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Pigmeo
Credo che Chuck Palahniuk quando scrive un romanzo provi le stesse sensazioni dei Radiohead quando scrivono musica. Entrambi non hanno la pretesa di piacere a tutti (nemmeno ai loro fans fidelizzati). Creano un prodotto che può piacere o non piacere e preferiscono sperimentare piuttosto che fossiliz ... (continue)
Credo che Chuck Palahniuk quando scrive un romanzo provi le stesse sensazioni dei Radiohead quando scrivono musica. Entrambi non hanno la pretesa di piacere a tutti (nemmeno ai loro fans fidelizzati). Creano un prodotto che può piacere o non piacere e preferiscono sperimentare piuttosto che fossilizzarsi sul successo sicuro. I Radiohead si sono evoluti dopo il successo di "Ok computer" e Chuck lo ha fatto dopo quello dei suoi romanzi iniziali ("Survivor" resta, comunque, il mio preferito).
Sembrerò ardito, ma vorrei paragonare la scelta stilistica di Palahniuk a quella di Giovanni Verga ne "I Malavoglia".
Verga il narratore è calato nella vicenda per mentalità, linguaggio, cultura, canoni di giudizio, valori etici, consuetudini. Palahniuk parla per bocca dell'operativo 67, attraverso il suo inglese stentato, entra nella sua testa, ne spiega i meccanismi, sempre tramite il punto di vista del protagonista.
Il libro può piacere o non piacere, la scelta stilistica non aiuta sicuramente all'attenzione, ma se si entra dentro il meccanismo e ci si immedesima con il protagonista, a mio avviso, ci si fa trascinare dalla storia e non si vede l'ora di scoprire come andrà a finire.
Unica nota stonata: il finale. A mio avviso, non è all'altezza dei finali alla Palahniuk a cui siamo abituati.
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