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Cover of The Lord of the Rings
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    Che c'è da dire. Letto e riletto innumerevoli volte. Lo leggerò in inglese, per la prima volta, e ne parlerò in questa veste quando l'avrò finito.
    Un mito fondativo della mia esistenza.

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    ― Posted on May 26, 2008 | Add your feedback

Cover of Clough
  • Letteratura e democrazia.

    Kurt Vonnegut disse, una volta, che la narrativa romanzesca è l'arte più democratica che ci sia. Che per diventare lo scrittore di un romanzo non occorrono grandi apprendistati, come per diventare musicisti o pittori. Che basta saper usare il dizionario e avere una bella storia da raccontare per scrivere un bel libro.

    Kurt, per una volta avevi torto.

    Sto leggendo, insieme, il libro di David Peace su Brian Clough, e l'autobiografia dell'allenatore inglese. Quest'ultima è scritta bene, per quel che posso capire io dello "scrivere bene" in inglese: è vivace, colloquiale, scorrevole; la storia è avvincente, alcuni momenti sono commoventi, il rapporto con Peter Taylor è descritto con amore infinito, a volte risentito, a volte divertito.
    Però il libro di Peace è davvero un'altra cosa. In un certo senso, è molto più vero, molto più vivido. Le ossessioni di Brian, la sua solitudine, il suo orgoglio, sono davvero quelle originali. Clough racconta, nel suo libro, che il giorno prima della sua prima partita ufficiale con il Leeds United, la Charity Shield tra il vincitore del campionato e il vincitore della Coppa di Inghilterra contro il Liverpool, chiese a Don Revie di guidare lui la squadra a Wembley, dal momento che quella partita rappresentava idealmente la chiusura della stagione precedente. Il fatto, come viene narrato, con poche righe che accennano a questo strano e irrituale gesto di rispetto, sembra incongruo, poco coerente con un personaggio orgoglioso e scontroso come lui.
    David Peace racconta quella notte, la fa vivere da dentro la testa di Brian, e quel gesto diventa, come per incanto, la naturale conseguenza delle prime radici messe dentro l'orgoglio di Clough dalla consapevolezza che quella squadra non sarebbe mai stata sua davvero.
    Ecco, Brian Clough racconta che cosa è successo, David Peace fa capire come, e appare, certamente, un testimone più attendibile e sincero. ... (continue)

    Kurt Vonnegut disse, una volta, che la narrativa romanzesca è l'arte più democratica che ci sia. Che per diventare lo scrittore di un romanzo non occorrono grandi apprendistati, come per diventare musicisti o pittori. Che basta saper usare il dizionario e avere una bella storia da raccontare per scrivere un bel libro.

    Kurt, per una volta avevi torto.

    Sto leggendo, insieme, il libro di David Peace su Brian Clough, e l'autobiografia dell'allenatore inglese. Quest'ultima è scritta bene, per quel che posso capire io dello "scrivere bene" in inglese: è vivace, colloquiale, scorrevole; la storia è avvincente, alcuni momenti sono commoventi, il rapporto con Peter Taylor è descritto con amore infinito, a volte risentito, a volte divertito.
    Però il libro di Peace è davvero un'altra cosa. In un certo senso, è molto più vero, molto più vivido. Le ossessioni di Brian, la sua solitudine, il suo orgoglio, sono davvero quelle originali. Clough racconta, nel suo libro, che il giorno prima della sua prima partita ufficiale con il Leeds United, la Charity Shield tra il vincitore del campionato e il vincitore della Coppa di Inghilterra contro il Liverpool, chiese a Don Revie di guidare lui la squadra a Wembley, dal momento che quella partita rappresentava idealmente la chiusura della stagione precedente. Il fatto, come viene narrato, con poche righe che accennano a questo strano e irrituale gesto di rispetto, sembra incongruo, poco coerente con un personaggio orgoglioso e scontroso come lui.
    David Peace racconta quella notte, la fa vivere da dentro la testa di Brian, e quel gesto diventa, come per incanto, la naturale conseguenza delle prime radici messe dentro l'orgoglio di Clough dalla consapevolezza che quella squadra non sarebbe mai stata sua davvero.
    Ecco, Brian Clough racconta che cosa è successo, David Peace fa capire come, e appare, certamente, un testimone più attendibile e sincero.

