In un mondo distopico dove ai confini di una Europa simile a quella contemporanea esiste una città dove i cittadini di una parte di essa non devono vedere e conoscere l’esistenza degli altri, e viceversa, sebbene stiano a frequentare il medesimo territorio, e per fare questo arrivano ad attingere ad
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In un mondo distopico dove ai confini di una Europa simile a quella contemporanea esiste una città dove i cittadini di una parte di essa non devono vedere e conoscere l’esistenza degli altri, e viceversa, sebbene stiano a frequentare il medesimo territorio, e per fare questo arrivano ad attingere ad una tecnica frutto di esperienza e di condizionamento psicologico denominata disvedere, anche l’affrontare un caso di omicidio diventa estremamente complicato.
Soprattutto se la vita di ogni cittadino delle due città nella città, venga condizionata dalla minaccia della Violazione, potere occulto invisibile che controlla tutti e tutto e colpisce privandone della libertà chiunque violi il precetto del disvedere.
Portando agli estremi lo spirito delle divisioni insite nell'esistenza del muro di Berlino o anche nella città di Gerusalemme con la sua eterna diatriba tra palestinesi ed israeliani, Mieville costruisce con certosina attenzione e con un linguaggio estremamente moderno, a volte contorto, con parecchie inflessioni dialettali, un complicatissimo sistema ad esclusione, dove l’agente di Beszel, Borlu’ si troverà a dover rintracciare il colpevole dell’omicidio di una giovane archeologa americana.
Tra spinte nazionalistiche, ataviche memorie di epoche perdute, infiltrazioni di poteri stranieri, il compito si dimostrerà difficilissimo, sia per la complicata situazione tra le due città, Ul Quoma e Beszel, sia per la minaccia continua della Violazione.
E’ fascinoso il modo in cui l’autore inglese si districa nel riuscire a mettere su carta senza prolissi elucubrazioni l’incredibile convivenza tra le due città, producendo un risultato incredibilmente verosimile, ed è fascinoso come i personaggi consciamente vivano questa condizione senza volerla smantellare.
Questo permette di assistere alle peripezie della detective story con attenzione sempre più crescente, oltre ad una analisi e descrizione estremamente particolare delle due città e dello spirito di un uomo imprigionato in una situazione che non gli permetterà mai di librarsi liberamente verso le vette più alte della tecnologia, della scienza e della cultrua. Sempre ancorato dietro al minimalismo dell’odio egoistico, e del trionfo del solipsismo, in una parola sola, abituato a vivere in eterno nella decadenza.
Dave Bell, protagonista belloccio e icona del vero potere del colonialismo americano: la televisione ed il suo influsso multimediale, è l’io narrante di questo scrittore capace di mettere su carta tutte le idiosincrasie di una società, cresciuta all’ombra del puratenismo, violentata dalla bramosia
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Dave Bell, protagonista belloccio e icona del vero potere del colonialismo americano: la televisione ed il suo influsso multimediale, è l’io narrante di questo scrittore capace di mettere su carta tutte le idiosincrasie di una società, cresciuta all’ombra del puratenismo, violentata dalla bramosia e dall’ingordigia della violenza.
Prendendo spunto da un viaggio all’interno degli Stati Uniti con l’intento di mettere su cinepresa le origini tribali della nazione che fu’ di George Washington, quegli Indiani d’America, relegati a morire in riserve abbandonate, diviene una verticale digressione della propria esistenza, come nel romanzo iconoclasta On the road di Jeck Kerouac, DeLillo costruisce tra l’ironico ed il sarcastico un melodramma famigliare di proporzioni immani. Il linguaggio usato è moderno, gli elementi che ne fanno parte sono contemporanei, abbiamo anche lunghe digressione in stile La Stella di Ratner, che come nell’omonimo romanzo sono fini a se stesso.
