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- Inheritance (683)
- (The Inheritance Cycle)
- By Christopher Paolini
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- Harry Potter und die Kammer des Schreckens (71)
- By J.K. Rowling
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- Diecipercento e la Gran Signora dei tonti (12)
- By Antonella Di Martino
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Finished on Feb 9, 2012





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- Mal di mare (7)
- By Virginia Less
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Finished on Feb 7, 2012





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- Nuotando verso la luna (5)
- By Luisa Colombo
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Finished on Feb 1, 2012





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Samantha ha 45 anni ed è reduce da un divorzio doloroso per riprendersi dal quale si concede, su insistenza del giornale per cui lavora, tre mesi di vacanza in Portogallo, terra a cui è particolarmente legata. Durante il soggiorno conosce e si innamora dell'affascinante pittore Alex, anch'egli alle ... (continue)
Samantha ha 45 anni ed è reduce da un divorzio doloroso per riprendersi dal quale si concede, su insistenza del giornale per cui lavora, tre mesi di vacanza in Portogallo, terra a cui è particolarmente legata. Durante il soggiorno conosce e si innamora dell'affascinante pittore Alex, anch'egli alle prese con una problematica separazione e con una figlia piccola a cui badare. Per entrambi questo nuovo amore sarà l'occasione inaspettata per ricominciare una nuova vita. Quella di Samantha e Alex è una storia abbastanza comune ai giorni nostri e proprio qui sta il nocciolo della questione. Spesso si sente dire che le storie semplici sono anche le più belle, questo libro però ci dimostra che le storie più semplici rischiano di diventare le più banali se non sono raccontate adeguatamente. Non fraintendetemi: l'amore è il più profondo dei sentimenti e rifarsi una vita dopo che il tuo mondo ti è appena crollato addosso è un'esperienza faticosissima ma in Nuotando sotto la luna poco traspare di queste emozioni perché tutto è soffocato dalla sterile cronaca degli eventi quotidiani che portano dalla simpatia all'amore (il primo incontro, la prima uscita, l'invito a cena...). Certo l'autrice ci dice che Samantha è prima triste, poi eccitata, poi impaurita, poi innamorata ma questi sono i normali passaggi che ognuno di noi compirebbe in una situazione simile, in un romanzo si cerca qualcosa di più, ci si aspetta che le emozioni vengano scandagliate più nel profondo, che emergano le contraddizioni, che il delicato passaggio dal dolore ad un nuovo amore venga affrontato con maggior approfondimento. A mio parere la Colombo fraintende l'andare a fondo con la prolissità, per cui ogni conversazione fra i protagonisti è riportata in ogni dettaglio per quanto superfluo ai fini del racconto, dai convenevoli iniziali, alla scoperta di amare lo stesso tipo di musica o lo stesso genere artistico. I dialoghi sono estremamente lunghi, ridondanti e assolutamente poco spontanei tanto che sembra siano stati presi da un manuale sull'arte di conversare (cosa dire al primo appuntamento, come esprimere interesse per le passioni altrui, come dare consigli al proprio partner o all'amica del cuore...). Il tono e il vocabolario utilizzati, inoltre, sono sempre troppo formali tanto che perfino le più violente litigate perdono pathos, anche perché l'autrice ribadisce all'infinito perché il tal personaggio è furioso o ferito o arrabbiato. In altri termini, la Colombo insiste a spiegare l'ovvio: al personaggio x accade qualcosa di spiacevole ed ecco che l'autrice si dilunga a ripetere che x è triste a causa di quell'evento spiacevole; il suo sguardo tuttavia lì si ferma ed ecco che la sua spiegazione diventa un'inutile conferma di ciò che il lettore aveva già capito da solo alcune pagine prima.
Questa tendenza si riscontra anche nei passaggi descrittivi dove spesso la scrittrice imbocca una strada a metà tra una relazione ministeriale e una guida della National Geographic. Intendiamoci: non c'è niente di sbagliato nell'arricchire il racconto con dettagli su luoghi e paesaggi ma bisogna riuscire ad amalgamare il tutto nella narrazione in modo che umori e atmosfere si riflettano nell'ambientazione e ne risultino esaltate. Al contrario, anche in questo caso la scrittrice è eccessivamente "esplicativa" e sembra voler dare al lettore una lezione di storia e geografia su Lisbona e il Portogallo. Lo stesso accade quando sono gli stessi personaggi a discorrere di usanze italiane e portoghesi, utilizzando toni didascalici del tutto innaturali in delle conversazioni intime.
Questo ovviamente non aiuta a ravvivare un racconto che scivola spesso nella banalità, nonostante i tentativi fatti per dare un po' di corpo alla trama. Infatti ogni evento che potrebbe ostacolare il lieto fine tra Samantha e Alex tende a risolversi a tempo di record in una bolla di sapone; Alex vuole chiedere la separazione ed ecco che la moglie la chiede prima di lui, rinunciando anche alla custodia della figlia, la piccola Melinda è più che pronta ad accettare Samantha come nuova mamma e il buon Alex neppure deve fare la fatica di presentagliela perché le due si sono già conosciute (e subito piaciute) per caso, Samantha scopre in modo fortuito che Alex è rimasto coinvolto anni prima in un caso di traffico di oggetti d'arte rubati ma attraverso accurate indagini che durano almeno un paio di pagine la donna scopre l'innocenza del suo uomo (attraverso un metodo infallibile peraltro: la sua portinaia gli dice che è innocente e lei le crede senza esitazione). Incidentalemte, quest'ultima è una della parti più deboli della trama: Alex è già stato prosciolto dalle accuse anni prima ma Samantha, che appena lo conosce, sente di dover indagare comunque sulla vicenda, supportata dall'investigatore che ai tempi si occupoò del caso e che, in modo del tutto incomprensibile, si dichiara convinto dell'innocenza di Alex ma spinge una perfetta sconosciuta senza alcuna esperienza ad approfondire la vicenda (tra parentesi, qual è la ragione del ridicolo sotterfufgio che l'ispettore utilizza per parlare con Samantha? Qual è il motivo di tanta segretezza?). La narazione è priva di pathos così come i personaggi sono assolutamente poco credibili, a cominciare dalla stessa Samantha, continuamente descritta come una donna indipendente e decisa, che per 20 anni è rimasta fossilizzata nel matromonio con un uomo che la trascurava e che non ha mai amato. Di Alex poco si può dire se non che è piuttosto insulso, la figlia Melinda in compenso ha solo nove anni ma si esprime come una quarantenne e la sua prontezza nell'odiare la madre che per due mesi è sparita senza mai contattarla e a rimpiazzarla prontamente con Samantha è quanto mai opportuna. Per quanto riguarda la povera Matilde, prima moglie di Alex, fa quasi compassione per quanto l'autrice le si accanisce contro dipingendola come la tipica strega cattiva delle fiabe; personalmente ho trovato piuttosto fastidioso il modo in cui viene dapprima suggerito che Matilde è mentalmente disturbata perché priva di senso materno, dopodiché, una volta ufficializzato che la donna soffre di disturbo bipolare, ella diventa l'emblema del male assoluto, qualcosa da eliminare senza esitazione dalla vita dei protagonisti. In definitiva però, il personaggio che ho meno apprezzato è Julia, la madre di Alex, una donna isterica, melodrammatica e impicciona che non fa altro che spacciare le considerazioni più ovvie come "presentimenti" dovuti a chissà quale penetrante sesto senso.In conclusione mi pare che Nuotando verso la luna vada rivisto sotto molti punti di vista; l'autrice sicuramente possiede cultura e proprietà di linguaggio ma credo dovrebbe trovare il modo di dare cuore alla sua narrazione, magari "sporcandola" un po', privandola di quel rigore formale che la rende tanto fredda ed innaturale.