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    ― Posted on Sep 11, 2008 | Add your feedback

Cover of The Damned Utd
  • Non so se vi sia mai capitato che qualche successione di eventi vi abbia portato, in qualche frangente della vostra vita (di affetti, di lavoro, di amore) a dover sostituire una persona che abbia lasciato dietro di sé troppe tracce, troppi odori, troppi sentimenti, troppi rimpianti; che abbia, insomma, lasciato dietro di sé, in quelli che lo conoscevano, in quelli di fronte ai quali ora siete chiamati per qualsiasi motivo a sostituirlo, l'idea di essere insostituibile. Io no, soprattutto perché, penso, nessuno mi convocherebbe mai per cercare di sostituire qualcuno che sia stato giudicato insostituibile, ma penso di sapere che cosa si potrebbe provare in una situazione così, perché, per l'appunto, la narrativa serve a provare per interposto personaggio emozioni e sensazioni che la vita ci nega. Si proverebbero inadeguatezza, o rabbia, o rancore, o ansia di emulazione, o un po' di queste cose messe insieme. La sindrome di Rebecca, insomma.

    Che cosa fareste voi (oggi pretendo qualche esercizio di immedesimazione) se scopriste per caso, in un'edicola francese, che esiste un libro di uno dei vostri scrittori preferiti su uno dei vostri personaggi preferiti, e nessuno ve l'avesse mai detto? Oltre alla sorpresa straniante di vedere congiunti i due nomi nella stessa copertina, voglio dire: due nomi che vi hanno suscitato emozioni intense in periodi diversi della vostra vita e in aree diverse della vostra anima, ma che non avreste mai collegato l'uno all'altro (anche se entrambi hanno provato, in forme diverse, una certa ossessione per lo Yorkshire): come se all'improvviso scopriste leggendo il giornale che la vostra maestra delle elementari, che non vedete e sentite nominare da allora, si è sposata con il neuropsichiatra che vi sta seguendo (o che il vostro maestro si è sposato con la vostra neuropsichiatra, se vogliamo evitare gli stereotipi di genere; o che il vostro maestro si è sposato – in Spagna – con il vostro neuropsichiatra. Insomma, una cosa così). Un cortocircuito, due fili molto lontani nel groviglio della vostra anima che si toccano improvvisamente e inaspettatamente, e che producono una scintilla emotiva violenta che contiene – insieme e indistinguibili – un'improvvisa nostalgia per un tempo lontano e mitologizzato, e la passione per un rapporto intellettuale attivo e presente, tuttora importante per la nostra vita.

    "Damned Utd" è l'unico libro di Peace a non essere stato tradotto in italiano, mentre in Francia è un best-seller, tanto da essere venduto, appunto, anche nelle edicole. Perché? Non lo so. Probabilmente l'argomento non è stato giudicato appetitoso dal suo editore italiano. Strano, perché il blurb di copertina lo annuncia, secondo le parole della critica del Times, come "il più bel libro mai scritto sullo sport", il che, per un editore italiano, dovrebbe essere perlomeno tanto attraente quanto "il più bel libro mai scritto sulla figa", o "il più bel libro mai scritto sui privilegi dei politici". Voglio dire, ben più attraente di un libro-documentario, pur bellissimo, sugli scioperi dei minatori dello Yorkshire, regolarmente tradotto in Italia. Mah.

    Di che cosa parla, questo libro? Chi è il maestro elementare? Il libro parla di Brian Clough. Chi è Brian Clough? Be', immaginatevi un giocatore promettentissimo, convocato due volte in nazionale mentre giocava in seconda serie, la cui carriera fosse stroncata nello stesso momento in cui lo fu il suo ginocchio, entrambi da un contrasto omicida su un campo reso impraticabile dal gennaio inglese più freddo del ventesimo secolo; un essere umano che, in seguito a questo infortunio, "trasformi la vita in una rivincita", come dice Peace, e diventi allenatore di serie A a trent'anni, e vinca uno scudetto con una squadra tipo con il Torino.

