Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo. È vero che si parla di nanotecnologie, con dovizia di particolari sia storici che scientifici, ma l’operazione compiuta da Federico Neresini, sociologo dell’Università di Padova, è allo stesso tempo più ampia e più utile rispetto a una pubblicazione specia
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Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo. È vero che si parla di nanotecnologie, con dovizia di particolari sia storici che scientifici, ma l’operazione compiuta da Federico Neresini, sociologo dell’Università di Padova, è allo stesso tempo più ampia e più utile rispetto a una pubblicazione specialistica. Più ampia perché il libro Il nano-mondo che verrà fornisce una chiave di lettura non banale di come si costruisce il futuro nella società della conoscenza. Più utile perché si tratta di uno dei pochi testi in italiano, attualmente in circolazione, in grado di disegnare una mappa chiara e accessibile ai risultati dei Science and Technology Studies. Chi non è accecato dai pregiudizi non potrà che riconoscere in questo programma di studi interdisciplinari un contributo fondamentale alla comprensione del ruolo della scienza nella società e alle influenze reciproche tra ricerca, tecnologia, politica, cultura, economia. La domanda a cui vuole rispondere il libro è: perché una determinata innovazone tecnoscientifica si impone mentre altre no e quali sono i processi che ne consentono il consolidamento? Le nanotecnologie sono un caso particolarmente interessante per mostrare la debolezza esplicativa dei modelli lineari su cui si basa tanta retorica riguardo all’ “impatto della scienza”. In realtà, l’innovazione prende forma “durante un processo all’interno del quale si mescolano conoscenza scientifiche, competenze tecniche, oggetti tecnologici, rappresentazioni sociali, coraggio imprenditoriale, disponibilità e convinzione dei suoi potenziali utlizzatori.” In altre parole, scienza e società co-evolvono per dare forma a un futuro spesso molto diverso da quanto prefigurato da aruspici di varia estrazione. Nonostante le apparenze, la scienza non è inesorabilmente “avanti” rispetto alla società e quest’ultima non è costretta a una continua e affannosa rincorsa. Questo non significa affatto negare il cambiamento e l’importanza decisiva della tecnoscienza nelle dinamiche di trasformazione sociale. Si tratta piuttosto di privilegiare una prospettiva che restituisce a tutti noi la speranza e la responsabilità di costruire il migliore dei mondi possibili. Se pur in modo quasi sempre inconsapevole, siamo così coinvolti come partecipanti attivi nel processo di costruzione del futuro socio-tecnico che quando l’innovazione si consolida la diamo per scontata, come se fosse sempre esistita. Non ce ne siamo accorti, ma nel tempo dedicato a discutere, votare, ignorare, leggere, ascoltare quanto ci veniva prefigurato del “nuovo” che ci attendeva, spaventava o entusiasmava siamo cambiati sia noi che l’ “innovazione”, fino al punto da renderla possibile e invisibile. Come conclude Neresini questo sarà anche il destino della società nanotecnologica: qualunque forma assumerà ciascuno ne sarà responsabile, ma nessuno lo sarà mai da solo.
A un certo punto della lettura di questi racconti di James Lasdun hai sempre l’illusione che i personaggi ce la possano fare a cambiare la propria vita. Nelle loro esistenze variamente e disperatamente ordinarie si aprono crepe che potrebbero diventare varchi verso nuovi mondi di senso. Ma poi, al d
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A un certo punto della lettura di questi racconti di James Lasdun hai sempre l’illusione che i personaggi ce la possano fare a cambiare la propria vita. Nelle loro esistenze variamente e disperatamente ordinarie si aprono crepe che potrebbero diventare varchi verso nuovi mondi di senso. Ma poi, al di là delle apparenze, in un immobilismo inesorabile la rassegnazione diventa una rassicurante quanto pavida consolazione. Alla fine di ogni racconto ti rimane la sensazione di ovatta nei polmoni perché non ci sono soluzioni, ma solo scelte.
"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una
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"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura" (pp. 67-68)
“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disc
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“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza. Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia. Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo e su quello scientifico in particolare. Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”. Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”. Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza. Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale. Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla. Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”. Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi. Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.
Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia
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Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia di come sono stati “uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come ‘vite indegne di essere vissute’ “. Presenterò il volume, pubblicato da Einaudi qualche mese fa, questo pomeriggio alle 17 al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito di una serie di iniziative organizzate dal Comune di Trieste e dalla Conferenza Permanente per la Salute Mentale Franco Basaglia. Oltre all’autore, ci sarà la presenza del dott. Franco Rotelli, curatore dell’evento. Paolini e Rotelli ci descriveranno come sia stata possibile l’uccisione, negli anni della seconda guerra mondiale, di circa trecentomila persone, tra disabili, ritardati, internati in manicomio, sia adulti che bambini. I due cercheranno di farci capire la genesi e gli sviluppi di quella che può essere considerata una prova generale, in grande stile, della “soluzione finale”. Si possono rintracciare tante spiegazioni per decifrare questa storia, tanto agghiacciante quanto poco conosciuta: il perverso connubio tra potere e pseudoscienze di matrice razzista, lo spirito del tempo, la crisi economica con scelte radicali e disumane sui tagli possibili all’assistenza ai più indifesi e tante altre motivazioni, che intrecciano ragioni geopolitiche, scientifiche e sociali con i deliri del potere nazista. Ma c’è un aspetto che mi ha colpito più di tutti: come è possibile che medici e psichiatri si siano prestati con tanta disinvoltura a questa mattanza? Com’è possibile che persone formate per curare altre persone si siano trasformate, in poco tempo, in lucidi, sistematici e ferali amministratori di vite indegne di essere vissute? Non voglio esprimere facili condanne sugli individui. Voglio porre questa domanda perché secondo me, se capiamo cosa è successo a chi doveva agire come medico e si è trasformato in un carnefice, capiamo cosa può succedere a tutti noi. E forse ci dotiamo di qualche antidoto perché non accada più. Ma la risposta non è facile. A mio parere è, lo ripeto, uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio di massa Aktion T4. Perché, come dice il dottor Michael von Cranach nel libro di Paolini a proposito della responsabilità dei medici in questa storia: “Non si sente nessuna pietà, nessuna intenzione di voler aiutare (anche se con metodi sbagliati) questi pazienti. Deve essersi aggiunto qualcos’altro. E quando si cerca di capire cos’è questo qualcos’altro ci si imbatte ancora in qualcosa di molto oscuro (pg.76).”
Il nano-mondo che verrà. Verso la società nanotecnologica
Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo. È vero che si parla di nanotecnologie, con dovizia di particolari sia storici che scientifici, ma l’operazione compiuta da Federico Neresini, sociologo dell’Università di Padova, è allo stesso tempo più ampia e più utile rispetto a una pubblicazione specia ... (continue)
Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo. È vero che si parla di nanotecnologie, con dovizia di particolari sia storici che scientifici, ma l’operazione compiuta da Federico Neresini, sociologo dell’Università di Padova, è allo stesso tempo più ampia e più utile rispetto a una pubblicazione specialistica.
Più ampia perché il libro Il nano-mondo che verrà fornisce una chiave di lettura non banale di come si costruisce il futuro nella società della conoscenza. Più utile perché si tratta di uno dei pochi testi in italiano, attualmente in circolazione, in grado di disegnare una mappa chiara e accessibile ai risultati dei Science and Technology Studies. Chi non è accecato dai pregiudizi non potrà che riconoscere in questo programma di studi interdisciplinari un contributo fondamentale alla comprensione del ruolo della scienza nella società e alle influenze reciproche tra ricerca, tecnologia, politica, cultura, economia.
La domanda a cui vuole rispondere il libro è: perché una determinata innovazone tecnoscientifica si impone mentre altre no e quali sono i processi che ne consentono il consolidamento? Le nanotecnologie sono un caso particolarmente interessante per mostrare la debolezza esplicativa dei modelli lineari su cui si basa tanta retorica riguardo all’ “impatto della scienza”.
In realtà, l’innovazione prende forma “durante un processo all’interno del quale si mescolano conoscenza scientifiche, competenze tecniche, oggetti tecnologici, rappresentazioni sociali, coraggio imprenditoriale, disponibilità e convinzione dei suoi potenziali utlizzatori.”
In altre parole, scienza e società co-evolvono per dare forma a un futuro spesso molto diverso da quanto prefigurato da aruspici di varia estrazione. Nonostante le apparenze, la scienza non è inesorabilmente “avanti” rispetto alla società e quest’ultima non è costretta a una continua e affannosa rincorsa.
Questo non significa affatto negare il cambiamento e l’importanza decisiva della tecnoscienza nelle dinamiche di trasformazione sociale. Si tratta piuttosto di privilegiare una prospettiva che restituisce a tutti noi la speranza e la responsabilità di costruire il migliore dei mondi possibili. Se pur in modo quasi sempre inconsapevole, siamo così coinvolti come partecipanti attivi nel processo di costruzione del futuro socio-tecnico che quando l’innovazione si consolida la diamo per scontata, come se fosse sempre esistita. Non ce ne siamo accorti, ma nel tempo dedicato a discutere, votare, ignorare, leggere, ascoltare quanto ci veniva prefigurato del “nuovo” che ci attendeva, spaventava o entusiasmava siamo cambiati sia noi che l’ “innovazione”, fino al punto da renderla possibile e invisibile.
Come conclude Neresini questo sarà anche il destino della società nanotecnologica: qualunque forma assumerà ciascuno ne sarà responsabile, ma nessuno lo sarà mai da solo.
