"E poi c'era quell'incredibile bisogno che avevo di lei. L'avevo avuto dalla prima volta che l'avevo vista. Se ne era andata, quella prima volta, era uscita dalla casa di sua zia dove ci eravamo incontrati per il tè, e io divenni un buono a nulla senza di lei, un incapace assoluto fino a quando non
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"E poi c'era quell'incredibile bisogno che avevo di lei. L'avevo avuto dalla prima volta che l'avevo vista. Se ne era andata, quella prima volta, era uscita dalla casa di sua zia dove ci eravamo incontrati per il tè, e io divenni un buono a nulla senza di lei, un incapace assoluto fino a quando non la vidi di nuovo. Se non fosse stato per lei, la mia vita avrebbe percorso strade differenti - sarei stato giornalista, muratore - qualsiasi cosa mi fosse capitato. La mia prosa, così com'era, derivava da lei. Perchè io abbandonavo sempre quello che scrivevo, lo odiavo, disperato, accartocciavo i fogli e li buttavo per la stanza. Ma lei rovistava fra tutta quella roba che io gettavo e veniva a capo delle cose, e io non sapevo mai se avevo fatto qualcosa di buono, pensavo che ogni riga che avevo scritto non fosse migliore del solito, perchè non avevo modo di esserne certo. Ma lei prendeva le pagine, vi trovava quello che c'era di buono e lo serbava, poi me ne chiedeva altre, che così che per me diventò un'abitudine, scrivevo meglio che potevo e le davo i fogli, lei vi faceva un'opera di taglia e cuci, e quando era terminato, con un inizio, una metà e una fine, ero ancora più meravigliato di quando poi lo vedevo stampato, perchè non avrei mai potuto farlo da solo".
Identico a se stesso nella scrittura, fiero d'una tecnica, o indifferente alla necessità di averne, che evidentemente gli basta. Finita la crescita artistica, se mai ne ha avuta e voluta una, s'allunga la lista dei personaggi descritti. Forse senza mai più raggiungere i livelli di "Due Di Due". Roma
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Identico a se stesso nella scrittura, fiero d'una tecnica, o indifferente alla necessità di averne, che evidentemente gli basta. Finita la crescita artistica, se mai ne ha avuta e voluta una, s'allunga la lista dei personaggi descritti. Forse senza mai più raggiungere i livelli di "Due Di Due". Romanzo che c'illuse tutti, facendocene cercare l'erede nei successivi. La costante è che mentre c'è poco da dire sulla sua cifra tecnica, ed a lui non sembra interessi averne una, altrettanto e di più sono i suoi personaggi a far parlare. A dividere. Durante può sembrare uno spregevole ed astuto immaturo, che monetizza l'aura di fascino che gli viene dai suoi arrivi, misteriosi, e dalle sue partenze, cronometricamente perfette nel portarlo via prima che conoscendolo la gente possa conoscerne anche i limiti e capire con chi davvero ha a che fare; o può sembrare un poeta, un cantore della vita libera, buono per chi non sa averne o sognarne una in modo maturo, un sogno da guardar materializzarsi all'orizzonte, stivali sporchi di polvere, pelle da desiderare, esoscheletro d'un'immaturità astuta e funzionale ai propri scopi, quella d'un individuo incapace di restar nelle cose perchè restandoci dovrebbe sudarsele. Ed altro ancora. Finito il libro, si parla di lui. C'ho perso notti a disprezzarlo, finita la lettura del romanzo, ce ne perderò altre a scoprire il perchè del fascino che esercita nel libro sui suoi interlocutori e nella vita su persone bisognose più di bugie che di Vita. Di fatto: si parla di lui, personaggio d'un libro, e non di chi senza troppo talento il libro l'ha scritto. Che questo sia un merito, esser trascurato in onor di quel che si racconta, o un limite, contar meno di quel che si dice, visto il modo con cui lo si fa, è un problema che dovrebbe forse interessare l'autore. Fosse meno preso da sè, meno personaggio, passasse meno tempo in televisione tenendo in braccio strumenti musicali che non sa suonare e che hanno l'unico effetto di renderlo incapace di rispondere alle domande, mentre il suo scopo, identico al suo personaggio, è solo d'affascinare con la scenografia di sè. Sconcertante metempsicosi: inventarsi Durante per gloriarsene, proprio sembiante, e non accorgersi che lo squallore dell'uno, se è questo il vil gioco, è patetico quanto quello dell'altro.
Giudizio generoso. Fin troppo. La pubblicazione di certi scritti dimostra quasi più l'avidità delle case editrici, che tentano di educare i lettori a pessime letture per vendegliene, piuttosto che gl'evidenti limiti di chi scrive non sapendolo fare.
