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A Study in Sherlock -
Per questioni di spazio e di caratteri, qui su aNobii è presente solo una VERSIONE RIDOTTA (se così si può definire) della mia recensione! Il testo completo è pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/09/28/a-study-in…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)Per ess ... (
continue ) Per questioni di spazio e di caratteri, qui su aNobii è presente solo una VERSIONE RIDOTTA (se così si può definire) della mia recensione! Il testo completo è pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/09/28/a-study-in…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)Per essere un detective vecchio di 125 anni, Sherlock Holmes rimane tutt’ora un lavoratore sorprendentemente affidabile e redditizio.
Anche se i suoi fedeli lettori non sono mai stati informati, per esempio, del compenso percepito per aver risolto l’enigma della Lega dei Capelli Rossi o per aver stanato il Mastino dei Baskerville dalla sua tana, Holmes rimane una proprietà dal valore incommensurabile. Tuttavia, noi lo conosciamo per essere un tipo non particolarmente malleabile, sia dal punto di vista caratteriale che letterario, tanto che il suo stesso creatore, Sir Arthur Conan Doyle, ebbe seri problemi a gestire un personaggio talmente popolare da entrare nell’immaginario universale per tutti i secoli a venire. E’ per questo motivo che Sherlock Holmes fu sempre percepito dalla famiglia Doyle come una sorta di maledizione, da cui non si sarebbe mai più liberata.[...]
Arthur Conan Doyle nacque in Scozia nel 1859; conseguì una laurea in medicina ad Edimburgo e viaggiò a lungo per l’Africa e l’Antartico come medico di una nave, fino a stabilirsi sulla costa inglese. Il denaro scarseggiò da sempre e fu proprio questo a portare Doyle a scrivere una serie di romanzi per incrementare il suo reddito, fin dall’epoca in cui era studente. Le sue opere comprendevano una gamma di argomenti vasta come la sua cultura, conditi da numerosi elementi “mitologici”, partendo dalle mummie di ‘Lot No. 249’, fino ad arrivare all’uomo mangia-piante di ‘The American’s Tale’.
I primi due romanzi con protagonista Sherlock Holmes, ‘Uno Studio in Rosso’ e ‘Il Segno dei Quattro’, attirarono una certa attenzione, ma non abbastanza da convincere Doyle ad abbandonare la professione di medico. Infatti, i romanzi polizieschi che scriveva, ai suoi occhi non erano altro che lavoretti scadenti, per cui era molto più attirato dalla stesura di romanzi storici, come ‘The White Company’, considerato uno dei suoi lavori maggiori.
All’inizio del 1890, Doyle decise di trasferire il personaggio di Holmes da protagonista di romanzi a quello di racconti. Fu una decisione puramente commerciale. A Londra il numero di riviste acquistate stava vivendo un vero e proprio “boom”, per cui Doyle riteneva che più storie con un personaggio ricorrente avrebbero goduto di un vantaggio maggiore rispetto ai romanzi a puntate, che potevano scoraggiare eventuali lettori che si fossero persi i primi numeri della pubblicazione. Inoltre, le deduzioni lampanti e gli enigmi sottoposti a Sherlock Holmes si prestavano molto più a un testo breve e conciso; Sherlock Holmes, infatti, “è un velocista, non un maratoneta” come scrisse Daniel Stashower nella sua biografia di Arthur Conan Doyle.
I racconti di Sherlock Holmes ebbero un successo immediato e sorprendente. I lettori si presentavano i massa nelle edicole per l’uscita di ogni nuovo episodio. Per due anni interi, Doyle si ritrovò ad avere a che fare quotidianamente con il suo eroe brillante ed insopportabile, ricevendo pagamenti sempre più elevati per i suoi sforzi. Tuttavia, le scadenze implacabili divennero ben presto un peso, soprattutto perché, anche se ogni storia poteva essere letta in una sola seduta, la fase di stesura, invece, richiedeva uno sforzo mentale pari a quello della costruzione di un romanzo, a causa delle trame intricate e dei sorprendenti metodi di deduzione di Holmes. Doyle, inoltre, continuò a pensare che i suoi racconti gialli erano prodotti eccessivamente popolari per i suoi standard e, pertanto, scadenti ai suoi occhi.
Fu così che, nel 1893, Arthur Conan Doyle decise che Sherlock Holmes doveva morire.
Preparò il terreno della dipartita, le cascate dei Reichenbach in Svizzera, e un nemico degno di Holmes, Moriarty, con cui il nostro amato detective finì per precipitare, inghiottito dai flutti e perduto per sempre.
Gli editori erano sull’orlo della disperazione, ma Doyle non provava rimorsi, solo sollievo: “Sono stato molto biasimato per aver portato quel gentiluomo alla morte, ma credo che non sia stato un assassinio, bensì un omicidio per legittima difesa, dal momento che, se non l’avessi ucciso io, egli avrebbe certamente ucciso me”.
Decidere di seppellire Holmes, tuttavia, ebbe un paradossale effetto sul franchising. I lettori volevano ancora ancora e ancora sentir parlare di Sherlock Holmes e nessun altro scritto di Doyle, negli anni successivi, riuscì a riacquistare il suo tocco magico, fino a quando l’autore, stremato, decise di ripescare il suo detective dal mondo dei morti.[...]
Ma cosa rende Sherlock Holmes un personaggio così straordinario?
La sua particolarità, senza dubbio, le sue caratteristiche uniche e irripetibili, la sua personalità prorompente e inafferrabile, al di sopra di ogni nostra capacità di comprensione.Il magnetismo esercitato da Sherlock Holmes inizia a sortire il suo effetto fin dalla sua prima apparizione ne ‘Uno Studio in Rosso’, quando, attraverso gli occhi del dottor John Watson, riviviamo il suo primo e spiazzante incontro con l’uomo straordinario che diverrà presto il suo coinquilino e il suo compagno d’avventure.
Una delle prime informazioni che impariamo su Holmes è che ama passare il suo tempo nei laboratori dell’Università di Medicina, la stessa frequentata da Watson prima di partire per l’Afghanistan, ma non per studiare. Ciò che occupa Sherlock Holmes sono esperimenti quando mai singolari, come il percuotere violentemente con un bastone cadaveri freschi in reparto autopsie, per verificare in quale modo un corpo, subito dopo la morte, reagisce a un trauma violento.
Dal dialogo fra Holmes e Watson acquisiamo un’altra serie di informazioni vitali sul personaggio, che qualsiasi coinquilino assennato dovrebbe sapere: il nostro eroe è un raffinatissimo violinista, ma fra le sue passioni vi è anche il fumo – pipa e tabacco forte, preferenzialmente – e gli esperimenti chimici, quindi il dottor Watson non dovrà scandalizzarsi se troverà qualche ampolla maleodorante in giro per casa. Tuttavia, Holmes non è un compagno troppo petulante, anzi, a volte, se è depresso, non apre bocca per giorni; niente di quei preoccuparsi, basta lasciarlo stare che passerà tutto.Nonostante tutte queste stranezze, Watson non ci penserà due volte a trasferirsi insieme al suo nuovo amico nell’appartamento di proprietà della signora Hudson al 221B di Baker Street. Un indirizzo che molti conoscono e ricordano quasi come se fosse il proprio!
