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By Ann Radcliffe -
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- Les enfants du capitaine Grant (9)
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By Jules Verne -
Finished on Feb 25, 2013 




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- Web 2.0. Reti di relazione (49)
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By Antonio Spadaro -
Finished on Jan 27, 2013 




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Molto deludente (e un po' moralista) -
Riciclo una relazione dal mio blog: http://www.robertosedda.it/?p=2109 La recensione si concentra su tematiche specificamente ecclesiali.
Aperture di credito
Qualche settimana fa grazie a un articolo sul sito dell'Azione Cattolica ho scoperto padre Antonio Spadaro: gesuita, direttore ... (
continue ) Riciclo una relazione dal mio blog: http://www.robertosedda.it/?p=2109 La recensione si concentra su tematiche specificamente ecclesiali.
Aperture di credito
Qualche settimana fa grazie a un articolo sul sito dell'Azione Cattolica ho scoperto padre Antonio Spadaro: gesuita, direttore della Civiltà Cattolica, teologo esperto delle dinamiche del web, animatore culturale e acuto critico di Flannery O'Connor (si dice anche che sia lui il consulente principale del Papa per la redazione dell'ultimo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dedicato appunto ai social network).
Mi pareva che Spadaro avesse delle cose interessanti da dire, basate oltretutto su un'elaborazione teorica nata a partire da una esperienza pluriennale di presenza in rete - e non ci sono molti cattolici, tanto più della sua levatura intellettuale, che possano vantare la stessa esperienza - quindi ho deciso di leggere qualcosa di suo di più strutturato degli interventi sui suoi blog. Ho perciò ordinato e comprato Web 2.0. Reti di relazione: una lettura che mi aspettavo piacevole e che invece mi ha suscitato, man mano, un sentimento di perplessità crescente e poi di profonda delusione.
Dico subito che probabilmente ho sbagliato libro, e che quello adatto a me era Cyberteologia (di cui trovo una recensione positiva dell'insospettabile .mau.): questo non toglie, però, che Web 2.0 sia un libro concepito in maniera sbagliata e che, a parte la sua strutturazione, evidenzia un paio di problemi di contenuto non da poco.
Web 2.0. Reti di relazione (Edizioni Paoline, € 15)
Web 2.0 è palesemente un manuale di base, indirizzato ad aiutare un utente neofita a orientarsi all'interno dei social network e di quelle altre dimensioni più interattive della rete digitale.
Dopo un capitolo introduttivo, che tenta di spiegare le dimensioni social e relazionali presentando i diversi contenuti che possono essere condivisi sulla rete (e gli strumenti per farlo) si passa poi a esaminare, capitolo per capitolo, alcuni strumenti (dimensioni?) specifici: blog, podcast (ma non YouTube, di cui si parla nell'introduzione), tre social network (Facebook, Twitter e Anobii), Second Life, Wikipedia e... la privacy (sic). Che cosa sia esattamente " il 2.0" è oggetto di guerre di religione che fanno impallidire le discussioni sul sesso degli angeli, quindi non mi metto a discutere dell'appropriatezza dei temi scelti: certo un po' danno un'impressione di eterogeneità.
Che lettore modello?
D'altra parte l'obiettivo non sembra quello di definire il web 2.0, piuttosto quello di accompagnare per mano dentro la dimensione 2.0 una persona che... già, esattamente quale dovrebbe essere il tipo di "lettore modello" che Spadaro ha in mente?
Non può essere una persona che non abbia mai navigato in Internet, perché la trattazione parte, sotto questo punto di vista, in medias res: tutta una serie di contenuti di base (cos'è un sito, per dire) sono già presupposti. Perciò il lettore ideale non è, diciamo, un parroco che si è comprato il PC da poco, sa che se clicca sul mappamondo entra nel temuto mondo di Internet e ci vuole capire qualcosa: dargli in mano questo libro o un trattato sulla glottologia araba del XVI secolo sembrerebbe più o meno lo stesso.
Il lettore modello è allora chi? Il mio parroco che si è iscritto a Facebook e ci posta ogni tanto preghiere mariane? Un sacerdote, catechista, operatore pastorale che sinora non ha vissuto il web come luogo di relazione e adesso potrebbe fare un salto di qualità? Forse no: costui certamente potrebbe scoprire parecchie cose nuove da punto di vista del cosa, quasi niente dal punto di vista del come e assolutamente niente dal punto di vista del perché.
D'altra parte il lettore modello deve essere per forza di questo livello di competenza (e di, diciamo così, "passività" nell'uso del web), perché a livelli appena più elevati il libro appare banale.
Non è una narrazione... purtroppo
Insomma: o troppo complicato o inutile... Il problema è che questa voglia di accompagnare il neofita dentro la rete nasconde un errore di prospettiva di fondo, che è l'idea che questo "viaggio iniziatico" possa essere vissuto in maniera vicaria, tramite un libro che spiega di che si tratta: ma un buon libro sul web 2.0 non è mai un manuale di istruzione a priori, è piuttosto una narrazione a posteriori. Lo spiega secondo me benissimo un recensore del libro di Mafe di cui ho parlato lo scorso fine settimana (i grassetti sono suoi):
È un saggio sulle aziende e il social in internet, che però io ho letto come un romanzo di formazione. Una distorsione della quale mi piacerebbe rendere conto. Non sono un'azienda, ma sto in rete da tanto tempo. In questi anni ho dovuto imparare a starci, anche se parte dell'apprendimento s'è svolto sotto un entusiasmo notevole, quindi non m'è pesato. Per dire che il processo non è stato per niente naturale o intuitivo. La prima parte del saggio di Mafe, dedicata alle condizioni elementari di scambio in rete, non è un decalogo, cioè una serie di regole prescrittive, ma raccoglie il percorso di un'esperienza e cerca a posteriori di definire le regole che l'hanno reso possibile. È descrittivo, non prescrittivo, secondo me e secondo la stessa Mafe in margine al suo testo. In questo senso descrive un percorso che abbiamo fatto in tanti: il protagonista non conosce le regole del mondo in cui s'avventura, all'inizio dell'esperienza, ma in parte le impara e in parte le forgia finendo per lasciare una traccia nel mondo in cui entra a far parte, o partecipando comunque allo spessore dei suoi confini, anche dove non lascia tracce, come succede alla maggior parte dei singoli. Sotto questa luce, non mi sembra più così assurdo vederlo come un romanzo di formazione.
