no. direi proprio di no. da "io non ho paura" a "come Dio comanda" a quest'ultimo romanzo la discesa è vertiginosa e verticale.
neanche la notevole abilità descrittiva e affabulatoria di Ammaniti riesce a tenere insieme un plot così innegabilmente sconclusionato. se il contesto potrebbe essere quel
... (continue)
no. direi proprio di no. da "io non ho paura" a "come Dio comanda" a quest'ultimo romanzo la discesa è vertiginosa e verticale.
neanche la notevole abilità descrittiva e affabulatoria di Ammaniti riesce a tenere insieme un plot così innegabilmente sconclusionato. se il contesto potrebbe essere quello della critica sociale a un certo mondo, quello dell'editoria e dello showbiz, travestita da satira sul costume italiano, l'effetto degenera invece nella caricatura.
a parte la fulminante battuta sulle pappardelle sataniste (unica sequenza narrativa salvabile in un mare magnum di volgarità e luoghi comuni), tutto il resto della storia mette insieme tanti elementi in poco spazio da risultare involontariamente grottesca. L'idea del banchetto cafonal alla Trimalcione in veste di er piotta era anche buona, così come quella di tirar dentro un Charles Manson all'amatriciana.
ma che c'azzecca tutta l'ultima parte che vira sul fantarcheologico? sa solo di espediente narrativo per mettere una pezza a una struttura che non sta insieme. tentativo fallito: come esempio di pulp non attinge a un valore letterario potabile, come satira sociale è troppo superficiale e astratta.
confesso che era il mio primo Mankell e che non avevo precedenti inchieste di Wallander da confrontare. Ma me lo sono divorato, con voracità da lupo più che da tarlo, in pochi giorni. o meglio in poche notti.
Trovare una triangolazione plausibile tra Pechino Stoccolma e Harare era verame
... (continue)
confesso che era il mio primo Mankell e che non avevo precedenti inchieste di Wallander da confrontare. Ma me lo sono divorato, con voracità da lupo più che da tarlo, in pochi giorni. o meglio in poche notti.
Trovare una triangolazione plausibile tra Pechino Stoccolma e Harare era veramente difficile e del resto anche Agatha Christie quando si impegnava in spy-story internazionali non risultava del tutto all'altezza delle indagini di Miss Marple.
Però l'immagine di un villaggio svedese inondato di sangue si è stagliato da subito nitido nella mia immaginazione, come dei fotogrammi luminosi di film scandinavi, dai classici di Bergman all'horror sui generis "Lasciami entrare".
Ho dato quasi subito un volto reale a Birgitta Roslin, magistrato in bilico tra la banalità quotidiana della sua crisi coniugale con il controllore Staffan e l'incoscienza pericolosa dell'inchiesta che la porterà a toccare corde molto sensibili fino all'altro capo del mondo.
Anche se il bandolo della matassa era fin dall'inizio piuttosto chiaro mi hanno incatenato alla pagina la leggerezza della narrazione e la curiosità di vedere come sarebbe andato a finire quest'ibrido tra saga famigliare nordica e giallo internazionale. e in un libro che in buona parte si svolge in Cina non si può certo dire che manchi il giallo...
il romanzo di Ammaniti si legge con una facilità e una velocità impressionanti, scorre via leggero come un fiume in piena, o meglio come un fiume di pene. Sociali, esistenziali, morali, che attanagliano le vite dei suoi protagonisti e, a volte, li lasciano uccisi o moribondi come pesci sul greto di
... (continue)
il romanzo di Ammaniti si legge con una facilità e una velocità impressionanti, scorre via leggero come un fiume in piena, o meglio come un fiume di pene. Sociali, esistenziali, morali, che attanagliano le vite dei suoi protagonisti e, a volte, li lasciano uccisi o moribondi come pesci sul greto di un torrente fangoso.
Storie di ordinaria follia ed emarginazione si intrecciano tra lo squallore diversificato di vari luoghi del ricchissimo Nordest friulano, la locomotiva che traina il sistema Paese: dalla baracca scrostata di Rino e Cristiano Zena al lurido monolocale di Quattroformaggi, dal borghese quartiere residenziale di Fabiana al vuoto da non-luogo dei centri commerciali.
Le varie vicende che si annodano attorno ai destini di tre balordi, Danilo Aprea, alcolizzato per la morte accidentale della figlioletta e abbandonato dalla moglie, Quattro Formaggi, lo scemo del villaggio e Rino Zena, un manovale disoccupato nazistoide con un figlio adolescente, Cristiano, per il quale è l'unico punto di riferimento. Attorno al loro degrado ruotano figure di secondo piano: l'assistente sociale che segue Cristiano, un romano che sceglie l'impegno sociale come fuga da rimorsi e insoddisfazioni sentimentali e due ragazze adolescenti, Esmeralda e Fabiana, intrappolate in una realtà borghese di provincia, in famiglie che oscillano tra il disinteresse e l'apatia.
