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Norman trasportava i libri dentro a bracciate, accatastandoli vicino alla scrivania in pile alte sino alla cintola e, nei giorni successivi, ci scriveva dentro il prezzo a matita, a uno a uno. Odiavo quella parte del lavoro. Odiavo soprattutto leggere, oltre alle sue spalle, le dediche: «Per il mio amato Peter nel nostro cinquantesimo anniversario d matrimonio» (nel Rubaiyat di Omar Khayyam), «Questo libro mi è stato donato dalla cara defunta Violet Swain quando avevamo entrambi diciassette anni» (nel Giovane Holden), «A Mary, con l'augurio che le dia conforto» (nei Sermoni di John Donne), «Per ricordarti delle nostre due settimane di paradiso italiano» (nelle Pietre di Venezia di Ruskin), «La follia è soltanto genialità incompresa - prega per me» (nei Canti dell'innocenza e dell'esperienza di Blake), «Io vivo, muoio; ho vissuto, sono morto; morirò, vivrò» (in Timore e tremore di Kierkegaard). Decine di dediche come queste in ogni carico. Una cosa oscena. Avrebbero dovuto seppellire i libri insieme ai loro proprietari, come gli egiziani - solo così si sarebbe potuto evitare che la gente, dopo, ci mettesse su le mani in modo oltraggioso -, avrebbero dovuto dar loro, ai defunti, qualcosa da leggere nel lungo viaggio attraverso l'eternità.
[da pagina 65]