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- Baba Jaga ha fatto l'uovo (29)
- By Dubravka Ugrešić
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- Vita e destino (1205)
- By Vasilij Grossman
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- Lettere a un giovane poeta (1115)
- Lettere a una giovane signora - Su Dio
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- Habibi (42)
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- San Gennaro non dice mai no (72)
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- Il metodo antierrore (164)
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- By Lidia Ravera
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Finished on Dec 21, 2011





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- Elogio del crimine (52)
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Finished on Dec 20, 2011





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Il crimine paga -
Da piccoli ci prospettano un'Utopia dove nessuno fa uno sgarro a nessuno (maledetti Puffi!). Da grandi ci troviamo in un mondo dove esistono le dieci regole di Chomsky, esiste Casapound e il falso in bilancio, e a quel punto verrebbe quasi da chiedere un risarcimento per il candore infranto.
Questo ... (continue) - — Dec 20, 2011 | 3 feedbacks
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- Il cane giallo (1363)
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*** This comment contains spoilers! ***




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Questo libro è un grande giallo enigmistico, altro che Denbraun. Nel senso che tutti noi, chi prima, chi dopo, ci siamo dannati l'anima per capire che cavolo significassero quei ghirigori che uscivano dal rotolo affianco al letto del nonno in ospedale, nel mentre che il nonno stesso cercava di fare ... (continue)
- — Oct 19, 2011 | 3 feedbacks
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- Avventure della ragazza cattiva (1810)
- By Mario Vargas Llosa
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San Gennaro non dice mai no
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Quando scendo dal treno non lo vedo più, è due passi avanti a me e già i suoi connotati e lo zaino rosso si sono persi in mezzo a queste tante facce.
Di Napoli so solo la stazione, ci sono passata volte imprecisate, ma non ho mai - per dire - preso una strada laterale, o provato a camminare sull'ac ... (continue)
Quando scendo dal treno non lo vedo più, è due passi avanti a me e già i suoi connotati e lo zaino rosso si sono persi in mezzo a queste tante facce.
Di Napoli so solo la stazione, ci sono passata volte imprecisate, ma non ho mai - per dire - preso una strada laterale, o provato a camminare sull'acciottolato nero.
Lui cammina veloce, le gambe allenate ché sa esattamente la distanza in passi da qua a là, e io invece arranco sotto una montagna a forma di zaino farcita di libri, biscotti, maglioncini. ombrello, trucchi e pure un paio di scarpe casomai piova.
Dieci passi dietro l'angolo e l'ho perso, lo riacchiapperò solo fra un po', e intanto cammino guardando la gente che si spande come una macchia di unto su tutto il marciapiedi, guardo le case e il cielo grigio, cammino, ma il posto non lo trovo.
Questa è stata la volta che ho preso in antipatia Napoli. Avevo tutti i motivi per tenerla antipatica, ché già dal colore mi pareva livida di cose trattenute e rimaste in gola per traverso. Però forse quando una è strega il tempo se lo tira appresso con un filo come un aquilone, e può essere che quel giorno mi plasmavo i temporali sotto le dita senza neanche accorgermene, una vecchia che si passa tra le mani la pasta da impastare.
Poi Napoli me la sono scordata, poteva pure continuare a esistere, purché rimanesse fuori dal mio campo visivo: con la sua monnezza, i suoi camorristi e la sua strafottenza mariuola.
Una sera, invece, è capitato che avevo bevuto assai, e mi erano venuti i capelli ancora più ricci, tanto da sputare di continuo il fermaglio con cui cercavo di domarli: non c'era verso. Ridevo, e infatti fuori faceva caldo e tirava un venticello burlone.
Quel signore ha cominciato a raccontarmi storie, e quando uno comincia a raccontarmi le storie io mi siedo sul pavimento e ascolto. Scalava gli scaffali, a colpi di piccone ne estraeva pepite di volumetti ingialliti, e tutti parlavano di Napoli, a somiglianza sua che di Napoli aveva sia l'accento che la forma delle mani. E io sempre stavo seduta sul pavimento ad ascoltare. Mettiamo, per esempio, che avesse detto a chiare lettere che voleva farmici fare pace, con la sua città: gli avrei detto no, mi scusi ma io ho tutto il diritto a tenermi ben strette le mie antipatie, e poi non lo vede che sono ubriaca? che fa, si aspetta veramente un barlume d'intelletto o di comprensione da una che ha le guance così arrossate, a quest'ora di notte?
E però lui della faccenda dei cieli grigi non ne sapeva niente, e quindi andava avanti in un modo che si vedeva che stava raccontando una storia d'amore e appartenenza, da leggersi soprattutto nelle pause. Figuriamoci: a me le storie sono piaciute sempre, me le mangio più ghiotta che dei cioccolatini con la nocciola.
Quest'altra volta, me ne sono tornata a casa con la borsa piena e pesante, e c'erano dentro i libri di Marotta che adesso se qualcuno prova a togliermeli lo piglio a mozzichi.
C'era tutta una forma di fiducia e di attesa, una malia lenta che non ha fretta di avverarsi.
Quando sono tornata a Napoli, poi, avevo gli occhi pure io lucidi di una specie di febbre, di fame della pelle bianca di chi stava con me, e del nero dei basoli, della pizza calda bollente nell'aria soffocante d'agosto e del profumo del vino. Stavolta c'era il sole forte, e mi scappavano i sorrisi dalle labbra pure se provavo a trattenermeli con le mani e coi denti.
Non ci sono mezze misure, è un amore di quelli che ti fanno urlare la notte, che svegli i bambini nelle case e i gatti sotto ai cortili: una strega piccola e l'altra strega infinita, che si aggroviglia in vicoli e ti stordisce con gli odori, ti imprigiona con le urla che rimbalzano da un muro all'altro e ti dà da mangiare cose rosse che si mischiano al tuo sangue e non se ne vanno più.
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