Fa sempre uno strano effetto, chiudere una trilogia. Anche quando si tratta di libri che non hai amato visceralmente, come di fatto è stato per me con questa Black Magician Trilogy della Canavan. Tuttavia, devo ammetterlo, sono giunta ad affezionarmi ai due protagonisti: i due maghi neri. Sonea
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Fa sempre uno strano effetto, chiudere una trilogia. Anche quando si tratta di libri che non hai amato visceralmente, come di fatto è stato per me con questa Black Magician Trilogy della Canavan. Tuttavia, devo ammetterlo, sono giunta ad affezionarmi ai due protagonisti: i due maghi neri. Sonea, la novizia proveniente dai bassifondi, e Akkarin, il Sommo Lord. Ho chiuso il libro giusto cinque minuti fa, e un po' mi spiace aver detto loro addio -soprattutto per com'è andato a finire. Ma procederei per gradi, anche qui. Il terzo e conclusivo capitolo della trilogia d'esordio di Trudi Canavan è stato, purtroppo, piagato da una serie di inconvenienti che ha in comune con i primi due volumi: uno è di sicuro l'adattamento in italiano, affidato ad un traduttore che, manifestamente, di fantasy ne sa poco o nulla -e di certo meno di tutti i lettori- e che, di nuovo, ci ha fatto subire personaggi che si rivolgono gli uni agli altri dandosi del "lei" piuttosto che del "voi", e che non si è curato di evitare una serie di refusi che, pur essendoci stati in misura minore che nel libro precedente, pure non sono mancati anche qui. In secondo luogo, c'è da dire che l'incedere narrativo della Canavan rimane anche qui poco adulto, e perciò per molti versi il plot ne risente in quanto a credibilità. Infatti, proprio in questo libro, dove le potenzialità crescevano a dismisura insieme alla portata degli eventi, l'autrice australiana avrebbe potuto senz'altro osare di più: la minaccia sachakana è stata resa con poca cruenza, per quanto la possibilità esistesse eccome; anche alla storia tra Sonea ed Akkarin non è stata, secondo me, resa sufficiente giustizia -soprattutto se poi si considera come finisce. Peraltro è stata, questa, una cosa che mi ha senz'altro sorpresa, e che credo sia stato un capriccio improvviso dell'autrice: nei primi due libri, infatti, ci si era abituati a leggere di un Sommo Lord austero e che incuteva timore reverenziale, che si rivolgeva all'Amministratore Lorlen chiamandolo "vecchio amico"; insomma, per quanto paragonato a Rothen sapessimo che non era vecchio, di certo non eravamo pronti a realizzare che avesse solo poco più di trent'anni. Ho ipotizzato che si trattasse di un capriccio improvviso, perché la Canavan, probabilmente cosciente di come avesse descritto Akkarin nei libri pregressi, si è premurata di informarci sin dalle prime decine di pagine che il suddetto Sommo Lord era un uomo affascinante, che veniva guardato con malizia anche dalle novizie più anziane. Questo non mi ha particolarmente infastidita, ma vorrei solo non aver avuto questa sensazione di "improvvisazione" a riguardo. Però! Però... questa volta il libro si è meritato tre stellette, e non due. La ragione è assai semplice: non mi sarei mai staccata dalla lettura di "Il segreto dei maghi" . Ci ho messo un po' di giorni a concluderlo, a causa delle feste e di due week end intercorsi, ma quando lo prendevo tra le mani ed iniziavo a leggere, macinavo pagine su pagine. Il ritmo della narrazione diventa assai più serrato che nei primi due volumi, a volte persino troppo, al punto che la prima parte del libro è a dir poco volata. Questo, tuttavia, si è rivelato un coltello a doppia lama, poiché i due capitoli finali mi sono sembrati persino affrettati, come se l'autrice avesse avuto ansia di concludere, e conseguentemente ha mancato di pathos in una serie di scene che avrei preferito descritte più approfonditamente, con più cura ma soprattutto con maggiore immedesimazione e sentimento. L'incedere più aggraziato della narrazione, comunque, è dovuto al fatto che, da un certo punto in poi, due dei punti di vista cui era affidata la narrazione, ovvero quello di Sonea e quello di Akkarin, prendono a coincidere, poiché i due personaggi si ritrovano a vivere le medesime situazioni; parimenti, la lunghezza dei paragrafi affidati ad altri POV diminuisce esponenzialmente, e si riduce all'essenziale. Tutto questo rende la storia più scorrevole e più facile da seguire, meno incespicante. E questo è decisamente uno dei punti forti di questo terzo volume. L'altro punto forte è il plot, assai più dinamico di quelli che caratterizzano i libri precedenti. Senza scendere troppo nel particolare, basti pensare che l'azione si svolge assai più al di fuori dei confini dell'Università e della Corporazione tutta, fino a sfociare persino al di fuori dalle Terre Alleate.
In sintesi, la Black Magician Trilogy è, a mio modesto parere, assai lontana dal poter aspirare all'empireo delle trilogie fantasy del nostro tempo. Tuttavia si tratta pur sempre di una lettura gradevole e che, alla fine, riesce pure a conquistarti senza che tu lo voglia poi davvero. Almeno, nel mio caso, mi ha messo la curiosità di tentare la lettura di qualche altra opera di Trudi Canavan -questa volta, se possibile, strettamente in lingua originale. Ho peraltro appena appreso che la Canavan sta lavorando ad una trilogia successiva alla Black Magician, ambientata credo quindici/venti anni dopo la fine della stessa. Sono decisamente curiosa, e personalmente mi terrò aggiornata ^^"
Il mio consiglio? Se avete tempo libero e da spendere in letture poco impegnative, leggete pure questa trilogia. Se vale la pena spendere quasi 60 euro per questi tre libri? Assolutamente no. Le edizioni TEA non dovrebbero tardare ad uscire, comunque, ed esistono le biblioteche.
