E' sufficiente il prologo: dopo poche righe si è già sull'isola. Nonostante sia uno sbarco notturno - nero fisicamente e già da subito anche simbolicamente - ci si trova subito a volerla girare tutta, con la malcelata speranza che si faccia presto giorno. E Lucarelli ci porta sull'isola, nel su
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E' sufficiente il prologo: dopo poche righe si è già sull'isola. Nonostante sia uno sbarco notturno - nero fisicamente e già da subito anche simbolicamente - ci si trova subito a volerla girare tutta, con la malcelata speranza che si faccia presto giorno. E Lucarelli ci porta sull'isola, nel suo vento e nella sua luce con maestria, raccogliendo quella poesia già seminata in un suo precedente romanzo (Almost blue). L'autore ci fa incontrare i personaggi mentre agiscono -piccole azioni- ma subito sappiamo chi sono e i loro perché, con la sintesi di cui Lucarelli è già stato capace in altre "opere corte" ( Il trillo del diavolo, La tenda nera). E poi c'è La Storia che scorre e s'incastra perfettamente in questa storia: è appena stato assassinato Matteotti, siamo in pieno regime fascista. E nella Storia ritroviamo le conoscenze -scientifiche e mai saccenti- già riscontrate nelle vicende del commissario De Luca e nell'altro suo romanzo ambientato durante il ventennio (Indagine non autorizzata). E ritroviamo la sensualità - insieme forte e pudica - e la fisicità già respirate in Guernica e ancora in Almost Blue. In sintesi tutte le caratteristiche degli altri romanzi - lunghi, corti o cortissimi che fossero - le ritroviamo qui amplificate da una maturazione - un'ulteriore maturazione - del rapporto scrittura/narrazione. E poi (o prima di tutto) questo è un thriller. Un bel thriller. La tensione si presenta subito con il buio compatto dell'approdo. E rimane, anche quando sembra scorrere carsica sotto la "poesia del cielo", che invece ne indica precisamente il permanere, con frequenze o dissonanze cromatiche e peculiarità olfattive. La tensione si spezza solo alla fine, ma proprio in fondo, e solo allora si assapora il sedimento di tutta la narrazione. E ogni lettore vi potrà trovare il proprio retrogusto, perché tanti se ne possono assaporare: passione civile, cecità della ragione, ostinazione della ragione, magia del destino, follia del potere, voluttà dei sensi, orrore dell'isolamento. Condisce il tutto la descrizione precisa di rumori, di musiche, di suoni e di silenzi che Lucarelli ha registrato con orecchio attento e ci ritrasmette come fosse la colonna sonora di questo suo ottimo romanzo.
Coloro che hanno avuto modo di incontrare di persona Paco Ignacio Taibo II ritroveranno in queste pagine il fedele ritratto ‘fatto libro’ dello scrittore messicano. Non solo per l'aneddotica personale e storica che l'autore elargisce a piene mani, non solo per l'impegno politico che trasuda ogni fr
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Coloro che hanno avuto modo di incontrare di persona Paco Ignacio Taibo II ritroveranno in queste pagine il fedele ritratto ‘fatto libro’ dello scrittore messicano. Non solo per l'aneddotica personale e storica che l'autore elargisce a piene mani, non solo per l'impegno politico che trasuda ogni frase -anche la più comica - ma anche per lo spessore fisico: quasi 450 pagine, tanto che lo stesso Taibo lo chiama ‘el Librón’ (il Librone). Coloro i quali volessero invece ritrovare l'inventiva dei romanzi di fiction, rimarrebbero almeno parzialmente delusi dal constatare che il Librón ne contiene ben poca, e quasi tutta già pubblicata -seppure quasi clandestinamente- in traduzione italiana; chi comunque si fosse perso il racconto di quasi-fantascienza "Maschera Azteca e il Dottor Nebbia" salti a pié pari a pagina 169 e, dopo aver goduto della schizofrenia militante dei personaggi, si metta a spulciare qua e là a cercar scrittura creativa. Formalmente il Librón è un insieme disomogeneo: oltre ai pochi racconti, pezzi di giornalismo, saggistica storica, recensioni letterarie, trascrizioni di telefonate e conversazioni, memorie personali politiche e private, persino poesie. Taibo si conferma ottimo scrittore quale che sia la forma che adopera, ma si rivela (come il ‘suo’ Che Guevara) un pessimo poeta. Il titolo originale del libro dà un'idea seppure vaga del soggetto: Asì es la vida en