L'eroe che nessuno voleva e vuole. Nemmeno chi sta dalla sua parte, dalla parte di chi non vuole nessuno dalla propria. Lettura scomoda per la pace delle coscienze e per il bisogno di rassicurazioni, di buonismi medicamentosi. Nessuna redenzione al ribasso, solo la più alta e inutilizzata: quella de
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L'eroe che nessuno voleva e vuole. Nemmeno chi sta dalla sua parte, dalla parte di chi non vuole nessuno dalla propria. Lettura scomoda per la pace delle coscienze e per il bisogno di rassicurazioni, di buonismi medicamentosi. Nessuna redenzione al ribasso, solo la più alta e inutilizzata: quella della propria coscienza. Anche per questo non l'han chiamato eroe: troppo reale per esserlo, troppo vero per ambire a diventarlo. Jules Bonnot. Senza rimorso.
"Cosa si prova a toccare un ulivo nel mezzo di un deserto a duemila chilometri dal mare più vicino? Un ulivo che non dovrebbe essere lì, ma che invece c'è, e c'è da qualche millennio probabilmente. Tremila anni or sono in questa parte dell'Hoggar pascolavano ancora animali. A non più di una giornata
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"Cosa si prova a toccare un ulivo nel mezzo di un deserto a duemila chilometri dal mare più vicino? Un ulivo che non dovrebbe essere lì, ma che invece c'è, e c'è da qualche millennio probabilmente. Tremila anni or sono in questa parte dell'Hoggar pascolavano ancora animali. A non più di una giornata da qui, in una fenditura non troppo diversa da quella dove vegeta la meraviglia dell'Hoggar, ci sono graffiti vecchi di diecimila anni con scene di pascolo e di caccia. Nessun disegno di ulivo, però. Allora, cosa si prova?Io ho provato sgomento. Perchè, ho pensato, non è bene che una cosa che vive duri troppo a lungo, che duri oltre il tempo e l'epoca che spetta a ciascuna cosa. Ora questo ulivo vive nel dolore, ho pensato, in un tempo che non è il suo. Ha le sue radici nella solitudine. E ho provato paura. E ho pensato ancora: non è bene che questo albero sia qui, non è affatto bene che disorienti il deserto e la sua perfetta semplicità con il disordine della sua presenza. Non sono per niente contento di averlo visto. Sbagliavo, ma non potevo saperlo".
Full of life
"E poi c'era quell'incredibile bisogno che avevo di lei. L'avevo avuto dalla prima volta che l'avevo vista. Se ne era andata, quella prima volta, era uscita dalla casa di sua zia dove ci eravamo incontrati per il tè, e io divenni un buono a nulla senza di lei, un incapace assoluto fino a quando non ... (continue)
"E poi c'era quell'incredibile bisogno che avevo di lei. L'avevo avuto dalla prima volta che l'avevo vista. Se ne era andata, quella prima volta, era uscita dalla casa di sua zia dove ci eravamo incontrati per il tè, e io divenni un buono a nulla senza di lei, un incapace assoluto fino a quando non la vidi di nuovo. Se non fosse stato per lei, la mia vita avrebbe percorso strade differenti - sarei stato giornalista, muratore - qualsiasi cosa mi fosse capitato. La mia prosa, così com'era, derivava da lei. Perchè io abbandonavo sempre quello che scrivevo, lo odiavo, disperato, accartocciavo i fogli e li buttavo per la stanza. Ma lei rovistava fra tutta quella roba che io gettavo e veniva a capo delle cose, e io non sapevo mai se avevo fatto qualcosa di buono, pensavo che ogni riga che avevo scritto non fosse migliore del solito, perchè non avevo modo di esserne certo. Ma lei prendeva le pagine, vi trovava quello che c'era di buono e lo serbava, poi me ne chiedeva altre, che così che per me diventò un'abitudine, scrivevo meglio che potevo e le davo i fogli, lei vi faceva un'opera di taglia e cuci, e quando era terminato, con un inizio, una metà e una fine, ero ancora più meravigliato di quando poi lo vedevo stampato, perchè non avrei mai potuto farlo da solo".