La primissima cosa che voglio dire, riguardo a questo libro, è rivolta all'editrice Nord, della quale fino ad ora non avevo mai avuto motivo di lamentarmi. Ma che, francamente, questa volta ha davvero deluso le aspettative dei lettori, che di solito si aspettano professionalità, buoni traduttori ed
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La primissima cosa che voglio dire, riguardo a questo libro, è rivolta all'editrice Nord, della quale fino ad ora non avevo mai avuto motivo di lamentarmi. Ma che, francamente, questa volta ha davvero deluso le aspettative dei lettori, che di solito si aspettano professionalità, buoni traduttori ed editor attenti, per libri che costano un certo prezzo. Invece, questa volta abbiamo a che fare con un testo di quasi cinquecento pagine tradotto in maniera meno che decente, con i personaggi di un romanzo fantasy che, innovativamente, si danno del "lei" anziché del "voi" e la voce narrante che dà del "gli" alla protagonista donna; gli editor non hanno fatto il loro lavoro, perché -soprattutto nella seconda metà del libro, i refusi (errori di battitura, ripetizioni, errori di ortografia) non si contano neppure. La cosa è francamente fastidiosa, soprattutto perché il libro di per sé scorre a fatica, e a fronte di un'acquisto che non è di certo esiguo. Dovessi trovare lo stesso tipo di incuria nel terzo volume -uscito precipitosamente meno di un anno dopo rispetto al secondo- scriverò senz'altro alla casa editrice.
E questo è quanto c'è da dire sui punti dolenti di cui è responsabile la casa editrice -senza aver fatto menzione delle traduzioni dei titoli, del tutto reinventati. Il resto, purtroppo, è tristemente responsabilità della Canavan. Come nel primo volume di questa sua "Black magician trilogy", purtroppo lo stile dell'autrice australiana non riesce a conquistare né a coinvolgere quanto dovrebbe, unitamente ai suoi personaggi -benché si giunga ad esser loro più vicini per forza di cose, in questo secondo volume, in cui riusciamo a conoscerli meglio attraverso gli eventi. Ma andiamo per gradi. Dopo le vicende del primo libro, in cui la piccola protagonista Sonea, una dwell -abitante dei bassifondi, nel gergo di questo universo fantasy- si ritrova parvenue tra i maghi dopo aver scoperto, in circostanze inquientanti, di possedere dei poteri magici, ci ritroviamo a seguire i suoi primi passi all'interno dell'Università dei maghi -di qui il titolo in italiano del secondo volume della trilogia. Si inizia dai suoi esami di ammissione, passando per il primo periodo di studi, che si rivela ben presto costellato di difficoltà: non tanto pratiche e didattiche, quanto di inserimento. La scuola di maghi è un'èlite di cui hanno sempre e solo fatto parte i figli delle famiglie nobili, e Sonea è un'intrusa, naturalmente. Ben presto si manifesteranno i tentativi di renderla un'emarginata, in particolare nella persona di Regin. Figlio di una delle famiglie, inizierà sin dal primo giorno ad ostacolarla, a prendersi gioco di lei, a tirarle scherzi che finiranno per diventare persino violenti con il procedere dell'anno. In questo quadro si imporrà la figura sempre più presente di Akkarin, il Sommo Lord e mago nero, cui la trilogia è appunto intotolata. Il mistero sul suo conto si farà sempre più fitto, per poi quasi svelarsi solo in parte alla fine del libro. Akkarin è, a mio parere, il personaggio meglio riuscito del libro. L'alone di mistero che lo circonda, la sua riluttanza a svelarsi, a parlare di sé, la punta di ironia, lo rendono una personalità interessante, quella che spicca senz'altro maggiormente rispetto alle altre. Il velo di malignità, la crudeltà senza riserve, persino il timore dei suoi amici e dei protagonisti non riescono ad essere un deterrente alle simpatie del lettore rispetto al Sommo Lord.
Nel frattempo, alle vicende interne all'Università -relative non solo a Sonea e all'alto signore, ma anche all'amministratore Lorlen e a Lord Rothen, tutore della protagonista fino a nuovo ordine, che sono gli altri due pov della narrazione- si intrecciano quelle di Lord Dannyl. Uno dei personaggi meglio riusciti del primo libro, qui Dannyl invece francamente scade un po'. Nominato secondo ambasciatore della Corporazione ad Elyne, una delle Terre Alleate, Dannyl parte e, in seguito su rischiesta dei suoi superiori, inizia un viaggio sulle tracce di quello che, molti anni prima, aveva eseguito Akkarin stesso, alla ricerca dell'antica magia. Tuttavia, le avventure di Dannyl, accompagnato dal lad -omossessuale, in questo mondo- Tayend di Tremmelin, assistente bibliotecario e studioso, non riescono a coinvolgere, ma finiscono per annoiare a morte il lettore, soprattutto nella prima metà del libro, in cui si è più ansiosi di seguire i passi di Sonea che i viaggi poco descritti e scarsamente dettagliati dell'ambasciatore. Purtroppo molto è dovuto alla mancanza di suggestività nelle descrizioni dell'autrice: anche i luoghi più splendidi visitati dal mago e lo studioso, non riescono ad essere visualizzabili dal lettore, che riesce a farsi solo una vaga idea dei luoghi che i personaggi stanno visitando. Di certo, niente a che vedere con le capacità descrittive che sono tipiche di un'autrice contemporanea alla Canavan, e forse altrettanto di successo, quale è Jacqueline Carey.
