Qui gatta ci cova. O meglio, in questo volume ci cova l'importante "Batman: Year One" di Frank Miller. Ma forse neanche questo basta a salvare questa raccolta dedicata alla micetta della DC Comics. Ma sì, perchè non traspare chissà quale forza del personaggio, sempre che il personaggio abbia una cer
... (continue)
Qui gatta ci cova. O meglio, in questo volume ci cova l'importante "Batman: Year One" di Frank Miller. Ma forse neanche questo basta a salvare questa raccolta dedicata alla micetta della DC Comics. Ma sì, perchè non traspare chissà quale forza del personaggio, sempre che il personaggio abbia una certa qual forza... perchè in un confronto ipotetico a distanza, con la Elektra della Marvel Comics (giusto per citare un personaggio femminile caro a Miller), stando a ciò che qui si legge Selina perde alla stragrande (anzi, ipotetico mica tanto, si veda il crossoverone Marvel Vs. DC). Personaggino di contorno nel breve lavoro di Miller (che, diciamocelo senza problemi, ha scritto anche di meglio), avventuriera di avventurine inutili nel ciclo di cinque storie di Dixon (con un improbabilissimo villain "principesco"), spalla della spalla Nightwing (il che è tutto dire) nella storia che chiude il libro, risibile con i suoi furtarelli e con le sue schermaglie con l'Uomo Pipistrello (amore e odio o batcane e gatto?) negli episodi più datati... che neanche nei telefim con Adam West si sorrideva così. Miller a parte, dunque pochissimo da segnalare. Ah, no, è vero. La scena a pagina 26 (direttamente dal 1943) di Bruce Wayne che sculaccia Robin è tutta un programma...
Povero Wellington. Il “giallo” dedicato alla memoria ed alle indagini inerenti la morte del cane barbone chiamato Wellington, diciamocelo subito, non è di certo un giallo, un thriller, un romanzo di suspense, comunque lo si voglia e possa chiamare. L’omicidio del povero cagnolone Wellington altro no
... (continue)
Povero Wellington. Il “giallo” dedicato alla memoria ed alle indagini inerenti la morte del cane barbone chiamato Wellington, diciamocelo subito, non è di certo un giallo, un thriller, un romanzo di suspense, comunque lo si voglia e possa chiamare. L’omicidio del povero cagnolone Wellington altro non è che il pretesto per indagare nella complicata testa del protagonista. Ed il viaggio che dura poco meno di 250 pagine in compagnia di un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger, che pertanto si trova più a proprio agio con i numeri piuttosto con le persone, è allo stesso tempo facile (perché la lettura è sempre scorrevole e senza intoppi anche nei capitoli più “matematici”) e difficile (perché è dura mettersi negli scomodi panni di chi ha il terrore di abbracciare i propri genitori). Sebbene si tratti di un best seller osannato da pubblico e critica, non è però tutto oro quel che luccica… o, volendo utilizzare le sfumature cromatiche odiate da Christopher, questo libro si ricopre anche di diverse striature – metaforiche e non positivissime – di giallo (il colore, of course, non il genere con cui non italiani chiamiamo un certo tipo di fiction…) e marrone. Perché ‘Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte’ commuove… ma neanche più di tanto. Diverte… ma neanche più di tanto. Intriga… ma neanche più di tanto (le “indagini” subiscono un brusco stop a metà del libro… e tanti saluti alle velleità di novello Sherlock Holmes del giovane Boone). È scritto con stile british… ma neanche più di tanto (era forse lecito ed auspicabile in alcuni frangenti aspettarsi un po’ più di humour). C’è l’ingrediente, o meglio, il fattore della matematica… bene, ma si poteva fare di più? Oppure si sarebbe appesantita e spezzata troppo la trama del romanzo? Bel dilemma, forse più interessante del dilemma di Monty Hall e delle tre porte, adeguatamente descritto in un capitolo. Ulteriore segno meno è dato dalla poca simpatia ispirata dai personaggi (a un certo punto dalla bocca del padre esce pure una bestemmia, cosa decisamente fastidiosa… era proprio necessario?); compassione, empatia e spirito di solidarietà aiutano fino a un certo punto… Christopher eviterebbe la nostra compagnia e – ahimè – in tutta probabilità noi eviteremmo la compagnia sua e dei suoi parenti. Quindi… povero Wellington! Starà a voi giudicare se il colpevole della sua morte pagherà abbastanza per i proprio peccati… per quanto mi riguarda io piango e mi dispiaccio per questo pretestuoso ed evitabile sacrificio canino.