los pinches Trópicos, Così è la vita nei fottuti Tropici. Attualità e storia recente del Messico e più particolarmente di quella grande regione fatta metropoli che è il Distretto Federale, senza sdegnare puntate al di fuori dei confini geografici e salti nella storia remota. Da segnalare il capitolo sulla Fiera del Libro all'Avana che, in meno di otto pagine, con una scrittura godibilissima anche da chi non ne sa nulla, riesce ad essere una grande lezione sull'embargo a Cuba e forse sugli embarghi tout-court. E' evidente la militanza - non solo intellettuale - di Taibo in queste sue ‘memorie’, evidente la sua visceralità, evidente la sua conoscenza della storia e delle situazioni politiche e sociali del suo paese (e non solo del suo). Potrebbe disturbare l'altrettanto evidente caratteristica messico-centrica, la quale potrebbe però in altra ipotesi suscitare desideri di Libroni italiani, potrebbe istigare i "nostri" ad arrivare in casa editrice con "scritti sparsi" da pubblicare in blocco (Chissà quanto bel materiale hanno nel cassetto Benni, Lucarelli, Maggiani?) Taibo ci racconta anche che scrive perché crede "nel potere della parola" e perché sa che "la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati". Ci si può solo augurare che arrivino (anche) i nostri.
Con questo romanzo incontro Per e Maj (che i cognomi sono difficili da scrivere e impossibili da pronunciare). Per l'ennesima volta, per pura casualità, mi trovo a conoscere nuovi personaggi da una 'puntata' che non è la prima. L'impatto non è stato dei più promettenti, ma la tensione l'h
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Con questo romanzo incontro Per e Maj (che i cognomi sono difficili da scrivere e impossibili da pronunciare). Per l'ennesima volta, per pura casualità, mi trovo a conoscere nuovi personaggi da una 'puntata' che non è la prima. L'impatto non è stato dei più promettenti, ma la tensione l'ho percepita fin dalle prime righe, anche se sottilissima. Così come si è rivelato sottile e affialatissimo (e apparentemente algido) il profilo di ogni personaggio.
[...] Kolberg era disarmato. Di fronte alla dilagante mentalità criminale e alla sempre più crescente violenza dei reati, lui apparteneva a quelli che sostenevano il completo disarmo degli agenti; così adesso portava la pistola solo in caso di estrema emergenza e, anche allora, la maggior parte delle volte soltanto se gli veniva ordinato [...]
Vagamente evocandomi i grandissimi dell'87° di McBain (una coralità di piccole-grandi voci) mi trovo a pensare che anche Martin Beck e compagni potrebbero procurare un'ulteriore 'dipendenza' al Lettore che è in me...
(graditissimo dono di un amico) Li avevo già letti quasi tutti questi racconti, sparsi qua e là. E così -tutti in fila- sono ancora più gustosi. Qualcuno sarebbe da 'cinque stelle'... Questa raccolta mi ha confermato quanto mi piace la scritura di Lucarelli. e c'é una chicca, che ho amato
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(graditissimo dono di un amico) Li avevo già letti quasi tutti questi racconti, sparsi qua e là. E così -tutti in fila- sono ancora più gustosi. Qualcuno sarebbe da 'cinque stelle'... Questa raccolta mi ha confermato quanto mi piace la scritura di Lucarelli. e c'é una chicca, che ho amato fin dalla prima volta, che ho persino postato in un blog [ http://grublog.splinder.com/post/18473854/acchiappasogn… ] nell'insieme è un bel sacchetto di caramelle 'tuttiGusti' -effetto Hogwarths- ognuna con il suo particolare sapore da tenere di scorta tra un 'mattone' e l'altro
(terzo Conde) forse quello che mi è piaciuto di meno, anche se è quello che ho letto per primo, cioè quello che mi ha 'acchiappato' -contraddizione di vecchia prosivendola-
L'isola dell'angelo caduto
E' sufficiente il prologo: dopo poche righe si è già sull'isola. Nonostante sia uno sbarco notturno - nero fisicamente e già da subito anche simbolicamente - ci si trova subito a volerla girare tutta, con la malcelata speranza che si faccia presto giorno.continue)
E Lucarelli ci porta sull'isola, nel su ... (
E' sufficiente il prologo: dopo poche righe si è già sull'isola. Nonostante sia uno sbarco notturno - nero fisicamente e già da subito anche simbolicamente - ci si trova subito a volerla girare tutta, con la malcelata speranza che si faccia presto giorno.