Vivendo insieme a Sherlock Holmes 24 ore su 24, Watson sarà portato a definire le sue abitudini e il suo stile di vita, molto eufemisticamente, come “bohemien”. Holmes è eccentrico e, sebbene sia pulito come un gatto, non ha alcun riguardo verso i comuni standard di convivenza e di buon ordine: non è difficile trovare i suoi sigari preferiti nel secchio del carbone o del tabacco nella punta di una pantofola persiana, per non parlare della corrispondenza inevasa trafitta da un pugnale proprio al centro della mensola di legno del caminetto. Holmes, in particolare, ha orrore di distruggere documenti essenziali, per cui, mese dopo mese, le sue carte si accumulano in ogni angolo della stanza, ma solo poche volte all’anno riesce a trovare l’energia e la voglia per catalogarle e riporle.
Ciò che agli altri appare come caos, tuttavia per Holmes è una fonte inesauribile di informazioni utili; non sarà raro , durante le sue avventure, vederlo scartabellare in qualche mucchio di carte per riesumare con precisione l’esatto documento che stava cercando.
[...]
La vita di Sherlock Holmes, per quanto straordinaria, è costellata da numerosi punti discutibili, che Doyle non fa a meno di sottolineare, caratteristiche che rendono il personaggio ancor più denso di chiaro-scuri, fautore di una personalità ricca, enigmatica e profonda.
Ad esempio, a non tutti è noto che, all’inizio dell’avventura de ‘Il Segno dei Quattro’, Holmes, in maniera molto noncurante, prende una siringa di cocaina liquida, per iniettarsela nelle vene davanti allo stesso Watson. Dalle parole del suo amico, capiamo come questa sia un’abitudine solita per Sherlock, tanto che per la medicina attuale sarebbe considerato un tossicodipendente a tutti gli effetti. La spiegazione che Holmes dà di questo insano vizio è tanto singolare quanto spiazzante: la sua mente geniale si ribella a qualsivoglia inerzia; se ha un crittogramma o un enigma da risolvere a disposizione, non ha alcun bisogno di stimolazioni artificiali, ma la monotona routine dell’esistenza lo annienta.
In seguito Holmes affermerà che, grazie all’aiuto del fedele Watson, riuscirà ad abbandonare questa mania, ma non sarà raro vederlo fumare frequentemente pipe, sigarette o sigari e spesso il povero dottore si troverà a lamentarsi dell’atmosfera mefitica e velenosa presente nella stanza a causa dei numerosi esperimenti dell’amico.Watson sarà un compagno di avventure molto paziente, in quanto non condannerà mai il comportamento di Sherlock Holmes, neppure quando lo vedrà infrangere deliberatamente la legge, mentendo alla polizia o nascondendo prove, nei casi in cui si sentirà moralmente giustificato nel lasciare in libertà il presunto criminale di turno. Holmes, a volte, arriverà addirittura a manipolare persone innocenti, come ne ‘L’avventura di Charles Augustus Milverton’, quando, sfruttando il suo naturale charme, giocherà con il cuore di una giovane donna, fino a promettersi suo sposo, seppur con le nobili intenzioni di salvare molte altre giovani fanciulle dalle grinfie del loro adescatore.
[...]
L’ego di Holmes è inesauribile e, spesso e volentieri, sfocia nell’arroganza, in particolare nei momenti in cui, seppur con giustificazione, egli trae piacere a sconcertare e a deridere i mediocri ispettori di polizia con le sue deduzioni superiori. Tuttavia, ciò che cerca Holmes non è la fama e, di solito, è portato a far sì che sia la polizia a prendere il merito del suo lavoro. Sherlock Holmes non tiene mai conto dalle ricchezze o dal prestigio che potrebbero derivare dal suo lavoro di consulente investigativo, ma si appassiona unicamente nel svelare i meccanismi delle cose per raggiungere un obiettivo, senza poi dare importanza al risultato materiale. Il suo comportamento è assimilabile a quello di un bambino che, dopo aver dedicato anima e corpo nella risoluzione di un rompicapo, una volta finito, lo mette da parte per giocare con qualcos’altro.
Sarà solo dopo il lavoro di cronaca redatto da Watson che il ruolo di Holmes diventerà evidente, fino a quando saranno gli stessi clienti a chiedere il suo aiuto in sostituzione della polizia ufficiale.
Il comportamento di Holmes, solitamente, si manifesta come cinico, spassionato e freddo. Eppure, nel bel mezzo di un’avventura, lo vedremo brillare di una passione straordinaria. Sherlock Holmes possiede un notevole gusto per la spettacolarità e adora preparare trappole elaborate per catturare ed esporre un colpevole, spesso e volentieri per impressionare Watson o uno degli ispettori di Scotland Yard. Tuttavia, Holmes è anche capace di provare profondi sentimenti umani, come dimostrano i rari, ma significativi, slanci di affetto o di inquietudine e lo sfoggio una morale quanto mai personale, ma assolutamente integerrima.Lo stato emotivo e la salute mentale di Sherlock Holmes sono stati argomento di analisi per decenni. Molti lettori ed esperti letterari, hanno sottolineato come certi comportamenti di Holmes possono essere considerati sintomi di una depressione maniacale, che alterna momenti di intenso entusiasmo ad altri di indolenza paralizzante. Altri ancora hanno ipotizzato come Holmes potrebbe soffrire di una sindrome come quella di Asperger, opinione derivata dall’attenzione quasi maniacale ai dettegli, alla quasi totale mancanza di interesse per le relazioni interpersonali e la tendenza a parlare in lunghi monologhi. Numerose sono le ipotesi sull’origine della presunta sociopatia di Sherlock Holmes, perfino quella di un grave trauma infantile (ad esempio, l’omicidio della madre) come causa principale.
Tuttavia, queste sono solo teorie postume, ciò che è certa è l’assoluta genialità della mente sherlockiana, capace di ricostruire un mondo intero partendo da un particolare apparentemente insignificante, grazie a un metodo di deduzione totalmente infallibile.
Per Holmes il cervello umano è come un attico vuoto che occorre riempire con i mobili che ognuno preferisce. Solo uno sciocco ha la pretesa di riempire la propria mente con ogni sorta di ciarpame, facendo in modo che le nozioni veramente utili vengano spinte fuori o accatastate alla rinfusa insieme a un’infinità di altre cose. Un abile intellettuale, invece, è in grado di selezionare e immagazzinare solo gli strumenti veramente indispensabili al suo lavoro, tutti in perfetto ordine. Sherlock Holmes porterà questa pratica ai suoi estremi, arrivando a conoscere a menadito tutta la storia del crimine europeo dell’ultimo secolo, per poi ignorare, come verificherà sgomento Watson, informazioni basilari, a opinione di chiunque, come la Teoria di Copernico o la rotondità della Terra!
