Se la letteratura è la sublime arte della sottrazione, questo testo di Agota Kristof ne è, a mio parere, una delle espressioni più palmari. Non c’è spazio, in questo allucinante romanzo, per i buoni sentimenti e gli orpelli descrittivi. È l’autrice stessa quasi a suggerircelo nelle prime pagine:
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Se la letteratura è la sublime arte della sottrazione, questo testo di Agota Kristof ne è, a mio parere, una delle espressioni più palmari. Non c’è spazio, in questo allucinante romanzo, per i buoni sentimenti e gli orpelli descrittivi. È l’autrice stessa quasi a suggerircelo nelle prime pagine: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedeli dei fatti. La prima è una storia disumana, lacerante. Ne Il grande quaderno due gemelli, ancora in tenera età, sfuggono alla guerra degli adulti ingaggiando una lotta violenta contro la vita stessa. Conflitti e privazioni, disperazione e dolore, sesso e morte. Tutti gli ingredienti e i meccanismi drammaturgici sono attivati con sorprendente maestria. Secca, tagliente la lingua della Kristof è una secchiata d’acqua diaccia. Mi ricorda il linguaggio dei bambini che ti dicono pane al pane, al contrario degli adulti che infiocchettano, guarniscono, sovra-strutturano. Il ritmo sincopato è quello a me più congeniale, nella scrittura quanto nella lettura, ma occorre essere abili con la penna cum grano salis, chi legge può stancarsi. Qui, non succede. Il secondo racconto, La prova, mette il lettore con le spalle al muro e lo fa precipitare in un vortice narrativo costruito per non lasciare spazio alcuno alle nuvole dell’immaginazione. Istintivamente, il lettore non avvertito, o quello che per un patto sottinteso con lo scrittore si aspetterebbe una storia consolatoria o dal finale catartico, potrebbe reagire male. Personalmente non mi vanno a genio le storie che abbondano di crimini, di efferatezze o di contesti macabri. Evito. La Kristof, al contrario, instilla nei personaggi una grandezza che la violenza delle situazioni e dei gesti che compiono non attenua ma, viceversa, ne esalta l'umanità. In questo senso c’è una poetica della parola che ci ammonisce. Un messaggio relativo alla condizione umana di chi subisce lo strazio doloroso della guerra e il vissuto dolente del più debole degli uomini. Sapevo fin da subito, dunque, che sarei potuto andare a sbattere. Nonostante tutto, masochista come non mai, sono andato avanti. Consapevole che stavo per inoltrarmi in una pista oscura. Altre volte mi era accaduto di frequentare questo tipo di sentieri: ruvidi, sinistri e agghiaccianti. Ma di questi ho imparato a conoscerne gli autori e il territorio narrativo che hanno frequentato, e quando capita d’imbattermi in uno di loro, cerco di saperne di più. Non l’ho fatto con la nostra autrice, e non senza rischio, ma non me ne sono pentito. Anche se, dapprima, la sorpresa e poi la curiosità hanno acceso tutto il mio interesse e l’ammirazione per la sua opera. Questo romanzo, per come è costruito, ti divora innanzitutto il tempo di lettura. Tanto più è tremendo quanto più ti addentri nei suoi sentieri. I personaggi cercano la vita, è l’istinto naturale della sopravvivenza. Si muovono mordendo terra, trovando sangue. Si muovono cercando luce, ma la loro ombra li insegue sino alla fine. Non ci sono sentimenti dorati, stelle cadenti e primavere che sbocciano, niente di positivo. Nessuno, però, si aspetti la solita melma fantasy nera paracula. Uno dei due gemelli, Lucas, è solo. Il dopoguerra ha portato nuovi vincitori e la storia acquista un soffio più ampio. Il lettore si risolleva, la prosa è meno cadenzata. Si affacciano personaggi nuovi e nella girandola della vicenda sembra che i due gemelli restino sullo sfondo. Appare l’uno e scompare l’altro che poi riappare. Le storie si specchiano l’una nell'altra, cambia lo sguardo. La terza menzogna, il titolo del terzo racconto svela paradossalmente una verità. Lettore, sei arrivato in fondo al sentiero e lo scenario che hai battuto al tuo passaggio è molto più realistico di qualsiasi fiaba nera che ti può raccontare uno scrittore.