Queste situazioni, molto diverse ma accomunate nel disagio esistenziale, vissute da persone vicine fisicamente ma isolate ognuna nel proprio mondo, si incrociano in una notte, durante un temporale, quando un tentativo di furto a un bancomat finisce per collidere con un'investimento, un brutale omicidio e un ictus, sconvolgendo.
Il tentativo di incastrare insieme tante vicende è tutto sommato ben riuscito: i lati più meschini dei vari protagonisti emergono senza sconti ma senza giudizi morali manichei. Il tono di Ammaniti, che in questo è davvero godibile, è soprattutto descrittivo. Solo che, come un fiume in piena, rischia di trascinare via nell'impeto della narrazione anche la possibilità di scandagliare in profondità.
nulla di più lontano dai sogni esotici delle Mille e una notte, il totem della cultura araba composto di atmosfere orientali e straordinarie avventure.
Nella sonnolenta pianura magiara vaga - immerso in un sonno esistenziale - il barone von Taittinger, e lì incontra la contessa Helene W. e di
... (continue)
nulla di più lontano dai sogni esotici delle Mille e una notte, il totem della cultura araba composto di atmosfere orientali e straordinarie avventure.
Nella sonnolenta pianura magiara vaga - immerso in un sonno esistenziale - il barone von Taittinger, e lì incontra la contessa Helene W. e di seguito una bellezza popolana e più accessibile, la Mizzi Schinagl. Dalla storia tra il barone e la bella Mizzi nascono non solo un figlio illegittimo ma anche la vicenda della milleduesima notte, appunto, che quest'ultima trascorre come sosia ignara della bella contessa con lo scià di Persia in visita a Vienna.
Quell'unica notte, insieme alla collana di perle che la Mizzi riceve come ricompensa per le sue prestazioni, dà l'avvio a una serie di eventi che, lentamente e inavvertitamente, porta verso il baratro della decadenza, economica e sociale, perchè di spessore morale il barone pare proprio non averne, l'orgoglioso militare absburgico.
Onirico e al tempo stesso estremamente realistico il racconto restituisce l'immagine della società viennese ai tempi di Franz Joseph, immediatamente prima dello sprofondo della Grande Guerra che la travolgerà nella storia, come quella di un mondo inutile e falso, sospeso nell'incoscienza e nell'irrealtà di convenzioni e costumi superati. Nelle strade della Vienna freudianamente borghesi dei walzer del bel Danubio blu non resta che una pallida eco...
in cinque lunghi libri Artemidoro di Daldi, onirocrita vissuto all'incorca nel II sec. d.C., la cui identità resta in parte incerta in parte misteriosa, realizza - in diverse fasi - un compendio della scienza ellenistica sull'interpretazione dei sogni.
in cinque lunghi libri Artemidoro di Daldi, onirocrita vissuto all'incorca nel II sec. d.C., la cui identità resta in parte incerta in parte misteriosa, realizza - in diverse fasi - un compendio della scienza ellenistica sull'interpretazione dei sogni.
La lettura è in molte parti un logorante supplizio: del resto si tratta di un manuale tecnico per specialisti. Dopo un'interessante preambolo che è fondativo della successiva esposizione Artemidoro divide gli argomenti in base al contenuto dei sogni nei vari libri, iniziando una lunga teoria di classificazioni dal sapore tardo aristotelico.
Le premesse sono interessanti abbiamo detto, il resto del trattato, nel quale spesso l'autore indulge all'autocelebrazione, risulta interessante da un punto di vista antiquario per la gran messe di informazioni specialistiche, anche relative a oggetti, usanze e modi della vita quotidiana che difficilmente sarebbero arrivate fino a noi altrimenti.
Solo alla fine, nell'ultimo libro, il quinto, si recupera una dimensione di interesse: Artemidoro presenta una rassegna di sogni con spiegazione annessa. Da questi brevi paragrafi filtra, probabilmente in modo involontario, un'umanità ricca e quotidiana, fatta di vita reale, di piccoli episodi, di desideri, rimpianti, ansie angosce e paure, che ci restituisce un'immagine antropologica ancora viva e palpitante dopo oltre diciotto secoli.