Insomma: se il mio parroco, il giovane prete, il catechista, volesse imparare a stare in rete, lo dovrebbe fare immergendovisi: perché la rete è relazionale (di questo stiamo parlando) e può essere compresa solo dentro relazioni con persone, non mediante un manuale. E d'altra parte uno o si vuol mettere in gioco, e allora appena dentro Facebook capirà subito di che si tratta (e come fare il podcast lo scoprirà casomai con una ricerchina su Google), oppure non c'è santo che tenga, e non sarà un catalogo ragionato come questo a cambiare il suo approccio. Il che non vuol dire che non si possano scrivere libri sul web 2.0, ma che preferibilmente dovrebbero essere libri che aiutino a capire l'esperienza che uno sta già facendo. Cito di nuovo una frase di Mafe de Baggis che ho riportato anche l'altro giorno:
Se per voi gli ambienti digitali sono solo un recinto per egocentrici ansiosi di affermare la propria personalità, se volete a tutti i costi attivare il passaparola ma non sapete bene quale parola far passare, se fate leggere le mail alla stagista, se non avete mai desiderato conoscere meglio qualcuno solo leggendo le sue parole, se pensate di aver capito tutto di Internet che è “questo_e_quello”, posate il libro, aprite un blog, cercate i vostri compagni di classe del liceo su Facebook, insomma, immergetevi nella Rete e poi tornate qui.
Spadaro, che la rete la vive davvero, lo dovrebbe sapere benissimo e stupisce l'approccio di questo libro. Un testo in cui padre Spadaro avesse raccontato quel che ha fatto e fa sulla rete sarebbe stato preziosissimo: questo catalogo di strumenti, invece, oltre a essere già precocemente invecchiato (venti pagine su Second Life sono palesemente inutili ora, ma lo erano già nel 2010 quando il libro è uscito), espone ingiustamente l'autore all'umorismo involontario, come quando parlando dei blog scrive, con una cura del dettaglio degna di miglior causa:
Esso è costituito, in genere, da tre campi verticali: quello centrale contiene i post (cioè i materiali «postati», pubblicati), quello di sinistra gli archivi, quello di destra i link ad altri siti o blog (il cosiddetto blogroll).
Sul versante squisitamente ecclesiale: le Paoline come Pippo Baudo...
Sin qui Web 2.0. Reti di relazioni sarebbe semplicemente un instant book poco interessante. In realtà ci sono dentro alcuni contenuti che mi hanno molto infastidito e che suscitano ulteriori domande.
Intanto il libro è dotato di un apparato redazionale che tenta di suggerire l'idea dell'ipertesto: ogni capitolo è preceduto da parole-chiave colorate - per il podcast, per esempio, trovo "jukebox digitale", "forma compatta", "dimensione e peso ridotti", "grande memoria interna" e "autonomia energetica" - e altri bolloni colorati richiamano i concetti chiave dei capitoli (sempre per il podcast: luogo aperto di trasmissione e fruizione di contenuti multimediali). Ogni pagina ha inoltre un richiamo grafico molto evidente in cui il titolo del capitolo è associato a un'altra parola chiave, sempre diversa: dapprima credevo che servisse a sintetizzare i concetti esposti nella stessa pagina, poi mi sono reso conto che è un apparato largamente decorativo. Il tutto dà l'impressione di un tentativo un po' bolso dell'editore (spero) di dire: «Ehi, questo è proprio un libro attuale! Vedete, è colorato come Intenet. Ci sono le icone!! Ehi! Siamo le Paoline ma anche noi siamo féscion! Siamo trendy! Siamo ggggiovani», come se ci fosse il retropensiero che in realtà noi, con questa roba, non c'entriamo niente e dobbiamo sforzarci di dimostrare il contrario. Un po' come Pippo Baudo che tentasse il rap: lo farebbe professionalmente, ma proprio non sarebbe cosa...
... Web 2.0 come Famiglia Cristiana
Se questo è un peccato veniale le schede sintetiche coi semafori verdi e rossi sono invece mefitiche. Semafori?! Già, perché ogni sezione è introdotta da una scheda sinteticissima che elenca pro e contro di ciascuno strumento (dimensione) citata, sullo stile dei noti giudizi sintetici di Famiglia Cristiana sui film: "accettabile/dibattiti", "discutibile/crudezze", "consigliato/solidarietà". Su Facebook, per esempio, qui abbiamo in rosso "profili costruiti, narcisismo/esibizionismo, abolizione privacy, relazioni superficiali", controbilanciato in verde da "aggregare persone, costruire eventi, segnalare letture, creare fan club". Caspita: attendo un libro di padre Spadaro sul telefono in cui si discuta di come le dimensioni positive "chiamare la mamma lontana, reperire facilmente persone, Pina butta la pasta che sto arrivando" possano essere neutralizzato da "telonate erotiche, stalking, elevato costo delle bollette nel caso di figli adolescenti".
Fra Concilio e Progetto Culturale
È vero che la trattazione non è su questo livello di banalità, però la preoccupazione morale (moralistica) è prevalente in ciascun capitolo, in cui c'è sempre (sempre!) la discussione dei pericoli potenziali derivanti dall'uso incauto dello strumento e l'elencazione dei modi con cui i cristiani l'hanno utizzato o lo possono utilizzare per il bene - il Godcasting è buono, quindi controbilancia il silenziamento della vita esterna connesso con l'uso dell'iPod. È una prospettiva singolarmente gretta, attenta a un uso strumentale del web, funzionale a garantire una "presenza" cristiana, e che solo raramente si apre a discussioni di maggior valore antropologico (come gli accenni all'utopia conoscitiva globale di Wikipedia), o al pensiero del destino del genere umano nel complesso, non solo dei cattolici in esso; una prospettiva lontana dal Concilio
la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia (GS 1).
