cogliere una sfida che a me sembra, diversamente dalla mia collega, cruciale.
Mi spiego meglio con una citazione tratta da un'intervista di Richard Powers rilasciata a Paris Review [http://www.theparisreview.org/interviews/298/the-art-of-fiction-no-175-richard-powers] ripresa a sua volta da un articolo di Jon Turney [Science Communication in Fiction, in Holliman et al. (2009), Practising Science Communication in the Information Age, 166-177].
Dice Powers: "Ho sempre creduto che la migliore funzione di un libro sia quella di permettere a una persona di essere più capace di vivere nel mondo".
Ecco, Solar aiuta tutti noi a capire cosa significa vivere nella società della conoscenza basata su scienza e tecnologia e qual è il ruolo, complicato, della comunicazione.
Il racconto di McEwan mette in scena in diversi momenti cosa significa comunicare considerando una pluralità di prospettive, i rischi che si corrono se non si accettano e non si imparano a gestire incertezza, complessità e valori altri dalla scienza, quali sono le difficoltà nel valutare le differenti forme di conoscenza e gli intrecci che segnano la governance della ricerca contemporanea, le difficoltà di implementare trasparenza, apertura e partecipazione nella science policy. McEwan narra insomma le interfacce tra scienza e società sfruttando il caso di studio che forse meglio di altri in questo momento racchiude tutti i possibili livelli d'interazione: il global warming.
Detto così sembra noiossimo. Vi assicuro che non lo è. McEwan riesce magistralmente a costruire un racconto appassionante restituendo allo stesso tempo una visione allargata delle possibilità della comunicazione della scienza. Un esempio su cui ragionare ancora e un ottima risposta da dare alla mia collega.
Nel suo nuovo libro Bucchi si pone il problema di come uscire dall'impasse delle attuali sfide tecnoscientifiche. La discussione pubblica su ogm, nucleare, nanotecnologie, neuroscienze, ecc., è ingabbiata in uno schema che egli complessivamente definisce scientismo. Con questo termine Bucchi intend
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Nel suo nuovo libro Bucchi si pone il problema di come uscire dall'impasse delle attuali sfide tecnoscientifiche. La discussione pubblica su ogm, nucleare, nanotecnologie, neuroscienze, ecc., è ingabbiata in uno schema che egli complessivamente definisce scientismo. Con questo termine Bucchi intende un "discorso sui rapporti tra scienza e società" che poco ha che fare con le pratiche e i processi reali della scienza e che accomuna scientisti e antiscientisti intesi nella loro accezione tradizionale. Lo scientismo così definito è una forma di universalismo anacronistico che non ha il vero obiettivo di "risolvere" i conflitti, ma quello di essere funzionale alla sopravvivenza delle parti antagoniste. Bucchi descrive, con una serie di esempi raccolti soprattutto dalle scienze della vita, le ragioni per le quali lo scientismo è diventato ormai impraticabile. L'idea generale sottesa alle sue argomentazioni è la messa in discussione della visione secondo cui Scienza e Società sono due entità monolitiche in perenne e necessario conflitto. Questa impostazione alimenta l'illusione che i dilemmi attuali sull'impatto sociale dell'innovazione tecnoscientifica si possano tradurre nella "tradizionali categorie del dibattito pubblico e della decisione politica" (sì/no, giusto/sbagliato). Nella prospettiva scientista non c'è nessun conflitto vero. Conclude Bucchi: "Credendo (o fingendo) di scontrarsi, scienza e società in realtà assecondano le rispettive inclinazioni, si usano reciprocamente come scudo (e come scusa) nel gioco scientista delle parti, scambiandosi continuamente i ruoli fino a sfumare, in certi casi, una nell'altra". Il libro di Bucchi è ricco di spunti interessanti. Una piccolo dato sperimentale a supporto delle sue argomentazioni è la reazione di Odifreddi in una recensione sulla Repubblica del 22 Marzo 2010. Il matematico-divulgatore si è affrettato a scrivere che non si può cancellare la differenza tra scientisti e antiscientisti. Nella chiave di lettura offerta dal sociologo vicentino, è una rispota che può essere inquadrata proprio nello schema secondo cui lo scientismo ha bisogno di un nemico per giustificare la sua esistenza. Bucchi dà inoltre un ruolo centrale alla comunicazione pubblica, scarsamente problematizzato nel contesto delle relazioni tra