“Libro di Elio e le Storie Tese, Libro di Elio e le Storie Tese, tu sei molto birichino…”, parafrasando il fil rouge delle poesiole ivi raccolte è facile definire “birichino” questo libello… sì, perché non siamo certo di fronte ad un capolavoro della letteratura comica né ad un prodotto lontanamente
... (continue)
“Libro di Elio e le Storie Tese, Libro di Elio e le Storie Tese, tu sei molto birichino…”, parafrasando il fil rouge delle poesiole ivi raccolte è facile definire “birichino” questo libello… sì, perché non siamo certo di fronte ad un capolavoro della letteratura comica né ad un prodotto lontanamente paragonabile anche solo al meno riuscito degli album della geniale banda milanese. Trattasi di un manualetto/guida/lunario utile ai giovini virgulti di oggi che abbiano l’aspirazione da grande di diventare “Grrrrrrrande”, chi ha orecchie per intendere intenda. Ma gli alti e i bassi di ‘Animali spiaccicati’ sono all’ordine del giorno, anzi, dei paragrafi. Suddiviso in mesi – più tre inserti speciali (simpatici quelli sui primi pruriti sessuali e sullo slang supergiovane, un po’ più indietro nell’indice di gradimento quello fantaculinario) – a loro volta suddivisi in rubriche, i contenuti appaiono scostanti e non sempre così “risibili”: quasi sempre niente male le curiosità sull’India (da ascoltare con il sottofondo dell’intro di ‘L’eterna lotta tra il bene e il male’ da ‘Del meglio del nostro meglio, vol. 1’), mentre le storie di vita vissuta fanno un po’ storcere il naso con il loro surrealismo decisamente troppo puerile. C’è qualcosa di buono come c’è anche qualcosa di meno buono pure tra le varie poesie (imparerete a memoria ‘Condizionatore’ e d’estate la reciterete a profusione a parenti e amici, è assicurato) mentre alla lunga stufa un po’ il tormentone del besibòl. Nota dolente a parte, non attribuibile direttamente agli Elii, per i disegni imputabili a Chiara Rapaccini: okay lo stile infantiloide e naif, ma se ti pagano per illustrare un libro sforzati un minimo, per diana! La signora Rapaccini – che per inciso fa l’illustratrice di professione – non è minimamente in grado di disegnare (nel senso che o lo fa talmente male o non ci prova neppure), in ordine sparso: seni, mazze da baseball, guantoni da baseball, tir, il Colosseo, palloni da calcio, foglie, motoslitte, alberi di Natale, varie ed eventuali. Quindi: se siete fan di Elio, Rocco Tanica, Faso e compagnia bella compratevi pure questo volumetto. Se non siete fan degli EeLST non compratelo e comprate piuttosto un loro cd. Cosa? I cd li scaricate a babba morta? Mmmmh. Non approvo, ma perlomeno così facendo avete risparmiato i soldi da investire nel cd e potete quindi permettervi di comprarvi ‘Animali spiaccicati’. Cosa? Preferite spendere i vostri soldi in un bel brunch a base di viuster e in malboro? Mi arrendo, secondo me vi servo lo sicologo.
Se avete preso in mano e presumibilmente letto questo libro è per uno dei seguenti motivi: a) amate Jane Austen; b) amate gli zombi. Inutile dire che il sottoscritto appartiene alla seconda orda di innominabili e voraci lettori. L’idea, infatti, di un grande classicone della letteratura mondiale imb
... (continue)
Se avete preso in mano e presumibilmente letto questo libro è per uno dei seguenti motivi: a) amate Jane Austen; b) amate gli zombi. Inutile dire che il sottoscritto appartiene alla seconda orda di innominabili e voraci lettori. L’idea, infatti, di un grande classicone della letteratura mondiale imbastardito e sporcato di sangue da una serie di mostri affamati di cervelli umani mi ha ingolosito fin da subito. Peccato che, a conti fatti, questo pastiche altro non sia che un gran bel bluff. Ben orchestrato e ben diretto ma pur sempre un bluff. Sì, perché gli zombi ci sono… ma latitano alla grande e la loro presenza è quasi sempre limitata ai momenti di viaggio, di gita, di spostamento dei personaggi. Ed infatti c’è decisamente qualcosa che non va… l’azione è ambientata in un’Inghilterra vittoriana assediata da lustri dai morti viventi. Eppure le protagoniste non si fanno remore ad andare in villeggiatura, a trovare parenti e amici e a correre in lungo e in largo per amoreggiamenti vari, come se nulla fosse… ma si può?! Stiamo parlando di un’epidemia di zombi! Ci sono cadaveri ambulanti tendenzialmente dappertutto… eppure tutti se ne vanno allegramente a spasso e a scampagnare. E che dire di Londra? In qualsiasi fiction di zombi che si reputi tale le grandi città sono le prime a cadere – giustamente, innanzitutto per la quantità di abitanti – sopraffatte dal virus mortale. Qui no, hanno costruito un muro e problema risulto, toh. C’è qualcosa che non torna… Poi d’inverno è una pacchia. Il terreno indurito evita ai morti di risorgere e quindi tutti tranquilli fino al disgelo, e via di balli e gran cenoni. Mah, scenario un po’ semplicistico, direi. Per non parlare della vicenda dell’amica infetta e della cagata pazzesca dei cavolfiori esca… Diciamo che i punti a favore di questo comunque simpatico mashup letterario sono l’opportunità di leggere un’opera (l’85% del