Dice mia moglie: «te la prendi tanto perché è da un po' che non sei più in servizio pastorale attivo, e ti sei dimenticato com'era la pubblicistica cattolica che leggevamo noi per formarci». Mica tanto: i testi dei Salesiani sulla gestione dei gruppi e sulla comunicazione erano migliori dei testi di impostazione aziendale su come gestire i sottoposti in ufficio. Erano più onesti, più liberanti, più interessanti, oltre che più adatti alle nostre esigenze (che erano peraltro abbastanza eterodosse). Web 2.0 con i suoi orpelli, la sua preoccpuazione morale e l'ottica più centrata all'interno della Chiesa è un libro peggiore di libri simili concepiti in ambito laico; sto leggendo adesso Fondamenti di comunicazione sociale di Gaia Peruzzi, un libro abbastanza consigliato nel giro di Banca Etica e del Terzo Settore, con una impostazione per molti aspetti simile a quella di Web 2.0: ebbene, ha gli stessi difetti ed è destinato anch'esso a invecchiare precocemente, ma a parità di queste condizioni è molto più interessante.
Detto in altro modo: se dovessi suggerire al giovane potenziale webmaster della parrocchia un libro per formarsi, mi sentirei di suggerire senza riserve World wide we</a> e (persino) Fondamenti di comunicazione sociale; ma avrei imbarazzo a consigliare Web 2.0 a un componente non credente del gruppo dei soci di Banca Etica che volesse migliorare la sua comprensione del social, perché troverebbe nel libro, giustamente, la conferma della solita immagine censoria dei cattolici, autoreferenziali e lontani dai (o presenti strumentalmente nei) flussi culturali comuni.
Sarà un segno dei tempi? Mi interrogo sulla contraddizione di un tempo della Chiesa in cui ci si sforza di dialogare con le culture e si impianta un complesso Progetto Culturale e in cui, contemporaneamente, l'elaborazione culturale sembra più rivolta all'interno e/o attenta a marcare le distanze e le differenze.
Naturalmente la recensione di Maurizio Codogno su Cyberteologia citata sopra dimostra che la questione non riguarda Spadaro, riguarda solo Web 2.0: ma questi son tempi in cui anche un solo scivolone del genere è di troppo, e noi ne facciamo a migliaia.
Un giudizio sintetico
Mi sono interrogato più sopra sul "lettore modello" di Web 2.0. Alla fine, mettendo insieme la struttura, la forma e i contenuti, sono arrivato a una risposta.
Web 2.0 non è un libro per chi in rete ci vuol stare: è un libro per chi della rete vuole parlare. Per costui, che sia il cardinal Bagnasco o un parroco, il libro è utile: permette di andare a una conferenza (o di fare un'omelia) e di sembrare aggiornato anche se i Tweet me li manda il segretario, permette di avere presenti le tendenze culturali pur senza avere mai fatto l'esperienza della rete. Come tale non è un libro utile a portare le persone dentro la rete, è piuttosto un libro che permette di rimanere fuori e di marcare una distanza - una prospettiva culturale tremenda, se fosse l'atteggiamento di tutta la comunità ecclesiale. Già questo è terribile: ma vista l'enfasi sui "pericoli" della rete che lo attraversa non oso pensare che sconquassi possa fare nelle mani del padre Livio di turno.
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Jan 31, 2013 |
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- Avventure e viaggi di mare (25)
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By Giampaolo Dossena, Mario Spagnol -
Reading since Jan 21, 2013 -
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- Appartamento a Istanbul (472)
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By Esmahan Aykol -
Reading since Dec 27, 2012 




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- Equal Rites (427)
- Discworld, Book 3
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By Terry Pratchett -
Finished on Jun 1, 2012 




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- Il milionario (73)
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By Maj Sjöwall, Per Whalöö -
Finished on Dec 24, 2012 




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- Odore di chiuso (2623)
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By Marco Malvaldi -
Finished on Nov 21, 2012 




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Un fil di fumo -
Odore di chiuso di Marco Malvaldi me l’ha regalato mia madre.
Perché nel romanzo c’è l’Artusi (Pellegrino Artusi, quello de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene) che è sempre stato un eroe familiare (niente facili ironie sul mio peso che continua a crescere, please) e pensava che mi faces ... (
continue ) Odore di chiuso di Marco Malvaldi me l’ha regalato mia madre.
Perché nel romanzo c’è l’Artusi (Pellegrino Artusi, quello de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene) che è sempre stato un eroe familiare (niente facili ironie sul mio peso che continua a crescere, please) e pensava che mi facesse piacere.
Sono stato davvero contento e me lo sono letto in meno di ventiquattr’ore: d’altronde è un libretto piccolo che va giù liscio come bere un bicchier d’acqua.
Ora, come giudizio sul libro me la potrei cavare abbastanza facilmente: è un piacevole divertimento di scarso impegno, un classico giallo della camera chiusa (in senso letterale), ambientato in un fine ’800 toscano che fa da contraltare, come toni e atmosfere, a certi racconti della Sicilia dello stesso periodo di Camilleri; fermo restando che Camilleri è obiettivamente un autore di ben altro peso e i suoi racconti, anche quelli più comici come Il birraio di Preston, La concessione del telefono o quel Un fil di fumo che ho richiamato nel titolo di questo post, hanno una preganza ben maggiore: al confronto Malvaldi non va oltre il bozzetto d’ambiente.
Anche il meccanismo del giallo (chi è l’assassino?) lascia abbastanza a desiderare: è chiaro che in un delitto della camera chiusa alla fine si deve scoprire che in realtà la camera sembrava chiusa senza esserlo (con le varianti: il delitto non è stato commesso dentro la camera, oppure quando la camera si è chiusa il delitto era già stato commesso, o qualche altro gioco di prestigio del genere), ma svelare il mistero negando semplicemente le premesse non è proprio corretto, eh!
No, sul libro in sé c’è abbastanza poco da dire: ma invece ci sono alcune questioni di contorno che mi hanno spinto a farmi domande. Molte domande. D’altronde se non me le facessi non sarei il Rufus che tanto amate e ammirate.