- — Feb 9, 2012 | Add your feedback
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- Un antico peccato (17)
- Il risveglio del potere
- By Giulia Marengo
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Finished on Jan 26, 2012





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L'Antico Peccato è quello commesso da Verenith Aurennan, somma signora Aelthin, la quale, spinta dalla sua incontenibile ambizione, risveglia una forza antica che dovrebbe aiutarla a conquistare un potere assoluto. Come spesso accade quando si superano certi confini, la crudele e spietata Verenith s ... (continue)
L'Antico Peccato è quello commesso da Verenith Aurennan, somma signora Aelthin, la quale, spinta dalla sua incontenibile ambizione, risveglia una forza antica che dovrebbe aiutarla a conquistare un potere assoluto. Come spesso accade quando si superano certi confini, la crudele e spietata Verenith scopre che la forza da lei evocata è ancora più incontenibile della sua ambizione e per gestirla dovrà ricorrere all'aiuto (più o meno consapevole) di qualcuno altrettanto potente. E' per questo motivo che, dalla parte opposta della galassia, una navicella spaziale con a bordo un carico di prigionieri politici, tutti in qualche modo colpevoli di essersi opposti al regime che governa con pugno di ferro la Coalizione, si trova improvvisamente sbalzata dalla propria rotta e costretta ad un atterraggio di fortuna proprio sul periferico pianeta Micondar. I sopravvissuti al disastro sono una compagnia eterogenea e ognuno di loro nasconde più di un segreto nel proprio passato e alcuni di loro non sono chi dicono di essere. Così, quando il gruppo si mette in viaggio attraverso i selvaggi territori di Micondar sotto la guida del misterioso Geth, gli imprevisti si dimostreranno fin troppi. Gli eventi che vi ho raccontato sono solo le accattivanti premesse di questo coinvolgente romanzo, a metà strada tra il fantasy e la fantascienza, della scrittrice nostrana Giulia Marengo. Trattandosi del primo capitolo di una trilogia è difficile formulare un giudizio su ogni aspetto dell'opera perché, al di là del finale completamente aperto, si può notare una certa disparità nell'approfondimento dei personaggi così come una mancanza di equilibri tra alcuni aspetti della trama che potrebbero però ritrovare armonia nei romanzi successvi della serie. La Marengo si prende decisamente i suoi tempi nel narrarci questa avventura, così l'avanzare di Gerth e compagnia attraverso paludi e foreste verso Aelthin è lento ma non noioso, cadenzato dalle numerose incursioni nei pensieri dei protagonisti che, attraverso una serie di flashback, ripercorrono gli eventi che li hanno portati fin lì. L'autrice, con tono caldo, ricco e avvolgente si dedica con perizia allo sviluppo delle relazioni fra i compagni di sventura, presentadoci attraverso la voce del narratore onnisciente i dubbi, le paure e i sogni di ognuno. Grazie ad un vocabolario molto "visivo" e ad una grande capacità descrittiva, luoghi e personaggi colpiscono da subito l'immaginario del lettore coinvolgendolo immediatamente nella narrazione tanto che il romanzo si gusta facilemnte in pochi giorni nonostante appunto non si tratti di una di quelle opere costituite da raffiche di colpi di scena. Unico appunto che si può fare allo stile è che a volte tende a essere eccessivamente barocco, quasi l'autrice si compiacesse della sua proprietà di linguaggio fino a farsi prendere la mano, indugiando in modo eccessivo in descrizioni particolareggiate non sempre necessarie. Altro elemento un po' spiazzante è la gestione dello spazio dedicato ai singoli personaggi; infatti, se il romanzo inizia distribuendo in modo uniforme l'attenzione sui diversi passeggeri della navetta spaziale, dopo alcuni capitoli lo sguardo del narratore sembra focalizzarsi solo su uno di essi, la giovane Jayce, suggerendo quindi che solo lei è la vera protagonista del racconto, salvo poi concedere nuovamente spazio ad alcuni degli altri viaggiatori, in particolar modo ai fratelli Morgan e alla diplomatica Lerin. Questi cambi di prospettiva, inoltre spesso avvengono nello stesso capitolo e all'interno dello stesso paragrafo, senza che alcun tipo di variazione nella grafica dell'impaginazione prepari il lettore al cambiamento. Naturalmente il narratore onniscente ha la facoltà di seguire l'evoluzione di ogni personaggio ma immergersi nei pensieri di uno o dell'altro nel breve spazio di un punto mi sembra tolga un po' di coerenza alla narrazione. Nel complesso direi comunque che si tratta di difetti marginali che non pregiudicano il piacere di leggere questa avventura, la quale ha tutte le carattareristiche per attrarre gli amanti del genere anche perché bisogna riconoscere che ambientazioni e protagonisti si collocano nel solco dei classici della narrativa fantasy/fantascientifica con richiami alle opere di Marion Zimmer Bradley ma anche a pietre miliari come la saga di Guerre Stellari (ad esempio la Lega delle Fiamme che si ribella allo strapotere del governo centrale ricorda decisamente la lotta della Ribellione contro l'Impero e la stessa Lerin ha molto in comune con la figura della principessa Leia..). Se queste similitudini garantiscono al romanzo un appeal sicuro tra gli appassionati, d'altro canto pregiudicano l'originalità dell'opera, contribuendo a farle perdere una stellina nel giudizio finale, che comunque è decisamente buono. E' infatti vero che il genere in questione è stato ampliamente sfruttato negli ultimi decenni, tanto che trovare analogie con opere precedenti è abbastanza inevitabile ma questo non impedisce di trovare questo Antico Peccato coinvolgente e appassionante, al punto da attendere il seguito con una certa impazienza.