Sherlock Holmes è la dimostrazione di come un uomo, dotato di spirito d’osservazione, sia in grado di dedurre una quantità infinita di informazioni da tutto ciò che gli capita di vedere, o i pensieri più reconditi di una persona da una sola occhiata o dalla contrazione di un muscolo. Dalle unghie di una persona, dal polsino della giacca o della camicia, dagli stivali, dal ginocchio dei pantaloni o dalle callosità sul pollice e sull’indice, agli occhi di Holmes, traspare perfettamente l’attività che quella determinata persona svolge.
Al “non addetto ai lavori” i suoi risultati appaiono spesso e volentieri sorprendenti al punto tale da prenderlo per uno stregone, fin quando, Holmes stesso, con un sorrisino ironico, non rende i suoi interlocutori partecipi del ragionamento da lui compiuto, che si rivela di una semplicità e di una logicità veramente spiazzanti.In tutto questo, tuttavia, Holmes, come ogni essere umano, necessita di un confidente e di un interlocutore, un uomo con cui condividere le proprie avventure e la propria professione, una presenza umana necessaria anche alla più fredda macchina calcolatrice di Londra. Questo ruolo viene perfettamente incarnato dal dottor Watson, l’amico che ognuno di noi vorrebbe avere: fedele, spassionato, in grado di ascoltare ma anche di tirarsi da parte al momento migliore, onesto, sincero e leale. Per quanto Doyle tenda in tutti modi a minimizzare le sue capacità, il compito di Watson è fondamentale nello svolgersi delle vicende e il rapporto che lo legherà ad Holmes sarà quello di una profonda, intensa e invidiabile amicizia, che li renderanno uno dei sodalizi letterari più celebri e amati di tutti i tempi.
Holmes è un individuo estremamente abitudinario e Watson stesso diviene, ad un certo punto, una sua abitudine, un’istituzione, come il violino, la vecchia pipa o i volumi degli indici di riferimento. Quando si tratta di impegnarsi attivamente in un lavoro, Holmes ha bisogno di una spalla, un compagno sul cui coraggio poter contare o una pietra su cui affilare la propria mente e le proprie deduzioni. In presenza di Watson, Holmes ama ragionare ad alta voce, per poi ascoltare gli occasionali interventi dell’amico. Perfino una certa lentezza di ragionamento di Watson tornerà utile al suo compagno, in quanto farà spesso divampare ancora più vivida la fiamma delle sue intuizioni.Per quanto la coppia Holmes/Watson sia il centro nevralgico di tutta la narrazione di Conan Doyle, non sono certo da trascurare anche gli altri protagonisti che arricchiranno le avventure del nostro amato detective. Primo fra tutti Moriarty, l’unica mente esistente in grado di rivaleggiare con quella di Holmes, il più spietato e abile criminale di Londra, subdolo, mefistofelico, inafferrabile. Poche volte la figura di Moriarty apparirà nel Canone, ma, in numerosi casi, la sua presenza aleggerà come un’ombra incombente, come le mani di un burattinaio in grado di muovere le marionette di un’intera città a suo piacimento. Come poi dimenticare il povero Lestrade, l’ottuso ispettore di Scotland Yard che, suo malgrado, è costretto a riconoscere l’indispensabilità di un aiutante come Holmes, o Mycroft, il fratello maggiore di Sherlock, la cui capacità deduttiva risulta ancora più straordinaria e affilata, tanto da portarlo a ricoprire un ruolo chiave nel governo inglese. Infine, non è dato dimenticare Irene Adler, l’unica donna che abbia mai battuto Sherlock Holmes e a cui, in segreto, lo stesso detective ha giurato profonda devozione, conservandone la fotografia e riferendosi a lei solo come “La Donna” per eccellenza.
Infiniti sono i riferimenti che gli scrittori, nel corso della storia, hanno prodotto in omaggio a Sherlock Holmes, a Arthur Conan Doyle o a altri personaggi, in misura maggiore o minore a seconda dei casi. Alcuni di questi sono stati palesi, come l’introduzione di Holmes in un ambiente del tutto nuovo (ad esempio, nella serie ‘Sherlock’ della BBC, ambienta nell’epoca contemporanea) o con allusioni più sottili, come la creazione di un personaggio paragonabile per doti intellettuali e caratteristiche. Uno dei più celebri esempi è la figura del medico Gregory House, protagonista dell’omonima serie tv statunitense, che, guarda caso, vive proprio al 221B di Baker Street, ha un caratteraccio, è un tossicodipendente ed è assolutamente geniale.
Persino la stessa polizia inglese ha voluto rendere omaggio al celeberrimo detective, orgoglio nazionale: il database criminale di Scotland Yard, infatti, è chiamato ‘Home Office Large Major Enquiry System’, il cui acronimo è, appunto, HOLMES, e, allo stesso modo, il programma di allenamento prende il nome di ‘Elementary’.Ancora oggi non è raro, passeggiando per Londra, trovare qualche turista che ti apostrofi chiedendo dove tutt’ora abiti Sherlock Holmes e, in tal caso, non sarà difficile indirizzarlo verso il 221B di Baker Street, dove esiste una perfetta ricostruzione della casa-museo del detective, un’incredibile regno delle meraviglie per ogni appassionato “sherlockian”.
Entrare in quelle stanze è come avere diretto accesso a un’altra epoca, a una Londra vittoriana, allora la più grande metropoli del mondo occidentale, pervasa dalla nebbia, dal rumore incessante delle carrozze e dalle esalazioni delle fabbriche.Magari, con un piccolo sforzo di fantasia, basterà girare lo sguardo per ritrovarsi difronte proprio a Sherlock Holmes, sprofondato nella poltrona e con la pipa in mano, che ci osserva con i suoi penetranti e luccicanti occhi grigi; Sherlock Holmes, infatti, per i suoi appassionati lettori, non è “solo” un personaggio letterario, ma un uomo in carne ed ossa esistito veramente alla fine dell’Ottocento e, magari, tutt’ora in vita. Infatti, cosa ci vieta di immaginare che, in una delle sue tante investigazioni, il buon Sherlock non abbia trovato una sorta di siero della giovinezza che gli permette, ancora oggi, di vivere e di operare in mezzo a noi?
In fondo, sognare non costa nulla. -
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Apr 23, 2012 |
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By Marguerite Yourcenar -
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By Fred Vargas -
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Jean-Baptiste Adamsberg: l'Indagatore del Mondo che fluttua. -
Articolo pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/08/17/jean-bapti…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)1996. Francia, Parigi: la culla dei sognatori senza speranza.
Parigi, la città di pietr ... (continue ) Articolo pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/08/17/jean-bapti…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)1996. Francia, Parigi: la culla dei sognatori senza speranza.
Parigi, la città di pietra, colei che è in grado di restituire il mondo minerale a chi ha trascorso la sua vita sulle montagne. Parigi, la città delle luci, con la sua bellezza imperitura, la sua arte, i suoi boulevard interminabili, pervasa dal profumo di pane fresco, di carta e di fumo, proveniente dai suoi deliziosi bistrot.E’ proprio in un bistrot di Parigi che, nel 1996, incontriamo per la prima volta Jean-Baptiste Adamsberg. Non è un incontro programmato o desiderato. E’ casuale, fortuito. Vediamo questo piccolo uomo silvestre seduto lì, a girare il cucchiaino nel caffè ormai quasi freddo, mentre distrattamente osserva l’edificio del commissariato dall’altra parte della strada, e non riusciamo a staccargli gli occhi di dosso.