Dave Bell e la sua vita, recitata, messa su pellicola diviene per similitudine la storia degli States, paese giovane e pieno di energia, capace di oltrepassare i propri sentimenti, imprigionato tra un credo fervente ad un Dio severo, ed una violenza esagerata usata come valvola di sfogo.
Persone al limite della sanità mentale, cercano disperatamente di instaurare un qualunque rapporto, schiavizzati dall’apparire, dalla responsabilità di essere sempre al passo del tempo, tendono a trasformarsi in contenitori senza anime, in quei personaggi vuoti resi famosi dal grande Raymond Carver.
Tra flashback e lunghe trascrizioni di testi radiofonici assistiamo inerti alla messa su carta dell’altalenante vita della famiglia Bell con come background una società, quella americana, che tende a girare più velocemente delle persone stesse.
Un 1984 che si trasforma al passare di una passerella su una tangenziale, la sinfonia di Janacek come sottofondo musicale, un libro tra l'onirico ed il fantastico, scritto da un ghost writer che ne diviene chiave di interpretazione di questo nuovo mondo, un amore congelato alla quinta elementare, or
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Un 1984 che si trasforma al passare di una passerella su una tangenziale, la sinfonia di Janacek come sottofondo musicale, un libro tra l'onirico ed il fantastico, scritto da un ghost writer che ne diviene chiave di interpretazione di questo nuovo mondo, un amore congelato alla quinta elementare, orrori inimmaginabili che non sono come appaiono.
Un affresco raccontato con cupidigia di particolari, costruito tassello su tassello, intorno ad una narrazione degna di un montaggio parallelo, che passa con bravura certosina tra la vita di Aomane, novella giustiziere della notte, ex adepta di una setta, gran conoscitrice del corpo umano, vita soffocante e solitaria, segnata per sempre dalla coercizione di una infanzia relegata tra quattro mure e da una ideologia opprimente, e l'individualismo di Tengo, matematico capace, in possesso di un fisico mastodontico, aspirante romanziere, incapace di affrontare la vita come una sfida, sempre pronto a ritagliarsi un posto in seconda fila, anch'esso segnato da una infanzia ossessiva, alle dipendenze di un padre esattore della tassa più odiata, quella della NHK, la televisione pubblica.
Due vite che si sfiorano, imprescindibilmente legate da un avvenimento a loro accaduto quando avevano dieci anni, un legame che piano piano si dimostra pilastro portante della loro vita, o anche unica ancora di salvezza.
Intorno a loro una marea di personaggi, un editor eccentrico, egoista, e impalpabile, una splendida diciassettenne dislessica, una anziana signora con il cuore indurito, una guardia del corpo gay implacabile, una setta religiosa senza alcun ideale religioso. Il tutto alla ricerca dell'aspettando godot della situazione, questi esseri senza tempo, i little people, capaci di condizionare la vita dell'uomo, al fine di assecondarne i desideri più reconditi.
E l'impalcatura dell'opera è una scrittura circolare, scorrevole, che tende a concentrarsi sui particolari, e favorisce a sottolineare l'enorme simbolismo e quei segnali, leggeri come il battito di una farfalla, che poi si trasformeranno in un portentoso climax finale.
L’uso dell’io narrante è pericoloso nella letteratura, il rischio è di auto imporsi dei limiti nel raccontare, circoscrivendo il tutto ad ambienti talmente personali da non riuscire ad essere universali, estraniando così il lettore, che deve entrare in sintonia con il racconto solo se entra in empat
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L’uso dell’io narrante è pericoloso nella letteratura, il rischio è di auto imporsi dei limiti nel raccontare, circoscrivendo il tutto ad ambienti talmente personali da non riuscire ad essere universali, estraniando così il lettore, che deve entrare in sintonia con il racconto solo se entra in empatia con il protagonista.