(le domande - un tantino polemiche, sono rimaste sul mio blog http://www.robertosedda.it/?p=1535 dove la rece è stata originariamente pubblicata)
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Nov 29, 2012 |
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Selvaggi futuristi -
(sintesi di una recensione più lunga pubblciata sul mio blog
http://www.robertosedda.it/?p=1337)Di Winslow ho letto, due o tre anni fa, Il potere del cane.
Però leggere Il potere del cane è, più o meno, come ricevere un calcio di mulo nello stomaco e per un po’ ho preferito evitare di ris ... (
continue ) (sintesi di una recensione più lunga pubblciata sul mio blog
http://www.robertosedda.it/?p=1337)Di Winslow ho letto, due o tre anni fa, Il potere del cane.
Però leggere Il potere del cane è, più o meno, come ricevere un calcio di mulo nello stomaco e per un po’ ho preferito evitare di rischiare di ripetere l’esperienza – per quanto il libro mi fosse piaciuto. Poi quest’estate ho preso e letto Frankie Machine, ho fatto la pace con Winslow e ho deciso di esplorare meglio la sua bibliografia.
Savages racconta la storia di Ben e Chon, due giovani californiani bene, diversissimi: Chon è un mercenario addestrato dai Navy SEALs, Ben è un genietto della biologia e della botanica, no global, pacifista, che spende i suoi soldi in attività umanitarie nel sud del mondo. Il piccolo particolare è che i suoi soldi hanno una fonte inaspettata: Ben ha selezionato la miglior marijuana a nord del confine col Messico e a sud del Canada e la vende a un ristretto, selezionato e affezionato pubblico di consumatori un tantino blasé, con lo stesso aplomb con cui un maestro zen del the potrebbe dispensare miscele accuratamente selezionate.
È un traffico ecologico, sostenibile, consapevole (voglio dire, agli spacciatori paga i contributi, capiamoci). Però questa è droga, ragazzi, e un bel (brutto) giorno arriva da parte di cattivissimi narcos messicani un’offerta di quelle che non si possono rifiutare. E nonostante le peculiari capacità di Chon garantiscano un buon livello di protezione, parliamo pur sempre di due contro un intero cartello messicano, e quindi da lì in poi le cose si fanno… interessanti, diciamo. E il pacifico Ben deve, suo malgrado (o forse non tanto), diventare il regista di una guerra senza quartiere.
La parabola di Bene e Chon, in piena coerenza con la migliore tradizione dell’hard boiled, è raccontata dentro un contesto: Winslow si permette il lusso di mischiare alla storia più di un paio di note caustiche sullo stile di vita californiano – dei ricchi californiani – compreso un lungo inciso a pagina 77 in cui si prendono a schiaffi, di seguito, John Wayne, i campi da golf e i Repubblicani – soprattutto i Repubblicani, fotografando lo sconcerto post elezione di Obama.
L’altro elemento che da un po’ di profondità è il tema ricorrente dei selvaggi: è selvaggia la guerra in Iraq&roll che ha insegnato il mestiere a Chon, sono selvaggi i narcos, ma per i messicani sono selvaggi senza cultura gli yanqui che hanno rubato la loro terra. Gli unici selvaggi che sono fuori della storia, definitivamente fuori, sono i pacifici pescatori indonesiani per i quali Ben ha costruito una scuola e un ospedale: la loro vita bucolica – da selvaggi primitivi – spiagge fantastiche e uccelli multicolori, è per sempre preclusa a Ben e Chon.
Parentesi: c’è un altra dimensione di inciviltà che è suggerita sommessamente, e che descriverei così: per me, che sono un pacifico cinquantenne (sebbene non proprio naif), sono selvaggi anche Ben e Chon, i loro amici e il loro modo di vita. Ma non perché sono trafficanti di droga: perché sono giovani e appartengono a un’altra civiltà. Infatti…
Infatti, e questo è l’elemento più distintivo del libro, parlano un’altra lingua e vivono a un’altra velocità: sinora abbiamo parlato di un thriller di buona fattura, sopra la media ma ancora convenzionale. Il linguaggio usato trasforma Savages in qualcosa di completamente diverso.
Scritto in un misto di prosa, versi sciolti e varie altre cose – in alcuni momenti si passa anche alla sceneggiatura cinematografica -Savages sembra scritto da Filippo Tommaso Marinetti – se Marinetti, invece di fare l’alpino, si fosse paracadutato su Vienna con due kalashnikov a tracolla, in pieno trip da LSD e con un machete fra i denti per strappare di persona le budella a Francesco Giuseppe (e comunque a pagina 62 c’è un pezzo che è identico a una poesia di Palazzeschi). Per molti aspetti Savages è un libro futurista, più futurista di molto cyberpunk, se non altro perché più sfrenato, laddove Gibson o Sterling sono sempre stati molto più controllati e politi. Sarebbe piaciuto al Pazienza di Zanardi, sarebbe piaciuto.
Insomma, Winslow, che altrove scrive in maniera interessante ma piuttosto convenzionale, per raccontare una storia selvaggia (per alcuni aspetti direi delirante) sceglie un linguaggio lisergico. Non è solo la costruzione della frase, è anche il linguaggio, che è ricco di invenzioni e sincopato all’eccesso, pieno di spagnolo, slang, scorciatoie e sigle (sono orgoglioso di avere capito al volo 2G2BT – too good to believe it – mi sono restate ignote un paio di altre cose: per fortuna sono stato addestrato da William Gibson a prendere le parole ignote così come vengono). Tra l’altro c’è anche dentro abbastanza sesso da far venire un infarto a un’intera folla di madri superiore delle Orsoline, compreso un consesso a tre descritto fin nei minimi particolari.
Non è ovviamente il primo romanzo scritto così, sperimentale o mainstream, ma nel genere gli esempi non sono poi tanti e senz’altro questo è un buon risultato.
Insomma: sesso, pistoloni, avventura, linguaggio scoppiettante. Tutto bene, allora?
Insomma. Come altre volte in Winslow il finale è decisamente affrettato, sebbene del tutto coerente con la storia: non è un cattivo finale, solo troppo improvviso, come se a tre pagine dalla fine Winslow si fosse reso conto che lo spazio concesso dall’editore era finito.