Nessun cenno da parte sua, probabilmente non ci ha neppure notato, talmente è perso nella sua contemplazione. Tuttavia, nulla ci impedisce di avvicinarci e di sederci di fronte a lui, silenziosamente, completamente affascinati da quella figura scura che tanto stona in un posto come il bistrot del XIII arrondissement.Osservando Jean-Baptiste Adamsberg dall’esterno, a tutto si penserebbe fuorché a un commissario. Il volto già di per sé assomiglia a una caricatura, un qualcosa di indefinito, un’accozzaglia di più facce che, tuttavia, nell’insieme, sono in grado di generare qualcosa che si potrebbe definire “bello”. Processo davvero strano quello che compie la nostra mente nell’osservare il volto di Adamsberg, perché, apparentemente, si tratta solo di un guazzabuglio di tratti casuali composti a dispetto di qualsiasi armonia classica: il naso è troppo grosso, gli occhi vaghi e all’ingiù, la bocca leggermente storta, indefinita, ma con una forma vagamente sensuale. Un bel rompicapo questo Adamsberg.
Parlandone con il suo vice, l’ispettore Adrien Daglard, veniamo a conoscenza di come, a sua supposizione, Dio, al momento di creare Adamsberg, si fosse trovato a corto di materiali; aveva dovuto quindi chiedere aiuto al “Collega” di sotto che gli aveva donato qualche avanzo di magazzino, insieme all’indifferenza, alla duttilità, alla bellezza e all’elasticità. Quei materiali non si sarebbero mai dovuti trovare insieme, ma Dio, consapevole del problema, si era messo davvero molto d’impegno e, con un colpo da novanta, era inspiegabilmente riuscito a generare un capolavoro.
Mentre siamo ipnotizzati a osservare i particolari di quel volto straordinario, Adamsberg finalmente si accorge di noi e, intuendo la nostra incontenibile curiosità, inizia a narrarci la sua storia. La sua voce è calda e tranquilla. Ci chiede scusa in anticipo, perché il suo modo di parlare, lento e pacato, molto spesso fa addormentare i suoi ascoltatori. A noi non importa granché, quindi decidiamo di chiudere gli occhi e di lasciarci cullare da quel timbro basso e caldo, permettendo alla nostra mente di viaggiare ove il nostro interlocutore decide di condurla.Adamsberg, quindi, inizia a narrarci della sua infanzia e della sua giovinezza, vissute a piedi nudi fra le montagne pietrose dei bassi Pirenei. Lì aveva abitato, dormito e amato per la prima volta, e, sempre fra le montagne, era diventato sbirro, iniziando a lavorare sugli omicidi compiuti nei villaggi di pietra o lungo i sentieri minerali.
In soli cinque anni, Adamsberg era stato in grado di risolvere uno dietro l’altro ben quattro omicidi, in una maniera che i suoi colleghi avevano reputato allucinante, ingiusta e provocatoria. Apparentemente Adamsberg non faceva nulla, se non ciondolare, osservare le nuvole e scarabocchiare su dei fogli, per poi arrivare un giorno, con indolenza e sicurezza, a puntare il dito contro un colpevole, che, come per uno strano prodigio, si rivelava sempre quello giusto.
La creatura silvestre dei Pirenei si era ritrovata quindi ispettore e poi commissario; lasciandosi alle spalle le rocce, i boschi e la scrivania coperta di graffiti, sulla quale aveva disegnato per vent’anni, e si era trasferito a Parigi, l’unica città di Francia in cui sentiva di poter riuscire a rivivere una parte della sua terra natia.Adamsberg smette di parlare. E’ giunto per lui il momento di lasciarci. Ci saluta, con un cenno del capo, e si avvia lentamente verso il commissariato, mentre noi continuiamo ad osservarlo, come sospesi in un limbo in cui il sogno è verità e la letteratura diventa una realtà tangibile e concreta.
Questo, in poche parole, è Jean-Baptiste Adamsberg, lo “spalatore di nuvole”, generato dalla penna di Fred Vargas: un commissario dal valore di 10 milioni di copie.
Neppure la sua autrice è in grado di spiegare da dove Adamsberg sia sbucato fuori, se dalla realtà, dal suo inconscio o da un sogno. Probabilmente tutte e tre le cose insieme. Ciò di cui, invece, si può essere certi, è che nessun lettore o appassionato giallista potrà rimanere indifferente all’indole sognante e alla Weltanschauung di questo straordinario protagonista della letteratura contemporanea.Ciò che più affascina di Adamsberg è che, nonostante il passare del tempo e delle avventure, rimane per il lettore – e per i suoi compagni di viaggio- sempre e comunque un oggetto oscuro, inesplorato. Non sappiamo tutto di lui, non riusciamo a penetrarne la psicologia in profondità o afferrarne la logica, i suoi contorni rimangono indefiniti, fumosi, fluttuanti. Jean-Baptiste Adamsberg rappresenta uno di quei rari casi in cui il protagonista di un romanzo o di una saga è talmente profondo, complesso e articolato che già di per sé costituisce un universo a parte. C’è la storia e c’è il suo protagonista, Adamsberg, ed è inutile dire che quando questi due elementi si incontrano, la prosa e le vicende narrate diventano di una bellezza straordinaria. Tutti gli altri personaggi, per quanto interessanti, empatici o affascinanti, quando vengono in contatto con Adamsberg non possono fare altro che allinearsi alla sua ombra e iniziare a ruotare in questo microcosmo ricco di meraviglie. Adamsberg è l’inizio, il fulcro e la risoluzione dei romanzi di cui fa parte e il lettore, come anche la stessa Fred Vargas, non può fare altro che adeguarsi a questa presa di coscienza.
La natura di Adamsberg non è iscrivibile secondo una logica, un parametro concreto: è il trionfo di un’anarchia costellata da impulsi e fantasticherie, che, per vie misteriose e a noi sconosciute, conduce a innegabili successi. Adamsberg è contemporaneamente solido come le rocce dei suoi Pirenei, gassoso come il vento, fluttuante come l’acqua e appassionato come il fuoco, una miscela di elementi che generano il mondo di cui è demiurgo, senza alcun nesso ragionevole a presiedere a tale unione. Adamsberg è signore del caos: confonde i livelli di analisi, inverte le tappe, gioca con le definizioni, disperde le connessioni, per poi, complice la sua incredibile lentezza, trarre una verità da questo disordine primordiale. E come poliziotto queste caratteristiche risultano estremamente pericolose.
Per un assassino, anche il più astuto, l’ideale è quello di trovare uno sbirro che è possibile far reagire, che è possibile afferrare, aggirare, attaccare. Adamsberg, invece, mescolando le grandi idee e i piccoli particolari, facendo reagire fra loro impressioni e realtà, scorre via come l’acqua, per poi, improvvisamente, opporre resistenza come una roccia. E’ sfuggente, fluttuante, inafferrabile grazie alla sua dolcezza o a quell’indifferenza priva di motivazione, a quella sua malsana abitudine di fondere “le credenze dei bambini con la filosofia dei vecchi”. E in tutto questo un assassino può finire annegato.