Tutto sommato, questo libro supera il precedente in quanto a densità degli eventi: laddove il primo libro è stato per tre quarti zeppo di eventi che avrebbero potuto riassumersi in molte meno pagine, qui questo succede in maniera assai minore, e circoscritta alla prima parte del libro -in cui in effetti il plot sembra ripetersi: Sonea, i corsi e i compagni che le fanno i dispetti; Lorlen e le sue paure riguardo al Sommo Lord; Dannyl che si imbarca e risbarca in un nuovo luogo scarsamente descritto. I problemi fondamentali di questo libro sono essenzialmente due: Il primo, il fatto che gli eventi chiave, quelli veramente fondamentali ai fini della saga e dove il plot si esprime al meglio, sono veramente pochi. Il secondo, come anche nel primo libro, il fatto che i punti di vista siano frammentati su più personaggi. Mi rendo conto dell'esigenza di coprire più situazioni e luoghi parallelamente, ma un narratore onniscente, che si spartisca al massimo su due piani -l'Università e le altre Terre Alleate, per seguire i personaggi principali- renderebbe la narrazione meno dispersiva, incrementerebbe l'introspezione -che è ridotta veramente all'osso, nei romanzi della Canavan, e che finisce qui per svilire un principio di romanticismo che mi sarebbe pure piaciuto approfondire, lì per amplificare una crisi d'identità sessuale che finisce pure per venire a noia-, renderebbe tutto sommato la narrazione più coinvolgente e meglio gestibile nell'arco delle cinquecento pagine.
In sintesi, questo romanzo presenza essenzialmente gli stessi difetti del precedente, acuiti da una parte dalla poca cura prestata dagli editor italiani, e d'altra parte migliorati un po' dal fatto che il plot sia tutto sommato più denso di eventi, grazie ai quali si riesce a procedere nella lettura spinti dalla curiosità. Almeno questa, per fortuna, non viene meno e aiuta a proseguire.
Con il terzo volume già sullo scaffale, credo di poter predire che sarà anche qui la curiosità per gli eventi il mio catalizzatore nella lettura.
Se ci fossero cinque stelle, ne assegnerei cinque a questo libro. Se ce ne fossero dieci, le assegnerei tutte e dieci. Non esattamente all'altezza del suo predecessore, "L'ombra del Vento", ma ugualmente uno dei migliori libri che si possano leggere nel corso di tutta una vita. Uno d
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Se ci fossero cinque stelle, ne assegnerei cinque a questo libro. Se ce ne fossero dieci, le assegnerei tutte e dieci. Non esattamente all'altezza del suo predecessore, "L'ombra del Vento", ma ugualmente uno dei migliori libri che si possano leggere nel corso di tutta una vita. Uno dei migliori che io abbia letto negli ultimi anni, di sicuro. Ho terminato questa mattina "Il gioco dell'angelo". Ho iniziato a piangere sul finire della prima pagina dell'epilogo, silenziosamente, in un'aula semipiena dell'Università. Cinque minuti dopo ho chiuso il libro con un groppo in gola e le guance rigate di lacrime. E' raro ch'io pianga per la fine di un libro; di solito mi succede non per commozione, ma per emozione, o perché mi spiace salutare personaggi e luoghi che sono diventati cari come un vecchio amico che parte e ti dice addio -come è successo con David Martìn. Nel caso di questo romanzo, avevo il petto così colmo di sentimenti ed emozioni, molte delle quali contrastanti con le altre, che sentivo quasi mozzarsi il respiro. E questo è per quanto riguarda il coinvolgimento emotivo che questo nuovo capolavoro di Zafòn è stato capace di suscitare in me. Per quanto riguarda il suo stile, è presto detto: lo scrittore spagnolo possiede capacità narrative che, adoggi, sono fuori dal comune, e che è nettamente difficile trovare in un autore contemporaneo. Il suo linguaggio, il suo modo di scrivere, di giostrarsi tra parole e periodi con una cadenza sempre perfetta -ora più rapida, ora più lenta, a seconda della situazione- è assolutamente rimarcabile, calcolata oserei dire in maniera quasi matematica; l'incedere della narrazione va di pari passo con gli eventi narrati, con una scioltezza ed una classe senza pari. I dialoghi sono sempre magnifici, a volte inquietanti, a volte ironici, a volte magnetici. L'intreccio di questa storia è monumentale: la trama continua ad infittirsi quasi fino alla fine, raggiungendo il culmine alla fine del secondo atto del libro, per poi lentamente iniziare a sciogliersi nel terzo ed ultimo atto, percorrendo terreni così tortuosi che il lettore finisce per chiedersi, a venti pagine dalla fine, ancora cosa potrebbe accadere -come sia possibile che, in così poche pagine, possa verificarsi un evento risolutivo. In questo quadro si localizza l'unica, misera pecca che, se il lettore volesse cercare quale proverbiale ago nel pagliaio, potrebbe riscontrare: un po' troppe morti nel terzo atto del romanzo; a me personalmente hanno finito per apparire un leggero eccesso. D'altro canto non posso dire che ognuna di esse non avesse una giustificazione all'interno