ricerca scientifica e diversi attori sociali. Essa rappresenta un chiaro esempio del perché lo scientismo deve essere archiviato. Il superamento della prospettiva tradizionale, divulgativa, legata alla coincidenza della comunicazione della scienza con il trasferimento della conoscenza senza alterazioni, permetterebbe di palesare gli attuali luoghi di incontro e di intersezione tra scienza e società, sempre più numerosi e sempre meno riconducibili allo schema scientista. Quest'ultimo lavoro di Bucchi è in linea di continuità con un programma di ricerca e di pubblicazioni condotto da diversi anni dal sociologo dell'Università di Trento che lo hanno fatto diventare uno dei maggiori punti di riferimento a livello internazionale soprattutto nell'ambito degli studi sulla comunicazione pubblica della scienza e della tecnologia. Il libro "Scientisti e antiscientisti", rispetto ad altri suoi lavori, ha secondo me più il sapore di un pamphlet finalizzato a suscitare una discussione, a smuovere le acqua, più che di uno studio sistematico del tema preso in esame. Bucchi fa una scelta di campo e una proposta-manifesto a cui, auspicabilmente, far seguire un programma di ricerca adeguato nel tentativo di modificare le coordinate delle discussioni e le attuali cornici d'interpretazione dei rapporti tra scienza e società.
Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci sian
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Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci siano gli scienziati, proprio la comunità che ha dato un contributo indispensabile alla nascita del world wide web. E proprio in un periodo storico in cui la tendenza del resto della società è verso l’apertura e la collaborazione di massa. Nielsen è un esperto di quantum computing e un grande sostenitore dell’open science. Ha scritto questo libro, almeno in parte, per esprimere la sua frustrazione nei confronti dei colleghi incapaci di vedere la portata dei cambiamenti possibili grazie alle tecnologie connettive e digitali. Esempi importanti di networked science ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, a compiere, in altre parole, tutte quelle azioni che caratterizzano la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. Il più importante è di ordine culturale. Attualmente la prevalente forma di condivisione della conoscenza a cui gli scienziati danno valore, e a cui riconoscono un credito significativo per la carriera, è quella che si esprime nei paper pubblicati su riviste scientifiche accreditate. La rete allarga in modi impensabili le possibilità di collaborare e di estrarre informazioni significative dalla grande quantità di dati prodotti nei laboratori. Sfruttare questa opportunità significa non solo migliorare il modo in cui è fatta la ricerca, accelerando il tasso di produzione di tutte le scoperte, ma vuol dire anche modificare il ruolo della scienza nella società. Gli scienziati, scrive Nielsen, devono riallineare gli interessi individuali con gli interessi pubblici. In questo momento prevale uno scollamento. Molti dei problemi che la moderna società globale deve affrontare (nucleare, bioterrorismo, pandemie, riscaldamento globale) sono problemi che comprendiamo scientificamente. Ci manca “qualcosa” per trasformare questa conoscenza in soluzioni reali. Secondo Nielsen gli strumenti online forniscono un’opportunità epocale per ridurre o addirittura annullare il divario. Il libro di Nielsen è forse ingenuo a tratti. Gli esempi in cui l’autore si trova più a suo agio arrivano dal mondo degli scacchi o da quello dei cacciatori di comete e galassie. Le cose si fanno molto più complicate già se si passa alle scienze della vita. Per questo, in alcuni passaggi, hai un po’ la tentazione di bollare l’entusiasmo di Nielsen come fantasticherie di un nerd. Ma sarebbe un errore. Al di là di qualche semplificazione dovuto all’eccesso di passione, Reinventing Discovery ha il grande merito di delineare una prospettiva. Invita tutti noi, non solo gli scienziati, a coordinarci per costruire spazi e istituzioni per amplificare la circolazione delle idee più velocemente che in passato, e per contribuire, ciascuno con i propri desideri, competenze e aspettative, ma liberamente, alla produzione di conoscenza. La prospettiva è quella di un’intelligenza collettiva in grado di determinare innovazione sociale grazie al contributo sostenibile della conoscenza scientifica.