Il commissario Adamsberg non è come tutti gli altri: la sua visione del mondo è duplice. Mentre le persone normali sanno perlopiù distinguere ciò che realtà e ciò che è pura fantasia, Adamsberg è in grado di intravedere quel sottile e fumoso limbo che si cela fra le due. Adamsberg è l’indagatore del mondo che fluttua, fuggevole ai comuni mortali: è il mondo delle impressioni e delle idee, delle contraddizioni e delle tracce, degli errori… e delle ombre. Un dono straordinario quello di riuscire a penetrare nei meccanismi più reconditi della mente umana, una virtù che, tuttavia, spesso è in grado di trasformarsi in una vera e propria maledizione.
Come potevano annoiarlo, a volte, le persone! Adamsberg troppo spesso sapeva che cosa avrebbero detto, cosa avrebbero fatto, come si sarebbero rivolti a lui. E si malediceva per questo, si trovava odioso e supplicava un dio qualunque di concedergli un giorno la meraviglia della non-conoscenza.
La sua indole, a volte, lo preoccupava a tal punto, da pregare di trovare un rifugio nell’ottusità e nell’impotenza dove rintanarsi fino alla fine dei suoi giorni. Purtroppo ciò era impossibile e quei momenti in cui aveva avuto ragione, nonostante tutte le ragioni del mondo affermavano il contrario, lo opprimevano, gli toglievano l’aria, lo annientavano. Come unica spiegazione a questa sua natura contraria a ogni logica, Adamsberg trovava solo che fosse il dono pernicioso di una fata ignorante, che, offesa perché non invitata al battesimo di quel bambino dei Pirenei, decideva di affibbiargli la preveggenza di presagire il male e l’orrore là dove gli altri non l’avevano ancora visto.Eppure questa beffa del destino, il dono della fata arrabbiata, risulterà estremamente utile per il mestiere di sbirro, in quanto permetterà ad Adamsberg, ogni volta, di individuare la falla, l’errore, ciò che non funziona: in poche parole, la crudeltà.
La convinzione di Adamsberg è che per compiere un omicidio non bastano un fermo movente, il dolore, l’umiliazione o la nevrosi, ma fondamentale è la crudeltà, ossia il piacere tratto dalla sofferenza altrui, dello strazio, dall’agonia, dalle suppliche. Adamsberg è in grado di individuare in maniera tangibile la crudeltà, come un’escrescenza sulla pelle, un qualcosa di mostruoso che suppura del profondo dell’essere. Adamsberg la vede trasudare, la vede scorrere sulle labbra e colare dagli occhi, come chiunque di noi può vedere uno scarafaggio correre sul tavolo.I momenti di profonda di illuminazione sono per Adamsberg tanto potenti quanto rari. Con la sua indole lenta e paziente, lo “spalatore di nuvole” si limita ad aspettarli. Per il resto del tempo si ritrova a vivere alla giornata. In particolare, più Adamsberg è costretto ad affrontare problemi pressanti, che lo assillano per la loro urgenza o per la loro gravità, più il suo cervello fa il morto, rifiutandosi di innescare quella scintilla in grado di alimentare l’incendio del suo talento. Adamsberg, allora, si ostina a vivere di piccolezze, di inezie, con l’anima sgombra e il cuore vuoto, libero dai problemi del pianeta, calmo e anche abbastanza felice. Ma con il lento scorrere del tempo questa inerzia di vivere sortisce i suoi danni, portando tutto il mondo intorno a lui a perdere colore. Gli esseri umani diventano trasparenti, ombre tutte uguali, senza alcuno spessore, vittime della quotidianità, dalla quale anche Adamsberg si lascia trascinare inerte, completamente estraneo al mondo che lo circonda. Non è più presente per nessuno e, a causa di questo, si priva anche di se stesso, non riuscendo neppure a provare il sentore angosciante del vuoto o i tormenti della noia.
Questa condizione passiva alla vita e agli avvenimenti che di tanto in tanto Adamsberg si trova ad affrontare, lo conduce spesso sull’orlo del precipizio, intaccando il suo rapporto con il mondo e, soprattutto, con i suoi affetti, prima fra tutti Camille.
Camille così bella e misteriosa, Camille dalla figura lunga e sottile, Camille con quel profilo perfetto e definito, che non si sa se prima disegnare o baciare. Camille, una donna in grado di abbandonare l’uomo che ama, di punto in bianco, dopo una notte d’amore, sussurrandogli semplicemente all’orecchio di lasciarla andare.Una mattina d’inverno Camille era sparita, era fuggita e per anni era andata a zonzo per il mondo, libera, sperduta, inafferrabile. Eppure Adamsberg , fin dal principio, sapeva con certezza che il suo ricordo non si era liquefatto nella mente dell’amata. Sentiva che un pezzo di sé stesso si era posato nel profondo di Camille e che per quanto lei cercasse di seppellirlo, di nasconderlo, di dimenticarlo, questo continuava ad opporle una flebile resistenza, ad appesantirla. Un frammento d’amore magnetizzato che non la avrebbe abbandonata mai più.
Neppure Adamsberg è in grado di dire a se stesso come mai non abbia mai provato nemmeno a trattenerla, perché abbia lasciato la sua Camille, il suo “tesorino”, agli altri. Per lui Camille non deve appartenere a nessuno, come il vento che non sceglie fra i rami di quale albero soffiare. Il problema è che il vento prima o poi se ne va. E, ancora più importante, che il vento, alla fine, torna sempre.
Per Adamsberg questo fatto è contemporaneamente una benedizione e un qualcosa da cui rifuggire. Ama l’amore, ma ha persino paura a scriverlo, a metterlo nero su bianco, in forma concreta, sulla pagina di carta di un taccuino, perché è terrorizzato da cosa quel dannato sentimento è in grado di comportare.
Si inizia sempre con un affetto instabile, che poi sfocia nell’incendio divampante di una passione, fino a quando questa spirale di eventi porta inevitabilmente a qualcosa di più solido. L’incendio via via viene costretto nelle quattro mura di un focolare, agli occhi di Adamsberg una trappola opprimente dalla quale non sarebbe stato mai più di grado di fuggire.
Perciò, seppur con dolore, negli anni si era costretto a sfruttare la natura volatile della sua Camille che, con la sua cauta sentimentalità e il suo reiterato assenteismo, lo aveva preceduto sempre di una lunghezza. Camille gioca la partita dell’amore in sordina, in maniera delicata e benevola, per poi prendere il volo, appena Adamsberg le offre uno spiraglio di aria aperta, andandosene. Forse per sempre.Ad Adamsberg, quando ciò accade, non rimane altro che cercarsi un angolino nascosto, appartato, ideale per lasciare fluttuare i suoi pensieri. Deve essere un luogo abbastanza riparato e selvaggio per permettere alla mente di lasciarsi andare liberamente, ma per niente bello, perché la bellezza crea distrazione ed è molto scomoda per pensare.