della trama. Di contro, un plauso particolare va fatto alle molte scene quasi oniriche inserite nei primi due terzi di libro: davvero d'effetto e assai inquietanti. I personaggi che popolano la città dei maledetti, la Barcellona ancor più gotica ed oscura in questo romanzo che nel suo predecessore, sono forse il punto forte del romanzo. Lì dove il personaggio chiave de "L'ombra del vento" è rappresentato, a mio parere, inequivocabilmente da Julian Carax -con buona considerazione per Beatrix e Fermìn-, ne "Il gioco dell'Angelo" una rosa di personaggi egregiamente tratteggiati ci accompagna per le quasi settecento pagine di questo romanzo. David Martìn, la voce narrante, è semplicemente indescrivibile nella sua umana e perfetta complessità. Andreas Corelli -il misterioso principale che non batte mai le palpebre- ha dell'inquietante, senza se né ma: non c'è in lui la stessa latente tenerezza da cuore spezzato che aleggiava sul personaggio del dannato Carax. Corelli è una macchina fredda e calcolatrice, che non lascia traccia del proprio passaggio se non nella psiche e nelle azioni di David. Esiste senza esistere, e fa tanto più paura per questo. Un'ovazione per Isabella: personalità riuscitissima, carattere pungente, dal cui sarcasmo trasudano lealtà e affetto smisurati. L'ho assolutamente adorata, e confesso che mi è dispiaciuto quando la sua presenza dalle pagine è diminuita. Ho pianto al momento dell'epilogo anche per lei, per quel che avevo già da tempo capito sarebbe diventata. Il vecchio Sempere, presenza fondamentale dei primi due terzi di romanzo, è anch'egli un'istituzione. E' stato parte della magia di questo libro, poiché ha contribuito a portare in questo una parte di quella insita nel precedente. Conoscere lui è stato come incontrare un vecchio amico. Pedro Vidal e Cristina Sagnier fanno la loro bella figura da personaggi accessori e ben delineati quali essi sono. Un plauso tuttavia va consacrato alla Cristina di Pugcerdà. Infine, che altro dire? Il Cimitero dei Libri Dimenticati è un'istituzione che sono felicissima di aver visitato nuovamente in questo romanzo. L'ultima gita di David in quel luogo è stato il primo colpo al mio fragile cuore rigonfio di emozioni che ancora non riuscivano a straripare. Un romanzo magnifico e monumentale, narrato da uno scrittore che è il talento del nostro tempo, un vero maestro. Spero ardentemente che il prossimo lungo lavoro di Zafòn non ci faccia attendere troppo, perché potrei sentirne la mancanza al punto di soffrirne.
Nota a margine: ho comprato ugualmente il romanzo nonappena ho potuto malgrado quello che definirei uno strozzinaggio autorizzato della Mondadori, poiché ero in ansia per la sua uscita e perché, comunque, le pagine di Zafòn in qualche modo valgono il prezzo. Tuttavia punto pollice decisamente verso per il prezzo assolutamente scandaloso di ben 22,00 euro per un romanzo impaginato a caratteri cubitali e con i margini larghissimi. Tanto più vergognoso se si pensa che, probabilmente, sarà uno dei romanzi più regalati ed acquistati per Natale. Meno male che esistono luoghi come la Fnac che riducono il prezzo nel mese di lancio.
Proprio un bel modo per iniziare ad apprezzare seriamente i lavori di Neil Gaiman. Alcuni racconti sono assai ordinari, ma ce ne sono degli altri, all'interno di questa raccolta contenente undici scritti più o meno brevi, che raggiungono una complessità stilistica che ha dell'incredibile, e che
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Proprio un bel modo per iniziare ad apprezzare seriamente i lavori di Neil Gaiman. Alcuni racconti sono assai ordinari, ma ce ne sono degli altri, all'interno di questa raccolta contenente undici scritti più o meno brevi, che raggiungono una complessità stilistica che ha dell'incredibile, e che ti fanno pensare "Quest'uomo è un vero genio". Un plauso particolare va al racconto di apertura, "Il cimitero senza lapidi", unitamente con "Il prezzo" ed infine il penultimo, "Avis Soleus" -anche se un debole l'ho avuto anche per quello intitolato "Cavalleria". Gaiman spazia dal fantasy alla quasi-fantascienza, finanche a chiudere la raccolta con un racconto pseudo-investigativo dalle tinte allucinate. Non sempre si tratta di scritti facili da comprendere e digerire, malgrado la quantità limitata di pagine che li compone; a volte ti lasciano un senso di amaro, a volte di incompiuto -e questo non è necessariamente un male, badate!-, altre volte di tristezza e rassegnazione. E qualche volta, benché non sempre, a scapito del titolo sotto il quale i racconti sono stati raccolti, si prova anche qualche brivido di paura.
Pollice decisamente in basso per la Mondadori: i miei complimenti al genio del male che ha ben pensato di catalogare questi racconti nella collana per ragazzi. Davvero geniale! Pollice decisamente in alto, invece, per Neil Gaiman. Dopo questo libro, credo proprio che rifarò il tentativo di Stardust, per poi proseguire con il resto della sua produzione.