- — Feb 11, 2012 | Add your feedback
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- A Dance with Dragons (800)
- (A Song of Ice & Fire, Book 5)
- By George R.R. Martin
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Finished on Jan 21, 2012





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Sarò sincera, il pensiero ricorrente che mi attraversava la mente mentre mi facevo strada fra queste densissime 960 pagine è il seguente: era davvero necessario farci aspettare sei anni per questo? Già durante la lettura del precedente romanzo, A feast for crows, mi era sorto il sospetto che ... (continue)
Sarò sincera, il pensiero ricorrente che mi attraversava la mente mentre mi facevo strada fra queste densissime 960 pagine è il seguente: era davvero necessario farci aspettare sei anni per questo? Già durante la lettura del precedente romanzo, A feast for crows, mi era sorto il sospetto che Martin stesse perdendo il controllo della sua creatura e questo nuovo capitolo della saga ha confermato questa impressione. In A dance with dragon ancora una volta i personaggi si moltiplicano e la trama si ramifica ulteriormente, frammentandosi in un'infinità di filoni che più che convergere sembrano allontanarsi sempre più. Inoltre, per far spazio ai nuovi punti di vista Martin è costretto a rallentare la progressione dei personaggi principali a cui ci siamo affezionati; per cui ritroviamo finalmente Dany, Tyrion, Jon e (brevemente, grazie al cielo) Bran ma quasi tutti loro si trovano in una situazione di stallo, come se l'autore li avesse messi in attesa per fare in modo che le nuove prospettive si portassero al passo con loro. Questo è particolamente vero per Dany e Tyrion: se la prima è invischiata in una continua sequenza di ribellioni e tradimenti ai quali non è in grado di rimediare tanto che i capitoli che la riguardano ripropongono tutti lo stesso pedante schema, il secondo si trova invece nel bel mezzo di una vera e propria odissea che lo allontana sempre più da casa e lo priva anche di una certa dose di quell'arguzia e di quel sarcasmo che l'avevano reso uno dei personaggi migliori della saga. I voltafaccia del destino a cui Martin lo sottopone sono forse un po' troppi per essere digeriti nella decina di capitoli a sua disposizione anche perché i continui cambi di scena e situazione lo portano a contatto con un'infinità di personaggi di vario tipo: mercenari, mercanti, preti, reggenti vari, cospiratori ancora più vari per ognuno dei quali l'autore si sente in obbligo riproporre la geneaologia familiare a partire dalle dieci generazioni precedenti unita ad un (più o meno) rapido riassunto della storia del continente nell'ultimo millennio. E' questo un altro grosso problema del romanzo: non so se Martin stia tentando di allungare il brodo il più possibile o se avverta la pressione del confronto con Tolkien, da cui il desiderio di dimostrare che il suo Westeros non ha niente da invidiare alla Terra di Mezzo, fatto sta una pagina sì e l'altra pure qualcuno dei protagonista è folgorato dal desiderio di rispolverare un po' della storia di famiglia o della sua città natale per cui abbiamo pagine su pagine delle gesta di Aegon il codardo che sconfisse Umber l'usuropatore, che si arruolò nella compagnia di mercenari Johgo dalla barbablù che sposò la figlia di Yukko il sole e dell'est e così via di soprannome in soprannome a cavallo dei secoli fino al tempo dei Primi Uomini, quando Valyria era ancora grande. Sicuramente l'autore ha chiarissima la cronologia di tutti questi eventi ma devo ammettre che dopo mille pagine personalmente ho iniziato a sospettare a sospettare che Martin stesse infilando dei nomi a caso nella storia con l'unico fine di inventare appellativi sempre più fantasiosi.
Tra amenità di questo tipo e un po' di squartamenti che non fanno mai male, siamo arrivati al termine del quinto libro con solo due che (salvo sorprese) ci separano dalla conclusione della saga e ancora il vecchio George non mostra alcuna intenzione di tirare le fila della vicenda o tagliare i rami morti; al contrario i rami morti si moltiplicano perché dei nuovi POV che l'autore ci propone quasi nessuno ha lo spessore dei personaggi visti finora anzi, possiamo dire che ADWD contribuisce in modo significativo ad allungare la lista delle figure inutili. Al di là del gusto personale, in ogni caso introdurre nuovi personaggi e nuove ambientazioni quando già ci si trova a tre quarti della saga mi sembra un'arma a doppio taglio: potrebbe fornire nuova linfa al racconto oppure potrebbe sfinire il lettore, il quale comunque faticherà ad affezionarsi a questa nuova infornata di prospettive a saga così avanzata. Questo è soprattutto vero nel caso de ASOIF dove la trama non ha certo bisogno di essere vivacizzata e gli eventi misteriosi ed insipiegabili non si contano. Perchè, mi chiedo, affliggerci con l'ennesimo Greyjoy tanto spietato quanto ottuso tagliando in questo modo lo spazio dato a Davos o a questi benedetti Estranei che compaiono e scompaiono a piacimento; perché dopo aver silurato un personaggio potenzialmente interessante come la Viper Rossa di Dorne ci dobbiamo sorbire quella sciagura ambulante di Quentyn Martell?
Sappiamo di avere a che fare con uno scrittore che non ama dare al pubblico ciò che si aspetta ed è altrattanto vero che mantenere viva la suspence di una vicenda così complessa per sette lunghi libri non è facile e richiede frequenti cambiamenti di rotta ma, a parte il fatto che non gliel'ha certo ordinato il medico di scrivere un'eptalogia, arrivati a questo punto l'autore sembra ricercare i colpi di scena fine a se stessi (naturalmente tutti condensati negli ultimi dieci capitoli, per esser ben sicuro che passeremo notti insonni per l'attesa anche nei prossimi sei anni) , per il semplice gusto di disilludere il lettore. Sicuramente quest'uomo crudele starà sogghignando soddisfatto per averci spiazzati ancora una volta ma ai miei occhi sta iniziando a perdere di credibilità soprattutto per il suo continuo evitare di definire le "regole" entro le quali si muove il suo fantasy; la magia, se di magia si tratta, si fa vedere in varie parti del romanzo nei modi più vari, dalla rossa Melisandre al corvo a tre occhi di Bran, dall'ambiguo Qyburn agli inquietanti Estranei, ma i ruoli e i contorni entro cui si muovono queste forze rimangono vaghi e nebulosi tanto che potrebbe accadaere (a volte accade) tutto e il contrario di tutto. In particolare tra morti vere e presunte, resurrezioni e reincarnazioni mi pare la saga si stia pericolosamente incominciando ad assomigliare ad una telenovela.