Come è detto, è pericoloso, ma forse risulta perfetto se l’io narrante è un hikikomori, termine nipponico che si trova ad indicare persone che vivono rinchiuse nella loro stanza riducendo a zero il loro contatto con il resto della società, così in questo romanzo (rivolto ad un pubblico adolescenziale in Giappone) di Tatsuhiko Takimoto, che nella post fazione si dichiara anche lui un hikikomori, entriamo, paradossalmente, nel ritmo vertiginoso del precipitare verso gli abissi di Tatsuhiro Sato.
Il tempo narrativo del romanzo è rappresentato dal vorticoso deprimersi, esaltarsi, tentare di autodistruggersi del protagonista, accompagnato dalle gesta dall’otaku Yamazaki, e dalla complessata Misaki, adolescente adepta in una setta di testimoni di Geova, da rendere il tutto simile ad una corsa sfrenata a tutto gas verso un muro.
Quello che sostiene il tutto è un malessere ormai non più latente nelle società moderne, l’incapacità di accettare, o meglio assimilare, sconfitte, delusioni, ripartenze, ed errori, ormai assuefatti dai continui input provenienti dalla fagocitante società multimediale che descrivono il bello e la felicità come elementi facilmente ottenibili semplicemente assimilandone i loro modelli.
Un improbabile trio che si sostiene unicamente perché ritiene l’altro peggiore di se stesso, ma che non scade mai in lagnosi soliloqui deprimenti, anzi le situazioni risultano comiche, proprio per l’inadeguatezza delle loro risposte alle situazione che si vengono a creare.
Il rapporto Misaki-Sato, ingenuamente definibile romantico, è la perfetta sintesi dello spirito del romanzo, l’accettarsi reciprocamente per quello che si è, è il primo passo verso il rendersi conto che l’importante è vivere la propria vita con i propri limiti e le proprie debolezze.
La scrittura è semplice, proposizioni corte, parecchi dialoghi, descrizioni essenziali, sostenuta però da una struttura narrativa abbastanza complessa, grazie a leggeri flashforward, o flashback che movimentano questo folle flusso da diario ottocentesco
La comicità inglese è spesso il risultato di una sequela di eventi che presi a se stanti non sarebbero null’altro che tranquilli momenti quotidiani, ma correlati uno dietro all’altro producono quell’effetto ironia dissacrante teorizzata da Pirandello.
Ian McEwan abbandonando in parte le tematiche m
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La comicità inglese è spesso il risultato di una sequela di eventi che presi a se stanti non sarebbero null’altro che tranquilli momenti quotidiani, ma correlati uno dietro all’altro producono quell’effetto ironia dissacrante teorizzata da Pirandello.
Ian McEwan abbandonando in parte le tematiche maniaco-oppressive si concentra su un personaggio come Michael Beard, premio nobel per la fisica, capace di legare il suo nome alla più grande delle teorie moderne, quella relatività concepita da Einstein, ed intorno al quale, con un po’ di superficialità, a volte, si cerca di usarlo come cartina tornasole per rappresentare la società di questo ultimo decennio, grazia anche alla suddetta ironia prima enunciata.
Michael Beard è brutto, ciccione, ingordo, e megalomane, divora con la stessa avidità donne e dolci, oltre che beve come una spugna, una volta raggiunto l’apice con il nobel, vive di rendita, presenziando al più in progetti che divorano le finanze degli stati, preoccupandosi più del suo benessere personale, che consisterebbe al netto degli eccessi nel bere una birra davanti alla TV.
Grazie alla figura di questo megalomane e disincantanto scienziato passiamo attraverso un decennio rivoluzionario, quello che vorrebbe il passaggio da una economia figlia dell’oro nero a quella delle energia alternativa.
E Michale Beard ne è esempio fulgido, iniziale menefreghismo, poi addirittura unica ragione di vita, sebbene tutto questo si fondi sui cosiddetti piedi d’argilla, un po’ come tutto della vita di Michael Beard.
Scrittura elegante, ed avvolgente, capace di coinvolgere il lettore a tal punto da far provare simpatia per un personaggio bugiardo ed ipocrita come Michael Beard.