Il segreto dei maghi
Fa sempre uno strano effetto, chiudere una trilogia. Anche quando si tratta di libri che non hai amato visceralmente, come di fatto è stato per me con questa Black Magician Trilogy della Canavan.continue)
Tuttavia, devo ammetterlo, sono giunta ad affezionarmi ai due protagonisti: i due maghi neri. Sonea ... (
Fa sempre uno strano effetto, chiudere una trilogia. Anche quando si tratta di libri che non hai amato visceralmente, come di fatto è stato per me con questa Black Magician Trilogy della Canavan.
Tuttavia, devo ammetterlo, sono giunta ad affezionarmi ai due protagonisti: i due maghi neri. Sonea, la novizia proveniente dai bassifondi, e Akkarin, il Sommo Lord.
Ho chiuso il libro giusto cinque minuti fa, e un po' mi spiace aver detto loro addio -soprattutto per com'è andato a finire.
Ma procederei per gradi, anche qui.
Il terzo e conclusivo capitolo della trilogia d'esordio di Trudi Canavan è stato, purtroppo, piagato da una serie di inconvenienti che ha in comune con i primi due volumi: uno è di sicuro l'adattamento in italiano, affidato ad un traduttore che, manifestamente, di fantasy ne sa poco o nulla -e di certo meno di tutti i lettori- e che, di nuovo, ci ha fatto subire personaggi che si rivolgono gli uni agli altri dandosi del "lei" piuttosto che del "voi", e che non si è curato di evitare una serie di refusi che, pur essendoci stati in misura minore che nel libro precedente, pure non sono mancati anche qui.
In secondo luogo, c'è da dire che l'incedere narrativo della Canavan rimane anche qui poco adulto, e perciò per molti versi il plot ne risente in quanto a credibilità.
Infatti, proprio in questo libro, dove le potenzialità crescevano a dismisura insieme alla portata degli eventi, l'autrice australiana avrebbe potuto senz'altro osare di più: la minaccia sachakana è stata resa con poca cruenza, per quanto la possibilità esistesse eccome; anche alla storia tra Sonea ed Akkarin non è stata, secondo me, resa sufficiente giustizia -soprattutto se poi si considera come finisce.
Peraltro è stata, questa, una cosa che mi ha senz'altro sorpresa, e che credo sia stato un capriccio improvviso dell'autrice: nei primi due libri, infatti, ci si era abituati a leggere di un Sommo Lord austero e che incuteva timore reverenziale, che si rivolgeva all'Amministratore Lorlen chiamandolo "vecchio amico"; insomma, per quanto paragonato a Rothen sapessimo che non era vecchio, di certo non eravamo pronti a realizzare che avesse solo poco più di trent'anni.
Ho ipotizzato che si trattasse di un capriccio improvviso, perché la Canavan, probabilmente cosciente di come avesse descritto Akkarin nei libri pregressi, si è premurata di informarci sin dalle prime decine di pagine che il suddetto Sommo Lord era un uomo affascinante, che veniva guardato con malizia anche dalle novizie più anziane.
Questo non mi ha particolarmente infastidita, ma vorrei solo non aver avuto questa sensazione di "improvvisazione" a riguardo.
Però!
Però... questa volta il libro si è meritato tre stellette, e non due.
La ragione è assai semplice: non mi sarei mai staccata dalla lettura di "Il segreto dei maghi" . Ci ho messo un po' di giorni a concluderlo, a causa delle feste e di due week end intercorsi, ma quando lo prendevo tra le mani ed iniziavo a leggere, macinavo pagine su pagine.
Il ritmo della narrazione diventa assai più serrato che nei primi due volumi, a volte persino troppo, al punto che la prima parte del libro è a dir poco volata. Questo, tuttavia, si è rivelato un coltello a doppia lama, poiché i due capitoli finali mi sono sembrati persino affrettati, come se l'autrice avesse avuto ansia di concludere, e conseguentemente ha mancato di pathos in una serie di scene che avrei preferito descritte più approfonditamente, con più cura ma soprattutto con maggiore immedesimazione e sentimento.
L'incedere più aggraziato della narrazione, comunque, è dovuto al fatto che, da un certo punto in poi, due dei punti di vista cui era affidata la narrazione, ovvero quello di Sonea e quello di Akkarin, prendono a coincidere, poiché i due personaggi si ritrovano a vivere le medesime situazioni; parimenti, la lunghezza dei paragrafi affidati ad altri POV diminuisce esponenzialmente, e si riduce all'essenziale. Tutto questo rende la storia più scorrevole e più facile da seguire, meno incespicante. E questo è decisamente uno dei punti forti di questo terzo volume.
L'altro punto forte è il plot, assai più dinamico di quelli che caratterizzano i libri precedenti. Senza scendere troppo nel particolare, basti pensare che l'azione si svolge assai più al di fuori dei confini dell'Università e della Corporazione tutta, fino a sfociare persino al di fuori dalle Terre Alleate.
In sintesi, la Black Magician Trilogy è, a mio modesto parere, assai lontana dal poter aspirare all'empireo delle trilogie fantasy del nostro tempo. Tuttavia si tratta pur sempre di una lettura gradevole e che, alla fine, riesce pure a conquistarti senza che tu lo voglia poi davvero.
Almeno, nel mio caso, mi ha messo la curiosità di tentare la lettura di qualche altra opera di Trudi Canavan -questa volta, se possibile, strettamente in lingua originale.
Ho peraltro appena appreso che la Canavan sta lavorando ad una trilogia successiva alla Black Magician, ambientata credo quindici/venti anni dopo la fine della stessa. Sono decisamente curiosa, e personalmente mi terrò aggiornata ^^"
Il mio consiglio? Se avete tempo libero e da spendere in letture poco impegnative, leggete pure questa trilogia.
