-
letteratura …
-
-
-
-
- Il trono di spade (7970)
- Le cronache del ghiaccio e del fuoco - Vol. 1
-
By George R. R. Martin -
Finished on Oct 21, 2012 




-
Add ...
-
-
-
-
- Tutto Sherlock Holmes (4296)
- Uno studio in rosso - Il segno dei Quattro - Le avventure di Sherlock Holmes - Le memorie di Sherloc…
-
By Arthur Conan Doyle -
Finished on Sep 19, 2012 




-
Add ...
-
-
1 person find this helpful 



A Study in Sherlock -
Per questioni di spazio e di caratteri, qui su aNobii è presente solo una VERSIONE RIDOTTA (se così si può definire) della mia recensione! Il testo completo è pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/09/28/a-study-in…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)Per ess ... (
continue ) Per questioni di spazio e di caratteri, qui su aNobii è presente solo una VERSIONE RIDOTTA (se così si può definire) della mia recensione! Il testo completo è pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/09/28/a-study-in…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)Per essere un detective vecchio di 125 anni, Sherlock Holmes rimane tutt’ora un lavoratore sorprendentemente affidabile e redditizio.
Anche se i suoi fedeli lettori non sono mai stati informati, per esempio, del compenso percepito per aver risolto l’enigma della Lega dei Capelli Rossi o per aver stanato il Mastino dei Baskerville dalla sua tana, Holmes rimane una proprietà dal valore incommensurabile. Tuttavia, noi lo conosciamo per essere un tipo non particolarmente malleabile, sia dal punto di vista caratteriale che letterario, tanto che il suo stesso creatore, Sir Arthur Conan Doyle, ebbe seri problemi a gestire un personaggio talmente popolare da entrare nell’immaginario universale per tutti i secoli a venire. E’ per questo motivo che Sherlock Holmes fu sempre percepito dalla famiglia Doyle come una sorta di maledizione, da cui non si sarebbe mai più liberata.[...]
Arthur Conan Doyle nacque in Scozia nel 1859; conseguì una laurea in medicina ad Edimburgo e viaggiò a lungo per l’Africa e l’Antartico come medico di una nave, fino a stabilirsi sulla costa inglese. Il denaro scarseggiò da sempre e fu proprio questo a portare Doyle a scrivere una serie di romanzi per incrementare il suo reddito, fin dall’epoca in cui era studente. Le sue opere comprendevano una gamma di argomenti vasta come la sua cultura, conditi da numerosi elementi “mitologici”, partendo dalle mummie di ‘Lot No. 249’, fino ad arrivare all’uomo mangia-piante di ‘The American’s Tale’.
I primi due romanzi con protagonista Sherlock Holmes, ‘Uno Studio in Rosso’ e ‘Il Segno dei Quattro’, attirarono una certa attenzione, ma non abbastanza da convincere Doyle ad abbandonare la professione di medico. Infatti, i romanzi polizieschi che scriveva, ai suoi occhi non erano altro che lavoretti scadenti, per cui era molto più attirato dalla stesura di romanzi storici, come ‘The White Company’, considerato uno dei suoi lavori maggiori.
All’inizio del 1890, Doyle decise di trasferire il personaggio di Holmes da protagonista di romanzi a quello di racconti. Fu una decisione puramente commerciale. A Londra il numero di riviste acquistate stava vivendo un vero e proprio “boom”, per cui Doyle riteneva che più storie con un personaggio ricorrente avrebbero goduto di un vantaggio maggiore rispetto ai romanzi a puntate, che potevano scoraggiare eventuali lettori che si fossero persi i primi numeri della pubblicazione. Inoltre, le deduzioni lampanti e gli enigmi sottoposti a Sherlock Holmes si prestavano molto più a un testo breve e conciso; Sherlock Holmes, infatti, “è un velocista, non un maratoneta” come scrisse Daniel Stashower nella sua biografia di Arthur Conan Doyle.
I racconti di Sherlock Holmes ebbero un successo immediato e sorprendente. I lettori si presentavano i massa nelle edicole per l’uscita di ogni nuovo episodio. Per due anni interi, Doyle si ritrovò ad avere a che fare quotidianamente con il suo eroe brillante ed insopportabile, ricevendo pagamenti sempre più elevati per i suoi sforzi. Tuttavia, le scadenze implacabili divennero ben presto un peso, soprattutto perché, anche se ogni storia poteva essere letta in una sola seduta, la fase di stesura, invece, richiedeva uno sforzo mentale pari a quello della costruzione di un romanzo, a causa delle trame intricate e dei sorprendenti metodi di deduzione di Holmes. Doyle, inoltre, continuò a pensare che i suoi racconti gialli erano prodotti eccessivamente popolari per i suoi standard e, pertanto, scadenti ai suoi occhi.
Fu così che, nel 1893, Arthur Conan Doyle decise che Sherlock Holmes doveva morire.
Preparò il terreno della dipartita, le cascate dei Reichenbach in Svizzera, e un nemico degno di Holmes, Moriarty, con cui il nostro amato detective finì per precipitare, inghiottito dai flutti e perduto per sempre.
Gli editori erano sull’orlo della disperazione, ma Doyle non provava rimorsi, solo sollievo: “Sono stato molto biasimato per aver portato quel gentiluomo alla morte, ma credo che non sia stato un assassinio, bensì un omicidio per legittima difesa, dal momento che, se non l’avessi ucciso io, egli avrebbe certamente ucciso me”.
Decidere di seppellire Holmes, tuttavia, ebbe un paradossale effetto sul franchising. I lettori volevano ancora ancora e ancora sentir parlare di Sherlock Holmes e nessun altro scritto di Doyle, negli anni successivi, riuscì a riacquistare il suo tocco magico, fino a quando l’autore, stremato, decise di ripescare il suo detective dal mondo dei morti.[...]
Ma cosa rende Sherlock Holmes un personaggio così straordinario?
La sua particolarità, senza dubbio, le sue caratteristiche uniche e irripetibili, la sua personalità prorompente e inafferrabile, al di sopra di ogni nostra capacità di comprensione.Il magnetismo esercitato da Sherlock Holmes inizia a sortire il suo effetto fin dalla sua prima apparizione ne ‘Uno Studio in Rosso’, quando, attraverso gli occhi del dottor John Watson, riviviamo il suo primo e spiazzante incontro con l’uomo straordinario che diverrà presto il suo coinquilino e il suo compagno d’avventure.
Una delle prime informazioni che impariamo su Holmes è che ama passare il suo tempo nei laboratori dell’Università di Medicina, la stessa frequentata da Watson prima di partire per l’Afghanistan, ma non per studiare. Ciò che occupa Sherlock Holmes sono esperimenti quando mai singolari, come il percuotere violentemente con un bastone cadaveri freschi in reparto autopsie, per verificare in quale modo un corpo, subito dopo la morte, reagisce a un trauma violento.
Dal dialogo fra Holmes e Watson acquisiamo un’altra serie di informazioni vitali sul personaggio, che qualsiasi coinquilino assennato dovrebbe sapere: il nostro eroe è un raffinatissimo violinista, ma fra le sue passioni vi è anche il fumo – pipa e tabacco forte, preferenzialmente – e gli esperimenti chimici, quindi il dottor Watson non dovrà scandalizzarsi se troverà qualche ampolla maleodorante in giro per casa. Tuttavia, Holmes non è un compagno troppo petulante, anzi, a volte, se è depresso, non apre bocca per giorni; niente di quei preoccuparsi, basta lasciarlo stare che passerà tutto.Nonostante tutte queste stranezze, Watson non ci penserà due volte a trasferirsi insieme al suo nuovo amico nell’appartamento di proprietà della signora Hudson al 221B di Baker Street. Un indirizzo che molti conoscono e ricordano quasi come se fosse il proprio!
Vivendo insieme a Sherlock Holmes 24 ore su 24, Watson sarà portato a definire le sue abitudini e il suo stile di vita, molto eufemisticamente, come “bohemien”. Holmes è eccentrico e, sebbene sia pulito come un gatto, non ha alcun riguardo verso i comuni standard di convivenza e di buon ordine: non è difficile trovare i suoi sigari preferiti nel secchio del carbone o del tabacco nella punta di una pantofola persiana, per non parlare della corrispondenza inevasa trafitta da un pugnale proprio al centro della mensola di legno del caminetto. Holmes, in particolare, ha orrore di distruggere documenti essenziali, per cui, mese dopo mese, le sue carte si accumulano in ogni angolo della stanza, ma solo poche volte all’anno riesce a trovare l’energia e la voglia per catalogarle e riporle.
Ciò che agli altri appare come caos, tuttavia per Holmes è una fonte inesauribile di informazioni utili; non sarà raro , durante le sue avventure, vederlo scartabellare in qualche mucchio di carte per riesumare con precisione l’esatto documento che stava cercando.
[...]
La vita di Sherlock Holmes, per quanto straordinaria, è costellata da numerosi punti discutibili, che Doyle non fa a meno di sottolineare, caratteristiche che rendono il personaggio ancor più denso di chiaro-scuri, fautore di una personalità ricca, enigmatica e profonda.
Ad esempio, a non tutti è noto che, all’inizio dell’avventura de ‘Il Segno dei Quattro’, Holmes, in maniera molto noncurante, prende una siringa di cocaina liquida, per iniettarsela nelle vene davanti allo stesso Watson. Dalle parole del suo amico, capiamo come questa sia un’abitudine solita per Sherlock, tanto che per la medicina attuale sarebbe considerato un tossicodipendente a tutti gli effetti. La spiegazione che Holmes dà di questo insano vizio è tanto singolare quanto spiazzante: la sua mente geniale si ribella a qualsivoglia inerzia; se ha un crittogramma o un enigma da risolvere a disposizione, non ha alcun bisogno di stimolazioni artificiali, ma la monotona routine dell’esistenza lo annienta.
In seguito Holmes affermerà che, grazie all’aiuto del fedele Watson, riuscirà ad abbandonare questa mania, ma non sarà raro vederlo fumare frequentemente pipe, sigarette o sigari e spesso il povero dottore si troverà a lamentarsi dell’atmosfera mefitica e velenosa presente nella stanza a causa dei numerosi esperimenti dell’amico.Watson sarà un compagno di avventure molto paziente, in quanto non condannerà mai il comportamento di Sherlock Holmes, neppure quando lo vedrà infrangere deliberatamente la legge, mentendo alla polizia o nascondendo prove, nei casi in cui si sentirà moralmente giustificato nel lasciare in libertà il presunto criminale di turno. Holmes, a volte, arriverà addirittura a manipolare persone innocenti, come ne ‘L’avventura di Charles Augustus Milverton’, quando, sfruttando il suo naturale charme, giocherà con il cuore di una giovane donna, fino a promettersi suo sposo, seppur con le nobili intenzioni di salvare molte altre giovani fanciulle dalle grinfie del loro adescatore.