    Un allenatore che, poi, prendesse in mano una squadra di seconda divisione, tipo il Piacenza, e vincesse, il primo anno, il campionato di serie B; il secondo anno il campionato di serie A, e il terzo anno la Coppa dei Campioni. Brian Clough ha fatto una cosa del genere con il Nottingham Forest; Nottingham è, tuttora, la città più piccola a aver vinto la Coppa dei Campioni di calcio, e l'unica a averla vinta due anni dopo la promozione dalla serie B. *

    Il libro di Peace non parla di questo, però. Non parla del Nottigham.
    Parla di un'esperienza precedente: Brian Clough, nel 1974, fu chiamato a sostituire Don Revie alla guida del Leeds United, quando Revie prese in mano la nazionale inglese. Don Revie era un gentleman simpatico e attraente, Don Revie era l'autore del ciclo vincente più straordinario nella storia del club dello Yorkshire, Don Revie era idolatrato dal pubblico e dai giocatori, Don Revie era un mito. Brian Clough era antipatico, era scontroso, era iconoclasta, era semialcolizzato (il "semi-" sarà abbandonato solo in seguito, ma già ci stava lavorando su), era arrogante ("I wouldn't say i was the best manager in the business... let's say i was in the top one"), era egocentrico, era sgarbato, era insofferente, era irriverente. Un Mourinho più proletario (c'è una bellissima, tenera foto di Cloughie mentre marcia con i minatori durante lo sciopero dell'84), più amaro ("non voglio epitaffi", disse quando seppe di dover morire, "mi basterebbe qualcuno dicesse che gli sono piaciuto", "that someone liked me"), più arrabbiato, più sfigato, più affascinante, più arguto, più tragico, più schietto, più onesto. Un personaggio inimmaginabile, oggi. Ecco, se dovessi indicare un punto simbolico in cui il calcio divenne, da gigantesca e meravigliosa mitologia popolare, una baracconata globalizzata per sceicchi e petrolieri, indicherei l'eliminazione al primo turno del Nottingham nella Coppa dei Campioni 1980-1981, la terza coppa di Clough, la cancellazione di questa scandalosa anomalia dalla geografia del calcio europeo, nel primo anno dell'orrendo decennio che ha cominciato a portarci fino a qui.

    Ho comprato il libro di Peace su Amazon UK, e l'inizio è bellissimo.

    * Potrebbe farlo quest'anno la Juventus, Dio scampi, ma, naturalmente, l'impresa non avrebbe lo stesso valore, dal momento che, allora, per partecipare alla Coppa dei Campioni bisognava vincere il campionato nazionale, e non bastava arrivare tipo terzi o quarti. ... (continue)

    Non so se vi sia mai capitato che qualche successione di eventi vi abbia portato, in qualche frangente della vostra vita (di affetti, di lavoro, di amore) a dover sostituire una persona che abbia lasciato dietro di sé troppe tracce, troppi odori, troppi sentimenti, troppi rimpianti; che abbia, insomma, lasciato dietro di sé, in quelli che lo conoscevano, in quelli di fronte ai quali ora siete chiamati per qualsiasi motivo a sostituirlo, l'idea di essere insostituibile. Io no, soprattutto perché, penso, nessuno mi convocherebbe mai per cercare di sostituire qualcuno che sia stato giudicato insostituibile, ma penso di sapere che cosa si potrebbe provare in una situazione così, perché, per l'appunto, la narrativa serve a provare per interposto personaggio emozioni e sensazioni che la vita ci nega. Si proverebbero inadeguatezza, o rabbia, o rancore, o ansia di emulazione, o un po' di queste cose messe insieme. La sindrome di Rebecca, insomma.

    Che cosa fareste voi (oggi pretendo qualche esercizio di immedesimazione) se scopriste per caso, in un'edicola francese, che esiste un libro di uno dei vostri scrittori preferiti su uno dei vostri personaggi preferiti, e nessuno ve l'avesse mai detto? Oltre alla sorpresa straniante di vedere congiunti i due nomi nella stessa copertina, voglio dire: due nomi che vi hanno suscitato emozioni intense in periodi diversi della vostra vita e in aree diverse della vostra anima, ma che non avreste mai collegato l'uno all'altro (anche se entrambi hanno provato, in forme diverse, una certa ossessione per lo Yorkshire): come se all'improvviso scopriste leggendo il giornale che la vostra maestra delle elementari, che non vedete e sentite nominare da allora, si è sposata con il neuropsichiatra che vi sta seguendo (o che il vostro maestro si è sposato con la vostra neuropsichiatra, se vogliamo evitare gli stereotipi di genere; o che il vostro maestro si è sposato – in Spagna – con il vostro neuropsichiatra. Insomma, una cosa così). Un cortocircuito, due fili molto lontani nel groviglio della vostra anima che si toccano improvvisamente e inaspettatamente, e che producono una scintilla emotiva violenta che contiene – insieme e indistinguibili – un'improvvisa nostalgia per un tempo lontano e mitologizzato, e la passione per un rapporto intellettuale attivo e presente, tuttora importante per la nostra vita.