L’altro problema è, esattamente, nel linguaggio.
Che è una scelta stilistica appropriata alla storia e ai personaggi da raccontare.
Così come il lungo intreccio de Il potere del cane
- era trattato con l’alternarsi dei punti di vista e
l’ultima avventura di Frankie Machine aveva il ritmo della ballata.
Ma tanta maestria
tanta ricerca
alla lunga diventa pesante, e il lettore giustamente si chiede
se lo stai prendendo per il sedere.Credo che ci siamo capiti: il confine fra sfoggio di bravura e paraculaggine è sottile come la lama di un coltello… nel caso specifico sarebbe più appropritato fare una similitudine con le seghe elettriche che i narcos usano per decapitare le loro vittime, ma non mi viene e poi
- avete mai provato a camminare sulla lama di una sega elettrica?
Ben e Chon
loro
ci hanno provato.Ok, basta, la smetto, anche perché non sono bravo come Winslow.
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Nov 20, 2012 |
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- Iskìda della Terra di Nurak (19)
- Prima Stagione - Volume I
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By Andrea Atzori -
Finished on Nov 12, 2012 




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- I testi del lupo (5)
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By Lance Henson -
Finished on Oct 19, 2012 




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Con i complikmenti alla libreria -
(riciclo una recensione dal mio sito http://www.robertosedda.it)
L’altra sera sono andato a vedere la nuova sede di Piazza Repubblica Libri: non ero andato alla festa di inaugurazione e volevo fare gli auguri a Patrizio, Daniela e gli altri, tanto più che adesso sono in una zona della città lontana ... (
continue ) (riciclo una recensione dal mio sito http://www.robertosedda.it)
L’altra sera sono andato a vedere la nuova sede di Piazza Repubblica Libri: non ero andato alla festa di inaugurazione e volevo fare gli auguri a Patrizio, Daniela e gli altri, tanto più che adesso sono in una zona della città lontana dai miei giri e passare è meno spontaneo. Così ci sono andato apposta.
La nuova sede è bella e Patrizio era entusiasta: mi ha fatto vedere mille cose, collane prima non esposte, case editrici nuove… con un istinto soprannaturale capace di individuare le mie passioni e farmele passare davanti tutte una dopo l’altra (si vede che è un libraio che conosce i suoi polli).
Per chi non lo sapesse, Piazza Repubblica Libri (che si chiama così perché prima stava in… Piazza Repubblica, ovviamente, ma adesso è in Corso Vittorio Emanuele 370) è una bella libreria di Cagliari e un importante presidio culturale (e uso la parola con cognizione di causa).
Dicevo… rischiavo di lasciarci mezzo stipendio, così mi sono contenuto e ho preso solo un librino di poesie di Lance Henson, un curioso tipo di poeta ribelle americano di origine franco-Cheyenne (di cui, lo ammetto, non avevo mai sentito parlare).
Il libretto si intitola I testi del lupo ed è pubblicato in prima edizione mondiale in Italia (l’autore non l’ha voluto pubblicare in America per protesta nei confronti del trattamento riservato ai nativi americani). Dalle note dell’autore vedo che moltissime poesie sono state anche composte in Italia. L’edizione comprende il testo originale inglese e il testo italiano a fronte.
A me la poesia piace molto ma non ne capisco nulla, quindi non aspettatevi pareri tecnici. Posso solo dire che è un tipo di poesia pochissimo narrativa e quasi del tutto costruita per immagini – e in qualche modo, soprattutto considerato che la poesia iniziale è dedicata a Tu Fu, ricorda i lirici cinesi (e in generale la poesia orientale: anche se non c’è mai il rigore formale di un haiku, il gusto per l’immagine evanescente è simile).
Nel prosieguo il tono cambia e questa similitudine un po’ si perde in favore di un’impressione più variegata. Da profano posso dire che ci ritrovo un minimo di Walt Whitman e molto più di Emily Dickinson – se la Dickinson avesse scritto in uno stato perenne di dormiveglia.
Insomma, me lo sono letto e assaporato in una mezza serata, poi ci sono tornato più volte, e sono molto contento dell’acquisto.
Per farvi giudicare aggiungo un esempio: non c’è punteggiatura né maiuscole come protesta contro la lingua dell’uomo bianco imposta ai popoli vinti (lo so, lo so…). La nota di composizione indica Termoli, Italy, 8 agosto 2006 (cioè, per l’esattezza termoli, italy, eh!). Il titolo è for zoe.
against the tree and shoreline
i watch my daughter wrapped in the mistery
of her life
she gathers shells under the hot sunwhat words will pass when the sea is a shadowed
form moving in solitude
nocturnal and all knowing across her face as a blessing
and a promisewe will speak the inaudible language of the heart
bearing witness to what will arrive
looking for signs that will accompany us all the way to the endwhen i have gone
and she remains…
La traduzione è di Mariella Lorusso e mi pare molto buona:
sullo sfondo del mare e della costa
osservo mia figlia avvolta nel mistero
della sua vita
raccoglie conchiglie sotto il sole caldoche parole passeranno quando il mare sarà una forma
incupita che si muove in solitudine
tutta la sapienza degli esseri notturni sul suo volto come una benedizione
e una promessaparleremo l’impercettibile lingua del cuore
testimoniando ciò che sarà
cercando segni che ci accompagneranno sino alla finequando io non sarò più
e lei rimarrà…
Un’ultima nota (mi stavo dimenticando!): perché testi del lupo? Non ho capito bene. L’introduzione della Lorusso ricorda che il lupo è, per i Cheyenne, un animale mistico. E una parte delle poesie non hanno titolo ma solo una silhouette di un lupo: mi aspettavo che facessero contrappunto alle altre, ma non mi è parso – mi sarà sfuggito qualcosa: stasera rileggo.