[...]
L’ego di Holmes è inesauribile e, spesso e volentieri, sfocia nell’arroganza, in particolare nei momenti in cui, seppur con giustificazione, egli trae piacere a sconcertare e a deridere i mediocri ispettori di polizia con le sue deduzioni superiori. Tuttavia, ciò che cerca Holmes non è la fama e, di solito, è portato a far sì che sia la polizia a prendere il merito del suo lavoro. Sherlock Holmes non tiene mai conto dalle ricchezze o dal prestigio che potrebbero derivare dal suo lavoro di consulente investigativo, ma si appassiona unicamente nel svelare i meccanismi delle cose per raggiungere un obiettivo, senza poi dare importanza al risultato materiale. Il suo comportamento è assimilabile a quello di un bambino che, dopo aver dedicato anima e corpo nella risoluzione di un rompicapo, una volta finito, lo mette da parte per giocare con qualcos’altro.
Sarà solo dopo il lavoro di cronaca redatto da Watson che il ruolo di Holmes diventerà evidente, fino a quando saranno gli stessi clienti a chiedere il suo aiuto in sostituzione della polizia ufficiale.
Il comportamento di Holmes, solitamente, si manifesta come cinico, spassionato e freddo. Eppure, nel bel mezzo di un’avventura, lo vedremo brillare di una passione straordinaria. Sherlock Holmes possiede un notevole gusto per la spettacolarità e adora preparare trappole elaborate per catturare ed esporre un colpevole, spesso e volentieri per impressionare Watson o uno degli ispettori di Scotland Yard. Tuttavia, Holmes è anche capace di provare profondi sentimenti umani, come dimostrano i rari, ma significativi, slanci di affetto o di inquietudine e lo sfoggio una morale quanto mai personale, ma assolutamente integerrima.Lo stato emotivo e la salute mentale di Sherlock Holmes sono stati argomento di analisi per decenni. Molti lettori ed esperti letterari, hanno sottolineato come certi comportamenti di Holmes possono essere considerati sintomi di una depressione maniacale, che alterna momenti di intenso entusiasmo ad altri di indolenza paralizzante. Altri ancora hanno ipotizzato come Holmes potrebbe soffrire di una sindrome come quella di Asperger, opinione derivata dall’attenzione quasi maniacale ai dettegli, alla quasi totale mancanza di interesse per le relazioni interpersonali e la tendenza a parlare in lunghi monologhi. Numerose sono le ipotesi sull’origine della presunta sociopatia di Sherlock Holmes, perfino quella di un grave trauma infantile (ad esempio, l’omicidio della madre) come causa principale.
Tuttavia, queste sono solo teorie postume, ciò che è certa è l’assoluta genialità della mente sherlockiana, capace di ricostruire un mondo intero partendo da un particolare apparentemente insignificante, grazie a un metodo di deduzione totalmente infallibile.
Per Holmes il cervello umano è come un attico vuoto che occorre riempire con i mobili che ognuno preferisce. Solo uno sciocco ha la pretesa di riempire la propria mente con ogni sorta di ciarpame, facendo in modo che le nozioni veramente utili vengano spinte fuori o accatastate alla rinfusa insieme a un’infinità di altre cose. Un abile intellettuale, invece, è in grado di selezionare e immagazzinare solo gli strumenti veramente indispensabili al suo lavoro, tutti in perfetto ordine. Sherlock Holmes porterà questa pratica ai suoi estremi, arrivando a conoscere a menadito tutta la storia del crimine europeo dell’ultimo secolo, per poi ignorare, come verificherà sgomento Watson, informazioni basilari, a opinione di chiunque, come la Teoria di Copernico o la rotondità della Terra!
Sherlock Holmes è la dimostrazione di come un uomo, dotato di spirito d’osservazione, sia in grado di dedurre una quantità infinita di informazioni da tutto ciò che gli capita di vedere, o i pensieri più reconditi di una persona da una sola occhiata o dalla contrazione di un muscolo. Dalle unghie di una persona, dal polsino della giacca o della camicia, dagli stivali, dal ginocchio dei pantaloni o dalle callosità sul pollice e sull’indice, agli occhi di Holmes, traspare perfettamente l’attività che quella determinata persona svolge.
Al “non addetto ai lavori” i suoi risultati appaiono spesso e volentieri sorprendenti al punto tale da prenderlo per uno stregone, fin quando, Holmes stesso, con un sorrisino ironico, non rende i suoi interlocutori partecipi del ragionamento da lui compiuto, che si rivela di una semplicità e di una logicità veramente spiazzanti.In tutto questo, tuttavia, Holmes, come ogni essere umano, necessita di un confidente e di un interlocutore, un uomo con cui condividere le proprie avventure e la propria professione, una presenza umana necessaria anche alla più fredda macchina calcolatrice di Londra. Questo ruolo viene perfettamente incarnato dal dottor Watson, l’amico che ognuno di noi vorrebbe avere: fedele, spassionato, in grado di ascoltare ma anche di tirarsi da parte al momento migliore, onesto, sincero e leale. Per quanto Doyle tenda in tutti modi a minimizzare le sue capacità, il compito di Watson è fondamentale nello svolgersi delle vicende e il rapporto che lo legherà ad Holmes sarà quello di una profonda, intensa e invidiabile amicizia, che li renderanno uno dei sodalizi letterari più celebri e amati di tutti i tempi.
Holmes è un individuo estremamente abitudinario e Watson stesso diviene, ad un certo punto, una sua abitudine, un’istituzione, come il violino, la vecchia pipa o i volumi degli indici di riferimento. Quando si tratta di impegnarsi attivamente in un lavoro, Holmes ha bisogno di una spalla, un compagno sul cui coraggio poter contare o una pietra su cui affilare la propria mente e le proprie deduzioni. In presenza di Watson, Holmes ama ragionare ad alta voce, per poi ascoltare gli occasionali interventi dell’amico. Perfino una certa lentezza di ragionamento di Watson tornerà utile al suo compagno, in quanto farà spesso divampare ancora più vivida la fiamma delle sue intuizioni.Per quanto la coppia Holmes/Watson sia il centro nevralgico di tutta la narrazione di Conan Doyle, non sono certo da trascurare anche gli altri protagonisti che arricchiranno le avventure del nostro amato detective. Primo fra tutti Moriarty, l’unica mente esistente in grado di rivaleggiare con quella di Holmes, il più spietato e abile criminale di Londra, subdolo, mefistofelico, inafferrabile. Poche volte la figura di Moriarty apparirà nel Canone, ma, in numerosi casi, la sua presenza aleggerà come un’ombra incombente, come le mani di un burattinaio in grado di muovere le marionette di un’intera città a suo piacimento. Come poi dimenticare il povero Lestrade, l’ottuso ispettore di Scotland Yard che, suo malgrado, è costretto a riconoscere l’indispensabilità di un aiutante come Holmes, o Mycroft, il fratello maggiore di Sherlock, la cui capacità deduttiva risulta ancora più straordinaria e affilata, tanto da portarlo a ricoprire un ruolo chiave nel governo inglese. Infine, non è dato dimenticare Irene Adler, l’unica donna che abbia mai battuto Sherlock Holmes e a cui, in segreto, lo stesso detective ha giurato profonda devozione, conservandone la fotografia e riferendosi a lei solo come “La Donna” per eccellenza.
Infiniti sono i riferimenti che gli scrittori, nel corso della storia, hanno prodotto in omaggio a Sherlock Holmes, a Arthur Conan Doyle o a altri personaggi, in misura maggiore o minore a seconda dei casi. Alcuni di questi sono stati palesi, come l’introduzione di Holmes in un ambiente del tutto nuovo (ad esempio, nella serie ‘Sherlock’ della BBC, ambienta nell’epoca contemporanea) o con allusioni più sottili, come la creazione di un personaggio paragonabile per doti intellettuali e caratteristiche. Uno dei più celebri esempi è la figura del medico Gregory House, protagonista dell’omonima serie tv statunitense, che, guarda caso, vive proprio al 221B di Baker Street, ha un caratteraccio, è un tossicodipendente ed è assolutamente geniale.
Persino la stessa polizia inglese ha voluto rendere omaggio al celeberrimo detective, orgoglio nazionale: il database criminale di Scotland Yard, infatti, è chiamato ‘Home Office Large Major Enquiry System’, il cui acronimo è, appunto, HOLMES, e, allo stesso modo, il programma di allenamento prende il nome di ‘Elementary’.Ancora oggi non è raro, passeggiando per Londra, trovare qualche turista che ti apostrofi chiedendo dove tutt’ora abiti Sherlock Holmes e, in tal caso, non sarà difficile indirizzarlo verso il 221B di Baker Street, dove esiste una perfetta ricostruzione della casa-museo del detective, un’incredibile regno delle meraviglie per ogni appassionato “sherlockian”.
Entrare in quelle stanze è come avere diretto accesso a un’altra epoca, a una Londra vittoriana, allora la più grande metropoli del mondo occidentale, pervasa dalla nebbia, dal rumore incessante delle carrozze e dalle esalazioni delle fabbriche.Magari, con un piccolo sforzo di fantasia, basterà girare lo sguardo per ritrovarsi difronte proprio a Sherlock Holmes, sprofondato nella poltrona e con la pipa in mano, che ci osserva con i suoi penetranti e luccicanti occhi grigi; Sherlock Holmes, infatti, per i suoi appassionati lettori, non è “solo” un personaggio letterario, ma un uomo in carne ed ossa esistito veramente alla fine dell’Ottocento e, magari, tutt’ora in vita. Infatti, cosa ci vieta di immaginare che, in una delle sue tante investigazioni, il buon Sherlock non abbia trovato una sorta di siero della giovinezza che gli permette, ancora oggi, di vivere e di operare in mezzo a noi?
In fondo, sognare non costa nulla. -
—
Apr 23, 2012 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Brave New World (1762)
-
By Aldous Huxley -
Finished on Sep 21, 2011 