Leggendo questo libro mi viene in mente un film sul Giappone visto di recente, Departures (2008), storia di un ex-violoncellista che si scopre talentuoso preparatore di cadaveri. In entrambi un Giappone non convenzionale, non stereotipato. Ogawa contiuna a presentarci un mondo di imprevista sensibil
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Leggendo questo libro mi viene in mente un film sul Giappone visto di recente, Departures (2008), storia di un ex-violoncellista che si scopre talentuoso preparatore di cadaveri. In entrambi un Giappone non convenzionale, non stereotipato. Ogawa contiuna a presentarci un mondo di imprevista sensibilità in cui la psicologia degli scienziati gioca un ruolo importante.
Son Stufadiza
http://pitrelli.blogspot.com/search/label/poesia C'è una promessa nel libro di Barbara Grubissa fatta all'indomani del suicido di sua madre, circa tre anni fa: non abbandonare mai la poesia. Nel racconto in versi dispiegato in vari episodi della vita dell'autrice, vive l'esigenza di comunicare il ... (continue)
http://pitrelli.blogspot.com/search/label/poesia
C'è una promessa nel libro di Barbara Grubissa fatta all'indomani del suicido di sua madre, circa tre anni fa: non abbandonare mai la poesia.
Nel racconto in versi dispiegato in vari episodi della vita dell'autrice, vive l'esigenza di comunicare il rapporto con la malattia mentale attraverso il "linguaggio primordiale, univoco, completamente razionale" della poesia.
Il risultato, un libro di circa sessanta pagine scritte in triestino con traduzione in italiano, si rivolge in modo esplicito agli psichiatri, perché capiscano in profondità che la vita di una persona non si racchiude in una diagnosi. Perché ascoltino il racconto di una figlia per la quale l'adolescenza coincide con la "scoperta" della malattia mentale in casa propria.
Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso), subito dalla madre di Barbara per diversi anni, è il nucleo attorno al quale ruota la costruzione dell'impegno poetico. "Atto di barbarie" ma anche rimedio "salvifico" nell'esperienza dell'autrice, il Tso è l'espediente attraverso cui mostrare il vero, lo sporco, le notti insonni eppure l'amore, la responsabilità, il rispetto dei diritti a cui ci richiama l'incerta ricerca della salute mentale.
Come controcanto ai discorsi sui dispositivi giuridici e alle dispute scientifiche, Barbara con i suoi versi ci apre alle ampiezze della notte, ai suoi fantasmi, ai dettagli del territorio, ai movimenti lenti e sofferti, alla fatica di compiere anche pochi chilometri, da Trieste a Monfalcone, se quei chilometri significano infine fare i conti col mistero della propria esistenza.
La salute mentale si può ricomporre o frantumare per episodi apparentemente minimi, all'interno di logiche temporali non-lineari. La poesia di Barbara Grubissa svela l'inganno delle facili comunicazioni, dei veloci spostamenti, della pericolosa banalità di definizioni universalistiche. Son Stufadiza (edizioni KappaVu, Aprile 2010) è il suo primo libro di poesia. Speriamo che l'autrice mantenga la promessa di non smettere.