Nonostante questo alla fine Martin riesce comunque e strappare la sufficienza soprattutto grazie alle sequenze del romanzo ambientate nei territori del nord dove il complesso intreccio di intrighi, tradimenti e diplomazia che coinvolgono Jon, Stannis e i Bolton riescono a mantenere il giusto ritmo e la giusta coerenza mentre più l'autore si sposta ad oriente e più la storia si sfilaccia e si guadagna la certezza che questo romanzo ed il precedente potevano tranquillamente essere condensati in un'unica opera. Ma più di tutto Martin strappa la sufficienza perché è Martin, perché con il suo linguaggio vivo, denso e sincero anche questa volta mi ha costretta a divorare 1000 pagine in un paio di settimane aggrappandomi avidamente ad ogni parola, per le scene memorabili con cui riesce a ravvivare anche il più fiacco dei capitoli, per l'abilità con cui si cala nei panni di ogni personaggio dando voce in modo credibile ai pensieri di ognuno, per i dialoghi schietti, ironici e sapientemente intervallati dalle riflessioni dei protagonisti, in botta e risposta telegrafici atti apposta per colpire nel segno e perché ancora una volta, maledetto allui,è riuscito a cambiare le carte in tavola e a confonderci ancora di più le idee. You know nothing John Snow. - — Jan 23, 2012 | Add your feedback
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- Mio diletto Holmes (11)
- By Rohase Piercy
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Finished on Jan 8, 2012





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Adoro i prequel/sequel/spin-off e quant'altro prolunghi il piacere di leggere i miei romanzi preferiti raccontandone retroscena o punti di vista alternativi, a patto che venga rispettato lo spirito del romanzo originale. Per questo mi sono avvicinata con curiosità mista a diffidenza a questa rilettu ... (continue)
Adoro i prequel/sequel/spin-off e quant'altro prolunghi il piacere di leggere i miei romanzi preferiti raccontandone retroscena o punti di vista alternativi, a patto che venga rispettato lo spirito del romanzo originale. Per questo mi sono avvicinata con curiosità mista a diffidenza a questa rilettura delle avventure di Sherlock Holmes in chiave romantica. Chiunque abbia una qualche familiarità con il grande detective, infatti, conosce la sua indole distaccata e la quasi totale indifferenza verso le relazioni interpersonali ed in particolare quelle amorose, tanto che il cuo creatore, Conan Doyle, osservò divertito che "Holmes ha la stessa umanità di un calcolatore e la stessa probabilità di innamorarsi". Per spiegare il suo carattere freddo e solitario lettori e critici nel corso degli anni hanno scomodato disturbi maniaco-depressivi o addirittura la sindrome di Asperger, Rohase Percy invece opta per una soluzione più terra-terra e suggerisce che dietro l'atteggiamento controllato e razionale di Holmes si celassero profondi quanto repressi sentimenti verso l'inseparabile Watson. L'ipotesi non è così peregrina né scandalosa, considerando che nell'Inghilterra di fine '800 per comportamenti manifestamente omosessuali si finiva ai lavori forzati (avete presente la fine del povero Oscar Wilde?), tuttavia qualcosa nell'idea che dietro una stretta amicizia debba per forza esserci un coinvolgimento sentimentale mi fa pensare che più che di letteratura ci stiamo occupando di pettegolezzi da portinaia, con il rischio di rasformare il romanzo in una parodia. Questo è un po' quello che accade nel primo dei due episodi in cui è suddiviso Mio diletto Holmes. Il romanzo si basa sull'idea che l'autrice abbia rinvenuto degli appunti riservati che Dr Watson, appunti relativi ad alcune avventure di Sherlock Holmes che l'amico non si era sentito di pubblicare insieme alle altre avventure del celebre investigatore perché inadatte al pubblico puritano dell'epoca. Watson avrebbe quindi affidato le sue annotazioni ai posteri con l'idea di gettare una nuova luce sul carattere dell'amico. Il primo dei due racconti si colloca nelle fasi iniziali della carriera di Holmes e lo vede affrontare il caso della sparizione di una donna coinvolta suo malgrado in un ricatto. La trama gialla è in realtà poco più che una scusa per permettere all'autrice di raccontarci gli struggimenti sentimentali del povero Watson attraverso le parole dello stesso dottore, il quale, più simile ad un'adolescente innamorata che ad uomo adulto, si tormenta nel suo amore apparentemente non corrisposto verso l'amico. Mentre i pezzi per risolvere il puzzle vengono distrattamente seminati per il racconto in modo tale che anche il più cieco dei lettori lo possa risolvere (esattamente il contrario di quanto avveniva nei romanzi originali di Conan Doyle), l'autrice si concentra sul dramma amoroso dipingendo un Watson un po' troppo melodrammatico che, confome alla sua fama di uomo onesto ma un po' ingenuo e sventato, sfoga i propri tormenti con chiunque gli capiti a tiro, in barba a qualunque logica di discrezione. E' questo l'elemento più debole e tratti ridicolo del racconto, che per altri versi si dimostra comunque originale ed interessante: in un'epoca in cui l'omosessualità è ancora un tabù e il governo sta varando una legge per incarcerare chiunque venga sorpreso in atteggiamenti "compromettenti", in nostro Watson si fa dare consigli sentimentali da un'illustre sconosciuta la quale, a sua volta, porta avanti una felice convivenza con un'altra donna nell'indifferenza di amici, parenti e servitori. L'autrice ci presenta un mondo in cui tutti sono a conoscenza dell'omosessualità di tutti ma il fatto che un uomo possa avere un figlio illegittimo è fonte di scandalo e rovina per i protagonisti della vicenda. Mi è parso sinceramente poco credibile vedere Holmes concedersi con una cliente esplicite e ammiccanti allusioni alla relazione di quest'ultima con un'altra donna ma al tempo stesso ritenere troppo scandaloso affrontare esplicitamente l'argomento di un figlio illegittimo, così come ho trovato assurdo che un nobiluomo parlasse della relazione omosessuale di una sua vecchia fidanzata con paterna bonarietà. Un altro elemento che toglie un po' di credibilità al racconto è il fatto che la Piercy non sembra molto adatta a gestire la narrazione da un punto di vista maschile; per quanto il romanzo sia ben scritto e ci sia uno sforzo di riprodurre uno stile ottocentesco, i vocaboli utilizzati sembrano appartenere più ad una Jane Austen che a un Conan Doyle. Sicuramente il romanzo migliora nella seconda parte nella quale l'autrice, sempre tramite le parole del Dr Watson, riprende il celebre ultimo duello tra Shelock Holmes ed il suo più pericoloso antagonista, il Dr Moriarty, conclusosi con l'apparente morte del detective. La Piercy sembra decisamente a suo agio nel narrare il terribile colpo subito da Watson di fronte alla morte dell'amato, la malattia che ne consegue e l'apatia con cui egli sembra trascinarsi nella vita fino alla scoperta che l'amico è ancora vivo e vegeto e da anni vive nascosto all'estero. Dolore, senso di abbandono, speranza e rabbia travolgono Watson e con lui il lettore che finalmente viene coinvolto in modo efficace e sincero nella vicenda. Ciò che invece ancora sfugge, sia ai lettore e all'autrice è la figura di Holmes a cui viene dato un po' più di spazio e consistenza rispetto all'episodio precedente ma che nel complesso elude la presa dell'autrice, muto (letteralmente) e indecifrabile più del solito. In definitiva si ha la sensazione che la Piercy venga messa in soggezione dall'uomo di cui avrebbe voluto svelare i più intimi segreti cosìcchè ogni volta che tenta di infilarlo nel romanzo non fa altro che dipingere una macchietta che si comporta come ci si aspetta Holmes si dovrebbe comportare (suona il violino, consuma chili di cocaina, si chiude in lunghi silenzi) ma che di fatto non è che un'ombra del celebre investigatore.