-
Add ...
-
-
-
-
- Frankenstein (9585)
-
By Mary Shelley -
Finished on Aug 23, 2011 




-
Add ...
-
-
-
-
- Il ritratto di Dorian Gray (42729)
-
By Oscar Wilde -
Finished on Aug 17, 2011 




-
Add ...
-
-
25 people find this helpful 



Ritratto di un dolore -
«Come il ritratto di un dolore
un viso senza cuore.»
Hamlet - William ShakespeareCosa veramente guadagna un uomo se conquista la vita eterna ma perde la propria anima?
A partire dalla nascita, ad ogni individuo viene concesso di vivere la propria esistenza nella ... (continue ) «Come il ritratto di un dolore
un viso senza cuore.»
Hamlet - William ShakespeareCosa veramente guadagna un uomo se conquista la vita eterna ma perde la propria anima?
A partire dalla nascita, ad ogni individuo viene concesso di vivere la propria esistenza nella maniera che più gli aggrada: qualche forza superiore gli dona la facoltà del libero arbitrio, che lo porta ad agire per tutta la vita secondo i principi dettati dalla propria coscienza o dal proprio istinto, per poi arrivare a sfociare nella più o meno prematura morte, il momento in cui è costretto a pagare il prezzo delle azioni commesse.
In generale, la vita è troppo breve per preoccuparsi di ogni singola scelta e farsi carico di tutti gli sbagli, eppure un solo madornale errore può determinare uno scotto straordinariamente oneroso; infatti, anche se la mente può riuscire ad ignorare ciò che si è commesso, la coscienza, al contrario, non dimentica nulla.
Ma, a volte, nonostante ci si prodighi per agire nella giusta direzione, non si può fare a meno di cedere alle tentazioni. In fondo, secondo il proverbio, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni.Come ci ricorda Oscar Wilde nella sua straordinaria opera, in alcuni momenti la passione per il peccato arriva a dominare a tal punto una persona che ogni fibra, ogni cellula del suo corpo e ogni neurone del suo cervello sembrano votati ad essa. Uomini e donne arrivano a compromettere a tal punto la propria volontà, tanto da dirigersi deliberamente, quasi senza avvedersene, verso una terrificante fine. Sono stregati, automi racchiusi in un involucro di carne, privi di qualsiasi libertà di scegliere: la loro coscienza è languida e agonizzante, attiva al solo scopo di «conferire alla rivolta il suo fascino e alla disobbedienza il suo incanto».
Quando quella vibrante stella del mattino, quel sublime spirito dagli occhi lucenti di nome Dorian Gray, precipitò come un angelo ribelle dal cielo notturno, era molto lontano anche solo dall'immaginare come questo fosse il tremendo destino che gli spettava.«Un sogno di forma in giorni di pensiero», questo è il modo in cui Basil Hallward descrive Dorian Gray all'amico Henry Wotton, per la prima volta, al cospetto del suo ritratto non ancora terminato. Lord Wotton non può fare a meno di rimanere incantato dalle sublimi fattezze del giovane rappresentato, un Adone fatto di avorio e di petali di rosa, un Narciso nel fulgore della propria grazia, una creatura bellissima e pura, qualcosa di sovrannaturale, al limite dell'essenza umana. «Il tuo giovane e misterioso amico, il cui nome non mi hai mai rivelato, ma il cui ritratto mi affascina davvero, [...] dovrebbe essere sempre qui d'inverno, quando non abbiamo fiori da ammirare, e anche d'estate, quando desideriamo qualcosa che rinfreschi la nostra intelligenza.»
Come dargli torto. Nel viso e nella presenza di Dorian Gray dimoravano tutto il candore dell'innocenza, con la sua purezza illibata, e la passione di una giovinezza non ancora compromessa: possedeva la bellezza conservata per noi dai marmi greci, come se fosse rimasto incontaminato dal mondo e dalle brutture che l'esistenza può recare con sè.Eppure la vita di Dorian Gray non era sempre stata semplice, anzi, la storia della sua nascita possedeva la stessa suggestione di una strana favola d'amore: una donna bellissima rovinata da una folle passione, un crimine orribile, un'agonia solitaria e poi un figlio nato dal dolore; ed, ancora, la madre portata via dalla morte e il bambino lasciato nelle grinfie di un vecchio, un tiranno privo tanto carità quanto d'amore.
Tutto questo, secondo Lord Henry, contribuiva ad inquadrare il giovane e a renderlo più perfetto; d'altronde, dietro la venuta al mondo di una tale creatura, doveva esserci qualche cosa di veramente tragico: «l'universo deve travagliare perchè un fiorellino possa nascere».Nonostante tutto, Dorian Gray, all'età di diciassette anni, era un ragazzo delizioso e Lord Henry era convinto di poter fare di lui un tipo veramente meraviglioso; poteva essere plasmato a proprio piacimento e la giuste mani potevano renderlo un titano o condannarlo alla miserabile esistenza di un giocattolo. Che peccato che una tale bellezza fosse destinata a svanire!
Con l'avanzare degli anni e della storia, il giovane sembrerà destinato ad affascinare qualunque persona verrà posta dal destino sul suo passaggio: molti arriveranno a vedere in lui l'incarnazione del tipo umano da tutti sognato, coniugante in sé stesso sia la cultura dello studioso che la passione dell'uomo di mondo.
Dorian Gray arriverà ad appartenere a quella schiera di individui perennemente votati alla grazia e tenterà di rendersi perfetto adorando la bellezza; si rivelerà un esteta e, in quanto tale, assumerà come principio regolatore della propria vita -e, di conseguenza, della coscienza- non i valori morali, il bene o il male, il giusto o l'ingiusto, ma esclusivamente il bello.
Vivrà costantemente la propria vita alla ricerca delle sensazioni più rare e squisite, circondandosi di qualsiasi tesoro prezioso in grado di adattarsi alla sua bellezza, diventando un collezionista di quadri, stoffe, gioielli, strumenti musicali e libri antichi. Proverà orrore per la volgarità e la banalità che molto spesso accompagneranno il popolo dei salotti che si ritroverà a frequentare e, per questo, si auto-collocherà aldilà della morale comune, in una sfera di assoluta eccezionalità rispetto agli uomini da lui ritenuti mediocri. Ogni atto della propria vita arriverà a sublimarsi da materiale ad artistico ed Arte e Vita finiranno per compenetrarsi a vicenda, fino a migliorarsi, a perfezionarsi e, in ultima istanza, a confondersi totalmente.
Il simbolo di tutto ciò: un quadro, un ritratto per la precisione.
Il quid pluris: Lord Henry Watton.
Lo strumento: il pittore Basil Hallward.A partire dal primo incontro fra il pittore e l'esteta, la personalità di quest'ultimo inizierà ad esercitare una straordinaria influenza sul primo. Dorian Gray rappresenterà per il giovane artista un modo alternativo di guardare la vita e una nuova originalità artistica, che si manifesterà a Basil improvvisamente, come una folgorazione, alla stregua di un silenzioso spirito dei boschi profondi che, quasi senza avvedersene, arriva a rivelarsi alla luce del sole, stregando chiunque abbia l'ardore di posare lo sguardo su di esso.
Dominato nell'anima, nella mente e nelle azioni, Basil arriverà ad adorare il suo giovane modello, «l'incarnazione visibile di quell'ideale invisibile la cui memoria perseguita molti artisti come un sogno squisito» e, giungerà a considerarlo l'ombra in vesti umane di un'idea di platonica memoria, probabile archetipo di qualche altra forma ancora più perfetta.
Ma in un'adorazione di tale portata vi è un pericolo, che trova il proprio nido ideale sia nella paura di perdere l'oggetto idolatrato come anche in quella di mantenerlo. Ed è qui che entrerà in scena Lord Henry Wotton, l'input e il suggello della dannazione del giovane Dorian.Per Henry Wotton vivisezionare era un'attitudine naturale e la vita umana era, in fondo, l'unica cosa degna di essere investigata, nella sua essenza fatta di piacere e dolore, di peccato e redenzione. Per questo, trovandosi di fronte a un corpo incontaminato e a un'anima verginale come quella di Dorian Gray, non fu in grado di resistere alla tremenda eccitazione di esercitarvi la propria influenza, di proiettare la propria personalità dentro quella forma graziosa e di osservare l'effetto che faceva.