Se vale la pena spendere quasi 60 euro per questi tre libri? Assolutamente no. Le edizioni TEA non dovrebbero tardare ad uscire, comunque, ed esistono le biblioteche.
La scuola dei maghi
La primissima cosa che voglio dire, riguardo a questo libro, è rivolta all'editrice Nord, della quale fino ad ora non avevo mai avuto motivo di lamentarmi. Ma che, francamente, questa volta ha davvero deluso le aspettative dei lettori, che di solito si aspettano professionalità, buoni traduttori ed ... (continue)
La primissima cosa che voglio dire, riguardo a questo libro, è rivolta all'editrice Nord, della quale fino ad ora non avevo mai avuto motivo di lamentarmi. Ma che, francamente, questa volta ha davvero deluso le aspettative dei lettori, che di solito si aspettano professionalità, buoni traduttori ed editor attenti, per libri che costano un certo prezzo.
Invece, questa volta abbiamo a che fare con un testo di quasi cinquecento pagine tradotto in maniera meno che decente, con i personaggi di un romanzo fantasy che, innovativamente, si danno del "lei" anziché del "voi" e la voce narrante che dà del "gli" alla protagonista donna; gli editor non hanno fatto il loro lavoro, perché -soprattutto nella seconda metà del libro, i refusi (errori di battitura, ripetizioni, errori di ortografia) non si contano neppure.
La cosa è francamente fastidiosa, soprattutto perché il libro di per sé scorre a fatica, e a fronte di un'acquisto che non è di certo esiguo.
Dovessi trovare lo stesso tipo di incuria nel terzo volume -uscito precipitosamente meno di un anno dopo rispetto al secondo- scriverò senz'altro alla casa editrice.
E questo è quanto c'è da dire sui punti dolenti di cui è responsabile la casa editrice -senza aver fatto menzione delle traduzioni dei titoli, del tutto reinventati.
Il resto, purtroppo, è tristemente responsabilità della Canavan.
Come nel primo volume di questa sua "Black magician trilogy", purtroppo lo stile dell'autrice australiana non riesce a conquistare né a coinvolgere quanto dovrebbe, unitamente ai suoi personaggi -benché si giunga ad esser loro più vicini per forza di cose, in questo secondo volume, in cui riusciamo a conoscerli meglio attraverso gli eventi.
Ma andiamo per gradi.
Dopo le vicende del primo libro, in cui la piccola protagonista Sonea, una dwell -abitante dei bassifondi, nel gergo di questo universo fantasy- si ritrova parvenue tra i maghi dopo aver scoperto, in circostanze inquientanti, di possedere dei poteri magici, ci ritroviamo a seguire i suoi primi passi all'interno dell'Università dei maghi -di qui il titolo in italiano del secondo volume della trilogia.
Si inizia dai suoi esami di ammissione, passando per il primo periodo di studi, che si rivela ben presto costellato di difficoltà: non tanto pratiche e didattiche, quanto di inserimento. La scuola di maghi è un'èlite di cui hanno sempre e solo fatto parte i figli delle famiglie nobili, e Sonea è un'intrusa, naturalmente. Ben presto si manifesteranno i tentativi di renderla un'emarginata, in particolare nella persona di Regin.
Figlio di una delle famiglie, inizierà sin dal primo giorno ad ostacolarla, a prendersi gioco di lei, a tirarle scherzi che finiranno per diventare persino violenti con il procedere dell'anno.
In questo quadro si imporrà la figura sempre più presente di Akkarin, il Sommo Lord e mago nero, cui la trilogia è appunto intotolata. Il mistero sul suo conto si farà sempre più fitto, per poi quasi svelarsi solo in parte alla fine del libro.
Akkarin è, a mio parere, il personaggio meglio riuscito del libro.
L'alone di mistero che lo circonda, la sua riluttanza a svelarsi, a parlare di sé, la punta di ironia, lo rendono una personalità interessante, quella che spicca senz'altro maggiormente rispetto alle altre. Il velo di malignità, la crudeltà senza riserve, persino il timore dei suoi amici e dei protagonisti non riescono ad essere un deterrente alle simpatie del lettore rispetto al Sommo Lord.
Nel frattempo, alle vicende interne all'Università -relative non solo a Sonea e all'alto signore, ma anche all'amministratore Lorlen e a Lord Rothen, tutore della protagonista fino a nuovo ordine, che sono gli altri due pov della narrazione- si intrecciano quelle di Lord Dannyl.
Uno dei personaggi meglio riusciti del primo libro, qui Dannyl invece francamente scade un po'.
Nominato secondo ambasciatore della Corporazione ad Elyne, una delle Terre Alleate, Dannyl parte e, in seguito su rischiesta dei suoi superiori, inizia un viaggio sulle tracce di quello che, molti anni prima, aveva eseguito Akkarin stesso, alla ricerca dell'antica magia.
Tuttavia, le avventure di Dannyl, accompagnato dal lad -omossessuale, in questo mondo- Tayend di Tremmelin, assistente bibliotecario e studioso, non riescono a coinvolgere, ma finiscono per annoiare a morte il lettore, soprattutto nella prima metà del libro, in cui si è più ansiosi di seguire i passi di Sonea che i viaggi poco descritti e scarsamente dettagliati dell'ambasciatore.