E Lucarelli ci porta sull'isola, nel suo vento e nella sua luce con maestria, raccogliendo quella poesia già seminata in un suo precedente romanzo (Almost blue).
L'autore ci fa incontrare i personaggi mentre agiscono -piccole azioni- ma subito sappiamo chi sono e i loro perché, con la sintesi di cui Lucarelli è già stato capace in altre "opere corte" ( Il trillo del diavolo, La tenda nera).
E poi c'è La Storia che scorre e s'incastra perfettamente in questa storia: è appena stato assassinato Matteotti, siamo in pieno regime fascista. E nella Storia ritroviamo le conoscenze -scientifiche e mai saccenti- già riscontrate nelle vicende del commissario De Luca e nell'altro suo romanzo ambientato durante il ventennio (Indagine non autorizzata).
E ritroviamo la sensualità - insieme forte e pudica - e la fisicità già respirate in Guernica e ancora in Almost Blue.
In sintesi tutte le caratteristiche degli altri romanzi - lunghi, corti o cortissimi che fossero - le ritroviamo qui amplificate da una maturazione - un'ulteriore maturazione - del rapporto scrittura/narrazione.
E poi (o prima di tutto) questo è un thriller. Un bel thriller. La tensione si presenta subito con il buio compatto dell'approdo. E rimane, anche quando sembra scorrere carsica sotto la "poesia del cielo", che invece ne indica precisamente il permanere, con frequenze o dissonanze cromatiche e peculiarità olfattive. La tensione si spezza solo alla fine, ma proprio in fondo, e solo allora si assapora il sedimento di tutta la narrazione.
E ogni lettore vi potrà trovare il proprio retrogusto, perché tanti se ne possono assaporare: passione civile, cecità della ragione, ostinazione della ragione, magia del destino, follia del potere, voluttà dei sensi, orrore dell'isolamento.
Condisce il tutto la descrizione precisa di rumori, di musiche, di suoni e di silenzi che Lucarelli ha registrato con orecchio attento e ci ritrasmette come fosse la colonna sonora di questo suo ottimo romanzo.
[PULP LIBRI 20 luglio/agosto 99]
Te li do io i Tropici
Coloro che hanno avuto modo di incontrare di persona Paco Ignacio Taibo II ritroveranno in queste pagine il fedele ritratto ‘fatto libro’ dello scrittore messicano. Non solo per l'aneddotica personale e storica che l'autore elargisce a piene mani, non solo per l'impegno politico che trasuda ogni fr ... (continue)
Coloro che hanno avuto modo di incontrare di persona Paco Ignacio Taibo II ritroveranno in queste pagine il fedele ritratto ‘fatto libro’ dello scrittore messicano. Non solo per l'aneddotica personale e storica che l'autore elargisce a piene mani, non solo per l'impegno politico che trasuda ogni frase -anche la più comica - ma anche per lo spessore fisico: quasi 450 pagine, tanto che lo stesso Taibo lo chiama ‘el Librón’ (il Librone).
Coloro i quali volessero invece ritrovare l'inventiva dei romanzi di fiction, rimarrebbero almeno parzialmente delusi dal constatare che il Librón ne contiene ben poca, e quasi tutta già pubblicata -seppure quasi clandestinamente- in traduzione italiana; chi comunque si fosse perso il racconto di quasi-fantascienza "Maschera Azteca e il Dottor Nebbia" salti a pié pari a pagina 169 e, dopo aver goduto della schizofrenia militante dei personaggi, si metta a spulciare qua e là a cercar scrittura creativa.
Formalmente il Librón è un insieme disomogeneo: oltre ai pochi racconti, pezzi di giornalismo, saggistica storica, recensioni letterarie, trascrizioni di telefonate e conversazioni, memorie personali politiche e private, persino poesie. Taibo si conferma ottimo scrittore quale che sia la forma che adopera, ma si rivela (come il ‘suo’ Che Guevara) un pessimo poeta.