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Oct 25, 2012 |
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- Lady Almina and the Real Downton Abbey (6)
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By Countess of Carnarvon -
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- The Complete Critical Assembly (2)
- The Collected White Dwarf (And Gm, and Gmi) Sf Review Columns
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By David Langford -
Finished on Oct 7, 2012 




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The Complete Critical Assembly




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(riciclo una recensione pubblicata sul mio sito http://www.robertosedda.it)
Nei primi anni ’80 ero abbonato a una rivista di giochi di ruolo, White Dwarf, su cui veniva pubblicata regolarmente Critical Mass, una rubrica di recensioni di libri fantasy e di fantascienza che mi pi ... (
continue ) (riciclo una recensione pubblicata sul mio sito http://www.robertosedda.it)
Nei primi anni ’80 ero abbonato a una rivista di giochi di ruolo, White Dwarf, su cui veniva pubblicata regolarmente Critical Mass, una rubrica di recensioni di libri fantasy e di fantascienza che mi piaceva molto. L’autore era uno scrittore inglese di fantascienza, Dave Langford (il suo sito è citato nel mio blogroll).
Devo dire che non credo che Langford abbia mai raggiunto la fama come autore ortodosso di fantascienza: il suo punto di forza era, casomai, nella capacità di satireggiare i colleghi con delle parodie dello stile altrui che sembravano più vere dell’originale. Non a caso il titolo di uno dei sui libri più noti fa più o meno (ehm) La guida del dragostoppista al campo di battaglia dell’incredulo sul confine di Dune: l’Odissea.
Ma soprattutto Langford è un critico letterario piuttosto solido e un maestro della recensione breve. Humour tagliente, capacità mimetica, giudizi molto ben fondati e competenza enciclopedica nel campo della fantascienza gli hanno valso qualcosa come quindici premi Hugo e facevano della sua rubrica una lettura molto interessante.
Questa estate ho sentito forte l’insoddisfazione per il predominio nella discussione sul genere in Italia dei siti di critica negativa o di quelli al contrario specializzati in fan service (dove il service è normalmente rivolto più all’autore che al fan, quando non è l’autore che si loda direttamente da solo, sotto mentite spoglie).
Così, trovandomi senza critici di riferimento e dovendo ricorrese al fai-da-te mi sono deciso a rimettere mano alla mia formazione critica; non avevo voglia di affrontare Damon Francis Knight né la consigliatissima scuola di Chicago, che non mi ispira molta fiducia, e mi è tornato in mente Langford, di cui per fortuna esiste una raccolta critica che comprende, appunto, tutte le uscite su White Dwarf (dal marzo 1983 all’ottobre 1988) più quelle su un’altra rivista, GamesMaster (dal 1989 fino al 1991).
È stata una lettura interessante e per molti aspetti sorprendente. La prima sorpresa riguarda il mercato di riferimento. Nella mia ingenuità avevo creduto che il mercato editoriale anglosassone fosse un uunicum che univa le due sponde dell’Atlantico. Può darsi che adesso sia così, ma ai tempi certamente no: e fa una certa impressione vedere scritto: «cercate questo libro nelle librerie più fornite che importano dall’America», una frase che credevo fosse riservata agli appassionati del genere italiani. È per questo che nelle recensioni di Langford gli autori inglesi hanno un peso molto maggiore (Brian Aldiss e Ian Watson sono i due più lodati) e ci sono dei curiosi sfasamenti temporali: veniamo avvisati che un certo romanzo ha vinto il premio Hugo, ma la recensione effettiva compare solo successivamente, diverse rubriche dopo, al momento della edizione inglese.
Il periodo di pubblicazione di Critical Mass era un momento di passaggio nel mondo della fantascienza: mostri sacri come Asimov, Heinlein, Sheckley, Silverberg, Herbert, Clarke e Zelazny sono citati quasi sempre perché impegnati a cavare sangue dalle rape, prolungando le loro serie di successo oltre ogni limite, o per notare mestamente che la scintilla si è ormai spenta in loro. Chi se la cava meglio, complessivamente, è Asimov, Zelazny sta direttamente nel girone dei perversi, come pure Clarke, che peraltro all’epoca affittava il suo nome a ghost writers appena cammuffati. In questa categoria rientra, e la cosa può far discutere, Adams, i cui seguiti della Guida galattica non sembrano commuovere Langford più di tanto.
A fianco a questi dinosauri in via di estinzione è stato divertente esser rimesso faccia a faccia con fulgide stelle oggi dimenticate, come Stephen Donaldson e il suo Thomas Covenant, un autore il cui successo in Inghilterra all’epoca è paragonabile a fenomeni come Harry Potter e ora è giustamente ridimensionato: la sua prosa turgida e altisonante e i roboanti dilemmi morali del suo protagonista sono oggetto di più di una frecciata di Langford. Donaldson non è però il bersaglio più ferocemente attaccato in maniera ricorrente: questo titolo di dubbio merito va, ex aequo, a Ron Hubbard e alla sua Battaglia per la terra («Ron Hubbard! Fantasmi dal passato!!») e al diabolicamente prolifico Piers Anthony.
Nel frattempo questi sono gli anni della nascita del cyberpunk: Neuromante è lodatissimo, ma Giù nel ciberspazio è ritenuto "più romanzo" (una valutazione che probabilmente è corretta e che mi suggerisce che una rilettura magari è necessaria) e l’antologia della Notte che bruciammo Chrome, pur consigliata, sembra avere suscitato qualche dubbio. Sterling e gli altri epigoni del genere ottengono di solito buone recensioni. L’altro fenomeno del periodo, Orson Scott Card con il suo Ender, ottiene grandi lodi per il romanzo di esordio, una critica feroce per Il riscatto di Ender (che a me era piaciuto) e una riluttante approvazione per Xenocidio: non sono sicuro di concordare, ma sul Riscatto mi ha messo una pulce nell’orecchio che comporterà, credo, una rilettura.
Langford è, primariamente, un appassionato di fantascienza: è evidente dall’andamento della rubrica che, essendo i lettori di White Dwarf principalmente giocatori di D&D, la redazione pretende una equa rappresentanza di romanzi fantasy e, oltretutto, improbabili collegamenti fra i libri presentati e la possibilità di utilizzarli per giocare: due vincoli che evidentemente pesano a Langford e di cui si libererà del tutto col passaggio a GamesMaster. Il fantasy è presente quindi in maniera ridotta rispetto alla fantascienza, e oltretutto Langford tende a privilegiare ciò che è meno mainstream: rientra così nel fantasy anche l’horror e quello che in Italia si chiama di solito "fantastico", compreso Calvino, consigliato calorosamente per Se una notte d’nverno…; se non ho calcolato male insieme con l’Eco de Il pendolo di Foucault – stroncato - sono gli unici non anglosassoni di tutta la raccolta, con il polacco Lem, che però è un autore di fantascienza “classico”.
