-
Hitch 22
appena entrato, ma ripasserò perche non si riesce a fare un giro solo nella tua libreria :)
che meraviglia di libreria! ho solo curiosato ma ripasso.
grandi recensioni!
ciao bartleby.
antonia (cecile)
Grazie per l'apprezzamento.
Da parte mia posso dire che vorre più tempo per poter leggere le tue recensioni, sono sempre ottime.
Mamma mia!
Hitch 22
“Hitch 22”, il monumentale memoir postumo del giornalista Christopher Hitchens (1949-2011) pubblicato adesso da Einaudi, mi ha lasciato frastornato. Diviso tra divertimento e irritazione. Ammirato dalla passione irruenta con cui narra ideali battaglie e pezzi di vita, e al tempo stesso più di una vo ... (continue)
“Hitch 22”, il monumentale memoir postumo del giornalista Christopher Hitchens (1949-2011) pubblicato adesso da Einaudi, mi ha lasciato frastornato. Diviso tra divertimento e irritazione. Ammirato dalla passione irruenta con cui narra ideali battaglie e pezzi di vita, e al tempo stesso più di una volta infastidito da quell’irruenza, quando si fa indizio di grossolanità gladiatoria e spia del narcisismo dell’autore.
Figlio di un ufficiale della Marina (il Comandante, valoroso in guerra, nella vita di tutti i giorni taciturno, conservatore e scialbo; in qualche modo, per usare un odioso termine di questi anni, “perdente”) e di una casalinga che per lui vuole “all the best” e sopporta un matrimonio noioso soltanto perché lui possa andare a Oxford (la tenera e un po’ velleitaria Yvonne, che muore suicida nell’Atene dei colonnelli dov’è andata con un maturo spasimante, un ex pastore, quando l’autore ha vent’anni), Christopher trascorre l’adolescenza al college, la giovinezza all’università.
Diviso tra “Chris” (per i compagni della militanza trotzkista) e “Christopher” (per le frequentazioni accademiche e mondane: fin da giovane Hitchens ha la stoffa del grimpeur), creatore di se stesso senza vincoli né rimpianti familiari (della famiglia parla con una buona dose di condiscendenza, appena temperata dal rispetto per il padre, dall’affetto per la madre), troverà nell’età adulta la sintesi a questa scissione con il nomignolo “Hitch”.
Nel frattempo si è fatto largo: dai fogli militanti della prima gioventù è passato al “New Statesman”, palestra dell’intellighenzia di sinistra. Negli anni ’80 approderà all’americano “The Nation”, ancora a sinistra, e prenderà la cittadinanza statunitense. Nel nuovo millennio la svolta: dopo l’attentato alle Twin Towers scopre che il nemico è l’islamofascismo, prende le distanze dalla sinistra e diventa compagno di strada dei neo-con e amico di Paul Wolfowitz vice-segretario alla Difesa di Bush jr. (e in seguito dimissionario dalla presidenza della Banca Mondiale per avere favorito l’amante), appoggia l’intervento in Iraq (lui giura di essere quello che ha suggerito l’intera operazione, riuscendo a convincere una riluttante Casa Bianca) e quello successivo in Afghanistan.
E diventa, allo stesso tempo, alfiere dell’ateismo militante.Ne scaturiscono polemiche al calor bianco (con Noan Chomsky, con Edward Said, con dozzine d’altri), che occupano buona parte della narrazione, mentre Hitchens approda a “Vanity Fair” e al “Wall Street Journal”. Nel 2011, mentre la sua notorietà è al culmine, muore per un cancro all’esofago.
Un eroe dei nostri tempi, un voltagabbana? A parte il fatto che “voltare la gabbana”, cioè cambiare idee e convinzioni, è sempre legittimo e, quando non è fatto per calcolo di bottega, è spesso salutare, le cose non stanno esattamente così. Hitchens è persona complessa, discutibile ma generosa, maestro di contraddizioni (non a caso il titolo dell’autobiografia richiama il famoso “Comma 22” di Joseph Heller: in base a tale comma, un pazzo può essere esonerato dal servizio miltare se lo richiede, ma con la richiesta dimostra di non essere pazzo).