(Pagine 13 e 14)
Durante
Identico a se stesso nella scrittura, fiero d'una tecnica, o indifferente alla necessità di averne, che evidentemente gli basta. Finita la crescita artistica, se mai ne ha avuta e voluta una, s'allunga la lista dei personaggi descritti. Forse senza mai più raggiungere i livelli di "Due Di Due". Roma ... (continue)
Identico a se stesso nella scrittura, fiero d'una tecnica, o indifferente alla necessità di averne, che evidentemente gli basta. Finita la crescita artistica, se mai ne ha avuta e voluta una, s'allunga la lista dei personaggi descritti. Forse senza mai più raggiungere i livelli di "Due Di Due". Romanzo che c'illuse tutti, facendocene cercare l'erede nei successivi. La costante è che mentre c'è poco da dire sulla sua cifra tecnica, ed a lui non sembra interessi averne una, altrettanto e di più sono i suoi personaggi a far parlare. A dividere. Durante può sembrare uno spregevole ed astuto immaturo, che monetizza l'aura di fascino che gli viene dai suoi arrivi, misteriosi, e dalle sue partenze, cronometricamente perfette nel portarlo via prima che conoscendolo la gente possa conoscerne anche i limiti e capire con chi davvero ha a che fare; o può sembrare un poeta, un cantore della vita libera, buono per chi non sa averne o sognarne una in modo maturo, un sogno da guardar materializzarsi all'orizzonte, stivali sporchi di polvere, pelle da desiderare, esoscheletro d'un'immaturità astuta e funzionale ai propri scopi, quella d'un individuo incapace di restar nelle cose perchè restandoci dovrebbe sudarsele. Ed altro ancora. Finito il libro, si parla di lui. C'ho perso notti a disprezzarlo, finita la lettura del romanzo, ce ne perderò altre a scoprire il perchè del fascino che esercita nel libro sui suoi interlocutori e nella vita su persone bisognose più di bugie che di Vita. Di fatto: si parla di lui, personaggio d'un libro, e non di chi senza troppo talento il libro l'ha scritto. Che questo sia un merito, esser trascurato in onor di quel che si racconta, o un limite, contar meno di quel che si dice, visto il modo con cui lo si fa, è un problema che dovrebbe forse interessare l'autore. Fosse meno preso da sè, meno personaggio, passasse meno tempo in televisione tenendo in braccio strumenti musicali che non sa suonare e che hanno l'unico effetto di renderlo incapace di rispondere alle domande, mentre il suo scopo, identico al suo personaggio, è solo d'affascinare con la scenografia di sè. Sconcertante metempsicosi: inventarsi Durante per gloriarsene, proprio sembiante, e non accorgersi che lo squallore dell'uno, se è questo il vil gioco, è patetico quanto quello dell'altro.
Jack Frusciante è uscito dal gruppo
Giudizio generoso. Fin troppo. La pubblicazione di certi scritti dimostra quasi più l'avidità delle case editrici, che tentano di educare i lettori a pessime letture per vendegliene, piuttosto che gl'evidenti limiti di chi scrive non sapendolo fare.
In ogni caso nessun rimorso
L'eroe che nessuno voleva e vuole. Nemmeno chi sta dalla sua parte, dalla parte di chi non vuole nessuno dalla propria. Lettura scomoda per la pace delle coscienze e per il bisogno di rassicurazioni, di buonismi medicamentosi. Nessuna redenzione al ribasso, solo la più alta e inutilizzata: quella de ... (continue)
L'eroe che nessuno voleva e vuole. Nemmeno chi sta dalla sua parte, dalla parte di chi non vuole nessuno dalla propria. Lettura scomoda per la pace delle coscienze e per il bisogno di rassicurazioni, di buonismi medicamentosi. Nessuna redenzione al ribasso, solo la più alta e inutilizzata: quella della propria coscienza. Anche per questo non l'han chiamato eroe: troppo reale per esserlo, troppo vero per ambire a diventarlo. Jules Bonnot. Senza rimorso.
Il viaggiatore notturno
"Cosa si prova a toccare un ulivo nel mezzo di un deserto a duemila chilometri dal mare più vicino? Un ulivo che non dovrebbe essere lì, ma che invece c'è, e c'è da qualche millennio probabilmente. Tremila anni or sono in questa parte dell'Hoggar pascolavano ancora animali. A non più di una giornata ... (continue)
"Cosa si prova a toccare un ulivo nel mezzo di un deserto a duemila chilometri dal mare più vicino? Un ulivo che non dovrebbe essere lì, ma che invece c'è, e c'è da qualche millennio probabilmente. Tremila anni or sono in questa parte dell'Hoggar pascolavano ancora animali. A non più di una giornata da qui, in una fenditura non troppo diversa da quella dove vegeta la meraviglia dell'Hoggar, ci sono graffiti vecchi di diecimila anni con scene di pascolo e di caccia. Nessun disegno di ulivo, però.
Allora, cosa si prova?Io ho provato sgomento. Perchè, ho pensato, non è bene che una cosa che vive duri troppo a lungo, che duri oltre il tempo e l'epoca che spetta a ciascuna cosa. Ora questo ulivo vive nel dolore, ho pensato, in un tempo che non è il suo. Ha le sue radici nella solitudine.
E ho provato paura. E ho pensato ancora: non è bene che questo albero sia qui, non è affatto bene che disorienti il deserto e la sua perfetta semplicità con il disordine della sua presenza. Non sono per niente contento di averlo visto.
Sbagliavo, ma non potevo saperlo".
(Da Pagina 15)