Il titolo originale del libro dà un'idea seppure vaga del soggetto: Asì es la vida en los pinches Trópicos, Così è la vita nei fottuti Tropici. Attualità e storia recente del Messico e più particolarmente di quella grande regione fatta metropoli che è il Distretto Federale, senza sdegnare puntate al di fuori dei confini geografici e salti nella storia remota. Da segnalare il capitolo sulla Fiera del Libro all'Avana che, in meno di otto pagine, con una scrittura godibilissima anche da chi non ne sa nulla, riesce ad essere una grande lezione sull'embargo a Cuba e forse sugli embarghi tout-court.
E' evidente la militanza - non solo intellettuale - di Taibo in queste sue ‘memorie’, evidente la sua visceralità, evidente la sua conoscenza della storia e delle situazioni politiche e sociali del suo paese (e non solo del suo). Potrebbe disturbare l'altrettanto evidente caratteristica messico-centrica, la quale potrebbe però in altra ipotesi suscitare desideri di Libroni italiani, potrebbe istigare i "nostri" ad arrivare in casa editrice con "scritti sparsi" da pubblicare in blocco (Chissà quanto bel materiale hanno nel cassetto Benni, Lucarelli, Maggiani?)
Taibo ci racconta anche che scrive perché crede "nel potere della parola" e perché sa che "la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati". Ci si può solo augurare che arrivino (anche) i nostri.
[PULP LIBRI 24 marzo/aprile 2000]
L'uomo al balcone
Con questo romanzo incontro Per e Maj (che i cognomi sono difficili da scrivere e impossibili da pronunciare).continue)
Per l'ennesima volta, per pura casualità, mi trovo a conoscere nuovi personaggi da una 'puntata' che non è la prima.
L'impatto non è stato dei più promettenti, ma la tensione l'h ... (
Con questo romanzo incontro Per e Maj (che i cognomi sono difficili da scrivere e impossibili da pronunciare).
Per l'ennesima volta, per pura casualità, mi trovo a conoscere nuovi personaggi da una 'puntata' che non è la prima.
L'impatto non è stato dei più promettenti, ma la tensione l'ho percepita fin dalle prime righe, anche se sottilissima.
Così come si è rivelato sottile e affialatissimo (e apparentemente algido) il profilo di ogni personaggio.
[...] Kolberg era disarmato. Di fronte alla dilagante mentalità criminale e alla sempre più crescente violenza dei reati, lui apparteneva a quelli che sostenevano il completo disarmo degli agenti; così adesso portava la pistola solo in caso di estrema emergenza e, anche allora, la maggior parte delle volte soltanto se gli veniva ordinato [...]
Vagamente evocandomi i grandissimi dell'87° di McBain (una coralità di piccole-grandi voci) mi trovo a pensare che anche Martin Beck e compagni potrebbero procurare un'ulteriore 'dipendenza' al Lettore che è in me...
Il lato sinistro del cuore
(graditissimo dono di un amico) Li avevo già letti quasi tutti questi racconti, sparsi qua e là. E così -tutti in fila- sono ancora più gustosi. Qualcuno sarebbe da 'cinque stelle'...continue)
Questa raccolta mi ha confermato quanto mi piace la scritura di Lucarelli.
e c'é una chicca, che ho amato ... (
(graditissimo dono di un amico) Li avevo già letti quasi tutti questi racconti, sparsi qua e là. E così -tutti in fila- sono ancora più gustosi. Qualcuno sarebbe da 'cinque stelle'...
Questa raccolta mi ha confermato quanto mi piace la scritura di Lucarelli.
e c'é una chicca, che ho amato fin dalla prima volta, che ho persino postato in un blog
[ http://grublog.splinder.com/post/18473854/acchiappasogn… ]
nell'insieme è un bel sacchetto di caramelle 'tuttiGusti' -effetto Hogwarths- ognuna con il suo particolare sapore
da tenere di scorta tra un 'mattone' e l'altro
Maschere
(terzo Conde) forse quello che mi è piaciuto di meno, anche se è quello che ho letto per primo, cioè quello che mi ha 'acchiappato' -contraddizione di vecchia prosivendola-