Radicalismi giovanili a parte (l’ostilità alla guerra in Vietnam e ai regimi fascisti: quest’ultima convinzione resisterà nel tempo), Hitch va a braccetto con gli uomini di Bush dopo avere detto tutto il male possibile di Reagan e avere dato alle stampe un violentissimo pamphlet contro Kissinger, accusato di avere avuto parte nella caduta di Allende in Cile, nell’invasione indonesiana di Timor Est e nel massacro dei bengalesi ribelli da parte del Pakistan. Non sarà un alleato fedele né comodo: negli stessi anni dell’intervento americano, cita l’amministrazione Bush in tribunale per violazione delle libertà dei cittadini (nel mirino c’è la legislazione antiterrorismo), critica le torture ai prigionieri di Guantanamo (in un articolo celebre, si fa sottoporre alla tortura dell’acqua per poterla raccontare), denuncia brogli elettorali, sostiene le ragioni dei palestinesi contro Israele (ha scoperto intanto di essere ebreo da parte di madre, cosa che Yvonne gli aveva sempre tenuto nascosto: la ricerca delle radici in Polonia è uno dei punti alti di “Hitch 22”, assieme al ritratto del grande intellettuale palestinese-americano Edward Said). E nel 2008 si schiera per l’elezione di Obama.
Pregi e difetti di Hitchens si riversano puntualmente su queste pagine: ritratti vividi ma anche tanto namedropping (il mio caro amico x, il mio carissimo amico y, fino a raccontare che il suo dentista è lo stesso di Dick Cheney, più che discusso vice di Bush), troppe liquidazioni sommarie secondo un uso dell’apodittica che tra i giornalisti negli ultimi decenni si è fatto largo (Angela Davis “odiosa”: perché?, Jane Austen “insulsa” perché lo ha detto Kingsley Amis, John Berger insopportabile senza nessuna ulteriore spiegazione , un romanzo di Philip Roth “scritto con una mano sola” senza che ne vanga fatto il titolo ecc. ecc. ).
E troppe fideiussioni fatte alla leggera. Una su tutte: la sponsorizzazione del bancarottiere iracheno Ahmed Chalabi, che lo incanta perché sa chi è Trotzkij e addirittura che il termine “rivoluzione permanente” è stato coniato da Parvus: se non è narcisismo questo! Diventato uomo-fantoccio degli americani dietro raccomandazione di Hitchens, Chalabi sarà la principale fonte delle notizie sulle armi di distruzione di massa in possesso a Saddam Hussein -e sui legami di Baghdad con al-Qaeda- che porteranno all’invasione dell’Iraq e si riveleranno in seguito false. Leader dell’opposizione costruito a Washington, Chalabi non avrà il minimo di popolarità in patria, e nelle elezioni del 2005 non riuscirà a entrare in Parlamento (by and by, il capitolo sulle armi di distruzione di massa, nonostante i molti tentativi di voltare la frittata, è il più flebile di tutto il libro).