Solar
La fiction arriva dove non riescono tanti discorsi, convegni e saggi. C'è poco da fare, Solar fa vedere cosa significa davvero produrre una narrazione avvincente attorno a temi decisivi del rapporto tra scienza e società. Lo fa come può riuscirci un grande scrittore: senza dirtelo esplicitamente, la ... (continue)
La fiction arriva dove non riescono tanti discorsi, convegni e saggi. C'è poco da fare, Solar fa vedere cosa significa davvero produrre una narrazione avvincente attorno a temi decisivi del rapporto tra scienza e società. Lo fa come può riuscirci un grande scrittore: senza dirtelo esplicitamente, lasciandolo passare attraverso la storia.
Sul volume si è scritto tanto. Rimando a The Guardian [http://www.guardian.co.uk/books/2010/mar/13/solar-ian-mcewan] e al Financial Times [http://www.ft.com/cms/s/2/db777db4-27e0-11df-9598-00144feabdc0.html] per delle belle recensioni sulla qualità letteraria dell'opera e sull'articolazione della trama con cui non sono certo capace di cimentarmi.
A me interessa segnalare e commentare questa lettura perché ho trovato finalmente una risposta soddisfacente a una mia collega che si occupa di editoria con cui qualche tempo discutevo sul rapporto tra narrazione e scienza, sulla possibilità che i rapporti tra scienza e società fosse usati come un motore narrativo, uscendo dai limiti della divulgazione o della fantascienza.
Mi interessava in particolare capire se nel panorama letterario italiano ci fosse qualcuno che stesse ragionando su come sfruttare pienamente le possibilità reali dello story-telling, della narrazione, come strumento per esplorare i significati della scienza nella società contemporanea. Secondo la mia amica il problema non era interessante per chi si occupa di editoria scientifica.
Io non la vedevo così e finalmente ho trovato un buon esempio per chiarire cosa intendevo, sperando che anche qualche romanziere italiano voglia cogliere una sfida che a me sembra, diversamente dalla mia collega, cruciale.
Mi spiego meglio con una citazione tratta da un'intervista di Richard Powers rilasciata a Paris Review [http://www.theparisreview.org/interviews/298/the-art-of-fiction-no-175-richard-powers] ripresa a sua volta da un articolo di Jon Turney [Science Communication in Fiction, in Holliman et al. (2009), Practising Science Communication in the Information Age, 166-177].
Dice Powers: "Ho sempre creduto che la migliore funzione di un libro sia quella di permettere a una persona di essere più capace di vivere nel mondo".
Ecco, Solar aiuta tutti noi a capire cosa significa vivere nella società della conoscenza basata su scienza e tecnologia e qual è il ruolo, complicato, della comunicazione.
Il racconto di McEwan mette in scena in diversi momenti cosa significa comunicare considerando una pluralità di prospettive, i rischi che si corrono se non si accettano e non si imparano a gestire incertezza, complessità e valori altri dalla scienza, quali sono le difficoltà nel valutare le differenti forme di conoscenza e gli intrecci che segnano la governance della ricerca contemporanea, le difficoltà di implementare trasparenza, apertura e partecipazione nella science policy. McEwan narra insomma le interfacce tra scienza e società sfruttando il caso di studio che forse meglio di altri in questo momento racchiude tutti i possibili livelli d'interazione: il global warming.
Detto così sembra noiossimo. Vi assicuro che non lo è. McEwan riesce magistralmente a costruire un racconto appassionante restituendo allo stesso tempo una visione allargata delle possibilità della comunicazione della scienza. Un esempio su cui ragionare ancora e un ottima risposta da dare alla mia collega.
Buon anno a tutti.