Che la festa cominci
no. direi proprio di no.
da "io non ho paura" a "come Dio comanda" a quest'ultimo romanzo la discesa è vertiginosa e verticale.
neanche la notevole abilità descrittiva e affabulatoria di Ammaniti riesce a tenere insieme un plot così innegabilmente sconclusionato.continue)
se il contesto potrebbe essere quel ... (
no. direi proprio di no.
da "io non ho paura" a "come Dio comanda" a quest'ultimo romanzo la discesa è vertiginosa e verticale.
neanche la notevole abilità descrittiva e affabulatoria di Ammaniti riesce a tenere insieme un plot così innegabilmente sconclusionato.
se il contesto potrebbe essere quello della critica sociale a un certo mondo, quello dell'editoria e dello showbiz, travestita da satira sul costume italiano, l'effetto degenera invece nella caricatura.
a parte la fulminante battuta sulle pappardelle sataniste (unica sequenza narrativa salvabile in un mare magnum di volgarità e luoghi comuni), tutto il resto della storia mette insieme tanti elementi in poco spazio da risultare involontariamente grottesca. L'idea del banchetto cafonal alla Trimalcione in veste di er piotta era anche buona, così come quella di tirar dentro un Charles Manson all'amatriciana.
ma che c'azzecca tutta l'ultima parte che vira sul fantarcheologico? sa solo di espediente narrativo per mettere una pezza a una struttura che non sta insieme. tentativo fallito: come esempio di pulp non attinge a un valore letterario potabile, come satira sociale è troppo superficiale e astratta.
meno male che me l'hanno prestato!
Il cinese
confesso che era il mio primo Mankell e che non avevo precedenti inchieste di Wallander da confrontare.
Ma me lo sono divorato, con voracità da lupo più che da tarlo, in pochi giorni. o meglio in poche notti.
Trovare una triangolazione plausibile tra Pechino Stoccolma e Harare era verame ... (continue)
confesso che era il mio primo Mankell e che non avevo precedenti inchieste di Wallander da confrontare.
Ma me lo sono divorato, con voracità da lupo più che da tarlo, in pochi giorni. o meglio in poche notti.
Trovare una triangolazione plausibile tra Pechino Stoccolma e Harare era veramente difficile e del resto anche Agatha Christie quando si impegnava in spy-story internazionali non risultava del tutto all'altezza delle indagini di Miss Marple.
Però l'immagine di un villaggio svedese inondato di sangue si è stagliato da subito nitido nella mia immaginazione, come dei fotogrammi luminosi di film scandinavi, dai classici di Bergman all'horror sui generis "Lasciami entrare".
Ho dato quasi subito un volto reale a Birgitta Roslin, magistrato in bilico tra la banalità quotidiana della sua crisi coniugale con il controllore Staffan e l'incoscienza pericolosa dell'inchiesta che la porterà a toccare corde molto sensibili fino all'altro capo del mondo.
Anche se il bandolo della matassa era fin dall'inizio piuttosto chiaro mi hanno incatenato alla pagina la leggerezza della narrazione e la curiosità di vedere come sarebbe andato a finire quest'ibrido tra saga famigliare nordica e giallo internazionale.
e in un libro che in buona parte si svolge in Cina non si può certo dire che manchi il giallo...
Come Dio Comanda
il romanzo di Ammaniti si legge con una facilità e una velocità impressionanti, scorre via leggero come un fiume in piena, o meglio come un fiume di pene. Sociali, esistenziali, morali, che attanagliano le vite dei suoi protagonisti e, a volte, li lasciano uccisi o moribondi come pesci sul greto di ... (continue)
il romanzo di Ammaniti si legge con una facilità e una velocità impressionanti, scorre via leggero come un fiume in piena, o meglio come un fiume di pene. Sociali, esistenziali, morali, che attanagliano le vite dei suoi protagonisti e, a volte, li lasciano uccisi o moribondi come pesci sul greto di un torrente fangoso.
Storie di ordinaria follia ed emarginazione si intrecciano tra lo squallore diversificato di vari luoghi del ricchissimo Nordest friulano, la locomotiva che traina il sistema Paese: dalla baracca scrostata di Rino e Cristiano Zena al lurido monolocale di Quattroformaggi, dal borghese quartiere residenziale di Fabiana al vuoto da non-luogo dei centri commerciali.
Le varie vicende che si annodano attorno ai destini di tre balordi, Danilo Aprea, alcolizzato per la morte accidentale della figlioletta e abbandonato dalla moglie, Quattro Formaggi, lo scemo del villaggio e Rino Zena, un manovale disoccupato nazistoide con un figlio adolescente, Cristiano, per il quale è l'unico punto di riferimento.