Purtroppo molto è dovuto alla mancanza di suggestività nelle descrizioni dell'autrice: anche i luoghi più splendidi visitati dal mago e lo studioso, non riescono ad essere visualizzabili dal lettore, che riesce a farsi solo una vaga idea dei luoghi che i personaggi stanno visitando.
Di certo, niente a che vedere con le capacità descrittive che sono tipiche di un'autrice contemporanea alla Canavan, e forse altrettanto di successo, quale è Jacqueline Carey.
Tutto sommato, questo libro supera il precedente in quanto a densità degli eventi: laddove il primo libro è stato per tre quarti zeppo di eventi che avrebbero potuto riassumersi in molte meno pagine, qui questo succede in maniera assai minore, e circoscritta alla prima parte del libro -in cui in effetti il plot sembra ripetersi: Sonea, i corsi e i compagni che le fanno i dispetti; Lorlen e le sue paure riguardo al Sommo Lord; Dannyl che si imbarca e risbarca in un nuovo luogo scarsamente descritto.
I problemi fondamentali di questo libro sono essenzialmente due:
Il primo, il fatto che gli eventi chiave, quelli veramente fondamentali ai fini della saga e dove il plot si esprime al meglio, sono veramente pochi.
Il secondo, come anche nel primo libro, il fatto che i punti di vista siano frammentati su più personaggi. Mi rendo conto dell'esigenza di coprire più situazioni e luoghi parallelamente, ma un narratore onniscente, che si spartisca al massimo su due piani -l'Università e le altre Terre Alleate, per seguire i personaggi principali- renderebbe la narrazione meno dispersiva, incrementerebbe l'introspezione -che è ridotta veramente all'osso, nei romanzi della Canavan, e che finisce qui per svilire un principio di romanticismo che mi sarebbe pure piaciuto approfondire, lì per amplificare una crisi d'identità sessuale che finisce pure per venire a noia-, renderebbe tutto sommato la narrazione più coinvolgente e meglio gestibile nell'arco delle cinquecento pagine.
In sintesi, questo romanzo presenza essenzialmente gli stessi difetti del precedente, acuiti da una parte dalla poca cura prestata dagli editor italiani, e d'altra parte migliorati un po' dal fatto che il plot sia tutto sommato più denso di eventi, grazie ai quali si riesce a procedere nella lettura spinti dalla curiosità. Almeno questa, per fortuna, non viene meno e aiuta a proseguire.
Con il terzo volume già sullo scaffale, credo di poter predire che sarà anche qui la curiosità per gli eventi il mio catalizzatore nella lettura.
Il destino di Adhara
Il gioco dell'angelo
Se ci fossero cinque stelle, ne assegnerei cinque a questo libro.continue)
Se ce ne fossero dieci, le assegnerei tutte e dieci.
Non esattamente all'altezza del suo predecessore, "L'ombra del Vento", ma ugualmente uno dei migliori libri che si possano leggere nel corso di tutta una vita.
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Se ci fossero cinque stelle, ne assegnerei cinque a questo libro.
Se ce ne fossero dieci, le assegnerei tutte e dieci.
Non esattamente all'altezza del suo predecessore, "L'ombra del Vento", ma ugualmente uno dei migliori libri che si possano leggere nel corso di tutta una vita.
Uno dei migliori che io abbia letto negli ultimi anni, di sicuro.
Ho terminato questa mattina "Il gioco dell'angelo".
Ho iniziato a piangere sul finire della prima pagina dell'epilogo, silenziosamente, in un'aula semipiena dell'Università. Cinque minuti dopo ho chiuso il libro con un groppo in gola e le guance rigate di lacrime.
E' raro ch'io pianga per la fine di un libro; di solito mi succede non per commozione, ma per emozione, o perché mi spiace salutare personaggi e luoghi che sono diventati cari come un vecchio amico che parte e ti dice addio -come è successo con David Martìn.
Nel caso di questo romanzo, avevo il petto così colmo di sentimenti ed emozioni, molte delle quali contrastanti con le altre, che sentivo quasi mozzarsi il respiro.
E questo è per quanto riguarda il coinvolgimento emotivo che questo nuovo capolavoro di Zafòn è stato capace di suscitare in me.
Per quanto riguarda il suo stile, è presto detto: lo scrittore spagnolo possiede capacità narrative che, adoggi, sono fuori dal comune, e che è nettamente difficile trovare in un autore contemporaneo. Il suo linguaggio, il suo modo di scrivere, di giostrarsi tra parole e periodi con una cadenza sempre perfetta -ora più rapida, ora più lenta, a seconda della situazione- è assolutamente rimarcabile, calcolata oserei dire in maniera quasi matematica; l'incedere della narrazione va di pari passo con gli eventi narrati, con una scioltezza ed una classe senza pari.
I dialoghi sono sempre magnifici, a volte inquietanti, a volte ironici, a volte magnetici.
L'intreccio di questa storia è monumentale: la trama continua ad infittirsi quasi fino alla fine, raggiungendo il culmine alla fine del secondo atto del libro, per poi lentamente iniziare a sciogliersi nel terzo ed ultimo atto, percorrendo terreni così tortuosi che il lettore finisce per chiedersi, a venti pagine dalla fine, ancora cosa potrebbe accadere -come sia possibile che, in così poche pagine, possa verificarsi un evento risolutivo.