Una volta trovato il suo rifugio, Adamsberg se ne sta lì, giocando con la corrente di un fiume o con i ciottoli del sottobosco, dove chiunque è sicuro di poterlo ritrovare. E dove, anche noi lettori, per nostra somma fortuna, sappiamo che ci sarà sempre. -
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Aug 17, 2012 |
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Lo Hobbit
Articolo pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/12/10/an-unexpec…
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Conosciamo tutti la storia.continue)
C’era una volta un distinto uomo inglese, insolitamente talentuoso e un po’ ossessivo, che un bel giorno decise di creare un ... (
Articolo pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/12/10/an-unexpec…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)
--
Conosciamo tutti la storia.
C’era una volta un distinto uomo inglese, insolitamente talentuoso e un po’ ossessivo, che un bel giorno decise di creare un nuovo tipo di romanzo: un fantasy epico dal sapore medievale con protagonisti una serie di bizzarri personaggi impegnati in un lungo viaggio attraverso lande sconfinate e paesaggi molto inglesi; un tour de force apparentemente interminabile ma che, alla fine, li avrebbe riportati sempre a casa.
La strada per la Terra di Mezzo iniziò ad essere tracciata nel tardo 1890, quando un John Ronald Reuel Tolkien di sette anni venne completamente rapito dalla leggenda nordica di Sigfrido che uccide il drago Fafnir. Il piccolo Tolkien ne rimase tanto profondamente colpito da decidere di scrivere una propria storia con protagonista un avido drago a guardia di un tesoro; purtroppo per noi, questo prezioso gioiello di creatività fanciullesca è andato disperso fra i meandri della Storia.
Un altro piccolo seme che costituirà una delle basi fondamentali della mitologia tolkieniana proverrà da ‘Macbeth’. Per il Tolkien ragazzo era un vero inganno che la profezia delle streghe sulla foresta di Birnam venisse soddisfatta da un manipolo di noiosi soldati che, marciando verso il castello di Dunsinane, trasportassero qualche ramo. “Volevo mettere a punto un realtà in cui gli alberi avrebbero davvero potuto marciare verso la guerra”, dichiarerà Tolkien; il ché, più di mezzo secolo dopo, è quello che gli Ent de ‘Il Signore degli Anelli’ effettivamente faranno.
In una lettera del 1955, Tolkien ricorda come iniziò a lavorare a ‘Lo Hobbit’ un giorno all’inizio del 1930, mentre stava firmando alcuni diplomi scolastici. Trovò davanti a sé una pagina vuota e, improvvisamente ispirato, scrisse le parole: «In un buco nella terra viveva uno hobbit».
Alla fine del 1932 la storia de ‘Lo Hobbit’ era completa e il manoscritto iniziò a essere letto e apprezzato da diversi amici di Tolkien, fra cui C.S. Lewis e una studentessa di nome Elaine Griffiths.
Nel 1936, quando Susan Dagnall, appartenente allo staff della casa editrice George Allen & Unwin, incontrò Elaine, le venne dato in regalo proprio ‘Lo Hobbit’, di cui ne rimase folgorata. Susan Dagnall, a sua volta, prestò il libro allo stesso Stanley Unwin, che chiese al figlio Rayner di 10 anni di leggerlo e di dirgli cosa ne pensasse. I commenti entusiasti del giovane Rayner, convinsero definitivamente Allen & Unwin a pubblicare il libro di Tolkien.
La prima pubblicazione avvenne nell’ottobre del 1937. ‘Lo Hobbit’ fu accolto da recensioni favorevoli quasi all’unanimità, sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, tra cui quella del ‘Times’ e del ‘New York Post’. Era l’inizio di una sfolgorante carriera letteraria che avrebbe portato Tolkien in cima all’olimpo dell’universo fantasy.
La trama de ‘Lo Hobbit’, in realtà, è abbastanza semplice. Protagonista è Bilbo Baggins, un hobbit appunto, chiamato ad accompagnare 13 nani in una sensazionale avventura, che lo porterà dalla sua amata Contea fino alla Montagna Solitaria, attraverso le Terre Selvagge, le Montagne Nebbiose e Bosco Atro. Lì Bilbo potrà svolgere il lavoro per cui è stato assoldato, ovvero quello di scassinatore, scoprendo l’ingresso alla Montagna in modo che i suoi compagni nani possano incontrare e sconfiggere il drago Smaug, colpevole di aver rubato il loro tesoro e di aver distrutto il loro regno molti anni prima.
Nel complesso la trama de ‘Lo Hobbit’ potrebbe sembrare insignificante ad alcuni lettori odierni, semplicemente perché sono decine le repliche che sono state concepite dopo la sua pubblicazione. Tuttavia, anche se si ritiene di aver già letto abbastanza storie del genere, vale assolutamente la pena di dare un’occhiata alla versione tolkieniana.
Non possiamo perdere di vista l’idea che ‘Lo Hobbit’ fu inizialmente concepito come una storia per bambini, la naturale evoluzione dei racconti che Tolkien narrava a suo figlio prima di dormire. ‘Lo Hobbit’ è un lavoro molto più semplice rispetto a ‘Il Signore degli Anelli’ e sembra essere stato scritto apposta per essere letto ad alta voce da un adulto a un bambino. Tuttavia, Tolkien riserva materiale un po’ per tutti: per gli adulti ci sono elementi che stimolano alla riflessione, mentre per il fanciullo c’è una magnifica avventura provvista di morale, con una forte qualità allegorica.
Per un adulto che legge di Smaug e dell’alleanza di Nani, Elfi e Uomini nella battaglia finale, è chiaro come leggenda, tradizione e storia arrivino a mescolarsi, mentre per un lettore dagli 8 ai 12 anni ‘Lo Hobbit’ è semplicemente una narrazione magnifica, piena di suspense e condita da un umorismo pacato e irresistibile.
Il narratore è onnisciente e il protagonista è un personaggio a cui i bambini possono far facilmente riferimento, date, ad esempio, le sue piccole dimensioni, la sua ossessione per il cibo e la moralità decisamente ambigua. ‘Lo Hobbit’, inoltre, sottolinea apertamente il progresso narrativo e al suo interno vengono fatte distinzioni molto chiare fra ciò che è “sicuro” da ciò che è “pericoloso”, cosa è “vicino” e cosa è “lontano”, una struttura tipica del romanzo di formazione.
La prosa di Tolkien è semplice e senza pretese e prende come assodata l’esistenza della Terra di Mezzo, descrivendola in tutti i suoi minimi dettegli. Il nuovo e l’elemento fantastico vengono introdotti nella narrazione in maniera quasi casuale, fatto che contribuisce ad avvolgere e integrare maggiormente il lettore nel mondo fittizio descritto, piuttosto che tentare di convincerlo in maniera sensazionalistica della sua realtà. Sebbene il linguaggio di Tolkien sia genuino e amichevole, ogni personaggio ha una propria voce unica, che evidenzia la sua psicologia e dona ogni volta un ritmo diverso alla storia; persino il narratore ha il proprio stile linguistico, completamente separato da quello dei personaggi principali.