La città & la città
In un mondo distopico dove ai confini di una Europa simile a quella contemporanea esiste una città dove i cittadini di una parte di essa non devono vedere e conoscere l’esistenza degli altri, e viceversa, sebbene stiano a frequentare il medesimo territorio, e per fare questo arrivano ad attingere ad ... (continue)
In un mondo distopico dove ai confini di una Europa simile a quella contemporanea esiste una città dove i cittadini di una parte di essa non devono vedere e conoscere l’esistenza degli altri, e viceversa, sebbene stiano a frequentare il medesimo territorio, e per fare questo arrivano ad attingere ad una tecnica frutto di esperienza e di condizionamento psicologico denominata disvedere, anche l’affrontare un caso di omicidio diventa estremamente complicato.
Soprattutto se la vita di ogni cittadino delle due città nella città, venga condizionata dalla minaccia della Violazione, potere occulto invisibile che controlla tutti e tutto e colpisce privandone della libertà chiunque violi il precetto del disvedere.
Portando agli estremi lo spirito delle divisioni insite nell'esistenza del muro di Berlino o anche nella città di Gerusalemme con la sua eterna diatriba tra palestinesi ed israeliani, Mieville costruisce con certosina attenzione e con un linguaggio estremamente moderno, a volte contorto, con parecchie inflessioni dialettali, un complicatissimo sistema ad esclusione, dove l’agente di Beszel, Borlu’ si troverà a dover rintracciare il colpevole dell’omicidio di una giovane archeologa americana.
Tra spinte nazionalistiche, ataviche memorie di epoche perdute, infiltrazioni di poteri stranieri, il compito si dimostrerà difficilissimo, sia per la complicata situazione tra le due città, Ul Quoma e Beszel, sia per la minaccia continua della Violazione.
E’ fascinoso il modo in cui l’autore inglese si districa nel riuscire a mettere su carta senza prolissi elucubrazioni l’incredibile convivenza tra le due città, producendo un risultato incredibilmente verosimile, ed è fascinoso come i personaggi consciamente vivano questa condizione senza volerla smantellare.
Questo permette di assistere alle peripezie della detective story con attenzione sempre più crescente, oltre ad una analisi e descrizione estremamente particolare delle due città e dello spirito di un uomo imprigionato in una situazione che non gli permetterà mai di librarsi liberamente verso le vette più alte della tecnologia, della scienza e della cultrua. Sempre ancorato dietro al minimalismo dell’odio egoistico, e del trionfo del solipsismo, in una parola sola, abituato a vivere in eterno nella decadenza.
Americana
Dave Bell, protagonista belloccio e icona del vero potere del colonialismo americano: la televisione ed il suo influsso multimediale, è l’io narrante di questo scrittore capace di mettere su carta tutte le idiosincrasie di una società, cresciuta all’ombra del puratenismo, violentata dalla bramosia ... (continue)
Dave Bell, protagonista belloccio e icona del vero potere del colonialismo americano: la televisione ed il suo influsso multimediale, è l’io narrante di questo scrittore capace di mettere su carta tutte le idiosincrasie di una società, cresciuta all’ombra del puratenismo, violentata dalla bramosia e dall’ingordigia della violenza.
Prendendo spunto da un viaggio all’interno degli Stati Uniti con l’intento di mettere su cinepresa le origini tribali della nazione che fu’ di George Washington, quegli Indiani d’America, relegati a morire in riserve abbandonate, diviene una verticale digressione della propria esistenza, come nel romanzo iconoclasta On the road di Jeck Kerouac, DeLillo costruisce tra l’ironico ed il sarcastico un melodramma famigliare di proporzioni immani. Il linguaggio usato è moderno, gli elementi che ne fanno parte sono contemporanei, abbiamo anche lunghe digressione in stile La Stella di Ratner, che come nell’omonimo romanzo sono fini a se stesso.
Dave Bell e la sua vita, recitata, messa su pellicola diviene per similitudine la storia degli States, paese giovane e pieno di energia, capace di oltrepassare i propri sentimenti, imprigionato tra un credo fervente ad un Dio severo, ed una violenza esagerata usata come valvola di sfogo.