Convogliare la propria natura in un'altra era un'arte sottile e maliziosa che Henry Wotton sembrava non aver alcuna difficoltà ad esercitare.Con poche parole, Lord Henry, nei riflessi di un pomeriggio di primavera, sconvolse e trasformò per sempre lo spirito di Dorian Gray; gli consigliò di far fruttare la sua giovinezza con ogni mezzo, lo ammonì di non dilapidare l'oro dei suoi giorni stando ad ascoltare i noiosi, o cercando di rimediare a un fallimento senza speranza, o regalando la sua vita agli ignoranti, ai dozzinali, ai volgari. Nulla doveva perdersi di quella creatura sublime, che doveva essere assurta allo status di simbolo vivente, quello di un nuovo Edonismo: il mondo doveva appartenere a quel ragazzo, anche solo per una stagione!
Ma per Dorian Gray il tempo stringeva: i palpati appassionati dei suoi diciassette anni, in un decennio si sarebbero convertiti in membra indebolite e in sensi logori; quell'indole gioiosa avrebbe assunto la pateticità di uno spirito fantoccio, troppo spaventato dal tempo anche solo per dedicarsi alla memoria delle vecchie passioni. Ed allora sarebbe finito tutto: al mondo vi era posto unicamente per la bellezza e per la giovinezza.Per Dorian Gray l'adorazione dei sensi era stata fino a quel momento qualcosa di astratto e pertanto subdolo, allettante ma ignobile. Dorian non aveva mai compreso che la vera natura delle passioni conduce al piacere e al bello e, improvvisamente, le parole di Henry Wotton lo allarmarono e gli fecero percepire l'urgenza di creare una nuova spiritualità, con l'istinto della bellezza come tratto distintivo, in grado di riscattare l'umanità intera, resa animalesca e primitiva dalle sofferenze e dalle privazioni. L'unico scopo di questa nuova dottrina doveva essere l'esperienza stessa e non il suo frutto, dolce o amaro a secondo dei casi; l'uomo doveva abbandonare l'ascetismo e concentrarsi sui singoli momenti della vita, perchè, come aveva profetizzato Lord Henry, questa in un'attimo sarebbe potuta svanire, lasciando il suo posto solo ad una parvenza di esistenza.
Ecco che agli occhi del lettore, in questa presa di coscienza, si concretizza la seduzione di uno spirito puro e la sua iniziazione diabolica, in cui un maestro cinico e mortale, Henry Wotton, trascina Dorian sulla via della perdizione, facendone il suo discepolo e la sua vittima.Lord Henry minò direttamente al cuore dell'innocenza di Dorian Gray e instillò nel giovane un folle desiderio di conoscenza: il pericolo arrivò a deliziarlo, conducendolo alla convinzione che ogni aspetto della vita, per venire appreso, doveva essere sperimentato direttamente sulla pelle. Il sentimento della propria bellezza gli sovvenne come una rivelazione, quando gli era rimasto sconosciuto fino ad allora: ora poteva vedere in maniera palpabile l'ombra della propria avvenenza e trarre da essa profitto, con tutte le conseguenze del caso.
Il passaggio dall'ignara ingenuità dell'infanzia alla maliziosa consapevolezza di essere diverso dai propri simili, segnò per Dorian Gray l'inizio di una nuova esistenza, dominata da quella fatalità che sembra accompagnare ogni distinzione fisica ed intellettuale e che pare perseguitare senza tregua tutti i grandi protagonisti della Storia dell'uomo.
«Noi tutti soffriremmo per quello che gli dèi ci hanno dato. Soffriremo terribilmente.»Al cospetto del suo ritratto, Dorian Gray è in grado di percepire l'ineluttabilità di una sorte incombete e in esso decide di rimettere il segreto della propria vita. Il suo stesso volto dipinto arriva ad osservarlo con crudeltà, quasi per deriderlo, il bel viso perfetto e immutabile, il sorriso appena accennato, i capelli per sempre lucenti, gli occhi vividi e scintillanti. Un incredibile senso di disperazione accompagna questa nuova terrificante presa di coscienza, fino al punto di assumere i contorni di una logorante compassione per sè stesso: tempo qualche anno e l'oro dei suoi capelli si sarebbe inaridito nel grigio della vecchiaia, gli occhi avrebbero perso qualsiasi lucentezza e il rosa delle sue guance si sarebbe avvizzito in un pallore mortale.
Incatenato al ticchettante scorrere del tempo, ogni mattina Dorian Gray si sarebbe seduto davanti al quadro, meravigliandosi e innamorandosi della propria bellezza improntata su una tela, mentre uno specchio gli avrebbe mostrato il vero sè stesso condannato ad assumere le sembianze una creatura spregevole, tanto mostruosa da meritare di essere nascosta dalla luce del sole e lasciata morire chiusa a chiave in una stanza.Così il folle desiderio di sottrarsi al dolore di una giovinezza destinata ad estinguersi per sempre, arriverà ad abbandonare il suo fautore per impregnarsi nella pittura, intrecciandosi con ogni singola sfumatura delle tempere, capovolgendo il destino come solo il più bieco patto col demonio sarebbe in grado di fare. Per sempre splendido, per sempre ammirato, Dorian Gray avrebbe riconosciuto nel quadro il più magico degli specchi: seguendo la propria mente nei luoghi più segreti, il ritratto, che per primo gli aveva rivelato la bellezza del suo corpo, ora gli avrebbe svelato la sua anima.
Quando per il Dorian Gray dipinto sarebbe venuto l'inverno, il suo alter ego di carne avrebbe recato con sè una primavera eterna; quando il sangue sarebbe defluito dal viso del quadro, portandosi via l'incanto della giovinezza, il vero Dorian Gray avrebbe mantenuto qualsiasi fiore della sua bellezza; forte e invincibile come un dio greco, e, soprattutto, immortale.
Il dado era tratto: giovinezza eterna, passione infinita, piaceri segreti, gioie sfrenate e vizi ancor più sfrenati, ora erano a lui concessi: il ritratto avrebbe portato il peso della sua vergogna; ad ogni peccato commesso, una macchia indelebile avrebbe deturpato il sé stesso dipinto e questo, mutato o no, sarebbe stato per lui l'emblema visibile della coscienza.Da qui ha inizio il degrado vertiginoso di Dorian Gray, sempre più innamorato della bellezza e sempre più interessato alla rovina della propria anima: tanto più conosceva e tanto più desiderava conoscere.
In questo vortice di perdizione, il lettore accompagnerà Dorian in ogni suo passo, dai salotti sfavillanti ai più sordidi quartieri di una grigia mostruosa Londra, in una girandola di uomini e donne spregevoli, vizi travolgenti, splendidi peccati e morti innocenti.E' la Londra del XIX secolo, la Londra del lusso più opulento e della miseria più sfrenata, la Londra delle fumerie d'oppio, dove si poteva comprare l'oblio, e dei bugigattoli dell'orrore, dove la vergogna dei peccati trascorsi poteva essere cancellata con la follia di nuovi peccati. In questa realtà marcescente si muove sinuosa la splendida figura di Dorian Gray, portando con sè la propria vita senza anima e il peso di una coscienza ripugnate, coperta da un panneggio, rinchiusa nel buio di una stanza polverosa.
Non vi sarà redenzione: come ci ricorda Oscar Wilde, nella prefazione all'Opera, «ogni eccesso, così come ogni rinunzia, reca il proprio castigo». Lord Henry Wotton, spettatore della commedia, ne rimarrà ferito più profondamente che se ne avesse preso parte; il pittore Basil Hallward, fautore di vanità e idolatria, morirà per mano stessa dell'oggetto da lui venerato; Dorian Gray, che abbandonò lo spirito per il piacere, assassinando la propria coscienza, ucciderà anche sé stesso.
Il Ritratto di Dorian Gray è un'Opera meravigliosa: con squisite perifrasi dal suono delicato, tutti i peccati del mondo passano in rassegna, in una sfilata terrificante e silenziosa. Lo stile è quello inconfondibile e curiosamente prezioso di Wilde, contemporaneamente vivido e oscuro, intriso tanto di grazia quanto di disperazione. La vita dei sensi, tramite la sua penna, diventa filosofia mistica ed è difficile comprendere se ciò che si legge sia frutto delle fantasie estatiche di un qualche santo o delle confessioni morbose di un peccatore. Pagine intrise dell'odore dolciastro dell'oppio e del delicato profumo delle rose, pagine monotone e musicali, uno spartito fatto di nenie ancestrali e ritornelli elaborati, pagine che parlano di amore e ombre, di fantasticherie e di malattie sognanti.
Oscar Wilde mette tutto sé stesso in questa opera e al lettore non resta che adagiarsi ed osservare rapito l'eccezionale ferrea logica delle passioni, la variopinta e commossa vita dell'intelletto e seguire entrambi, in un vortice di eventi, fino a giungere nel punto in cui tutto si ritrova, si riunisce e svanisce.
«Dicono che i grandi eventi dell'umanità si svolgono nello spirito.
Ed è nello spirito,solo nello spirito, che si commettono i grandi peccati dell'umanità.» -
—
Apr 10, 2012 |
Add your feedback
-
-
-
-
22 people find this helpful 