Ecco, l’Iraq. Sull’antisovietismo trotzkista che è l’imprinting originario di Hitchens (ma qui la sua polemica a sinistra è fuori bersaglio: il socialismo reale ha pochi sostenitori già negli anni ’70, figurarsi alle soglie del nuovo millennio) si innesta il rigetto totale di ogni tirannide (e non si può che essere d’accordo), che diventa interventismo facendo cortocircuito quando il giornalista scopre il radicalismo islamico (ma Saddam Hussein, despota feroce, non è un fondamentalista). Di fronte a dati veri (le atrocità del rais, le sofferenze degli iracheni) parte una crociata che assolutizza il male e chiede l’intervento. La sinistra che difende semplicemente il vecchio principio di diritto internazionale (la non ingenerenza nelle sovranità nazionali) viene tacciata di pavidità e connivenza con il terrorismo arabo. Ma, a dare retta a Hitchens, bisognerebbe intervenire anche altrove, in mezzo mondo: perché non in Cecenia dove i russi massacrano la popolazione, perché non in Tibet dove Pechino ha la mano pesantissima, perché non in Pakistan alleato quanto mai sospetto, perché non nell’Africa dei massacri e delle sanguinose guerre tribali? E invece, con un gusto tutto inglese a riproporre Lord Byron o Lawrence d’Arabia, Hitchens invita a partire per l’Iraq e l’Afghanistan, Con risultati non esaltanti, perché la democrazia non si esporta e non si impone (a scanso di equivoci: anche se è una grande creazione dell’Occidente e la più evoluta forma di governo che l’umanità abbia raggiunto).
L’odiatore di tiranni è anche un nemico giurato e rumoroso della religione: nefasta in sé e non soltanto nelle secolari incarnazioni fanatiche. La crociata radical-atea gli ispira perentorie condanne (le tre persone più detestabili sono, secondo lui, Kissinger, bin Laden e Ratzinger), libri a volte molto felici (“La posizione della missionaria”, che smonta la fabbrica della santità della furba e oscurantista contadina albanese nota come Madre Teresa di Calcutta) e a volte piuttosto grossier (“Dio non è grande”, pamphlet che alterna affondi efficaci -le città sante sono i posti più pericolosi del mondo- a sparate ipersemplificatorie di integralismo ateo che sono lo specchio simmetrico del fondamentalismo preso di mira).
Di questa prosa flamboyant “Hitch 22” esibisce reperti abbondanti (“Si erano sposati all’inizio dell’aprile 1945 poco prima che Adolf Hitler si cacciasse una pistola in bocca, a quanto pare fetida per l’alitosi”, “I volti grassi, rossi, dai capillari rotti degli artiglieri serbi di prima classe”, “Deliranti racconti di decima mano, per lo più opera di visionari religiosi e altri probabili epilettici e schizofrenici”). Che dire? Trattasi, anche se Hitchens è di gran lunga migliore del modello originale, di fallacismo, malattia senile del giornalismo. Che sostituisce l’io al mondo, la rabbia e l’orgoglio al cervello. Trattasi, nel caso di Hitchens, di una superfetazione estremista del razionalismo, che della triade libertà, fratellanza, uguaglianza tiene in piedi soltanto il primo termine.
Nell’abbondanza dei viaggi e degli incontri, gli aneddoti e le curiosità non mancano: l’incontro con Borges che a Buenos Aires esalta Pinochet (perché gli ha concesso un premio), Margaret Thatcher che lo sculaccia con un giornale dandogli del birichino (e il fesso se ne innamora), Olivia Newton-John che era nipote del fisico Max Born e Lauren Bacall che è cugina di Shimon Peres (il cognome originario di entrambe è Perske), l’amicizia con Martin Amis e Salman Rushdie. E le loro riunioni conviviali periodiche per sgavazzare, raccontarsi pettegolezzi, fare giochi di parole a volte sublimi e altre penosi. Come quando sostituiscono cuore con cazzo per prodursi in titoli apocrifi come “il cazzo è un cacciatore solitario”, “Il cazzo è una cosa meravigliosa” e simili. Non c’è bisogno di essere dei geni e di ritrovarsi a Bloomsbury: lo sanno fare anche al Bagaglino.
PS. Christopher Hitchens, ateo militante, si è sposato due volte. La prima con rito greco ortodosso per non scontentare la famiglia della moglie. La seconda con rito ebraico, ma il rabbino leggeva Spinoza e Freud. Dio non sarà grande, ma la coerenza non è eccessiva.