Scientisti e antiscientisti
Nel suo nuovo libro Bucchi si pone il problema di come uscire dall'impasse delle attuali sfide tecnoscientifiche. La discussione pubblica su ogm, nucleare, nanotecnologie, neuroscienze, ecc., è ingabbiata in uno schema che egli complessivamente definisce scientismo.continue)
Con questo termine Bucchi intend ... (
Nel suo nuovo libro Bucchi si pone il problema di come uscire dall'impasse delle attuali sfide tecnoscientifiche. La discussione pubblica su ogm, nucleare, nanotecnologie, neuroscienze, ecc., è ingabbiata in uno schema che egli complessivamente definisce scientismo.
Con questo termine Bucchi intende un "discorso sui rapporti tra scienza e società" che poco ha che fare con le pratiche e i processi reali della scienza e che accomuna scientisti e antiscientisti intesi nella loro accezione tradizionale. Lo scientismo così definito è una forma di universalismo anacronistico che non ha il vero obiettivo di "risolvere" i conflitti, ma quello di essere funzionale alla sopravvivenza delle parti antagoniste.
Bucchi descrive, con una serie di esempi raccolti soprattutto dalle scienze della vita, le ragioni per le quali lo scientismo è diventato ormai impraticabile. L'idea generale sottesa alle sue argomentazioni è la messa in discussione della visione secondo cui Scienza e Società sono due entità monolitiche in perenne e necessario conflitto. Questa impostazione alimenta l'illusione che i dilemmi attuali sull'impatto sociale dell'innovazione tecnoscientifica si possano tradurre nella "tradizionali categorie del dibattito pubblico e della decisione politica" (sì/no, giusto/sbagliato).
Nella prospettiva scientista non c'è nessun conflitto vero.
Conclude Bucchi: "Credendo (o fingendo) di scontrarsi, scienza e società in realtà assecondano le rispettive inclinazioni, si usano reciprocamente come scudo (e come scusa) nel gioco scientista delle parti, scambiandosi continuamente i ruoli fino a sfumare, in certi casi, una nell'altra".
Il libro di Bucchi è ricco di spunti interessanti. Una piccolo dato sperimentale a supporto delle sue argomentazioni è la reazione di Odifreddi in una recensione sulla Repubblica del 22 Marzo 2010. Il matematico-divulgatore si è affrettato a scrivere che non si può cancellare la differenza tra scientisti e antiscientisti. Nella chiave di lettura offerta dal sociologo vicentino, è una rispota che può essere inquadrata proprio nello schema secondo cui lo scientismo ha bisogno di un nemico per giustificare la sua esistenza.
Bucchi dà inoltre un ruolo centrale alla comunicazione pubblica, scarsamente problematizzato nel contesto delle relazioni tra ricerca scientifica e diversi attori sociali. Essa rappresenta un chiaro esempio del perché lo scientismo deve essere archiviato. Il superamento della prospettiva tradizionale, divulgativa, legata alla coincidenza della comunicazione della scienza con il trasferimento della conoscenza senza alterazioni, permetterebbe di palesare gli attuali luoghi di incontro e di intersezione tra scienza e società, sempre più numerosi e sempre meno riconducibili allo schema scientista.
Quest'ultimo lavoro di Bucchi è in linea di continuità con un programma di ricerca e di pubblicazioni condotto da diversi anni dal sociologo dell'Università di Trento che lo hanno fatto diventare uno dei maggiori punti di riferimento a livello internazionale soprattutto nell'ambito degli studi sulla comunicazione pubblica della scienza e della tecnologia.
Il libro "Scientisti e antiscientisti", rispetto ad altri suoi lavori, ha secondo me più il sapore di un pamphlet finalizzato a suscitare una discussione, a smuovere le acqua, più che di uno studio sistematico del tema preso in esame.
Bucchi fa una scelta di campo e una proposta-manifesto a cui, auspicabilmente, far seguire un programma di ricerca adeguato nel tentativo di modificare le coordinate delle discussioni e le attuali cornici d'interpretazione dei rapporti tra scienza e società.