This could really be a good life. -
Recensione completa su: http://handwrittenpoetry.blogspot.com/2011/07/recension…
[...]
Ma cosa rende così speciale Un Giorno? Innanzitutto la struttura non è fra le più usuali.
E' il 15 Luglio 1988, siamo ad Edimburgo e Emma e Dexter sono ragg ... (
continue ) Recensione completa su: http://handwrittenpoetry.blogspot.com/2011/07/recension…
[...]
Ma cosa rende così speciale Un Giorno? Innanzitutto la struttura non è fra le più usuali.
E' il 15 Luglio 1988, siamo ad Edimburgo e Emma e Dexter sono raggomitolati l'uno accanto all'altra sul letto a una piazza della ragazza, nudi e pieni di belle speranze, a ridere sommessamente e a parlare del futuro e dei propri progetti. E' la loro prima alba da laureati... è la loro prima alba insieme. Da quella notte nel 15 Luglio di ogni anno le vite di Emma e Dexter in qualche modo si incroceranno. Il 15 Luglio non è una data a caso: è la festa di St. Swithin e St Swithin's Day è la canzone con cui la lacerante voce di Billy Bragg evoca dal 1985 sepolte nostalgie. Un Giorno rivisiterà Emma e Dexter in questa ricorrenza nel corso dei successivi vent'anni, che li vedranno tracciare le proprie vite in parallelo, senza tuttavia allontanarsi mai veramente l'uno dall'altra, mantenendo sempre una connessione indissolubile fra loro, che diverrà ogni volta più scoppiettante ed evidente nei loro momenti di intersezione: Emma e Dexter sono più felici, più divertenti, semplicemente persone migliori quando sono insieme e per questo sono destinati ad amarsi perdutamente.
In questo modo due sconosciuti diventeranno una coppia di amici, migliori amici, anche se le loro strade arriveranno a divergere radicalmente. Il 15 Luglio potrà capitare di vederli a cena, a raccontarsi le miserie e le conquiste dell'anno passato, oppure sul ponte di un traghetto sul Mar Egeo, ad arrostirsi al sole e a leggere; non sarà raro vederli battibeccare, litigare e incriminarsi a vicenda, per poi rincorrersi, lasciare un messaggio a una stupida segreteria telefonica, ubriacarsi, ritrovarsi e fare l'amore fino a diventare adulti. Quello che appare evidente a chiunque, ovvero che Emma e Dexter in fondo sono fatti l'uno per l'altra, è un pensiero ricacciato nelle profondità del cuore di entrambi, perché la verità è che Em e Dex sono troppo innamorati per deludersi.
[...]
La scelta di descrivere una storia d'amore con l'espediente di raccontare vent'anni nello stesso giorno si rivela essere un dispositivo estremamente efficace, in grado di fornire una serie di vivide istantanee di una relazione. Al termine di ogni capitolo il lettore si ritrova a chiedersi cosa accadrà dopo, quando improvvisamente, alla pagina successiva, un anno è già passato e la situazione è completamente stravolta, cambiata in modi sorprendenti, ma estremamente credibili. Infatti la vita è imprevedibile, sempre in bilico fra idillio e disperazione, volubile, incostante e per questo estremamente preziosa.
Nicholls affermò di aver voluto creare «l'impressione di guardare attraverso un album fotografico», in modo che i personaggi cambiassero all'apparenza, rimanendo in fondo sempre fedeli a sè stessi.[...]
Lui è Dexter Mayhew, il prototipo della nuova razza dell'homo britannicus: bello, ricco, irriverente, megalomane, orgoglioso della propria libidine e della propria virilità. Dexter è tutto quello che una metropoli come la Londra degli anni '80 può desiderare di partorire: un giovane rampante nel fiore dei suoi anni, intimidito e imbarazzato da nulla, amante delle macchine sportive, degli orologi in titanio, dei locali notturni e del sesso sfrenato. Se non fosse per quel ciuffo sbarazzino sugli occhi, il sorriso sfrontato e la parlantina brillante, Dexter apparirebbe solo come l'ennesimo sbruffone insolente che, per qualche fortunata circostanza, ha raggiunto il piccolo schermo e il successo. Ma Dex, in realtà, è molte altre cose prima di essere lo scintillante presentatore dal finto accento cockney. Dexter è, in fondo, un romantico, un ragazzo dall'intelligenza brillante che sovente si trova a ricoprire la parte dell'adorabile imbecille.
Lei è Emma Morley, rampolla del proletariato in ascesa: non è propriamente una vera bellezza, non possiede parentele altolocate o quantomeno benestanti, ha un irritante accento dello Yorkshire e non presta alcuna attenzione alla sua presenza fisica. Ha lasciato il suo paesino natale per trasferirsi ad Edimburgo, dove si è laureata a pieni voti in Lettere e Drammaturgia, non privandosi neppure del dottorato in Pedagogia. Senza dubbio Emma ha una mente davvero brillante, una lingua tagliente e un arsenale inesauribile di risposte sarcastiche e pepate: con un buon taglio di capelli e un vestito nuovo sembrerebbe davvero targata per il successo. Purtroppo tutto questo non le impedisce di rovinarsi i suoi anni migliori, lavorando in un ristorante messicano di infimo livello, e di dividere l'appartamento con una detestabile coinquilina, Tilly Killick, che non manca mai di farle trovare i suoi gargantueschi reggiseni a mollo nel lavandino della cucina oppure un pezzo di formaggio smozzicato nel frigorifero.
E' opinione comune -anche di Dexter- che Emma, in fondo, lo faccia apposta a vivere male, quasi a volersi cucire addosso un'aura da poetessa maledetta, in modo da assecondare la propria vena creativa: infatti il sogno di Emma è quello di scrivere e non sarà raro vederla cimentarsi nella stesura di poesie, sonetti, pièce teatrali, romanzi, saggi e sceneggiature televisive impegnate.
Eppure Emma Morley, a dispetto delle apparenze, è quanto di più lontano dal prototipo di nerdy che Londra ha da offrire: Emma, in realtà, è sveglia, intellettuale, indipendente e, pure lei, intimamente romantica. Tuttavia è anche estremamente, eccessivamente, consapevole: Emma, a differenza di Dexter, sa bene che maneggiare i sentimenti è come camminare sui carboni ardenti.[...]
La narrativa non sempre assomiglia alla vita; nei romanzi, molto spesso, tutti si prendono perlopiù sul serio, a partire dall'autore. Un Giorno, invece, si presenta con una garbata e stuzzicante dose di ironia, srotolando in un battibaleno vent'anni di vicende, per costruire una sola storia: quella di un amore sempre rinviato.Eppure non si tratta di un romanzo rosa, la cui funzione è apertamente afrodisiaca, capace di appagare l'indefinita tensione erotica femminile tra equivoci, interruzioni e ostacoli, ma che, alla fine della fiera, è in grado di fornire al lettore abbondanti dosi di desiderio e possesso. Niente di tutto questo è Un Giorno. Amore c'è, sesso anche, elementi fondamentali nella chimica inconfutabile instauratasi fra Emma e Dexter, come in quella di ogni coppia. Ma con Un Giorno ciò che entra veramente in campo sono i sentimenti, quelli più belli e puri, che oggi definiremmo come "ottocenteschi".
La storia d'amore è abbagliante e insidiosa e Emma e Dexter, nel loro procedere a tentoni, più di una volta, fra incontri, matrimoni falliti, sballi, viaggi e lavoro, rischieranno di perdere per sempre l'unica e più importante occasione che la vita gli ha offerto: il loro legame.[...]
La trasparenza della scrittura arguta di Nicholls richiama alla mente, ancora una volta, Nick Hornby: una prosa leggera ed estremamente scorrevole, ben lontana dal lasciare intravedere il duro lavoro che c'è dietro la propria composizione, ma comunque in grado di trasmettere la ricchezza delle proprie caratterizzazioni e il rifiuto di fornire qualsiasi tipo di consolazione facile. Infatti, nonostante la brillantezza comica, Un Giorno è anche un racconto sulla solitudine e sulla ferocia del destino, in grado di far emergere il terrificante divario fra le aspirazioni giovanili e i compromessi che, ahimè, si finisce per tollerare.
Come Hornby, Nicholls preferisce la pop-culture alla high-culture e come Hornby riesce a colpire il jackpot del lettore più tradizionale senza sacrificare intelligenza e sottigliezza.Beh, credo che ormai tutti ne sarete convinti: Un Giorno è davvero un meraviglioso, meraviglioso libro, saggio, divertente, ammiccante, compassionevole e, spesso, anche insopportabilmente triste.
Un Giorno è semplicemente emozionante, raffinato e leggero, naturale come il decadere delle epoche, delle etichette, degli ideali e dei modi per dannarsi. -
—
Jul 27, 2011 |
2 feedbacks
-
-
-
-
- Le domande di Brian (907)
-
By David Nicholls -
Finished on Jun 23, 2011 




-
Add ...
-
-
-
-
- American Gods (5503)
-
By Neil Gaiman -
Finished on Apr 11, 2011 




-
Add ...
-
-
22 people find this helpful 



-
Vi sono numerosi aspetti sconcertanti in American Gods, che disorientano l'ignaro lettore che si aspetta un trattamento tradizionale della materia, ma sono proprio questi aspetti dissestanti che rendono il libro più innovativo e interessante di quanto sarebbe stato altrimenti.
Ameri ... (continue ) Vi sono numerosi aspetti sconcertanti in American Gods, che disorientano l'ignaro lettore che si aspetta un trattamento tradizionale della materia, ma sono proprio questi aspetti dissestanti che rendono il libro più innovativo e interessante di quanto sarebbe stato altrimenti.
American Gods è essenzialmente una gothic novel dalle premesse molto ambiziose, ma che svolge la propria intricata matassa narrativa in una successione di episodi e digressioni che sfidano apertamente le convezioni di un romanzo gotico o horror. L'azione non è serrata, la suspense è praticamente inesistente nella quasi totalità del racconto, c'è poca violenza, poco sangue e poco interesse per i particolari più raccapriccianti e disgustosi. La vera anima goticizzante del titolo, infatti, come già scritto, non rispetta i canoni e non si realizza nell'azione, bensì nell'abilità dell'autore di ricreare immagini e atmosfere tali da rimandare ad un universo noir e melancolico, un'America fredda e inospitale popolata da personaggi in scala di grigi, bloccati in un passato a cui nessuno può e deve fare ritorno. Infatti l'America non è terra per gli dèi.La trama del romanzo può essere sintetizzata nel "lungo vagare" del protagonista Shadow per il Midwest americano più squallido e dimenticato, via via affiancato da compagni occasionali, inusuali e "divini"; tra Wisconsin, Illinois, Kansas e South Dakota, perseguendo una missione fino alle ultime battute ignota anche a egli stesso, Shadow si destreggerà fra attese, rapimenti e misteri, alla ricerca di gigantesche giostre di paese, lavorando per agenzie di pompe funebri e pernottando in malsani motel, miserabili riserve indiane e idilliaci paesini celanti terrificanti segreti...
...recensione completa su:
http://handwrittenpoetry.blogspot.com/2011/04/speciale-… -
—
Apr 24, 2011 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Orgoglio e pregiudizio (22940)
-
By Jane Austen -
Finished on Jul 18, 2010 