Comincia a far male
A un certo punto della lettura di questi racconti di James Lasdun hai sempre l’illusione che i personaggi ce la possano fare a cambiare la propria vita. Nelle loro esistenze variamente e disperatamente ordinarie si aprono crepe che potrebbero diventare varchi verso nuovi mondi di senso. Ma poi, al d ... (continue)
A un certo punto della lettura di questi racconti di James Lasdun hai sempre l’illusione che i personaggi ce la possano fare a cambiare la propria vita. Nelle loro esistenze variamente e disperatamente ordinarie si aprono crepe che potrebbero diventare varchi verso nuovi mondi di senso. Ma poi, al di là delle apparenze, in un immobilismo inesorabile la rassegnazione diventa una rassicurante quanto pavida consolazione. Alla fine di ogni racconto ti rimane la sensazione di ovatta nei polmoni perché non ci sono soluzioni, ma solo scelte.
Io venìa pien d'angoscia a rimirarti
"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una ... (continue)
"Chi non sapendo volle godere, morì; chi sapendo non affrontò il cimento, non godette. Ascoltami Orazio, l'uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura" (pp. 67-68)
La stanza intelligente
“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disc ... (continue)
“La scienza in rete assomiglia molto di più all’idea di scienza degli scienziati rispetto a quella che ne hanno i media”. È una delle chiavi di lettura che David Weinberger ci offre dell’impatto del “networking del sapere” su quella che, secondo il tecnologo della comunicazione americano, è una disciplina “profondamente dedita alla verità”, la scienza appunto. Si tratta solo di uno degli aspetti trattati ne La stanza intelligente, libro pubblicato in Italia l’anno scorso e scritto da Weinberger per descrivere le radicali trasformazioni contemporanee nella produzione, condivisione e validazione della conoscenza.
Il volume è stato già ampiamente recensito anche in Italia. Nonostante ciò, credo che la visione sul rapporto tra scienza e media, delineata nel settimo capitolo, meriti un approfondimento perché apre scenari di discussione inediti sul giornalismo e su quello scientifico in particolare.
Uno dei temi ricorrenti de La stanza intelligente è il rapporto tra l’editoria cartacea e la natura del sapere. In un’ottica, che potrebbe aprire il fianco a critiche di determinismo tecnologico, Weinberger mette in fila i limiti e le illusioni di un modo di conoscere fortemente influenzato dal sistema di pubblicazione basato sulla carta stampata, giudicato “sconnesso, non colloquiale, unidirezionale”.
Per chiarire il punto, Weinberger sostiene ad esempio che i libri “non esprimono la natura del sapere: esprimono la natura del sapere vincolata alla carta ritagliata in pagine, senza riguardo per i confini delle idee, e poi rilegate insieme, stampate in grandi quantità e infine distribuite, il tutto entro i limiti stabiliti da un sistema economico”.
Dopo sei capitoli spesi ad argomentare il punto di vista della “conoscenza come proprietà della rete”, contrapposto alla visione classica della conoscenza come bene privilegiato nelle mani di relativamente pochi esperti e poche istituzioni, Weinberger si concentra sulla scienza.
Anche in questo caso la posizione è chiara: “La scienza era un tipo di editoria, oggi sta diventando una rete”. Una rete che assomiglia sempre di più al medium che la ospita – Internet – e che pertanto si svela smisurata, popolata da un enorme quantità di dati, in perenne disaccordo, pragmatica, sempre incerta, influenzata da fattori esterni al laboratorio e da ambizioni personali. È una fotografia della scienza molto differente dalla rappresentazione monolitica restituita tradizionalmente dai media unidirezionali, eppure è un’immagine molto più vicina all’esperienza quotidiana degli scienziati. Per Weinberger, lo svelamento delle “fragilità” dei meccanismi che portano alla produzione di nuova conoscenza scientifica, largamente occultate dalle procedure dell’editoria tradizionale, non ne indeboliscono lo statuto epistemologico, anzi: la scienza, nonostante le debolezze umane che la condizionano e i limiti tecnologici che ne hanno segnato lo sviluppo fino ad ora, rimane il complesso di metodi e concetti con maggiori probabilità di darci accesso alle verità sul funzionamento del mondo naturale.
Detto questo, non è una novità che gli scienziati si siano sempre mossi all’interno di una ragnatela di relazioni, motivazioni, pulsioni e vincoli non finalizzati esclusivamente alla “conoscenza per la conoscenza”. L’aspetto inedito è che la rete rende visibile questa ragnatela. E rende necessario capire come raccontarla.