Attorno al loro degrado ruotano figure di secondo piano: l'assistente sociale che segue Cristiano, un romano che sceglie l'impegno sociale come fuga da rimorsi e insoddisfazioni sentimentali e due ragazze adolescenti, Esmeralda e Fabiana, intrappolate in una realtà borghese di provincia, in famiglie che oscillano tra il disinteresse e l'apatia.
Queste situazioni, molto diverse ma accomunate nel disagio esistenziale, vissute da persone vicine fisicamente ma isolate ognuna nel proprio mondo, si incrociano in una notte, durante un temporale, quando un tentativo di furto a un bancomat finisce per collidere con un'investimento, un brutale omicidio e un ictus, sconvolgendo.
Il tentativo di incastrare insieme tante vicende è tutto sommato ben riuscito: i lati più meschini dei vari protagonisti emergono senza sconti ma senza giudizi morali manichei. Il tono di Ammaniti, che in questo è davvero godibile, è soprattutto descrittivo. Solo che, come un fiume in piena, rischia di trascinare via nell'impeto della narrazione anche la possibilità di scandagliare in profondità.
La milleduesima notte
nulla di più lontano dai sogni esotici delle Mille e una notte, il totem della cultura araba composto di atmosfere orientali e straordinarie avventure.
Nella sonnolenta pianura magiara vaga - immerso in un sonno esistenziale - il barone von Taittinger, e lì incontra la contessa Helene W. e di ... (continue)
nulla di più lontano dai sogni esotici delle Mille e una notte, il totem della cultura araba composto di atmosfere orientali e straordinarie avventure.
Nella sonnolenta pianura magiara vaga - immerso in un sonno esistenziale - il barone von Taittinger, e lì incontra la contessa Helene W. e di seguito una bellezza popolana e più accessibile, la Mizzi Schinagl. Dalla storia tra il barone e la bella Mizzi nascono non solo un figlio illegittimo ma anche la vicenda della milleduesima notte, appunto, che quest'ultima trascorre come sosia ignara della bella contessa con lo scià di Persia in visita a Vienna.
Quell'unica notte, insieme alla collana di perle che la Mizzi riceve come ricompensa per le sue prestazioni, dà l'avvio a una serie di eventi che, lentamente e inavvertitamente, porta verso il baratro della decadenza, economica e sociale, perchè di spessore morale il barone pare proprio non averne, l'orgoglioso militare absburgico.
Onirico e al tempo stesso estremamente realistico il racconto restituisce l'immagine della società viennese ai tempi di Franz Joseph, immediatamente prima dello sprofondo della Grande Guerra che la travolgerà nella storia, come quella di un mondo inutile e falso, sospeso nell'incoscienza e nell'irrealtà di convenzioni e costumi superati. Nelle strade della Vienna freudianamente borghesi dei walzer del bel Danubio blu non resta che una pallida eco...
Il libro dei sogni
1 person find this helpful
i sogni son desideri?in cinque lunghi libri Artemidoro di Daldi, onirocrita vissuto all'incorca nel II sec. d.C., la cui identità resta in parte incerta in parte misteriosa, realizza - in diverse fasi - un compendio della scienza ellenistica sull'interpretazione dei sogni.
La lettura è in molte parti un logorante ... (continue)
in cinque lunghi libri Artemidoro di Daldi, onirocrita vissuto all'incorca nel II sec. d.C., la cui identità resta in parte incerta in parte misteriosa, realizza - in diverse fasi - un compendio della scienza ellenistica sull'interpretazione dei sogni.
La lettura è in molte parti un logorante supplizio: del resto si tratta di un manuale tecnico per specialisti. Dopo un'interessante preambolo che è fondativo della successiva esposizione Artemidoro divide gli argomenti in base al contenuto dei sogni nei vari libri, iniziando una lunga teoria di classificazioni dal sapore tardo aristotelico.
Le premesse sono interessanti abbiamo detto, il resto del trattato, nel quale spesso l'autore indulge all'autocelebrazione, risulta interessante da un punto di vista antiquario per la gran messe di informazioni specialistiche, anche relative a oggetti, usanze e modi della vita quotidiana che difficilmente sarebbero arrivate fino a noi altrimenti.
Solo alla fine, nell'ultimo libro, il quinto, si recupera una dimensione di interesse: Artemidoro presenta una rassegna di sogni con spiegazione annessa. Da questi brevi paragrafi filtra, probabilmente in modo involontario, un'umanità ricca e quotidiana, fatta di vita reale, di piccoli episodi, di desideri, rimpianti, ansie angosce e paure, che ci restituisce un'immagine antropologica ancora viva e palpitante dopo oltre diciotto secoli.