    "Damned Utd" è l'unico libro di Peace a non essere stato tradotto in italiano, mentre in Francia è un best-seller, tanto da essere venduto, appunto, anche nelle edicole. Perché? Non lo so. Probabilmente l'argomento non è stato giudicato appetitoso dal suo editore italiano. Strano, perché il blurb di copertina lo annuncia, secondo le parole della critica del Times, come "il più bel libro mai scritto sullo sport", il che, per un editore italiano, dovrebbe essere perlomeno tanto attraente quanto "il più bel libro mai scritto sulla figa", o "il più bel libro mai scritto sui privilegi dei politici". Voglio dire, ben più attraente di un libro-documentario, pur bellissimo, sugli scioperi dei minatori dello Yorkshire, regolarmente tradotto in Italia. Mah.

    Di che cosa parla, questo libro? Chi è il maestro elementare? Il libro parla di Brian Clough. Chi è Brian Clough? Be', immaginatevi un giocatore promettentissimo, convocato due volte in nazionale mentre giocava in seconda serie, la cui carriera fosse stroncata nello stesso momento in cui lo fu il suo ginocchio, entrambi da un contrasto omicida su un campo reso impraticabile dal gennaio inglese più freddo del ventesimo secolo; un essere umano che, in seguito a questo infortunio, "trasformi la vita in una rivincita", come dice Peace, e diventi allenatore di serie A a trent'anni, e vinca uno scudetto con una squadra tipo con il Torino.

    Un allenatore che, poi, prendesse in mano una squadra di seconda divisione, tipo il Piacenza, e vincesse, il primo anno, il campionato di serie B; il secondo anno il campionato di serie A, e il terzo anno la Coppa dei Campioni. Brian Clough ha fatto una cosa del genere con il Nottingham Forest; Nottingham è, tuttora, la città più piccola a aver vinto la Coppa dei Campioni di calcio, e l'unica a averla vinta due anni dopo la promozione dalla serie B. *

    Il libro di Peace non parla di questo, però. Non parla del Nottigham.
    Parla di un'esperienza precedente: Brian Clough, nel 1974, fu chiamato a sostituire Don Revie alla guida del Leeds United, quando Revie prese in mano la nazionale inglese. Don Revie era un gentleman simpatico e attraente, Don Revie era l'autore del ciclo vincente più straordinario nella storia del club dello Yorkshire, Don Revie era idolatrato dal pubblico e dai giocatori, Don Revie era un mito. Brian Clough era antipatico, era scontroso, era iconoclasta, era semialcolizzato (il "semi-" sarà abbandonato solo in seguito, ma già ci stava lavorando su), era arrogante ("I wouldn't say i was the best manager in the business... let's say i was in the top one"), era egocentrico, era sgarbato, era insofferente, era irriverente. Un Mourinho più proletario (c'è una bellissima, tenera foto di Cloughie mentre marcia con i minatori durante lo sciopero dell'84), più amaro ("non voglio epitaffi", disse quando seppe di dover morire, "mi basterebbe qualcuno dicesse che gli sono piaciuto", "that someone liked me"), più arrabbiato, più sfigato, più affascinante, più arguto, più tragico, più schietto, più onesto. Un personaggio inimmaginabile, oggi. Ecco, se dovessi indicare un punto simbolico in cui il calcio divenne, da gigantesca e meravigliosa mitologia popolare, una baracconata globalizzata per sceicchi e petrolieri, indicherei l'eliminazione al primo turno del Nottingham nella Coppa dei Campioni 1980-1981, la terza coppa di Clough, la cancellazione di questa scandalosa anomalia dalla geografia del calcio europeo, nel primo anno dell'orrendo decennio che ha cominciato a portarci fino a qui.