Persone al limite della sanità mentale, cercano disperatamente di instaurare un qualunque rapporto, schiavizzati dall’apparire, dalla responsabilità di essere sempre al passo del tempo, tendono a trasformarsi in contenitori senza anime, in quei personaggi vuoti resi famosi dal grande Raymond Carver.
Tra flashback e lunghe trascrizioni di testi radiofonici assistiamo inerti alla messa su carta dell’altalenante vita della famiglia Bell con come background una società, quella americana, che tende a girare più velocemente delle persone stesse.
1Q84
Un 1984 che si trasforma al passare di una passerella su una tangenziale, la sinfonia di Janacek come sottofondo musicale, un libro tra l'onirico ed il fantastico, scritto da un ghost writer che ne diviene chiave di interpretazione di questo nuovo mondo, un amore congelato alla quinta elementare, or ... (continue)
Un 1984 che si trasforma al passare di una passerella su una tangenziale, la sinfonia di Janacek come sottofondo musicale, un libro tra l'onirico ed il fantastico, scritto da un ghost writer che ne diviene chiave di interpretazione di questo nuovo mondo, un amore congelato alla quinta elementare, orrori inimmaginabili che non sono come appaiono.
Un affresco raccontato con cupidigia di particolari, costruito tassello su tassello, intorno ad una narrazione degna di un montaggio parallelo, che passa con bravura certosina tra la vita di Aomane, novella giustiziere della notte, ex adepta di una setta, gran conoscitrice del corpo umano, vita soffocante e solitaria, segnata per sempre dalla coercizione di una infanzia relegata tra quattro mure e da una ideologia opprimente, e l'individualismo di Tengo, matematico capace, in possesso di un fisico mastodontico, aspirante romanziere, incapace di affrontare la vita come una sfida, sempre pronto a ritagliarsi un posto in seconda fila, anch'esso segnato da una infanzia ossessiva, alle dipendenze di un padre esattore della tassa più odiata, quella della NHK, la televisione pubblica.
Due vite che si sfiorano, imprescindibilmente legate da un avvenimento a loro accaduto quando avevano dieci anni, un legame che piano piano si dimostra pilastro portante della loro vita, o anche unica ancora di salvezza.
Intorno a loro una marea di personaggi, un editor eccentrico, egoista, e impalpabile, una splendida diciassettenne dislessica, una anziana signora con il cuore indurito, una guardia del corpo gay implacabile, una setta religiosa senza alcun ideale religioso. Il tutto alla ricerca dell'aspettando godot della situazione, questi esseri senza tempo, i little people, capaci di condizionare la vita dell'uomo, al fine di assecondarne i desideri più reconditi.
E l'impalcatura dell'opera è una scrittura circolare, scorrevole, che tende a concentrarsi sui particolari, e favorisce a sottolineare l'enorme simbolismo e quei segnali, leggeri come il battito di una farfalla, che poi si trasformeranno in un portentoso climax finale.
Welcome to the Nhk
L’uso dell’io narrante è pericoloso nella letteratura, il rischio è di auto imporsi dei limiti nel raccontare, circoscrivendo il tutto ad ambienti talmente personali da non riuscire ad essere universali, estraniando così il lettore, che deve entrare in sintonia con il racconto solo se entra in empat ... (continue)
L’uso dell’io narrante è pericoloso nella letteratura, il rischio è di auto imporsi dei limiti nel raccontare, circoscrivendo il tutto ad ambienti talmente personali da non riuscire ad essere universali, estraniando così il lettore, che deve entrare in sintonia con il racconto solo se entra in empatia con il protagonista.