-
Add ...
-
-
-
-
- Mondo senza fine (11366)
-
By Ken Follett -
Finished on Apr 20, 2009 




-
Add ...
-
-
-
-
- I pilastri della terra (22106)
-
By Ken Follett -
Finished on Mar 20, 2009 




-
Add ...
-
-
-
-
82 people find this helpful 



Apokalypsis -
Già dall’incipit, quando il protagonista Wiston Smith rientrando nei suoi modestissimi appartamenti, viene accolto dal lezzo stantio di cavoli bolliti e di stuoini logori, il lettore riesce a percepire l’atmosfera claustrofobica e catastrofica che lo accompagnerà fino all’epilogo.</p><p> ... (
continue ) Già dall’incipit, quando il protagonista Wiston Smith rientrando nei suoi modestissimi appartamenti, viene accolto dal lezzo stantio di cavoli bolliti e di stuoini logori, il lettore riesce a percepire l’atmosfera claustrofobica e catastrofica che lo accompagnerà fino all’epilogo.</p><p>Quella che Orwell ci descrive è un’apocalisse in scala di grigi, un paradosso che rasenta il bluff, l’apogeo della corruzione umana; ci descrive una Londra irriconoscibile, uggiosa e pessimista, che aborrisce la vita in quanto tale, dilaniata da una società gerarchica senza scampo.<br />La democrazia e le libertà sono ormai concetti astratti, superati, che perdono il loro stesso significato con la scomparsa dei termini con cui vengono descritte. Infatti la neolingua non prevede tutto questo; controllando la lingua si restringe al massimo la sfera d’azione del pensiero: ogni concetto sarà definito da una sola parola, tutti i significati ausiliari verranno tralasciati, dimenticati, sgretolati, perché futili, fuorvianti, pericolosi. Si potrà mai pensare a qualcosa come la libertà, quando il concetto stesso di libertà verrà abolito?</p><p>Ma Londra non è che un granello di polvere nel deserto di sentimenti che sembra essere diventato il mondo del 1984. Un’epoca che sembra ridicola definire ai giorni nostri, un’epoca in cui l’ortodossia –o il non aver bisogno di pensare- regna sovrana, dove chi è troppo intelligente scompare, vaporizzato, dove i fatti e la storia vengono disintegrati, nell’indifferenza generale che costituisce il tacito assenso al regime. Un’epoca dove il mondo oggi conosciuto è scomparso, inghiottito nel gorgo dell’ambizione umana, racchiuso in tre superstati in perenne guerra fra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia.<br />Follia e saggezza si scambiano di posto e si confondono nella logica del bipensiero, dove chiunque può sostenere tutto e il contrario di tutto, in un macabro gioco psichedelico, dove il nemico di un momento diviene l’alleato del giorno dopo, dove ci si può dimenticare in un attimo di aver tenuto fra le dita la prova di essere costantemente immersi nella più grande commedia che la mente umana potrà mai generare.</p><p>Il Socing non è solo un partito. E’ il Partito, incarnato in un uomo baffuto che abbozza un sorriso sotto i folti baffi neri, con un’aria serena e decisa. Il Grande Fratello. Ti sta guardando, ti sta sorridendo. Oppure no.</p><p>Il Socing descritto da Orwell è invincibile, manipola e plasma i suoi seguaci, anche se involontari, a sua immagine e somiglianza. E’ una forza che entra nella testa, qualcosa che martella il cervello, inculcandovi la paura di esprimere opinioni personali, persuadendo chiunque a negare l’evidenza, a diffidare dei propri sensi. Se il Partito proclamava che 2+2 era uguale a 5, allora tutti avrebbero dovuto crederci. Perché no? Se la realtà ci viene proiettata attraverso la nostra mente, chi ci assicura che la nostra mente sia sotto controllo? Chi ci assicura che non siamo totalmente folli?</p><p>E’ in questa realtà fatiscente d’ideali dove si muove il protagonista Wiston Smith, “l’ultimo uomo sulla terra”, l’unico che sembra volere e potere conservare una parvenza di umanità in una realtà che sembra aver perso tutto quello che la rende tale. Niente di speciale questo Wiston, non particolarmente intelligente, né particolarmente prestante, con un passato dimenticato e da dimenticare. Però ha voglia di vivere. Ha voglia di pensare, lottando contro i dettami del Socing; ha voglia di ribellarsi, inseguendo una vana utopia; ha voglia di amare e non solo al fine esclusivo di riprodursi. Ma neppure lui riuscirà a disertare, non riuscirà ad uscire dal cono d’ombra creato dal Grande Fratello, che ha i suoi occhi nei teleschermi che osservano la popolazione 24 ore su 24 e il suo braccio nella terribile psicopolizia; nel Ministero dell’Amore, davanti a uno specchio, vedendo il suo corpo scheletrico, la pelle grigia e lo sguardo spento, Wiston Smith capirà il paradosso della follia che diventa autodisciplina, capirà che l’ultimo uomo sulla terra, l’ultimo degno di essere chiamato tale, non è altro che una larva rachitica senza futuro, senza vie di fuga. Un verme che per combattere un regime inumano ha messo in palio la propria dignità, insieme alla propria vita e a quella di persone innocenti. Può questo essere ancora chiamato uomo?<br />Non può sfuggire al Grande Fratello, se non attraverso la morte. Ma anche in quell’ultimo istante, lui conseguirà la sua vittoria. Sì, perché finalmente Wiston lo imparerà ad amare. </p><p>1984 si inserisce a pieno titolo nella corrente di romanzi europei che compaiono a cavallo del primo e del secondo dopoguerra, caratterizzati da un pessimismo radicato, conseguenza di una crisi di valori proprietà degli intellettuali borghesi nel positivismo e in tutte le correnti derivanti, come il comunismo. Questa corrente letteraria prende il nome di dystopia -antiutopia- e annovera fra i suoi “seguaci”, oltre ad Orwell, altre rispettabilissime personalità come Ray Bradbury. </p><p>Orwell, al fine di combattere lo stalinismo e qualsiasi altra forma di totalitarismo, scrisse dapprima la celeberrima Animal Farm e poi 1984, titolo ottenuto invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui l’autore incominciò la stesura del romanzo, il 1948. </p><p>Questo baluardo del filone Cyberpunk, costituisce un’accusa chiara ed innegabile nei confronti della pretesa marxista-leninista di piegare la popolazione e la realtà per un fine superiore, ufficialmente la felicità del proletariato e ufficiosamente l’obbedienza al partito comunista stesso. Non è difficile, infatti, identificare la descrizione del Grande Fratello con il volto di Stalin, oppure quella dell’eversivo Goldstein con tratti somatici di Trotskij, il nemico numero uno dello stalinismo. </p><p>Fondamentale risulta l’intreccio fra realtà romanzata e teorie politiche, incarnate nella figura del protagonista Wiston Smith (il cui nome “Wiston” deriva da Wiston Churchill e “Smith” è il cognome inglese più comune), il cui lavoro è quello di mutare perennemente la storia passata, non solo per celare errori e contraddizioni del Partito, ma anche per preservare la volubilità dell’uomo medio che non possiede alcun mezzo di ribellione se non la propria coscienza, facilmente discutibile. </p><p>1984 è per eccellenza la meraviglia di Orwell, baluardo dell’utopia negativa, il cui principio centrale è la mutabilità del passato, dogma necessario per fissare la stabilità del regime e che si incarna perfettamente nell’agghiacciante e altrettanto indiscutibile verità condensata in uno slogan del Partito:</p><p>“Chi controlla il passato, controlla il futuro. <br />Chi controlla il presente, controlla il passato”</p><p>Un vero capolavoro.
-
—
Jan 18, 2009 |
5 feedbacks
-
-
-
-
- Le quattro stagioni di Boscodirovo (81)
- e altre storie
-
By Jill Barklem -
Finished on Dec 28, 2008 