- — Jan 23, 2012 | Add your feedback
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Si scrive Young Adult ma si legge "libri-fotocopia". Almeno è quanto, a mio parere, sta avvenendo da alcuni anni a questa parte quando il mercato è stato inondato di romanzi per adolescenti che sembrano scritti tutti dalla stessa mano, tanto si assomigliano in trama, stile e personaggi. A parte qua ... (continue)
Si scrive Young Adult ma si legge "libri-fotocopia". Almeno è quanto, a mio parere, sta avvenendo da alcuni anni a questa parte quando il mercato è stato inondato di romanzi per adolescenti che sembrano scritti tutti dalla stessa mano, tanto si assomigliano in trama, stile e personaggi. A parte qualche lodevole eccezione (mi vengono in mente Matched della Condie e Hunger Games di Suzanne Collins) sta diventando veramente difficile distinguerne uno dall'altro, a partire dalle copertine che, sulla scia di Twilight, presentano un conturbante sfondo scuro su cui campeggia un'unica intrigante immagine, i cui toni e colori suggeriscono passione e mistero. Anche nei titoli non c'è molta fantasia essendo tutti composti da un unico termine, più un eventuale sottotitolo, possibilimente inglese. Nel caso di Stryx, a sottolineare l'italianità dell'autrice, la derivazione del termine è di origine latina ed in alcuni dialetti nostrani sta appunto ad indicare le streghe; tuttavia questo è l'unico influsso osservabile della nazionalità dell'autrice sul romanzo. Nulla farebbe infatti sospettare che Stryx non è opera di una scrittrice statunitense, a partire dall'ambientazione che è, per l'ennesima volta, un liceo americano dove, sempre per l'ennesima volta, la protagonista, Sarah, si è appena trasferita. E come in tutti i romanzi del genere Sarah è carina e intelligente ma si sente brutta e "sfigata" e fin dal primo giorno verrà presa di mira dalle barbie della classe che, come da copione, sono vanitose e meschine. Tutto questo nonostante la nostra Sarah non sia più tecnicamente un'adolescente ma una strega con diversi secoli sulle spalle, che proprio 300 anni prima fu tra le vittime dei feroci righi puritani che resero tristemente celebre Salem. Badate bene che qui non si parla di qualche eccentrica che raccoglie strane erbe nei boschi ma di vere e proprie figlie di Lucifero che il signore degli Inferi ha generando seducendo donne mortali e alle quali ha conferito immensi poteri, compresa la possibilità di risorgere dopo la morte. Purtroppo anche questo romanzo si adegua al filone principale e sacrifica le potenzialità delle tematiche trattate per concentrarsi sulla contrastata storia d'amore tra la protagonista ed un giovane mortale, che non presenta particolari differenze rispetto alle tradizionali storie d'amore adolescenziali di un qualunque telefilm. Così un numero spropositato di pagine è dedicato al trito melodramma del "ti amo ma non posso" , ai battibecchi di fronte agli armadietti e alle descrizioni dei completi Prada e Valentino indossati dalla sorella della protagonista, Susan, mentre l'aspetto urban-fantasy della vicenda viene sfruttato al di sotto delle sue potenzialità, la Furnari lo trascura lasciandolo scorrere lungo binari già noti senza accorgersi di seminare pezzi per strada. Sia la trama che i personaggi infatti non mancano di incongruenze a partire dalle figlie di Satana che dovrebbero possedere poteri magici ma si ritrovano quasi sempre a risolvere i conflitti contro i cacciatori di streghe a calci e pugni, proprio come in una puntata di Buffy.
Più in generale, Stryx incorre nel difetto di molti YA ossia quello di suscitare grandi aspettative prospettando eventi terribili e misteriosi che poi non trovano un'effettivo riscontro nello sviluppo del racconto. Così la cinica e spietata Susan si rivela essere una macchietta che va a scuola in improbabili costumini sexy e si esprime solo con battute che correbbero essere provocatorie e il contrasto tra lei e la sorella finisce nel dimenticatoio dopo qualche capitolo; gli scontri tra cacciatori e streghe si concludono quasi sempre dopo qualche raffica di pugni con perdite marginali (tra parentesi perché alcune streghe tornano in vita dopo essere state uccise e altre no?) e l'organizzazione stessa dei cacciatori rimane per lo più un'entità vaga nonostante Sarah e Susan si ripropongano di svelarne l'origine e la composizione. Perfino il povero Lucifero si limita a qualche comparsata in cui distribusice sorrisi lascivi e un cattivo odore di morte. La Furnari vuole ambientare il suo racconto in una cornice fantasy dimenticandosi di definire le regole che governano il suo mondo per cui ogni sviluppo è possibile se è di aiuto per sviluppare il melodramma amoroso su cui l'autrice è focalizzata.
Anche lo stile avrebbe bisogno di qualche revisione, anche se la qualità è decisamente superiore alla media del genere. La scrittura è ben curata e sintatticamente corretta anche se alcune scelte lessicali andrebbero rivedute (ad esempio perché Susan reagisce alla notizia della morte di un'altra strega con voce "esaltata"? mi sarei aspettata qualcosa come "allarmata","preoccupata","furiosa" o "incredula" ma non "esaltata") e alcune ripetizioni andrebbero sicuramente eliminate (è chiaro fin dalla prima pagina che Sarah ha i capelli rossi, non è necessario ribadirlo in continuazione così come non è necessario ricordare che Susan è la sorell aminore e Sarah la maggiore, se non in casi di confusione). Infine non è ben chiaro se l'autrice voglia usare un narratore onnisciente oppure seguire solo la prospettiva di Sarah: infatti per quanto la quasi totalità del romanzo dia spazio solo ai pensieri e alle emozioni di Sarah la Furnari a volte sembra distrarsi e spostare la prospettiva su uno degli altri protagonisti, anche se solo per qualche riga.
Naturalmente si tratta di gusti ma penso sinceramente che Stryx avrebbe potuto essere un libro molto più originale e accattivante se l'autrice avesse curato meno il lato sentimentale del racconto avesse dato più consistenza al resto della trama che pecca spesso di ingenuità, facendo meno attenzione all'abbigliamento dei suo protagonisti e più al loro carattere in modo da evitare inconsistenze e cambiamenti di rotta poco comprensibili.
- — Jan 9, 2012 | Add your feedback
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Ennesimo caso editoriale da milioni di copie che si rivela una bufala sconfortante.
Il prologo è effettivamente d'impatto: una bimba di sei anni viene aggredita dalla madre, convinta che la creatura che sta tentando di uccidere non è veramente sua figlia ma un qualche essere mostruoso che in qualch ... (continue)Ennesimo caso editoriale da milioni di copie che si rivela una bufala sconfortante.