Non so che posto occupi Sibilla Aleramo nella letteratura italiana del Novecento, certo tra i giganti lei non può non esserci. Quale influsso abbia avuto, se l’ho ha avuto, tra le generazione successive, e in che misura, non è il mio passo. Conoscerla, per chi oggi si appresta a farlo per interesse
... (continue)
Non so che posto occupi Sibilla Aleramo nella letteratura italiana del Novecento, certo tra i giganti lei non può non esserci. Quale influsso abbia avuto, se l’ho ha avuto, tra le generazione successive, e in che misura, non è il mio passo. Conoscerla, per chi oggi si appresta a farlo per interesse non solo letterario, è, a mio avviso, quanto di meglio possa aspettarsi da una scrittrice. Tanto per la cifra stilistica, per la prosa, peraltro raffinata che riflette il gusto del tempo, quanto per lo spirito che l’animarono. Basti questo breve testo autobiografico di gradevole lettura per conoscerla. Testo disperato, addolorato e triste come fu la sua vita, ma lucida e moderna la parola, attuale il suo sguardo. Un'adolescenza distrutta, un matrimonio che è stato, fin prima di essere tale, e per lunghi anni in seguito, un atto di violenza; il miraggio d’indipendenza interiore, di mente e di sentimenti, di coscienza di sé; l’aspirazione intensa e appassionata a una vita di libertà e d’azione in armonia con le sue idee di emancipazione ed elevazione femminile. Quanto è stato duro per una donna, e per le donne in generale e quanto lo è tuttora, e in forme diverse, reagire alle convenzioni sociali piccolo borghesi, contrastare quel velo d’ipocrisia collettiva che s’impadronisce dell’uomo informe, ombre d’uomini, che conduce a quel genere di violenza neanche tanto psicologica, quando quella psicologica è sempre e soltanto violenza fisica. Ed è sorprendente rileggere queste pagine dove è chiaro il suo percorso intellettuale, vittima della gelosia del suo uomo, quella che essa definirà all’inizio una prigionia che non offende, ma che è voluttà di annientamento del suo senso ribelle. Sarà una dura esperienza, la sua. Non dissimile da quella sopportata da tante donne di ogni condizione. Per quei tempi miserevole, ma l’oggi non meno insano pur con le conquiste e gli avanzamenti. Il convincimento che il suo problema di donna, individuale, s’illuminava del riflesso di altri problemi più vasti, mentre le giungeva l’eco dei palpiti e delle aspirazione degli altri uomini. Era un’umanità che soffriva per la propria ignoranza e per la propria inquietudine. Attraverso i libri non era più sola. Era parte che assecondava e partecipava a uno sforzo collettivo. Non è senza pena che essa va persuadendosi che la vita vada vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia diviene possibile e un sacrificio affrontabile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale, l’ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.
Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi t
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Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente.
Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.
In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell'American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.
In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d'incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza - sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia.
C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana.
Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo tanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.
Meglio il sonno innocente che questo libro. Credevo chissà cosa ma quale delusione, niente che abbia risvegliato le mie assopite e invecchiate cellule. È il primo libro di Pascale che leggo. Niente da fare: non mi è entrato nelle vene, non avevo ossa per tenerlo in mano. Eppure, lo scrittore c’è, l
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Meglio il sonno innocente che questo libro. Credevo chissà cosa ma quale delusione, niente che abbia risvegliato le mie assopite e invecchiate cellule. È il primo libro di Pascale che leggo. Niente da fare: non mi è entrato nelle vene, non avevo ossa per tenerlo in mano. Eppure, lo scrittore c’è, lo so, lo capisce anche un bambino, ma il suo narrare è più un discorrere. Dissertazioni, seppure in chiave ironica e leggera, sulla formazione del suo alter ego, i temi centrali: la gioventù, l’amore, il dolore, il lavoro e la politica. Dissertazioni, interessanti a volte, ma i miei occhi volentieri scivolavano sulle righe, la mente si distraeva pensando ad altro. Brutto segno quand'è così. Forse l’ho letto nel momento sbagliato. Succede che ci sia un tempo per alcuni libri. Questo forse non era quello giusto. Così, sono arrivato alla fine e cosa mi è rimasto? Non mi è rimasto niente, proprio niente. S'è fatta ora dispensa parole che, sì, sono pillole di vita, ma tutto è amorfo, polvere. Zero. Aspettavo un lampo, una svolta che non è mai arrivata. S’è fatta ora, meglio mettersi a tavola: mamma, butta la pasta!
Trilogia della città di K.
