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Arde nel verde
L’attacco di Matteo Munaretto, con voce non sua ma subito fatta propria, è dei più intelligenti e provocatori: «habes unde subleveris in admirationem» (San Bonaventura). C’è di che restare stupiti di fronte al Creato, questo ci ricorda – con il teologo francescano – il giovane poeta lombardo, qui al ... (continue)
L’attacco di Matteo Munaretto, con voce non sua ma subito fatta propria, è dei più intelligenti e provocatori: «habes unde subleveris in admirationem» (San Bonaventura). C’è di che restare stupiti di fronte al Creato, questo ci ricorda – con il teologo francescano – il giovane poeta lombardo, qui al suo esordio per Interlinea con prefazione di Fernando Bandini. Uno stupore che eleva, posto che lo sguardo riesca a restare puro e la lingua adatta ai contenuti (alla loro “altezza”). Già, ma che lingua? Munaretto è coraggioso – di un coraggio che non pagherà, visti i tempi – e non teme di ispirarsi a Dante («nelle sue tenere la mia s’immilla / vite che esaudiscono / l’esistere in lavacro di chiarore») e nel Novecento soprattutto a Rebora, Luzi, Saba, magari a Betocchi. Autori cattolici, autori universali, ma per un giovane poeta una scelta tutt’altro che scontata (un altro a cui bisognerà prestare attenzione, simile per iniziali, è Massimiliano Mandorlo).
Il titolo della raccolta, a prima vista soltanto un ovvio gioco fonosimbolico (aRDe nel veRDe), inizia invece a vibrare non appena si legga la poesia omonima: «Il blu… / e il giallo… / si sono amati. È il loro amore / che arde nel verde?». Munaretto ha un unico tema, ma è tra i pochi che contengano tutto (un tema punto-di-partenza, un tema ogni-cosa-che-esiste), così che la sua poesia, dolce e musicale, molto ben concatenata a se stessa, diviene sovente materia filosofica. E non è un caso se il suo principale interlocutore, senza sbandierarlo troppo, è il Montale del male di vivere e dei dolorosi cataloghi di immagini negative: «il rivo strozzato che gorgoglia, /… l’incartocciarsi della foglia / riarsa,… il cavallo stramazzato» (Ossi di seppia). Così gli risponde, quasi per le rime, il giovane Munaretto: «Non ebbi che la timida / delle cose a me care meraviglia, / la foglia appena nata, un poco d’edera / sui muri e in mezzo all’orto la cicoria. / In questa povertà si è sporta all’anima / antica iridescente la bellezza».
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