Insomma, dei romanzi della mia formazione fantasy, cioè quelli che leggevo negli stessi anni, compare molto poco. A quanto pare draghi, elfi, oscuri signori e… trilogie venivano scartati in partenza, quindi effettivamente rimane un po’ poco… Gene Wolfe è l’unico davvero lodato, per il suo Ciclo del Nuovo Sole – anche se con gli anni mi pare che Langford diventi più freddo. Un’altra serie che di di solito è approvata è il ciclo dei Mitago di Holdstock (un inglese), da cui mi sono sempre tenuto alla larga e che forse adesso avrà un’altra possibilità, come Barbara Hambly nelle sue varie incarnazazioni, un’altra autrice a cui Langford riserva sempre recensioni positive.
Wolfe, Holdstock e Hambly non sono fra i miei autori preferiti: lo è invece Jack Vance, che negli anni ’80 pubblica tutta la serie di Lyonesse. Sulla serie Langford è abbastanza tiepido, un giudizio che dopo aver letto il Vance dei primi anni tendo a condividere… in parte. Eddings è stroncato, sia pure sulla base di uno solo dei libri del Belgariad, e così pure Morwood, un autore minore che per coincidenza sto rileggendo in questi giorni. Delle mie letture giovanili compare solo il Brunner del Traveller in Black, (approvato); di quelle più tarde Samuel R. Delany: entrambi sono, come si vede, autori fantasy non convenzionali. In questo campo, comunque, il bersaglio preferito di Langford è Anne McCaffrey, un’autrice zuccherosa che l’attuale passione per il paranormal romantic dovrebbe spingere a rivalutare e a cui Critical Mass riserva frecciate continue.
Ma l’autore fantasy di gran lunga più lodato, e che inizia la sua ascesa proprio negli anni ’80, è Terry Pratchett: ogni sua uscita è accolta da boati di giubilo. All’epoca non ero affatto d’accordo, ma negli ultimi due-tre anni sto rileggendo in ordine tutto il ciclo del Mondo Disco e devo dire che la maestria di Pratchett è effettivamente indiscutibile.
Insomma, leggere Critical Assembly mi ha dato la stessa sensazione della rubrica originale negli anni ’80, in cui venivano citati continuamente autori di cui non avevo mai sentito parlare, tranne alcuni; così anche adesso, anche se le mie letture si sono estese e ho una comprensione più ampia del genere. Però Langford è un affabulatore, i suoi giudizi generali su fantasy e fantascienza sono sempre precisi e quindi, per gli appassionati, la lettura è consigliata; per tutti gli altri è abbastanza specialistica.
Rimane solo un piccolo problema. Ora, io mi ricordavo benissimo di avere letto una buona serie di recensioni di altri romanzi fantasy che in Critical Assembly non sono riportati. Ho pensato che fossero nelle ultime puntate e sono andato avanti. Poi ho pensato di avere saltato delle pagine e sono tornato indietro. Ho controllato l’indice analitico. Niente.
«Diavolo di un Lagford», ho pensato, «vuoi vedere che erano recensioni obbligate dalla redazione di White Dwarf e che appena potuto le hai eliminate?». La megalomania di Langford (la verità si dica) mi faceva sembrare la cosa improbabile. Alla fine, esasperato, ho cercato le recensioni di cui mi ricordavo su Google (quante recensioni ci saranno di Paksenarrion, figlia del pastore?). E lì ho avuto la sorpresa più grande: la rubrica che ne parlava e che ricordavo non era Critical Mass, ma The role of books di John C. Bunnell, il concorrente di Langford su Dragon, l’altra rivista di giochi di ruolo a cui ero abbonato e che avevo del tutto rimosso. Dalle nebbie del passato emerge un altro critico su cui ho formato il mio gusto, e che avevo del tutto rimosso, schiacciato dalla personalità, ben maggiore, di Langford…
Di Bunnell non esiste una raccolta critica, ma niente paura… ho le riviste originali!
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Oct 10, 2012 |
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- The Beekeeper's Apprentice (45)
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By Laurie R. King -
Finished on Oct 4, 2012 




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Riciclo una recensione dal mio blog
http://www.robertosedda.itThe beekeeper’s apprentice, di Laurie R. King, è il primo di una serie di romanzi con protagonista Mary Russell, pubblicato nell’ormai lontano 1994. Le storie di Mary contano ormai una dozzina di episodi e, senza essere mai arrivate al ... (
continue ) Riciclo una recensione dal mio blog
http://www.robertosedda.itThe beekeeper’s apprentice, di Laurie R. King, è il primo di una serie di romanzi con protagonista Mary Russell, pubblicato nell’ormai lontano 1994. Le storie di Mary contano ormai una dozzina di episodi e, senza essere mai arrivate alla grande notorietà, godono di una solida cerchia di estimatori: proprio quel tipo di combinazione che di solito individua un cult. Io ci sono arrivato grazie a un po’ di tracce rinvenute su Anobii, e i giudizi complessivamente positivi mi hanno spinto a iniziare la serie, vincendo la mia abituale diffidenza verso gli spin off. Alla fin fine sono contento, ma certo non c’è la stoffa per il cult.
Il beekeeper del titolo, cioè l’apicultore, è infatti un invecchiato Sherlock Holmes (siamo nel 1915), ritiratosi a vita semiprivata in campagna e dedito, appunto, all’apicultura (si rispetta così quanto previsto dallo stesso Conan Doyle nella raccolta tardiva His last bow). Nella stessa regione del Sussex si viene a stabilire Mary Russell, una ragazzina americana sedicenne, orfana e infelice ma dotata di una intelligenza superiore, in grado di rivaleggiare con quella dello stesso Holmes. Nonostante tutto li separi i due faranno amicizia e Holmes, dapprima come un divertissement e poi in maniera più seria, addestrerà Mary a essere la sua assistente e, forse, il suo successore.