Il prologo è effettivamente d'impatto: una bimba di sei anni viene aggredita dalla madre, convinta che la creatura che sta tentando di uccidere non è veramente sua figlia ma un qualche essere mostruoso che in qualche modo ha preso il posto del suo vero bambino. Wow. Non proprio originalissimo ma comunque promettente.Voltiamo pagina e facciamo un salto temporale di dieci anni: la mamma-aspirante assassina è finita in manicomio, la piccola Wendy è sopravvissuta all'aggressione e ora è un'adolescente scontrosa ma particolarmente abile nel mettersi nei guai, qualità che la costringe a trasferirsi da una scuola all'altra del paese al seguito del fratello maggiore Matt e della zia Maggie. Una vita non proprio tranquillissima che viene ulteriormente sconvolta dalla scoperta che Finn, il bellissimo e misterioso compagno di scuola che la fissa dal primo giorno, non è altro che un cercatore inviato a recuperare Wendy per riportarla al suo vero popolo: i troll.Di nuovo: wow. Finalmente niente vampiri, licantropi o qualche altra creatura sovrannaturale oramai inflazionata, vuoi vedere che ci troviamo davvero di fronte a qualcosa di nuovo? E invece no. Perchè i troll non sono i mostriciattoli che tutti si immaginano, al contrario sono tutti tutti bellissimi, elegantissimi, intelligentissimi e tutti gli -issimi che vi vengono in mente. Non è ben chiaro cosa li differenzi dagli essere umani se non la comune caratteristica di avere tutti i capelli crespi e una naturale avversione per le scarpe. Alcuni di loro hanno anche qualche potere sovrannaturale (compresa la nostra Wendy), cosa di cui però l'autrice si dimentica per circa tre quarti del libro. Li ha chiamati troll, poteva chiamarli vampiri, elfi o perfino puffi, non sarebbe cambiato nulla: per la quasi totalità del libro non c'è modo di sapere chi sono, da dove vengono e cosa li rende esseri speciali. L'autrice potrebbe raccontarcelo subito ma è troppo impegnata a rendere il libro l'ennesimo Twilight con il bel Finn che per metà del tempo fissa la povera Wendy senza proferir parola, la pedina fino a casa, entra in camera sua la notte, la comanda a bacchetta senza mai degnarsi di dare un perché alle sue azioni e lei che in apparenza protesta ma poi si adegua, essendosi ovviamente innamorata del suo stalker nel giro di mezza pagina. Si prosegue su questa strada fino quasi a metà romanzo quando la fonte di ispirazione della Hocking smette di essere Twilight e diventa Pretty Princess:Wendy scopre di essere nientemeno che la futura regina del popolo troll per cui deve imparare in fretta quali sono le responsabilità che accompagnano la vita di un regnante. Tra queste in ordine sparso, citeremo la capacità di utlizzare le giuste posate a tavola, il sapere dire "grazie" e "prego" al momento opportuno e, soprattutto, imparare a domare i capelli crespi con una buona spazzola e chili di gel. Tra amenità di questo tipo se ne va buona parte del libro, tanto che perché accada effettivamente qualcosa bisogna aspettare le ultime venti pagine nelle quali l'autrice condensa quel minimo di azione e colpi di scena che il lettore aspettava dai primi capitoli.
In definitiva Switched si rivela l'ennesimo Young Adult che dietro la maschera del fantasy cela un'anima da romanzo rosa. Nulla di male nelle storie sentimentali ma è possibile che le adolescenti non si meritino niente di più della solita storia del brutto anatroccolo che diventa cigno e si innamora del bello di turno? In effetti, nemmeno questo sarebbe un problema così grosso se la vicenda non fosse raccontata come se l'autrice non avesse più di quattordici anni. Non mi rifersico tanto all'uso smodato di termini come "fighissimo","tizio","tipo", dopottutto la storia è narrata in prima persona dalla sedicenne Wendy e qualche termine "giovane" ci può stare, quanto all'intera gestione della trama che sembra al di là delle capacità dell'autrice. La verità è che la Hocking vorrebbe raccontare molte cose ma nessuna idea di come esprimerle. Vorrebbe presentarci una protagonista dall'adolescenza problematica ma si limita ad accenni confusi senza dare corpo a nulla, vorrebbe raccontarci un popolo misterioso, i troll, ma riesce a fornirci solo qualche elemento di base, spesso già visto in mille altre ambientazioni fantasy, vorrebbe descrivere sequenze di lotta ma non riesce ad andare fino in fondo, arrivata al climax si tira indietro e conclude in modo affrettato, vorrebbe coinvolgerci in complessi intrighi politici ma il tutto si risolve in banali schermaglie su questione di educazione. L'impressione generale è che l'autrice si tenga sempre in disparte, accenna ma non definisce, per cui personaggi vagano per il libro pronunciando dialoghi ripetitivi e del tutto inutili, le scene di lotta e combattimento sono prive di tensione e si concludono in modo del tutto insensato, eventi importanti vengono annunciati ma il lettore fatica a comprenderne il senso. Solo per fare qualche esempio, la scena di un violento rapimento perde pathos se continui a chiamare l'energumeno che sta cercando di portarti via "il tipo" e non ha alcun senso dire che la principessa dovrà affrontare due giorni di lavoro intenso per preparasi ad un'importante cena per poi rivelare che il lavoro intenso consisteva in mezza giornata passata ad imparare le buone maniere. Più in generale non basta scrivere che un personaggio è affranto, iracondo o problematico per renderlo vero, bisogna dimostrarlo con eventi e azioni. Al contrario, quasi nessuno in Switched si comporta secondo la personalità che l'autrice gli "assegna", anche perché molti di loro sono troppo poco sviluppati per poterlo fare. Wendy, per quanto dipinta come aggressiva e prepotente, si comporta come un'oca piagnina per buona parte del romanzo, Finn non fa quasi nulla che non sia ripetere initerrottamente "Io ti proteggerò, questo è il mio dovere" e spalancare gli ardenti occhi neri, Matt, Willa e Tove non vanno al di là del ruolo di macchiette e la fredda regina Elora esprime il suo grande potere lanciando sguardi fulminanti urlano "Principessa!".
Per farla breve: per scrivere un romanzo bisogna narrare e per farlo non puoi utilizzare lo stesso tono di una conversazione telefonica con un'amica riguardo all'ultimo pettegolezzo (e per favore nessuno mi venga a parlare di spontaneità e naturalezza, che negli ultimi anni sono diventati la scusa perfetta per mascherare una povertà di stile).
Di Swithced, a mio parere, si salvano solo i capitoli iniziali e finali e in tutta sincerità mi sembra veramente un peccato che materiale così interessante venga sviluppato in modo tanto banale. Ad onor del vero mi sono procurata il secondo ed il terzo capitolo di questa trilogia Trylle e devo riconoscere che c'è qualche miglioramento nella gestione della trama, con meno lungaggini e più azione, ma rimane comunque la sensazione che l'autrice non faccia altro che fornire soluzioni banali, per non dire infantili, a problemi complessi, dimostrando di essere ancora decisamente immatura come scrittrice - — Jan 9, 2012 | Add your feedback
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Ennesimo caso editoriale da milioni di copie che si rivela una bufala sconfortante.
Il prologo è effettivamente d'impatto: una bimba di sei anni viene aggredita dalla madre, convinta che la creatura che sta tentando di uccidere non è veramente sua figlia ma un qualche essere mostruoso che in qualche ... (continue)Ennesimo caso editoriale da milioni di copie che si rivela una bufala sconfortante.