Se la letteratura è la sublime arte della sottrazione, questo testo di Agota Kristof ne è, a mio parere, una delle espressioni più palmari. Non c’è spazio, in questo allucinante romanzo, per i buoni sentimenti e gli orpelli descrittivi. È l’autrice stessa quasi a suggerircelo nelle prime pagine: ... (continue)
Se la letteratura è la sublime arte della sottrazione, questo testo di Agota Kristof ne è, a mio parere, una delle espressioni più palmari. Non c’è spazio, in questo allucinante romanzo, per i buoni sentimenti e gli orpelli descrittivi. È l’autrice stessa quasi a suggerircelo nelle prime pagine: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedeli dei fatti.
La prima è una storia disumana, lacerante. Ne Il grande quaderno due gemelli, ancora in tenera età, sfuggono alla guerra degli adulti ingaggiando una lotta violenta contro la vita stessa. Conflitti e privazioni, disperazione e dolore, sesso e morte. Tutti gli ingredienti e i meccanismi drammaturgici sono attivati con sorprendente maestria. Secca, tagliente la lingua della Kristof è una secchiata d’acqua diaccia. Mi ricorda il linguaggio dei bambini che ti dicono pane al pane, al contrario degli adulti che infiocchettano, guarniscono, sovra-strutturano. Il ritmo sincopato è quello a me più congeniale, nella scrittura quanto nella lettura, ma occorre essere abili con la penna cum grano salis, chi legge può stancarsi.
Qui, non succede. Il secondo racconto, La prova, mette il lettore con le spalle al muro e lo fa precipitare in un vortice narrativo costruito per non lasciare spazio alcuno alle nuvole dell’immaginazione. Istintivamente, il lettore non avvertito, o quello che per un patto sottinteso con lo scrittore si aspetterebbe una storia consolatoria o dal finale catartico, potrebbe reagire male. Personalmente non mi vanno a genio le storie che abbondano di crimini, di efferatezze o di contesti macabri. Evito. La Kristof, al contrario, instilla nei personaggi una grandezza che la violenza delle situazioni e dei gesti che compiono non attenua ma, viceversa, ne esalta l'umanità. In questo senso c’è una poetica della parola che ci ammonisce. Un messaggio relativo alla condizione umana di chi subisce lo strazio doloroso della guerra e il vissuto dolente del più debole degli uomini.
Sapevo fin da subito, dunque, che sarei potuto andare a sbattere. Nonostante tutto, masochista come non mai, sono andato avanti. Consapevole che stavo per inoltrarmi in una pista oscura. Altre volte mi era accaduto di frequentare questo tipo di sentieri: ruvidi, sinistri e agghiaccianti. Ma di questi ho imparato a conoscerne gli autori e il territorio narrativo che hanno frequentato, e quando capita d’imbattermi in uno di loro, cerco di saperne di più. Non l’ho fatto con la nostra autrice, e non senza rischio, ma non me ne sono pentito. Anche se, dapprima, la sorpresa e poi la curiosità hanno acceso tutto il mio interesse e l’ammirazione per la sua opera.
Questo romanzo, per come è costruito, ti divora innanzitutto il tempo di lettura. Tanto più è tremendo quanto più ti addentri nei suoi sentieri.
I personaggi cercano la vita, è l’istinto naturale della sopravvivenza. Si muovono mordendo terra, trovando sangue. Si muovono cercando luce, ma la loro ombra li insegue sino alla fine. Non ci sono sentimenti dorati, stelle cadenti e primavere che sbocciano, niente di positivo.
Nessuno, però, si aspetti la solita melma fantasy nera paracula. Uno dei due gemelli, Lucas, è solo. Il dopoguerra ha portato nuovi vincitori e la storia acquista un soffio più ampio. Il lettore si risolleva, la prosa è meno cadenzata. Si affacciano personaggi nuovi e nella girandola della vicenda sembra che i due gemelli restino sullo sfondo. Appare l’uno e scompare l’altro che poi riappare. Le storie si specchiano l’una nell'altra, cambia lo sguardo. La terza menzogna, il titolo del terzo racconto svela paradossalmente una verità.
Lettore, sei arrivato in fondo al sentiero e lo scenario che hai battuto al tuo passaggio è molto più realistico di qualsiasi fiaba nera che ti può raccontare uno scrittore.