Il giornalismo scientifico tradizionale si riduce a presentare le scoperte scientifiche come opere finite. Ma i prodotti finali della scienza, sostiene Weinberger, non sono né finali, né prodotti, perché la scienza è la rete stessa: è la “connessione senza soluzione di continuità tra scienziati, dati, metodologie, ipotesi, teorie, fatti, speculazioni, strumenti, letture, ambizioni, controversie, scuole di pensiero, libri di testo, docenti, collaborazioni e divergenze che un tempo si faceva ogni sforzo per stampare in un numero relativamente piccolo di articoli, su di un numero relativamente piccolo di riviste”.
Va da sé che tale approccio rende poco significativa, addirittura fuorviante, la separazione tra un presunto momento privato della scienza – in cui la creatività dei ricercatori si esprime nel chiuso delle stanze dei laboratori – da quello pubblico, in cui la comunità ha accesso ai risultati finali della ricerca ma non ai tentativi, più o meno frustranti, che ne hanno caratterizzato la forma visibile a tutti. Questa divisione non risponde alla necessità di produrre la migliore scienza possibile, ma è la conseguenza dei limiti del medium cartaceo, in cui fino ad ora la conoscenza scientifica è stata costretta ad esprimersi.
Se tutto questo è vero, allora c’è molto da rivedere nel giornalismo scientifico classico, tuttora in gran parte concentrato sull’esito manifesto della ricerca, incarnato nella pubblicazione dei paper su riviste con elevato impact factor. Se crediamo a quanto sostiene Weinberger, bisognerà allora attrezzarsi, tecnicamente e culturalmente, a raccontare le connessioni, a seguire il processo più che a descrivere il prodotto. E in più, la scienza aperta delineata dallo studioso americano, richiede al giornalismo scientifico una diversa e più profonda consapevolezza del proprio ruolo. Chi racconta la ricerca deve rendersi sempre più conto che non è estraneo alla “rete della conoscenza”: ne fa parte e ne può condizionare i percorsi possibili. Quanto bene, se in modo rilevante e in che direzione dipenderà molto dalla capacità di ridefinirsi come giornalisti esperti di conoscenza scientifica all’interno di un nuovo ecosistema mediale, non più popolato da lettori, radioascoltatori o telespettatori ma soprattutto da editori e utenti attivi nella produzione di sapere.
Ausmerzen
Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia ... (continue)
Si è già parlato e scritto molto di Ausmerzen, il monologo di Marco Paolini mandato in onda quasi due anni fa da La7 sul programma di eugenetica nazista conosciuto come Aktion T4. Dopo il successo dello spettacolo televisivo, Paolini si è immerso nella scrittura per trasformare in un libro la storia di come sono stati “uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come ‘vite indegne di essere vissute’ “. Presenterò il volume, pubblicato da Einaudi qualche mese fa, questo pomeriggio alle 17 al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito di una serie di iniziative organizzate dal Comune di Trieste e dalla Conferenza Permanente per la Salute Mentale Franco Basaglia. Oltre all’autore, ci sarà la presenza del dott. Franco Rotelli, curatore dell’evento. Paolini e Rotelli ci descriveranno come sia stata possibile l’uccisione, negli anni della seconda guerra mondiale, di circa trecentomila persone, tra disabili, ritardati, internati in manicomio, sia adulti che bambini. I due cercheranno di farci capire la genesi e gli sviluppi di quella che può essere considerata una prova generale, in grande stile, della “soluzione finale”.
Si possono rintracciare tante spiegazioni per decifrare questa storia, tanto agghiacciante quanto poco conosciuta: il perverso connubio tra potere e pseudoscienze di matrice razzista, lo spirito del tempo, la crisi economica con scelte radicali e disumane sui tagli possibili all’assistenza ai più indifesi e tante altre motivazioni, che intrecciano ragioni geopolitiche, scientifiche e sociali con i deliri del potere nazista.
Ma c’è un aspetto che mi ha colpito più di tutti: come è possibile che medici e psichiatri si siano prestati con tanta disinvoltura a questa mattanza? Com’è possibile che persone formate per curare altre persone si siano trasformate, in poco tempo, in lucidi, sistematici e ferali amministratori di vite indegne di essere vissute? Non voglio esprimere facili condanne sugli individui. Voglio porre questa domanda perché secondo me, se capiamo cosa è successo a chi doveva agire come medico e si è trasformato in un carnefice, capiamo cosa può succedere a tutti noi. E forse ci dotiamo di qualche antidoto perché non accada più. Ma la risposta non è facile. A mio parere è, lo ripeto, uno degli aspetti più inquietanti dello sterminio di massa Aktion T4. Perché, come dice il dottor Michael von Cranach nel libro di Paolini a proposito della responsabilità dei medici in questa storia: “Non si sente nessuna pietà, nessuna intenzione di voler aiutare (anche se con metodi sbagliati) questi pazienti. Deve essersi aggiunto qualcos’altro. E quando si cerca di capire cos’è questo qualcos’altro ci si imbatte ancora in qualcosa di molto oscuro (pg.76).”