-
Add ...
-
Lo Hobbit
Articolo pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/12/10/an-unexpec…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)
--
Conosciamo tutti la storia.continue)
C’era una volta un distinto uomo inglese, insolitamente talentuoso e un po’ ossessivo, che un bel giorno decise di creare un ... (
Articolo pubblicato su: http://leanimesalve.wordpress.com/2012/12/10/an-unexpec…
_Dacci un'occhiata! Grazie! :)
--
Conosciamo tutti la storia.
C’era una volta un distinto uomo inglese, insolitamente talentuoso e un po’ ossessivo, che un bel giorno decise di creare un nuovo tipo di romanzo: un fantasy epico dal sapore medievale con protagonisti una serie di bizzarri personaggi impegnati in un lungo viaggio attraverso lande sconfinate e paesaggi molto inglesi; un tour de force apparentemente interminabile ma che, alla fine, li avrebbe riportati sempre a casa.
La strada per la Terra di Mezzo iniziò ad essere tracciata nel tardo 1890, quando un John Ronald Reuel Tolkien di sette anni venne completamente rapito dalla leggenda nordica di Sigfrido che uccide il drago Fafnir. Il piccolo Tolkien ne rimase tanto profondamente colpito da decidere di scrivere una propria storia con protagonista un avido drago a guardia di un tesoro; purtroppo per noi, questo prezioso gioiello di creatività fanciullesca è andato disperso fra i meandri della Storia.
Un altro piccolo seme che costituirà una delle basi fondamentali della mitologia tolkieniana proverrà da ‘Macbeth’. Per il Tolkien ragazzo era un vero inganno che la profezia delle streghe sulla foresta di Birnam venisse soddisfatta da un manipolo di noiosi soldati che, marciando verso il castello di Dunsinane, trasportassero qualche ramo. “Volevo mettere a punto un realtà in cui gli alberi avrebbero davvero potuto marciare verso la guerra”, dichiarerà Tolkien; il ché, più di mezzo secolo dopo, è quello che gli Ent de ‘Il Signore degli Anelli’ effettivamente faranno.
In una lettera del 1955, Tolkien ricorda come iniziò a lavorare a ‘Lo Hobbit’ un giorno all’inizio del 1930, mentre stava firmando alcuni diplomi scolastici. Trovò davanti a sé una pagina vuota e, improvvisamente ispirato, scrisse le parole: «In un buco nella terra viveva uno hobbit».
Alla fine del 1932 la storia de ‘Lo Hobbit’ era completa e il manoscritto iniziò a essere letto e apprezzato da diversi amici di Tolkien, fra cui C.S. Lewis e una studentessa di nome Elaine Griffiths.
Nel 1936, quando Susan Dagnall, appartenente allo staff della casa editrice George Allen & Unwin, incontrò Elaine, le venne dato in regalo proprio ‘Lo Hobbit’, di cui ne rimase folgorata. Susan Dagnall, a sua volta, prestò il libro allo stesso Stanley Unwin, che chiese al figlio Rayner di 10 anni di leggerlo e di dirgli cosa ne pensasse. I commenti entusiasti del giovane Rayner, convinsero definitivamente Allen & Unwin a pubblicare il libro di Tolkien.
La prima pubblicazione avvenne nell’ottobre del 1937. ‘Lo Hobbit’ fu accolto da recensioni favorevoli quasi all’unanimità, sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, tra cui quella del ‘Times’ e del ‘New York Post’. Era l’inizio di una sfolgorante carriera letteraria che avrebbe portato Tolkien in cima all’olimpo dell’universo fantasy.
La trama de ‘Lo Hobbit’, in realtà, è abbastanza semplice. Protagonista è Bilbo Baggins, un hobbit appunto, chiamato ad accompagnare 13 nani in una sensazionale avventura, che lo porterà dalla sua amata Contea fino alla Montagna Solitaria, attraverso le Terre Selvagge, le Montagne Nebbiose e Bosco Atro. Lì Bilbo potrà svolgere il lavoro per cui è stato assoldato, ovvero quello di scassinatore, scoprendo l’ingresso alla Montagna in modo che i suoi compagni nani possano incontrare e sconfiggere il drago Smaug, colpevole di aver rubato il loro tesoro e di aver distrutto il loro regno molti anni prima.
Nel complesso la trama de ‘Lo Hobbit’ potrebbe sembrare insignificante ad alcuni lettori odierni, semplicemente perché sono decine le repliche che sono state concepite dopo la sua pubblicazione. Tuttavia, anche se si ritiene di aver già letto abbastanza storie del genere, vale assolutamente la pena di dare un’occhiata alla versione tolkieniana.
Non possiamo perdere di vista l’idea che ‘Lo Hobbit’ fu inizialmente concepito come una storia per bambini, la naturale evoluzione dei racconti che Tolkien narrava a suo figlio prima di dormire. ‘Lo Hobbit’ è un lavoro molto più semplice rispetto a ‘Il Signore degli Anelli’ e sembra essere stato scritto apposta per essere letto ad alta voce da un adulto a un bambino. Tuttavia, Tolkien riserva materiale un po’ per tutti: per gli adulti ci sono elementi che stimolano alla riflessione, mentre per il fanciullo c’è una magnifica avventura provvista di morale, con una forte qualità allegorica.
Per un adulto che legge di Smaug e dell’alleanza di Nani, Elfi e Uomini nella battaglia finale, è chiaro come leggenda, tradizione e storia arrivino a mescolarsi, mentre per un lettore dagli 8 ai 12 anni ‘Lo Hobbit’ è semplicemente una narrazione magnifica, piena di suspense e condita da un umorismo pacato e irresistibile.
Il narratore è onnisciente e il protagonista è un personaggio a cui i bambini possono far facilmente riferimento, date, ad esempio, le sue piccole dimensioni, la sua ossessione per il cibo e la moralità decisamente ambigua. ‘Lo Hobbit’, inoltre, sottolinea apertamente il progresso narrativo e al suo interno vengono fatte distinzioni molto chiare fra ciò che è “sicuro” da ciò che è “pericoloso”, cosa è “vicino” e cosa è “lontano”, una struttura tipica del romanzo di formazione.
La prosa di Tolkien è semplice e senza pretese e prende come assodata l’esistenza della Terra di Mezzo, descrivendola in tutti i suoi minimi dettegli. Il nuovo e l’elemento fantastico vengono introdotti nella narrazione in maniera quasi casuale, fatto che contribuisce ad avvolgere e integrare maggiormente il lettore nel mondo fittizio descritto, piuttosto che tentare di convincerlo in maniera sensazionalistica della sua realtà. Sebbene il linguaggio di Tolkien sia genuino e amichevole, ogni personaggio ha una propria voce unica, che evidenzia la sua psicologia e dona ogni volta un ritmo diverso alla storia; persino il narratore ha il proprio stile linguistico, completamente separato da quello dei personaggi principali.
Il tema basilare di tutta la storia è quello della ricerca, che si sviluppa in una serie di episodi che si susseguono senza sosta fino alla conclusione, che tira le file di tutta la narrazione. Per la maggior parte del libro, ogni capitolo presenta un diverso abitante delle Terre Selvagge che Bilbo e i suoi compagni si troveranno a incontrare, taluni cordiali e disponibili, altri estremamente minacciosi e pericolosi. Tuttavia, il tono generale è mantenuto sempre in una dimensione molto leggera e assolutamente piacevole, essendo intervallato sovente da trascrizioni di canti e da elementi di vero umorismo inglese.
Un esempio dell’uso della canzone per stemperare la tensione e mantenere un’atmosfera nonostante tutto sognante, è quando il capo dei nani Thorin e i suoi compagni vengono rapiti dagli orchi delle montagne che, mentre marciano verso il loro regno sotterraneo, cantano:
Afferra! Azzanna! Voragine nera!
Acciuffa, sbatti! Pizzica, agguanta!
E giù degli orchi nel tetro palazzo
tu finirai, ragazzo!
Questo canto, in inglese dal suono quasi onomatopeico, arricchisce una scena potenzialmente pericolosa e angosciante con puro senso dell’umorismo; questa è un’operazione più volte compiuta da Tolkien, nel momento in cui sceglie, ad esempio, un accento cockney per la parlata degli orchi o enfatizza l’ebrezza alcolica di un carceriere elfico.
In tutti i personaggi de ‘Lo Hobbit’ possiamo vedere una caricatura delle varie sfaccettature dell’essere umano tanto da renderli, in alcuni casi, addirittura grotteschi.
Il primo personaggio che incontriamo è il piccolo Bilbo Baggins, che, come ogni hobbit che si rispetti, ama la vita agiata e tranquilla ed è avverso a qualsivoglia avventura (che ti fa arrivare in ritardo a cena, dopotutto); tuttavia, segretamente nutre una vera e propria attrazione per le mappe e le storie di draghi e principesse (specialmente se raccontate dopo un’ottima cena), che rompono la monotonia della sua calma e prevedibile esistenza quotidiana. Bilbo è un personaggio meravigliosamente genuino, che inizialmente conosciamo ancora immerso nella propria innocente dimensione in miniatura. L’amore per le cose semplici di Bilbo è in grado di evocare la parte hobbit che è custodita in ognuno di noi. Con questo non voglio intendere un paio di piedi coriacei ricoperti da una peluria castana, ma quel lato di noi che desidera un tempo più semplice in cui vivere, dove è necessario unicamente prendersi cura del nostro mondo personale, lo stesso istinto che ci aiuta a scomparire velocemente e in silenzio quando qualche difficoltà si affaccia alla nostra porta.
Naturalmente, questo non è il modo in cui stanno le cose nel mondo reale e non è neppure il modo in cui le cose funzionano nella Terra di Mezzo. ‘Lo Hobbit’, quindi, non è altro che il racconto di come Bilbo si troverà improvvisamente catapultato in una realtà selvaggia e ostile, che però gli permetterà di auto-realizzarsi e di scoprire un qualcosa in se stesso che non sapeva di avere, portando a compimento il proprio Hero Quest, il viaggio dell’eroe.
Quanto più Bilbo e il lettore si addentreranno nella narrazione e nella Terra di Mezzo, tanto più la difficoltà e la rischiosità delle sfide che si presenteranno aumenterà esponenzialmente. Si inizia, infatti, con un fallito tentativo di furto di Bilbo nei confronti di tre stupidi troll, fino al termine, quando il nostro piccolo eroe dovrà trovare il coraggio per affrontare da solo il temibile drago Smaug, nel profondo della sua tana.
Ovviamente, Bilbo non sarà solo in questo viaggio, ma verrà aiutato da Gandalf, dai Nani, dagli Elfi di Gran Burrone, da qualche aquila gigante e da un incontro fatale presso le oscure radici delle Montagne Nebbiose. Tuttavia, la storia dimostra che nessuna di tali assistenze sarebbe stata efficace se Bilbo non avesse avuto già un qualcosa dentro di sé – una piccola predisposizione all’avventura – che gli permetterà di compiere sempre le scelte giuste nel suo percorso di ricerca.