Il tema basilare di tutta la storia è quello della ricerca, che si sviluppa in una serie di episodi che si susseguono senza sosta fino alla conclusione, che tira le file di tutta la narrazione. Per la maggior parte del libro, ogni capitolo presenta un diverso abitante delle Terre Selvagge che Bilbo e i suoi compagni si troveranno a incontrare, taluni cordiali e disponibili, altri estremamente minacciosi e pericolosi. Tuttavia, il tono generale è mantenuto sempre in una dimensione molto leggera e assolutamente piacevole, essendo intervallato sovente da trascrizioni di canti e da elementi di vero umorismo inglese.
Un esempio dell’uso della canzone per stemperare la tensione e mantenere un’atmosfera nonostante tutto sognante, è quando il capo dei nani Thorin e i suoi compagni vengono rapiti dagli orchi delle montagne che, mentre marciano verso il loro regno sotterraneo, cantano:
Afferra! Azzanna! Voragine nera!
Acciuffa, sbatti! Pizzica, agguanta!
E giù degli orchi nel tetro palazzo
tu finirai, ragazzo!
Questo canto, in inglese dal suono quasi onomatopeico, arricchisce una scena potenzialmente pericolosa e angosciante con puro senso dell’umorismo; questa è un’operazione più volte compiuta da Tolkien, nel momento in cui sceglie, ad esempio, un accento cockney per la parlata degli orchi o enfatizza l’ebrezza alcolica di un carceriere elfico.
In tutti i personaggi de ‘Lo Hobbit’ possiamo vedere una caricatura delle varie sfaccettature dell’essere umano tanto da renderli, in alcuni casi, addirittura grotteschi.
Il primo personaggio che incontriamo è il piccolo Bilbo Baggins, che, come ogni hobbit che si rispetti, ama la vita agiata e tranquilla ed è avverso a qualsivoglia avventura (che ti fa arrivare in ritardo a cena, dopotutto); tuttavia, segretamente nutre una vera e propria attrazione per le mappe e le storie di draghi e principesse (specialmente se raccontate dopo un’ottima cena), che rompono la monotonia della sua calma e prevedibile esistenza quotidiana. Bilbo è un personaggio meravigliosamente genuino, che inizialmente conosciamo ancora immerso nella propria innocente dimensione in miniatura. L’amore per le cose semplici di Bilbo è in grado di evocare la parte hobbit che è custodita in ognuno di noi. Con questo non voglio intendere un paio di piedi coriacei ricoperti da una peluria castana, ma quel lato di noi che desidera un tempo più semplice in cui vivere, dove è necessario unicamente prendersi cura del nostro mondo personale, lo stesso istinto che ci aiuta a scomparire velocemente e in silenzio quando qualche difficoltà si affaccia alla nostra porta.
Naturalmente, questo non è il modo in cui stanno le cose nel mondo reale e non è neppure il modo in cui le cose funzionano nella Terra di Mezzo. ‘Lo Hobbit’, quindi, non è altro che il racconto di come Bilbo si troverà improvvisamente catapultato in una realtà selvaggia e ostile, che però gli permetterà di auto-realizzarsi e di scoprire un qualcosa in se stesso che non sapeva di avere, portando a compimento il proprio Hero Quest, il viaggio dell’eroe.
Quanto più Bilbo e il lettore si addentreranno nella narrazione e nella Terra di Mezzo, tanto più la difficoltà e la rischiosità delle sfide che si presenteranno aumenterà esponenzialmente. Si inizia, infatti, con un fallito tentativo di furto di Bilbo nei confronti di tre stupidi troll, fino al termine, quando il nostro piccolo eroe dovrà trovare il coraggio per affrontare da solo il temibile drago Smaug, nel profondo della sua tana.
Ovviamente, Bilbo non sarà solo in questo viaggio, ma verrà aiutato da Gandalf, dai Nani, dagli Elfi di Gran Burrone, da qualche aquila gigante e da un incontro fatale presso le oscure radici delle Montagne Nebbiose. Tuttavia, la storia dimostra che nessuna di tali assistenze sarebbe stata efficace se Bilbo non avesse avuto già un qualcosa dentro di sé – una piccola predisposizione all’avventura – che gli permetterà di compiere sempre le scelte giuste nel suo percorso di ricerca.
Per quanto riguarda l’incontro fondamentale che Bilbo avrà nel profondo delle Montagne Nebbiose, questo costituirà l’allegoria principale di tutto il romanzo. In primo luogo, il cammino nelle viscere della montagna simboleggia la discesa agli inferi, ovvero i luoghi più oscuri e inaccessibili del nostro io. Senza affrontare questo difficile percorso, nessuno sarebbe in grado di scoprire la propria vera essenza e la ricerca sarebbe quindi vana. All’interno delle oscurità della montagna Bilbo è in grado di dimostrare coraggiosamente il proprio valore e per questo verrà ricompensato con la scoperta di un misterioso anello. Tuttavia, prima di poter rivendicare questo tesoro come suo, dovrà superare la prova più difficile: affrontare l’ombra di se stesso. Questa ombra verrà perfettamente rappresentata dal miserabile Gollum, elemento chiave di tutta la vicenda.
Gollum un tempo era una creatura simile a un hobbit, ma quando incontra Bilbo è ormai un essere degenerato sia moralmente che fisicamente. Gollum è una piccola e viscida creatura scheletrica, con lunghi piedi palmati e grandi occhi luminosi, che trascorre l’esistenza nell’oscurità di un lago sotterraneo, aspettando il momento giusto per nutrirsi di qualche orco sprovveduto. L’unico motivo di gioia per Gollum è un anello magico, conquistato molti anni prima, che ha la capacità di renderlo invisibile. Il sentimento provato verso l’anello è paragonabile a una vera propria ossessione, tanto che Gollum arriverà a chiamarlo “il mio tesoro”, lo stesso appellativo che usa anche per se stesso. Degenerato, schizofrenico, subdolo, Gollum viene tuttavia descritto da Tolkien anche come una creatura completamente sola e pietosa, che piange lacrime amare per la perdita del suo unico tesoro prezioso.
Il confronto fra Bilbo e Gollum sarà molto importante sia per le implicazioni che avrà nell’avventura, sia perché costituirà il fondamento della saga de ‘Il Signore degli Anelli’. Tuttavia, ancora più importante sarà la consapevolezza che Bilbo dovrà affrontare rispetto a quello che potrebbe diventare, se dovesse essere consumato dal male. Infatti, subito dopo aver conquistato l’anello, perderà la propria innocenza. Bilbo dovrà combattere con il lato oscuro presente dentro di sé e, soprattutto, dovrà riuscire a sconfiggerlo, sconfitta che si materializzerà nel momento in cui avrà l’occasione di uccidere Gollum, ma la pietà nei confronti della meschina creatura avrà il sopravvento sull’ombra di un atto profondamente malvagio.
Come al termine di ogni Hero Quest che si rispetti, Bilbo dovrà poi compiere il viaggio di ritorno verso la propria casa, dove potrà finalmente beneficiare della trasformazione avvenuta. Gandalf stesso, prima di giungere alla Contea, gli dirà: «Mio caro Bilbo! C’è qualcosa che non va! Non sei più lo hobbit di un tempo!».