Reinventing Discovery
Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci sian ... (continue)
Grazie a Internet e alla collaborazione on-line abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente il modo in cui la conoscenza è costruita. Si tratta di un’opportunità rivoluzionaria. Micheal Nielsen ne è convinto. Peccato che tra i più restii a cogliere la grande possibilità offerta dalla rete ci siano gli scienziati, proprio la comunità che ha dato un contributo indispensabile alla nascita del world wide web. E proprio in un periodo storico in cui la tendenza del resto della società è verso l’apertura e la collaborazione di massa.
Nielsen è un esperto di quantum computing e un grande sostenitore dell’open science. Ha scritto questo libro, almeno in parte, per esprimere la sua frustrazione nei confronti dei colleghi incapaci di vedere la portata dei cambiamenti possibili grazie alle tecnologie connettive e digitali. Esempi importanti di networked science ci sono già, ma gli ostacoli a mettere a disposizione liberamente i dati, contribuire a progetti wiki, commentare blog, a compiere, in altre parole, tutte quelle azioni che caratterizzano la scienza aperta auspicata da Nielsen, sono ancora molti. Il più importante è di ordine culturale.
Attualmente la prevalente forma di condivisione della conoscenza a cui gli scienziati danno valore, e a cui riconoscono un credito significativo per la carriera, è quella che si esprime nei paper pubblicati su riviste scientifiche accreditate.
La rete allarga in modi impensabili le possibilità di collaborare e di estrarre informazioni significative dalla grande quantità di dati prodotti nei laboratori. Sfruttare questa opportunità significa non solo migliorare il modo in cui è fatta la ricerca, accelerando il tasso di produzione di tutte le scoperte, ma vuol dire anche modificare il ruolo della scienza nella società.
Gli scienziati, scrive Nielsen, devono riallineare gli interessi individuali con gli interessi pubblici. In questo momento prevale uno scollamento. Molti dei problemi che la moderna società globale deve affrontare (nucleare, bioterrorismo, pandemie, riscaldamento globale) sono problemi che comprendiamo scientificamente. Ci manca “qualcosa” per trasformare questa conoscenza in soluzioni reali. Secondo Nielsen gli strumenti online forniscono un’opportunità epocale per ridurre o addirittura annullare il divario.
Il libro di Nielsen è forse ingenuo a tratti. Gli esempi in cui l’autore si trova più a suo agio arrivano dal mondo degli scacchi o da quello dei cacciatori di comete e galassie. Le cose si fanno molto più complicate già se si passa alle scienze della vita. Per questo, in alcuni passaggi, hai un po’ la tentazione di bollare l’entusiasmo di Nielsen come fantasticherie di un nerd. Ma sarebbe un errore. Al di là di qualche semplificazione dovuto all’eccesso di passione, Reinventing Discovery ha il grande merito di delineare una prospettiva. Invita tutti noi, non solo gli scienziati, a coordinarci per costruire spazi e istituzioni per amplificare la circolazione delle idee più velocemente che in passato, e per contribuire, ciascuno con i propri desideri, competenze e aspettative, ma liberamente, alla produzione di conoscenza. La prospettiva è quella di un’intelligenza collettiva in grado di determinare innovazione sociale grazie al contributo sostenibile della conoscenza scientifica.
Profumo di ghiaccio
Leggendo questo libro mi viene in mente un film sul Giappone visto di recente, Departures (2008), storia di un ex-violoncellista che si scopre talentuoso preparatore di cadaveri. In entrambi un Giappone non convenzionale, non stereotipato. Ogawa contiuna a presentarci un mondo di imprevista sensibil ... (continue)
Leggendo questo libro mi viene in mente un film sul Giappone visto di recente, Departures (2008), storia di un ex-violoncellista che si scopre talentuoso preparatore di cadaveri. In entrambi un Giappone non convenzionale, non stereotipato. Ogawa contiuna a presentarci un mondo di imprevista sensibilità in cui la psicologia degli scienziati gioca un ruolo importante.