Una donna
Non so che posto occupi Sibilla Aleramo nella letteratura italiana del Novecento, certo tra i giganti lei non può non esserci. Quale influsso abbia avuto, se l’ho ha avuto, tra le generazione successive, e in che misura, non è il mio passo. Conoscerla, per chi oggi si appresta a farlo per interesse ... (continue)
Non so che posto occupi Sibilla Aleramo nella letteratura italiana del Novecento, certo tra i giganti lei non può non esserci. Quale influsso abbia avuto, se l’ho ha avuto, tra le generazione successive, e in che misura, non è il mio passo. Conoscerla, per chi oggi si appresta a farlo per interesse non solo letterario, è, a mio avviso, quanto di meglio possa aspettarsi da una scrittrice. Tanto per la cifra stilistica, per la prosa,
peraltro raffinata che riflette il gusto del tempo, quanto per lo spirito che l’animarono. Basti questo breve testo autobiografico di gradevole lettura per conoscerla. Testo disperato, addolorato e triste come fu la sua vita, ma lucida e moderna la parola, attuale il suo sguardo.
Un'adolescenza distrutta, un matrimonio che è stato, fin prima di essere tale, e per lunghi anni in seguito, un atto di violenza; il miraggio d’indipendenza interiore, di mente e di sentimenti, di coscienza di sé; l’aspirazione intensa e appassionata a una vita di libertà e d’azione in armonia con le sue idee di emancipazione ed elevazione femminile.
Quanto è stato duro per una donna, e per le donne in generale e quanto lo è tuttora, e in forme diverse, reagire alle convenzioni sociali piccolo borghesi, contrastare quel velo d’ipocrisia collettiva che s’impadronisce dell’uomo informe, ombre d’uomini, che conduce a quel genere di violenza neanche tanto psicologica, quando quella psicologica è sempre e soltanto violenza fisica.
Ed è sorprendente rileggere queste pagine dove è chiaro il suo percorso intellettuale, vittima della gelosia del suo uomo, quella che essa definirà all’inizio una prigionia che non offende, ma che è voluttà di annientamento del suo senso ribelle. Sarà una dura esperienza, la sua. Non dissimile da quella sopportata da tante donne di ogni condizione. Per quei tempi miserevole, ma l’oggi non meno insano pur con le conquiste e gli avanzamenti. Il convincimento che il suo problema di donna, individuale, s’illuminava del riflesso di altri problemi più vasti, mentre le giungeva l’eco dei palpiti e delle aspirazione degli altri uomini. Era un’umanità che soffriva per la propria ignoranza e per la propria inquietudine. Attraverso i libri non era più sola. Era parte che assecondava e partecipava a uno sforzo collettivo.
Non è senza pena che essa va persuadendosi che la vita vada vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia diviene possibile e un sacrificio affrontabile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale, l’ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.
Il grande Gatsby
Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi t ... (continue)
Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente.
Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.
In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell'American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.
In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d'incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza - sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia.
C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana.
Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo tanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.
S'è fatta ora
Meglio il sonno innocente che questo libro. Credevo chissà cosa ma quale delusione, niente che abbia risvegliato le mie assopite e invecchiate cellule. È il primo libro di Pascale che leggo. Niente da fare: non mi è entrato nelle vene, non avevo ossa per tenerlo in mano. Eppure, lo scrittore c’è, l ... (continue)
Meglio il sonno innocente che questo libro. Credevo chissà cosa ma quale delusione, niente che abbia risvegliato le mie assopite e invecchiate cellule. È il primo libro di Pascale che leggo. Niente da fare: non mi è entrato nelle vene, non avevo ossa per tenerlo in mano. Eppure, lo scrittore c’è, lo so, lo capisce anche un bambino, ma il suo narrare è più un discorrere. Dissertazioni, seppure in chiave ironica e leggera, sulla formazione del suo alter ego, i temi centrali: la gioventù, l’amore, il dolore, il lavoro e la politica. Dissertazioni, interessanti a volte, ma i miei occhi volentieri scivolavano sulle righe, la mente si distraeva pensando ad altro. Brutto segno quand'è così. Forse l’ho letto nel momento sbagliato. Succede che ci sia un tempo per alcuni libri. Questo forse non era quello giusto. Così, sono arrivato alla fine e cosa mi è rimasto? Non mi è rimasto niente, proprio niente. S'è fatta ora dispensa parole che, sì, sono pillole di vita, ma tutto è amorfo, polvere. Zero. Aspettavo un lampo, una svolta che non è mai arrivata. S’è fatta ora, meglio mettersi a tavola: mamma, butta la pasta!
Dizionario dei sinonimi e dei contrari
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