In questo quadro si localizza l'unica, misera pecca che, se il lettore volesse cercare quale proverbiale ago nel pagliaio, potrebbe riscontrare: un po' troppe morti nel terzo atto del romanzo; a me personalmente hanno finito per apparire un leggero eccesso. D'altro canto non posso dire che ognuna di esse non avesse una giustificazione all'interno della trama. Di contro, un plauso particolare va fatto alle molte scene quasi oniriche inserite nei primi due terzi di libro: davvero d'effetto e assai inquietanti.
I personaggi che popolano la città dei maledetti, la Barcellona ancor più gotica ed oscura in questo romanzo che nel suo predecessore, sono forse il punto forte del romanzo.
Lì dove il personaggio chiave de "L'ombra del vento" è rappresentato, a mio parere, inequivocabilmente da Julian Carax -con buona considerazione per Beatrix e Fermìn-, ne "Il gioco dell'Angelo" una rosa di personaggi egregiamente tratteggiati ci accompagna per le quasi settecento pagine di questo romanzo.
David Martìn, la voce narrante, è semplicemente indescrivibile nella sua umana e perfetta complessità.
Andreas Corelli -il misterioso principale che non batte mai le palpebre- ha dell'inquietante, senza se né ma: non c'è in lui la stessa latente tenerezza da cuore spezzato che aleggiava sul personaggio del dannato Carax. Corelli è una macchina fredda e calcolatrice, che non lascia traccia del proprio passaggio se non nella psiche e nelle azioni di David. Esiste senza esistere, e fa tanto più paura per questo.
Un'ovazione per Isabella: personalità riuscitissima, carattere pungente, dal cui sarcasmo trasudano lealtà e affetto smisurati. L'ho assolutamente adorata, e confesso che mi è dispiaciuto quando la sua presenza dalle pagine è diminuita. Ho pianto al momento dell'epilogo anche per lei, per quel che avevo già da tempo capito sarebbe diventata.
Il vecchio Sempere, presenza fondamentale dei primi due terzi di romanzo, è anch'egli un'istituzione. E' stato parte della magia di questo libro, poiché ha contribuito a portare in questo una parte di quella insita nel precedente. Conoscere lui è stato come incontrare un vecchio amico.
Pedro Vidal e Cristina Sagnier fanno la loro bella figura da personaggi accessori e ben delineati quali essi sono. Un plauso tuttavia va consacrato alla Cristina di Pugcerdà.
Infine, che altro dire?
Il Cimitero dei Libri Dimenticati è un'istituzione che sono felicissima di aver visitato nuovamente in questo romanzo. L'ultima gita di David in quel luogo è stato il primo colpo al mio fragile cuore rigonfio di emozioni che ancora non riuscivano a straripare.
Un romanzo magnifico e monumentale, narrato da uno scrittore che è il talento del nostro tempo, un vero maestro.
Spero ardentemente che il prossimo lungo lavoro di Zafòn non ci faccia attendere troppo, perché potrei sentirne la mancanza al punto di soffrirne.
Nota a margine: ho comprato ugualmente il romanzo nonappena ho potuto malgrado quello che definirei uno strozzinaggio autorizzato della Mondadori, poiché ero in ansia per la sua uscita e perché, comunque, le pagine di Zafòn in qualche modo valgono il prezzo.
Tuttavia punto pollice decisamente verso per il prezzo assolutamente scandaloso di ben 22,00 euro per un romanzo impaginato a caratteri cubitali e con i margini larghissimi. Tanto più vergognoso se si pensa che, probabilmente, sarà uno dei romanzi più regalati ed acquistati per Natale.
Meno male che esistono luoghi come la Fnac che riducono il prezzo nel mese di lancio.
Il cimitero senza lapidi e altre storie nere
Proprio un bel modo per iniziare ad apprezzare seriamente i lavori di Neil Gaiman.continue)
Alcuni racconti sono assai ordinari, ma ce ne sono degli altri, all'interno di questa raccolta contenente undici scritti più o meno brevi, che raggiungono una complessità stilistica che ha dell'incredibile, e che ... (
Proprio un bel modo per iniziare ad apprezzare seriamente i lavori di Neil Gaiman.
Alcuni racconti sono assai ordinari, ma ce ne sono degli altri, all'interno di questa raccolta contenente undici scritti più o meno brevi, che raggiungono una complessità stilistica che ha dell'incredibile, e che ti fanno pensare "Quest'uomo è un vero genio".
Un plauso particolare va al racconto di apertura, "Il cimitero senza lapidi", unitamente con "Il prezzo" ed infine il penultimo, "Avis Soleus" -anche se un debole l'ho avuto anche per quello intitolato "Cavalleria".
Gaiman spazia dal fantasy alla quasi-fantascienza, finanche a chiudere la raccolta con un racconto pseudo-investigativo dalle tinte allucinate.
Non sempre si tratta di scritti facili da comprendere e digerire, malgrado la quantità limitata di pagine che li compone; a volte ti lasciano un senso di amaro, a volte di incompiuto -e questo non è necessariamente un male, badate!-, altre volte di tristezza e rassegnazione.
E qualche volta, benché non sempre, a scapito del titolo sotto il quale i racconti sono stati raccolti, si prova anche qualche brivido di paura.
Pollice decisamente in basso per la Mondadori: i miei complimenti al genio del male che ha ben pensato di catalogare questi racconti nella collana per ragazzi. Davvero geniale!
Pollice decisamente in alto, invece, per Neil Gaiman.
Dopo questo libro, credo proprio che rifarò il tentativo di Stardust, per poi proseguire con il resto della sua produzione.