Contrariamente alle apparenze The bekeeper’s apprentice non è un pastiche umoristico. La King pone gran cura nel vincere le diffidenze iniziali del lettore – e dell’esperto del canone sherlockiano – e la coppia improbabile Holmes-Mary funziona e si fa seguire con piacere. Più o meno tre quinti del romanzo sono dedicati al rapporto via via più stretto fra i due e ai loro primi casi in comune, e questa è senz’altro la parte migliore.
Ci sono solo due problemi. Uno è che, per poter inserire Mary nel ruolo di assistente, la King deve sbarazzarsi di Watson, che viene trattato un po’ male e, secondo me, in maniera complessivamente irrispettosa del canone originale. Il tutto è fatto con eleganza, ma il Watson della King non è il Watson di Conan Doyle, e questo segnala e anticipa le mie perplessità sulla seconda parte del romanzo.
Il secondo problema riguarda Mary. Allora: abbiamo deciso di dare a Holmes un compagno improbabile. Va bene. Niente di più inaspettato che una donna. D’accordo. La donna in questione è poco più che adolescente (uhm), è americana (ok), è orfana (ma si, va bene), ha una storia complicata alle spalle (d’accordo). Deve anche essere ebrea, studiare teologia, essere alta, maldestra come Bella Swann e avere una sessualità vagamente repressa? C’è un po’ di sovracaratterizzazione, come se la King avesse avuto un personaggio pronto per tutto un altro romanzo e, ricevuto l’incarico di scrivere questo, avesse riciclato la protagonista – che un pochino sembra infilata in questa storia a forza. Oppure sono io che sono politicamente scorretto e mi irrito per un po’ d’ombra di propaganda religiosa mascherata: anche perché Mary dice frequentemente di essere ebrea ma fa poche cose religiose: e per quanto una possa essere laica un’ombra di ritualità, di abitudini, di frequenza con la Parola (anche se ha palesemente letto i Salmi) dovrebbe pur esserci.
Anche con queste riserve, comunque, la prima parte del romanzo prende ed è piacevole. La seconda scricchiola parecchio di più. Dall’ombra emerge e si coagula un Grande Mistero, dietro al quale, naturalmente, sta un Avversario Misterioso e Inafferrabile. Sfortunatamente questo figuro non ha mai apparentemente studiato da cattivo-cattivo e il lettore è portato più volte a chiedersi perché continui a giocare con Mary e Holmes come il gatto col topo invece di farla finita. Mettiamola così: se io fossi un supercattivo e sapessi che Mary e Holmes, vestiti da gran sera e del tutto indifesi, passeranno in un certo luogo a una certa ora, non devasterei la loro carrozza per il puro gusto di crogiolarmi nella mia superiorità, ma convocherei una mezza dozzina (facciamo una dozzina, per sicurezza) di accoltellatori malesi per liberarmi di loro in maniera definitiva. Ci perdo il gusto di vederli dibattersi senza scampo giorno dopo giorno nelle spire del mio diabolico piano di vendetta, ma ehi, nella vita bisogna fare dei sacrifici. Anzi, dodici accoltellatori malesi già sono troppo esotici: una trentina di criminali londinesi armati di pistole andranno benissimo.
Insomma, la King deve mantenere alta la tensione dell’ultima parte con parecchia artificiosità, e già questo non va bene. In secondo luogo, per reazione Holmes e Mary architettano un piano: un piano che metterà a dura prova la loro fiducia reciproca, comporterà rischi e sacrifici, ma col quale potranno battere il loro nemico al suo stesso gioco. Insomma, non un piano qualsiasi: un piano, ragazzi, di quelli sui quali, appunto, si costruiscono i migliori romanzi d’avventura. Peccato che quale sia questo piano, apparentemente, non lo sappia neanche la King, la quale, dopo averlo reso l’oggetto di lunghe (ed efficaci) pagine di approfondimento della relazione fra Holmes e Mary (mi sacrifico io, no tu no, faccio io, no io) è costretta semplicemente a far andare la trama da un’altra parte in modo da non dover spiegare, esattamente, come avrebbe dovuto funzionare questo benedetto piano. Il problema, mi pare, è che la King è incerta sul come leggere le storie di Sherlock Holmes originali: se come romanzi d’avventura, in cui l’intreccio, la costruzione dei personaggi e degli ambienti e i colpi di scena sono gli elementi fondamentali, oppure come gialli (per la precisione whodunit) in cui quello che conta è la soluzione del puzzle. Conan Doyle ha usato Holmes come pretesto per scrivere storie dell’uno e dell’altro tipo, la King sembra non sapersi decidere e alla fine opta per il giallo, in maniera un tantino insoddisfacente.
D’altra parte lo scioglimento finale (che ovviamente non posso anticipare) è legato alla negazione di un altro consolidato assunto fondamentale del canone, una violazione ben più grave del trattamento riservato a Watson, e questo inchioda definitivamente il romanzo alla sufficienza risicata: Mary Russell è un personaggio che si fa seguire volentieri (a me sarebbe piaciuto vederla all’opera da sola in un’altra ambientazione, pazienza) e la relazione Holmes-Mary è piacevole; ma la King non sembra tantissimo a suo agio nella costruzione della trama e prende un po’ troppe scorciatoie per i miei gusti: può essere, naturalmente, che la serie abbia un seguito affezionato di lettori perché più avanti migliora sotto questo aspetto,e credo che, se capita almeno la seconda puntata me la leggerò. Se capita.
Note editoriali: The beekeeper’s apprentice è stato pubblicato in italiano da Neri Pozza (nel 2006); il resto della serie, se non ho visto male, è inedito in Italia.
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Nov 2, 2012 |
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The Mysteries of Udolpho
Un romanzo gilpiniano pieno di difetti ma seminaleSul mio blog una recensione in itinere (purtroppo non facilmente riassumibile, se non nei termini generalissimi indicati nel titolo di questa rece)
http://www.robertosedda.it/?p=2834