Il prologo è effettivamente d'impatto: una bimba di sei anni viene aggredita dalla madre, convinta che la creatura che sta tentando di uccidere non è veramente sua figlia ma un qualche essere mostruoso che in qualche modo ha preso il posto del suo vero bambino. Wow. Non proprio originalissimo ma comunque promettente. Voltiamo pagina e facciamo un salto temporale di dieci anni: la mamma-aspirante assassina è finita in manicomio, la piccola Wendy è sopravvissuta all'aggressione e ora è un'adolescente scontrosa ma particolarmente abile nel mettersi nei guai, qualità che la costringe a trasferirsi da una scuola all'altra del paese al seguito del fratello maggiore Matt e della zia Maggie. Una vita non proprio tranquillissima che viene ulteriormente sconvolta dalla scoperta che Finn, il bellissimo e misterioso compagno di scuola che la fissa dal primo giorno, non è altro che un cercatore inviato a recuperare Wendy per riportarla al suo vero popolo: i troll. Di nuovo: wow. Finalmente niente vampiri, licantropi o qualche altra creatura sovrannaturale oramai inflazionata, vuoi vedere che ci troviamo davvero di fronte a qualcosa di nuovo?
E invece no. Perchè i troll non sono i mostriciattoli che tutti si immaginano, al contrario sono tutti bellissimi, elegantissimi, intelligentissimi e tutti gli -issimi che vi vengono in mente. Non è ben chiaro cosa li differenzi dagli essere umani se non la comune caratteristica di avere tutti i capelli crespi e una naturale avversione per le scarpe. Alcuni di loro hanno anche qualche potere sovrannaturale (compresa la nostra Wendy), cosa di cui però l'autrice si dimentica per circa tre quarti del libro. Li ha chiamati troll, poteva chiamarli vampiri, elfi o perfino puffi, non sarebbe cambiato nulla: per la quasi totalità del libro non c'è modo di sapere chi sono, da dove vengono e cosa li rende esseri speciali. L'autrice potrebbe raccontarcelo subito ma è troppo impegnata a rendere il libro l'ennesimo Twilight con il bel Finn che per metà del tempo fissa la povera Wendy senza proferir parola, la pedina fino a casa, entra in camera sua la notte, la comanda a bacchetta senza mai degnarsi di dare un perché alle sue azioni e lei che in apparenza protesta ma poi si adegua, essendosi ovviamente innamorata del suo stalker nel giro di mezza pagina. Si prosegue su questa strada fino quasi a metà romanzo quando la fonte di ispirazione della Hocking smette di essere Twilight e diventa Pretty Princess:Wendy scopre di essere nientemeno che la futura regina del popolo troll per cui deve imparare in fretta quali sono le responsabilità che accompagnano la vita di un regnante. Tra queste in ordine sparso, citeremo la capacità di utlizzare le giuste posate a tavola, il sapere dire "grazie" e "prego" al momento opportuno e, soprattutto, imparare a domare i capelli crespi con una buona spazzola e chili di gel. Tra amenità di questo tipo se ne va buona parte del libro, tanto che perché accada effettivamente qualcosa bisogna aspettare le ultime venti pagine nelle quali l'autrice condensa quel minimo di azione e colpi di scena che il lettore aspettava dai primi capitoli.
In definitiva Switched si rivela l'ennesimo Young Adult che dietro la maschera del fantasy cela un'anima da romanzo rosa. Nulla di male nelle storie sentimentali ma è possibile che le adolescenti non si meritino niente di più della solita storia del brutto anatroccolo che diventa cigno e si innamora del bello di turno? In effetti, nemmeno questo sarebbe un problema così grosso se la vicenda non fosse raccontata come se l'autrice non avesse più di quattordici anni. Non mi rifersico tanto all'uso smodato di termini come "fighissimo","tizio","tipo", dopottutto la storia è narrata in prima persona dalla sedicenne Wendy e qualche termine "giovane" ci può stare, quanto all'intera gestione della trama che sembra al di là delle capacità dell'autrice.
La verità è che la Hocking vorrebbe raccontare molte cose ma non ha nessuna idea di come esprimerle. Vorrebbe presentarci una protagonista dall'adolescenza problematica ma si limita ad accenni confusi senza dare corpo a nulla, vorrebbe raccontarci un popolo misterioso, i troll, ma riesce a fornirci solo qualche elemento di base, spesso già visto in mille altre ambientazioni fantasy, vorrebbe descrivere concitate sequenze di lotta ma non riesce ad andare fino in fondo, arrivata al climax si tira indietro e conclude in modo affrettato, vorrebbe coinvolgerci in complessi intrighi politici ma il tutto si risolve in banali schermaglie su questione di educazione. L'impressione generale è che l'autrice si tenga sempre in disparte, accenna ma non definisce, per cui personaggi vagano per il libro pronunciando dialoghi ripetitivi e del tutto inutili, le scene di lotta e combattimento sono prive di tensione e si concludono in modo del tutto insensato, eventi importanti vengono annunciati ma il lettore fatica a comprenderne il senso. Solo per fare qualche esempio, la scena di un violento rapimento perde pathos se continui a chiamare l'energumeno che sta cercando di portarti via "il tipo" e non ha alcun senso dire che la principessa dovrà affrontare due giorni di lavoro intenso per preparasi ad un'importante cena per poi rivelare che il lavoro intenso consisteva in mezza giornata passata ad imparare le buone maniere. Più in generale non basta scrivere che un personaggio è affranto, iracondo o problematico per renderlo vero, bisogna dimostrarlo con eventi e azioni. Al contrario, quasi nessuno in Switched si comporta secondo la personalità che l'autrice gli "assegna", anche perché molti di loro sono troppo poco sviluppati per poterlo fare. Wendy, per quanto dipinta come aggressiva e prepotente, si comporta come un'oca piagnina per buona parte del romanzo, Finn non fa quasi nulla che non sia ripetere initerrottamente "Io ti proteggerò, questo è il mio dovere" e spalancare gli ardenti occhi neri, Matt, Willa e Tove non vanno al di là del ruolo di macchiette e la fredda regina Elora esprime il suo grande potere lanciando sguardi fulminanti urlano "Principessa!".
Per farla breve: per scrivere un romanzo bisogna narrare e per farlo non puoi utilizzare lo stesso tono di una conversazione telefonica con un'amica riguardo all'ultimo pettegolezzo (e per favore nessuno mi venga a parlare di spontaneità e naturalezza, che negli ultimi anni sono diventati la scusa perfetta per mascherare una povertà di stile).
