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La ragazza con l'orecchino di perla
Credevo non sarebbe mai arrivato il giorno in cui avrei detto: "Meglio il film".continue)
Nonostante i personaggi siano ben caratterizzati e gli ambienti, descritti quasi con perizia fiamminga, ho avuto la sensazione che a parlare e, soprattutto pensare, non fossero olandesi del XVII secolo.
L'unico persona ... (
Credevo non sarebbe mai arrivato il giorno in cui avrei detto: "Meglio il film".
Nonostante i personaggi siano ben caratterizzati e gli ambienti, descritti quasi con perizia fiamminga, ho avuto la sensazione che a parlare e, soprattutto pensare, non fossero olandesi del XVII secolo.
L'unico personaggio che mi è piaciuto davvero, oltre al Padrone di casa, è stato quello di Maria Thins, solida come una roccia, cinica e beffarda; un'astuta donna d'affari ben consapevole di come giri il mondo, in netto contrasto con la natura volubile e sciocca della figlia, ma anche con il Padrone stesso, costantemente isolato dalla realtà, lì nel suo studio: l'unica stanza della casa in cui trovi il proprio stato di grazia.
Egli stesso quando si trova nell'atelier, incarna lo spirito dei suoi quadri, nella loro meravigliosa fissità, (ma pur vivi e vibranti di luce) rivelando, dietro una natura calma e riflessiva, l'impeto e la passione che alimentano la sua visione; guardando il mondo a modo suo, ne scopre la bellezza nascosta e mutevole, che ad una attenta osservazione, mostra lati di sé, sempre diversi, come ha modo di scoprire la stessa Griet.
E sembra quasi di vederlo fluttuare nell'olio di lino, incurante di ciò che accade nella casa, nel quotidiano, forse per lui deprimente, restando storditi dall'odore dell'essenza di trementina.
Questo aspetto a me è piaciuto particolarmente; è stato facile, comprendere ed accettare il mondo di Vermeer (sempre, interpretando lo scritto secondo la mia indole); quel mondo di cui non fanno parte i membri della sua famiglia, un mondo che non comprendono e non comprenderanno mai. L'accettazione di Griet da parte di Lui (come lei lo chiama sempre, serbando sempre dentro di sé una segreta, intima e sensuale familiarità, con il pittore), la eleva al di sopra dei membri della famiglia, come lei stessa intuisce, ma l'autrice le attribuisce un certo arrogante compiacimento di sé, nella sostanza ma soprattutto per mezzo della forma.
La Chevalier, infatti, attraverso i pensieri della giovane cerca (e in alcuni passi ci riesce molto bene), di prendere per mano il lettore accompagnandolo, silenziosa e sommessa, per le stanze della casa del Maestro. Si muove in silenzio, tra l'ignorante altezzosità della padrona giovane, la grettezza, la malizia, o la dolcezza degli altri personaggi; ma sono proprio questi, i pensieri, che tradiscono una personalità che pare non appartenga al mondo descritto dall'autrice, tanto meno all'epoca in cui le vicende si svolgono.
Nella mia testa, è diventata la storia di una ragazza americana del XX secolo che entra nella macchina del tempo, perde la memoria storica della sua epoca, ma mantiene indole, caratteristiche psicologiche e soprattutto un linguaggio moderno. Sono esattamente il linguaggio, e il registro narrativo (se fosse stato narrato in terza persona, da un narratore esterno, forse questa sensazione non l'avrei avuta), che mi disturbano.
C'è chi ha definito Griet, troppo indipendente, psicologicamente emancipata, e libera nel pensiero più intimo; e a ciò è valso il biasimo di alcuni lettori. Ma non è la sua coscienza di sé, nell'ordine della sostanza delle cose, che mi ha disturbata, bensì la sensazione di aver intravisto nel linguaggio dell'autrice, troppa "disinvoltura" nella descrizione dell'affermazione della personalità e indipendenza spirituale della "servetta ribelle", rispetto, anche e soprattutto, ai membri della sua stessa famiglia. Mi sarei aspettata un linguaggio più sommesso e sì, anche ricercato.
Infine, le tematiche sociali, le convenzioni, il rapporto con la religione, si fondono e si modellano intorno a questa storia di muta e mutua passione in cui l'oggetto del desiderio è proprio il desiderio stesso.
Sul finale non mi dilungo (così come non ho interesse ad alcun accenno alla storia della famiglia di Griet o al suo rapporto con Pieter figlio) a mio avviso troppo semplicistico. La passione è spenta in un istante, e siamo lasciati in balia di un vuoto illuminato flebilmente da un accenno di vero affetto, nello sguardo velato di rimpianto che il pittore le rivolge prima che lasci la sua casa; per non parlare di quel salto temporale, che mi ha lasciata con l'amaro in bocca per la velocità e l'approssimazione con cui vengono trattati gli eventi.
Di tutto il racconto mi resterà solo il "non detto", il desiderio di capire la bellezza del mondo, e il desiderio di renderla immortale attraverso la luce e la passione che traspaiono dagli occhi di una ragazza.