Come è detto, è pericoloso, ma forse risulta perfetto se l’io narrante è un hikikomori, termine nipponico che si trova ad indicare persone che vivono rinchiuse nella loro stanza riducendo a zero il loro contatto con il resto della società, così in questo romanzo (rivolto ad un pubblico adolescenziale in Giappone) di Tatsuhiko Takimoto, che nella post fazione si dichiara anche lui un hikikomori, entriamo, paradossalmente, nel ritmo vertiginoso del precipitare verso gli abissi di Tatsuhiro Sato.
Il tempo narrativo del romanzo è rappresentato dal vorticoso deprimersi, esaltarsi, tentare di autodistruggersi del protagonista, accompagnato dalle gesta dall’otaku Yamazaki, e dalla complessata Misaki, adolescente adepta in una setta di testimoni di Geova, da rendere il tutto simile ad una corsa sfrenata a tutto gas verso un muro.
Quello che sostiene il tutto è un malessere ormai non più latente nelle società moderne, l’incapacità di accettare, o meglio assimilare, sconfitte, delusioni, ripartenze, ed errori, ormai assuefatti dai continui input provenienti dalla fagocitante società multimediale che descrivono il bello e la felicità come elementi facilmente ottenibili semplicemente assimilandone i loro modelli.
Un improbabile trio che si sostiene unicamente perché ritiene l’altro peggiore di se stesso, ma che non scade mai in lagnosi soliloqui deprimenti, anzi le situazioni risultano comiche, proprio per l’inadeguatezza delle loro risposte alle situazione che si vengono a creare.
Il rapporto Misaki-Sato, ingenuamente definibile romantico, è la perfetta sintesi dello spirito del romanzo, l’accettarsi reciprocamente per quello che si è, è il primo passo verso il rendersi conto che l’importante è vivere la propria vita con i propri limiti e le proprie debolezze.
La scrittura è semplice, proposizioni corte, parecchi dialoghi, descrizioni essenziali, sostenuta però da una struttura narrativa abbastanza complessa, grazie a leggeri flashforward, o flashback che movimentano questo folle flusso da diario ottocentesco
Solar
La comicità inglese è spesso il risultato di una sequela di eventi che presi a se stanti non sarebbero null’altro che tranquilli momenti quotidiani, ma correlati uno dietro all’altro producono quell’effetto ironia dissacrante teorizzata da Pirandello.
Ian McEwan abbandonando in parte le tematiche m ... (continue)
La comicità inglese è spesso il risultato di una sequela di eventi che presi a se stanti non sarebbero null’altro che tranquilli momenti quotidiani, ma correlati uno dietro all’altro producono quell’effetto ironia dissacrante teorizzata da Pirandello.
Ian McEwan abbandonando in parte le tematiche maniaco-oppressive si concentra su un personaggio come Michael Beard, premio nobel per la fisica, capace di legare il suo nome alla più grande delle teorie moderne, quella relatività concepita da Einstein, ed intorno al quale, con un po’ di superficialità, a volte, si cerca di usarlo come cartina tornasole per rappresentare la società di questo ultimo decennio, grazia anche alla suddetta ironia prima enunciata.
Michael Beard è brutto, ciccione, ingordo, e megalomane, divora con la stessa avidità donne e dolci, oltre che beve come una spugna, una volta raggiunto l’apice con il nobel, vive di rendita, presenziando al più in progetti che divorano le finanze degli stati, preoccupandosi più del suo benessere personale, che consisterebbe al netto degli eccessi nel bere una birra davanti alla TV.
Grazie alla figura di questo megalomane e disincantanto scienziato passiamo attraverso un decennio rivoluzionario, quello che vorrebbe il passaggio da una economia figlia dell’oro nero a quella delle energia alternativa.
E Michale Beard ne è esempio fulgido, iniziale menefreghismo, poi addirittura unica ragione di vita, sebbene tutto questo si fondi sui cosiddetti piedi d’argilla, un po’ come tutto della vita di Michael Beard.
Scrittura elegante, ed avvolgente, capace di coinvolgere il lettore a tal punto da far provare simpatia per un personaggio bugiardo ed ipocrita come Michael Beard.