Di Swithced, a mio parere, si salvano solo i capitoli iniziali e finali e in tutta sincerità mi sembra veramente un peccato che materiale così interessante venga sviluppato in modo tanto banale. Ad onor del vero mi sono procurata il secondo ed il terzo capitolo di questa trilogia Trylle e devo riconoscere che c'è qualche miglioramento nella gestione della trama, con meno lungaggini e più azione, ma rimane comunque la sensazione che l'autrice non faccia altro che fornire soluzioni banali, per non dire infantili, a problemi complessi, dimostrando di essere ancora decisamente immatura come scrittrice - — Jan 12, 2012 | 1 feedback
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- Sorcery and Cecelia or The Enchanted Chocolate Pot (29)
- Being the Correspondence of Two Young Ladies of Quality Regarding Various Magical Scandals in London…
- By Caroline Stevermer, Patricia C. Wrede
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Finished on Dec 19, 2011





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L'hard-boiled è un genere che deve piacere. La fredda metropoli, gangster di poco cervello ma dal grilletto facile, detective malinconici che lavorano in uffici scalcinati, wisky che scorre a fiumi... ognuno di questi elementi ricrea all'istante nella nostra mente precise immagini e atmosfere, basta ... (continue)
L'hard-boiled è un genere che deve piacere. La fredda metropoli, gangster di poco cervello ma dal grilletto facile, detective malinconici che lavorano in uffici scalcinati, wisky che scorre a fiumi... ognuno di questi elementi ricrea all'istante nella nostra mente precise immagini e atmosfere, bastano poche parole e davanti ai nostri occhi sembrano scorrere le immagini di un vecchio film hollywoodiano in bianco e nero con Humphrey Bogart che ci guarda dritto negli occhi con quella sua aria cinica e la sigaretta penzolante di sbieco fra le labbra. Leggere Mirage è proprio come rivivere una di queste pellicole (ed in effetti ne è stato tratto un film, niente Bogart in questo caso ma Gregory Peck e Walter Matthau come protagonisti): lo stile è serrato ed incalzante proprio come un tour de force alla Hitchcock e ognuno dei personaggi incarna perfettamente uno degli archetipi del romanzo noir, a partire dal protagonista, il classico individuo in apparenza normale fino alla banalità che si trova coinvolto in un incubo senza via di scampo. David Stillman è un contabile dalla vita tranquilla, perfino monotona, almeno fino a quando in seguito ad un banale black-out il mondo che era convinto di conoscere gli si rivolta contro, in modo così inaspettato e insensato da portarlo a sospettare di essere pazzo. Senza alcun motivo apparente David si ritrova braccato da killer spietati, al soldo di un deus-ex-machina freddo e calcolatore che resta nell'ombra fino alle battute finali. In fuga e contemporaneamente alla ricerca della verità sul proprio passato David trova l'aiuto di un detective un po' scalcinato e, naturalmente, non mancherà di innamorarsi dell'immancabile "pupa", anch'essa con un passato da nascondere. Mirage è quindi un cocktail perfetto per gli amanti dell'hard-boiled, che non mancheranno di assaporarne le atmosfere cupe, mentre non macherà di suscitare le perplessità dei non appassionati che non potranno non notare l'artificiosità di personaggi e dialoghi. Al di là di alcuni sviluppi della trama, assolutamente pretestuosi, e della stereotipizzazione dei personaggi, ciò che ho personalmente trovato incredibilmente irritante sono i dialoghi, spesso insensati e soprattutto totalmente isterici. Naturalmente fa parte di questo tipo di racconto avere ritmi parossistici ma in tutta sincerità fatico a capire come un uomo in grado di reagire con relativa calma alla presenza di un killer in casa propria non riesca a condurre la più banale delle conversazioni senza diventare irrazionalmente nevrotico dopo un paio di battute. Altro elemento ridicolo sono le figure femminili, a partire dalla dark lady Sheila, di cui ovviamente David si innamora senza nemmeno conoscerla. Ciò che trovo poco credibile in questo tipo di donna è la loro tendenza a presentarsi come algide figure che nascondono chissà quali turpi segreti, salvo poi sciogliersi, spaventate e tremanti, fra le braccia del protagonista che un attimo prima rivolge loro accorare dichiarazioni di amore eterno e l'attimo successivo le sta scuotendo violentemente per le spalle chiamandole "puttane". L'atteggiamento da macho è del resto tipico verso tutte le figure femminili del romanzo e potrà anche essere sembrato fascinoso un tempo, ma oggi non può che risultare artefatto.
- — Jan 2, 2012 | Add your feedback
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Mal di mare
Fare il capitano dei carabinieri in una cittadina marittima come Maraglia può essere particolarmente problematico se, come il Capitano Osvaldi, non avete una spiccata simpatia per le barche. Per il solito perverso senso dell'umorismo del destino, infatti, i vostri concittadini sembrano intestardirsi ... (continue)
Fare il capitano dei carabinieri in una cittadina marittima come Maraglia può essere particolarmente problematico se, come il Capitano Osvaldi, non avete una spiccata simpatia per le barche. Per il solito perverso senso dell'umorismo del destino, infatti, i vostri concittadini sembrano intestardirsi nel compiere atti criminosi in zona porto o, peggio ancora, in alto mare e si accaniscono ulteriormente su di voi tentando di stordirvi con termini come randa, terzaroli e fiocco di cui ignorate candidamente il significato. In situazioni come queste conviene affrontare ogni cosa con calma e distacco, seguendo l'esempio del nostro Osvaldi, protagonista di queste sette piccole ma gustose pillole di mistero. Nemesi di ogni carabiniere delle barzellette, il Capitano si presenta come un energumeno decisamente in sovrappeso e dalle movenze non proprio agilissime che però celano un intelletto acuto e una cultura fine ma mai esibita, fatto salvo per la debolezza per le citazioni di Bloch. "Nessun egittologo ha visto Ramsete" è infatti il leitmotiv che guida le sue indagini, una costante fatta apposta per tramutarsi in tormentone e che egregiamente riassume la tecnica investigativa di Osvaldi, basata sull'osservazione del dettaglio e l'ascolto paziente delle persone coinvolte che permettono la paziente ricostruzione degli eventi, come insegnava il buon "papà" Poirot. Infatti, come buona parte dei gialli italiani anche questi racconti seguono la linea del giallo "classico", dove la tecnologia ha un ruolo tutto sommato minoritario, specchio della realtà italiana dove la scarsità di fondi non permette certo l'utilizzo di sistemi di indagine sofisticati ed avveniristici, soprattutto in località periferiche come l'immaginaria Maraglia. Se lo stile investigativo è classico, i crimini pescano ad ampio raggio dalla nostra attualità: mafia, corruzione, appropriazione indebita e più in generale tutto quel malcostume che infesta l'Italia in lungo e in largo e di cui Maraglia è ingloriosa sineddoche, quasi a voler celebrare quanto era solita dire un'altra creature di Agatha Christie, l'anziana Miss marple che, a chi le rimproverava di non conoscere la natura umana per avere trascorso l'intera esistenza in un piccolo ed appartato villaggio, soleva rispondere che un villaggio è come uno stagno, in esso si possono ritrovare tutti gli archetipi delle personalità umane. Tramite le avventure del suo protagonista, Virginia Less tratteggia con ironia un ritratto del nostro paese pessimista ma non disfattista, in cui l'iniziativa del singolo non lascia spazio all'autocompatimento e lo fa con un linguaggio schietto, immediato e al tempo stesso curato e variegato, un grado di dimostrare che si può parlare del quotidiano in modo realistico senza per questo dover utilizzare una prosa spoglia, banale e ripetitiva. La struttura del racconto è sicuramente vincente per il tipo di storie che l'autrice vuole raccontare, così come mi sono sembrate azzeccate la disposizione dei sette racconti che compongono il libro e che segnano una sorta di diffidente percorso di avvicinamento del protagonista al mare e la scelta di affidare la prima novella alla voce di un'abitante di Maraglia che compie una sorta di presentazione di luoghi e personaggi per poi lasciare il campo nei capitoli successivi al narratore onnisciente.
In definitiva quello del capitano Osvaldi è un'ottimo esordio sulle scene e non posso che augurarmi di rincontrarlo presto in libreria.
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