Per quanto riguarda l’incontro fondamentale che Bilbo avrà nel profondo delle Montagne Nebbiose, questo costituirà l’allegoria principale di tutto il romanzo. In primo luogo, il cammino nelle viscere della montagna simboleggia la discesa agli inferi, ovvero i luoghi più oscuri e inaccessibili del nostro io. Senza affrontare questo difficile percorso, nessuno sarebbe in grado di scoprire la propria vera essenza e la ricerca sarebbe quindi vana. All’interno delle oscurità della montagna Bilbo è in grado di dimostrare coraggiosamente il proprio valore e per questo verrà ricompensato con la scoperta di un misterioso anello. Tuttavia, prima di poter rivendicare questo tesoro come suo, dovrà superare la prova più difficile: affrontare l’ombra di se stesso. Questa ombra verrà perfettamente rappresentata dal miserabile Gollum, elemento chiave di tutta la vicenda.
Gollum un tempo era una creatura simile a un hobbit, ma quando incontra Bilbo è ormai un essere degenerato sia moralmente che fisicamente. Gollum è una piccola e viscida creatura scheletrica, con lunghi piedi palmati e grandi occhi luminosi, che trascorre l’esistenza nell’oscurità di un lago sotterraneo, aspettando il momento giusto per nutrirsi di qualche orco sprovveduto. L’unico motivo di gioia per Gollum è un anello magico, conquistato molti anni prima, che ha la capacità di renderlo invisibile. Il sentimento provato verso l’anello è paragonabile a una vera propria ossessione, tanto che Gollum arriverà a chiamarlo “il mio tesoro”, lo stesso appellativo che usa anche per se stesso. Degenerato, schizofrenico, subdolo, Gollum viene tuttavia descritto da Tolkien anche come una creatura completamente sola e pietosa, che piange lacrime amare per la perdita del suo unico tesoro prezioso.
Il confronto fra Bilbo e Gollum sarà molto importante sia per le implicazioni che avrà nell’avventura, sia perché costituirà il fondamento della saga de ‘Il Signore degli Anelli’. Tuttavia, ancora più importante sarà la consapevolezza che Bilbo dovrà affrontare rispetto a quello che potrebbe diventare, se dovesse essere consumato dal male. Infatti, subito dopo aver conquistato l’anello, perderà la propria innocenza. Bilbo dovrà combattere con il lato oscuro presente dentro di sé e, soprattutto, dovrà riuscire a sconfiggerlo, sconfitta che si materializzerà nel momento in cui avrà l’occasione di uccidere Gollum, ma la pietà nei confronti della meschina creatura avrà il sopravvento sull’ombra di un atto profondamente malvagio.
Come al termine di ogni Hero Quest che si rispetti, Bilbo dovrà poi compiere il viaggio di ritorno verso la propria casa, dove potrà finalmente beneficiare della trasformazione avvenuta. Gandalf stesso, prima di giungere alla Contea, gli dirà: «Mio caro Bilbo! C’è qualcosa che non va! Non sei più lo hobbit di un tempo!».
La chiamata a Bilbo all’avventura avverrà, appunto, grazie a un altro archetipo classico, quello del vecchio saggio, incarnato dalla figura dello stregone Gandalf. Anche se Gandalf diverrà un personaggio centrale ne ‘Il Signore degli Anelli’, la sua presenza ne ‘Lo Hobbit’ non è neanche lontanamente in primo piano. Tuttavia, Gandalf svolge anche in questo caso un ruolo fondamentale, non tanto nel corso del viaggio geografico dove abbandonerà la compagnia a metà strada, ma come guida, colui che porterà Bilbo a raggiungere il suo pieno potenziale.
Gandalf ne ‘Lo Hobbit’ viene già accuratamente descritto da Tolkien, che evidenzierà tutte le caratteristiche che ritroveremo poi nella trilogia dell’Anello: saggezza, astuzia, coraggio, potenza, ma anche un atteggiamento talvolta infantile, come quando si dimostrerà imbronciato e scontroso durante il temporale sulle montagne o contrariato dal fatto che Elrond sarà il primo a trovare e decifrare le rune segrete sulla mappa dei nani. Così come il drago Fafnir stuzzicò la giovane immaginazione di Tolkien, anche Gandalf riuscirà nel suo intento, intrigando Bilbo nei racconti di un mondo pericoloso e remoto e scegliendolo come quattordicesimo membro della spedizione dei nani.
Altro personaggio de ‘Lo Hobbit’ degno di nota è Thorin, il capo dei nani e il nipote di Thrain, l’ultimo re della Montagna Solitaria, di cui vuole reclamare titolo e trono. Il più caratterizzato dei 13 nani, Thorin dimostra sia le debolezze che i grandi punti di forza della sua razza: è infatti in grado di essere meschino, egoista e pomposo in certi casi, tanto quanto di dimostrarsi eroico e maestoso in altri. Molti critici sono d’accordo nel ritenerlo un personaggio ambiguo, dotato, per questo, di un certo fascino; ciò che spinge inizialmente Thorin ad agire è l’avidità e il desiderio di vendetta, ma quando giungerà alla fine del suo cammino, inizierà a percepire uno scopo più alto nella missione che ha intrapreso. Di fronte al proprio tesoro, che pur gli aspetta di diritto, Thorin soccomberà alla principale debolezza della propria razza, la possessività, ma sarà anche in grado di redimere se stesso dimostrando tutto il proprio indomito valore.
Il superamento dell’avidità e dell’egoismo, infatti, sarà la morale centrale della storia, un tema che ricorrerà più volte nella narrazione, dal semplice desiderio di buon cibo da parte dei personaggi (sia i troll che vogliono mangiare i nani, ma anche Bilbo stesso che desidera una buona cena più di ogni altra cosa) fino allo sfrenato desiderio per l’oro e per i gioielli. La brama per l’Arkengemma, il cimelio più prezioso del tesoro dei nani, metterà a dura prova la solidità morale di Thorin, così come il possesso dell’anello aveva reso maschino e degenerato Gollum. La redenzione per ogni personaggio avverrà nel momento in cui l’ostacolo rappresentato dalla propria brama e dal proprio egoismo verrà superato con un gesto di deliberata generosità e altruismo.
La crescita personale e le varie forme di eroismo saranno i temi centrali della narrazione, a cui va riconosciuto un ulteriore valore aggiunto nell’allegoria che alcuni critici hanno individuato con le vicende vissute da Tolkien nella Prima Guerra Mondiale; un giovane e inesperto protagonista, Bilbo, viene infatti strappato dalla sua casa di campagna e gettato nel bel mezzo di una lontana guerra che raggiungerà proporzioni enormi e coinvolgerà più popoli di stirpi diverse.
Tolkien smentì questa ipotesi, affermando che i suoi romanzi non sono scritti né per uso topico né per uno parabolico, ma risulta difficile accettare appieno la sua dichiarazione dati gli infiniti parallelismi con la storia che Tolkien stesso si era ritrovato a vivere.
‘Lo Hobbit’ fu pubblicato per la prima volta nel 1937, epoca in cui Hitler aveva già preso il potere in Germania e progettava di invadere l’Austria e la Cecoslovacchia, mentre l’occupazione della Renania si era già verificata. La rivoluzione spagnola era in pieno svolgimento e Mussolini aveva invaso l’Etiopia. La futura guerra a molti sembrava inevitabile in quell’estate del 1937.
E’ difficile immaginare che Tolkien restasse totalmente ignaro di ciò che stesse succedendo in Europa durante la sua epoca e che non trasponesse nulla nei suoi scritti. Molti ipotizzano come questo sia stato intempestivo a livello conscio, ma inevitabile a livello del subconscio, infatti numerosissimi sono gli elementi che ne ‘Lo Hobbit’ possono essere identificati con la situazione europea a metà degli anni ’30.
Gli orchi, rappresentanti il male per eccellenza, vivono in un regno di ingranaggi e ruote, e sono facilmente confrontabili con lo stereotipo dei nazisti tecnologici, maghi amorali della meccanica e dell’industria pesante. I pacifisti, nel libro incarnati dagli hobbit della Contea, preferiscono ignorare totalmente la minaccia crescente, piuttosto che prepararsi ad affrontarla e prendersi una parte della responsabilità di quanto accade. Razza e patrimonio sono uno dei principali fattori che introducono i vari personaggi nella storia e, come il popolo del Lago, i Nani e gli Elfi devono mettere da parte la propria avidità e differenza razziale per affrontare il nemico comune, così anche le nazioni dell’Europa sono costrette a mettere da parte gli interessi individuali per far fronte alla crescente minaccia delle dittature fasciste.
Definire completamente il mondo de ‘Lo Hobbit’ è, ovviamente, impossibile. Non si può prevedere cosa si potrà trovare addentrandosi nella Terra di Mezzo, così come non si potrà dimenticarla una volta che la si lascerà. Nessuna ricetta per una storia di bambini potrà descrivere altre creature così radicate alla loro terra come quelle del professor Tolkien e cosa sono disposte a fare per preservarla. Anche se appare tutto meraviglioso, non vi nulla di arbitrario: tutti gli abitanti delle Terre Selvagge sembrano avere lo stesso insindacabile diritto di difendere la propria esistenza, così come quelle del nostro mondo, anche se il lettore che le incontrerà non avrà alcuna nozione delle fonti profonde del loro sangue e della tradizione da cui derivano.
‘Lo Hobbit’, alla fine, può essere considerato un libro per bambini nel senso che la prima di molte letture potrà essere intrapresa nella propria cameretta, sotto le coperte e con la torcia, ma tenendo conto del fatto che il suo valore letterario non si esaurirà certo così. Come ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’ viene letto gravemente dai bambini e con il sorriso sulle labbra dagli adulti, ‘Lo Hobbit’, al contrario, sarà più divertente per i giovani lettori, che solo quando saranno un po’ più grandi potranno apprezzare l’abilità e il bagaglio di studi che hanno contribuito a realizzare un’opera matura e cordiale allo stesso tempo e, a suo modo, così incredibilmente vera.
L’affermazione è pericolosa, ma io non ho paura a farla: ‘Lo Hobbit’ è un vero e proprio classico, che non può e non deve mancare nella libreria e nella memoria letteraria di ogni lettore che si rispetti.