La chiamata a Bilbo all’avventura avverrà, appunto, grazie a un altro archetipo classico, quello del vecchio saggio, incarnato dalla figura dello stregone Gandalf. Anche se Gandalf diverrà un personaggio centrale ne ‘Il Signore degli Anelli’, la sua presenza ne ‘Lo Hobbit’ non è neanche lontanamente in primo piano. Tuttavia, Gandalf svolge anche in questo caso un ruolo fondamentale, non tanto nel corso del viaggio geografico dove abbandonerà la compagnia a metà strada, ma come guida, colui che porterà Bilbo a raggiungere il suo pieno potenziale.
Gandalf ne ‘Lo Hobbit’ viene già accuratamente descritto da Tolkien, che evidenzierà tutte le caratteristiche che ritroveremo poi nella trilogia dell’Anello: saggezza, astuzia, coraggio, potenza, ma anche un atteggiamento talvolta infantile, come quando si dimostrerà imbronciato e scontroso durante il temporale sulle montagne o contrariato dal fatto che Elrond sarà il primo a trovare e decifrare le rune segrete sulla mappa dei nani. Così come il drago Fafnir stuzzicò la giovane immaginazione di Tolkien, anche Gandalf riuscirà nel suo intento, intrigando Bilbo nei racconti di un mondo pericoloso e remoto e scegliendolo come quattordicesimo membro della spedizione dei nani.
Altro personaggio de ‘Lo Hobbit’ degno di nota è Thorin, il capo dei nani e il nipote di Thrain, l’ultimo re della Montagna Solitaria, di cui vuole reclamare titolo e trono. Il più caratterizzato dei 13 nani, Thorin dimostra sia le debolezze che i grandi punti di forza della sua razza: è infatti in grado di essere meschino, egoista e pomposo in certi casi, tanto quanto di dimostrarsi eroico e maestoso in altri. Molti critici sono d’accordo nel ritenerlo un personaggio ambiguo, dotato, per questo, di un certo fascino; ciò che spinge inizialmente Thorin ad agire è l’avidità e il desiderio di vendetta, ma quando giungerà alla fine del suo cammino, inizierà a percepire uno scopo più alto nella missione che ha intrapreso. Di fronte al proprio tesoro, che pur gli aspetta di diritto, Thorin soccomberà alla principale debolezza della propria razza, la possessività, ma sarà anche in grado di redimere se stesso dimostrando tutto il proprio indomito valore.
Il superamento dell’avidità e dell’egoismo, infatti, sarà la morale centrale della storia, un tema che ricorrerà più volte nella narrazione, dal semplice desiderio di buon cibo da parte dei personaggi (sia i troll che vogliono mangiare i nani, ma anche Bilbo stesso che desidera una buona cena più di ogni altra cosa) fino allo sfrenato desiderio per l’oro e per i gioielli. La brama per l’Arkengemma, il cimelio più prezioso del tesoro dei nani, metterà a dura prova la solidità morale di Thorin, così come il possesso dell’anello aveva reso maschino e degenerato Gollum. La redenzione per ogni personaggio avverrà nel momento in cui l’ostacolo rappresentato dalla propria brama e dal proprio egoismo verrà superato con un gesto di deliberata generosità e altruismo.
La crescita personale e le varie forme di eroismo saranno i temi centrali della narrazione, a cui va riconosciuto un ulteriore valore aggiunto nell’allegoria che alcuni critici hanno individuato con le vicende vissute da Tolkien nella Prima Guerra Mondiale; un giovane e inesperto protagonista, Bilbo, viene infatti strappato dalla sua casa di campagna e gettato nel bel mezzo di una lontana guerra che raggiungerà proporzioni enormi e coinvolgerà più popoli di stirpi diverse.
Tolkien smentì questa ipotesi, affermando che i suoi romanzi non sono scritti né per uso topico né per uno parabolico, ma risulta difficile accettare appieno la sua dichiarazione dati gli infiniti parallelismi con la storia che Tolkien stesso si era ritrovato a vivere.
‘Lo Hobbit’ fu pubblicato per la prima volta nel 1937, epoca in cui Hitler aveva già preso il potere in Germania e progettava di invadere l’Austria e la Cecoslovacchia, mentre l’occupazione della Renania si era già verificata. La rivoluzione spagnola era in pieno svolgimento e Mussolini aveva invaso l’Etiopia. La futura guerra a molti sembrava inevitabile in quell’estate del 1937.
E’ difficile immaginare che Tolkien restasse totalmente ignaro di ciò che stesse succedendo in Europa durante la sua epoca e che non trasponesse nulla nei suoi scritti. Molti ipotizzano come questo sia stato intempestivo a livello conscio, ma inevitabile a livello del subconscio, infatti numerosissimi sono gli elementi che ne ‘Lo Hobbit’ possono essere identificati con la situazione europea a metà degli anni ’30.
Gli orchi, rappresentanti il male per eccellenza, vivono in un regno di ingranaggi e ruote, e sono facilmente confrontabili con lo stereotipo dei nazisti tecnologici, maghi amorali della meccanica e dell’industria pesante. I pacifisti, nel libro incarnati dagli hobbit della Contea, preferiscono ignorare totalmente la minaccia crescente, piuttosto che prepararsi ad affrontarla e prendersi una parte della responsabilità di quanto accade. Razza e patrimonio sono uno dei principali fattori che introducono i vari personaggi nella storia e, come il popolo del Lago, i Nani e gli Elfi devono mettere da parte la propria avidità e differenza razziale per affrontare il nemico comune, così anche le nazioni dell’Europa sono costrette a mettere da parte gli interessi individuali per far fronte alla crescente minaccia delle dittature fasciste.
Definire completamente il mondo de ‘Lo Hobbit’ è, ovviamente, impossibile. Non si può prevedere cosa si potrà trovare addentrandosi nella Terra di Mezzo, così come non si potrà dimenticarla una volta che la si lascerà. Nessuna ricetta per una storia di bambini potrà descrivere altre creature così radicate alla loro terra come quelle del professor Tolkien e cosa sono disposte a fare per preservarla. Anche se appare tutto meraviglioso, non vi nulla di arbitrario: tutti gli abitanti delle Terre Selvagge sembrano avere lo stesso insindacabile diritto di difendere la propria esistenza, così come quelle del nostro mondo, anche se il lettore che le incontrerà non avrà alcuna nozione delle fonti profonde del loro sangue e della tradizione da cui derivano.
‘Lo Hobbit’, alla fine, può essere considerato un libro per bambini nel senso che la prima di molte letture potrà essere intrapresa nella propria cameretta, sotto le coperte e con la torcia, ma tenendo conto del fatto che il suo valore letterario non si esaurirà certo così. Come ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’ viene letto gravemente dai bambini e con il sorriso sulle labbra dagli adulti, ‘Lo Hobbit’, al contrario, sarà più divertente per i giovani lettori, che solo quando saranno un po’ più grandi potranno apprezzare l’abilità e il bagaglio di studi che hanno contribuito a realizzare un’opera matura e cordiale allo stesso tempo e, a suo modo, così incredibilmente vera.
L’affermazione è pericolosa, ma io non ho paura a farla: ‘Lo Hobbit’ è un vero e proprio classico, che non può e non deve mancare nella libreria e nella memoria letteraria di ogni lettore che si rispetti.