    Ho comprato il libro di Peace su Amazon UK, e l'inizio è bellissimo.

    * Potrebbe farlo quest'anno la Juventus, Dio scampi, ma, naturalmente, l'impresa non avrebbe lo stesso valore, dal momento che, allora, per partecipare alla Coppa dei Campioni bisognava vincere il campionato nazionale, e non bastava arrivare tipo terzi o quarti.

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    ― Posted on Sep 5, 2008 | Add your feedback

Cover of Slam
  • *** This comment contains spoilers! ***

    Mmm... È difficile giudicare questo libro. Secondo me c'è uno squilibrio fra l'intreccio e l'apparato di commento ai fatti narrati.
    L'intreccio non è convincente. Un sacco di personaggi sono appena accennati, lo sviluppo dei fatti è macchinoso, le azioni dei protagonisti sono spesso incomprensibili. Davvero in Inghilterra i ragazzini trombano nella cameretta di lei con i genitori nella stanza accanto? E quanto è credibile la "voglia di maternità" di Alice? I "salti nel futuro" del protagonista sembrano un po' fini a sé stessi. I riferimenti allo skating sembrano scritti da uno la cui esperienza riguardo all'argomento è la lettura di un paio di articoli di wikipedia. Voglio dire, il protagonista è appassionato di skating, ma questo influisce sull'intreccio allo stesso modo di quanto avrebbe influito l'essere appassionato di basket o di poker: lo skating non è in alcun modo un protagonista "ontologico" del libro, come lo era il football in Feaver pitch o il rock in High fidelity.
    Le riflessioni di Nick-Sam sugli eventi descritti, invece, sono sagge, acute e divertenti. Come se Hornby, esaurite le materie della sua ossessione, continuasse a istruire storielle solo per poterle commentare a margine: è il commento a margine la sua vera forza. Le cose che dice sul classismo della società inglese, sulle cose che fanno cambiare la vita, sulle inumane conseguenze cui possono portare cinque secondi di disattenzione in una vita altrimenti riflessiva e rispettosa degli altri, sul principio di responsabilità, sul rapporto tra amore e relazione tra esseri umani, mi sembra che giustifichino, tutto sommato, la lettura di questo libro. ... (continue)

    Mmm... È difficile giudicare questo libro. Secondo me c'è uno squilibrio fra l'intreccio e l'apparato di commento ai fatti narrati.
    L'intreccio non è convincente. Un sacco di personaggi sono appena accennati, lo sviluppo dei fatti è macchinoso, le azioni dei protagonisti sono spesso incomprensibili. Davvero in Inghilterra i ragazzini trombano nella cameretta di lei con i genitori nella stanza accanto? E quanto è credibile la "voglia di maternità" di Alice? I "salti nel futuro" del protagonista sembrano un po' fini a sé stessi. I riferimenti allo skating sembrano scritti da uno la cui esperienza riguardo all'argomento è la lettura di un paio di articoli di wikipedia. Voglio dire, il protagonista è appassionato di skating, ma questo influisce sull'intreccio allo stesso modo di quanto avrebbe influito l'essere appassionato di basket o di poker: lo skating non è in alcun modo un protagonista "ontologico" del libro, come lo era il football in Feaver pitch o il rock in High fidelity.
    Le riflessioni di Nick-Sam sugli eventi descritti, invece, sono sagge, acute e divertenti. Come se Hornby, esaurite le materie della sua ossessione, continuasse a istruire storielle solo per poterle commentare a margine: è il commento a margine la sua vera forza. Le cose che dice sul classismo della società inglese, sulle cose che fanno cambiare la vita, sulle inumane conseguenze cui possono portare cinque secondi di disattenzione in una vita altrimenti riflessiva e rispettosa degli altri, sul principio di responsabilità, sul rapporto tra amore e relazione tra esseri umani, mi sembra che giustifichino, tutto sommato, la lettura di questo libro.

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    ― Posted on Aug 23, 2008 | Add your feedback

Cover of Cat's Cradle
Cover of J.R.R. Tolkien
Cover of Splintered Light
Cover of The Culture Code
Cover of The Eyre Affair
Cover of Learning Unix for Mac OS X
Cover of AppleScript in a Nutshell
Cover of Mac OS X Unleashed

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