testo originale, perlomeno) che altrimenti molti non si sarebbero azzardati ad affrontare (ed anche giustamente direi, non ci fosse quel pizzico di azione zombesca la noia totale la farebbe da padrona, tra insipidi pettegolezzi, scenette da soap opera, personaggi da suicidio e dialoghi stucchevoli) e i ninja. Eh, perché quello che il titolo non dice è che ci sono pure ninja, katane, stelle da lancio, nunchaku, arti marziali e che Elizabeth Bennet e le sue insopportabili sorelle sono allieve (pur poco credibili) di un tempio Shaolin, il che fa molto “Kill Bill” di Quentin Tarantino. In conclusione, citando le dichiarazioni dell’autore che ammette di avere attuato un’operazione di microchirurgia sul testo originale della Austen, per l’inserimento degli elementi alla George Romero meets Sasuke, dico invece che sarebbe stato meglio prendere il tomo di ‘Orgoglio e pregiudizio’ e sventrarlo a destra e a manca con una bella motosega…
Quella del cronosisma è per Vonnegut un'idea-pretesto (ideona, ed è di per sè un peccato che non sia stata sfruttata in un romanzo fatto e finito) per mettere bianco su nero un lungo excursus di ricordi e memorie più o meno interessanti. Da questo volume non è quindi assolutamente il caso di aspetta
... (continue)
Quella del cronosisma è per Vonnegut un'idea-pretesto (ideona, ed è di per sè un peccato che non sia stata sfruttata in un romanzo fatto e finito) per mettere bianco su nero un lungo excursus di ricordi e memorie più o meno interessanti. Da questo volume non è quindi assolutamente il caso di aspettarsi un romanzo di fantascienza coi controfiocchi, colpo di coda finale di un grandissimo autore; (argh, ho usato il punto e virgola! Vonnegut non l'ha mai volutamente usato... non intendevo mancarle di rispetto, Maestro!) l'avvertimento migliore è riportato in quarta di copertina e lo si deve al puntuale San Francisco Chronicle: la descrizione più azzeccata è "un bizzarro mix di fiction e memoria". Mix comunque intrigante sia nel concetto che nella sostanza, ma obiettivamente la narrazione risulta altalenante e la lettura di conseguenza può facilmente divenire scostante in considerazione che il buon Kurt salta volentieri di palo in frasca da un capitolo a quello successivo. Il leit-motif ricorrente è comunque la "santificazione" definitiva del personaggio/alter ego di Kilgore Trout, mitico scrittorucolo ricorrente nell'opera di KV e qui assurto al ruolo di semi-salvatore della patria. Consigliato prettamente ai super appassionati del lavoro del compianto Vonnegut... ma anche i non addetti ai lavori usciranno dal percorso tracciato da questo "Cronosisma" con l'immane voglia di aver voluto conoscere di persona siffatto genio della parola scritta. Una citazione finale ad hoc: "siamo sulla terra per cazzeggiare. Non credete a quelli che vi dicono che non è così!"... oh yeah!
Catwoman
Qui gatta ci cova. O meglio, in questo volume ci cova l'importante "Batman: Year One" di Frank Miller. Ma forse neanche questo basta a salvare questa raccolta dedicata alla micetta della DC Comics. Ma sì, perchè non traspare chissà quale forza del personaggio, sempre che il personaggio abbia una cer ... (continue)
Qui gatta ci cova. O meglio, in questo volume ci cova l'importante "Batman: Year One" di Frank Miller. Ma forse neanche questo basta a salvare questa raccolta dedicata alla micetta della DC Comics. Ma sì, perchè non traspare chissà quale forza del personaggio, sempre che il personaggio abbia una certa qual forza... perchè in un confronto ipotetico a distanza, con la Elektra della Marvel Comics (giusto per citare un personaggio femminile caro a Miller), stando a ciò che qui si legge Selina perde alla stragrande (anzi, ipotetico mica tanto, si veda il crossoverone Marvel Vs. DC).
Personaggino di contorno nel breve lavoro di Miller (che, diciamocelo senza problemi, ha scritto anche di meglio), avventuriera di avventurine inutili nel ciclo di cinque storie di Dixon (con un improbabilissimo villain "principesco"), spalla della spalla Nightwing (il che è tutto dire) nella storia che chiude il libro, risibile con i suoi furtarelli e con le sue schermaglie con l'Uomo Pipistrello (amore e odio o batcane e gatto?) negli episodi più datati... che neanche nei telefim con Adam West si sorrideva così.
Miller a parte, dunque pochissimo da segnalare. Ah, no, è vero. La scena a pagina 26 (direttamente dal 1943) di Bruce Wayne che sculaccia Robin è tutta un programma...
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
Povero Wellington. Il “giallo” dedicato alla memoria ed alle indagini inerenti la morte del cane barbone chiamato Wellington, diciamocelo subito, non è di certo un giallo, un thriller, un romanzo di suspense, comunque lo si voglia e possa chiamare. L’omicidio del povero cagnolone Wellington altro no ... (continue)
Povero Wellington. Il “giallo” dedicato alla memoria ed alle indagini inerenti la morte del cane barbone chiamato Wellington, diciamocelo subito, non è di certo un giallo, un thriller, un romanzo di suspense, comunque lo si voglia e possa chiamare. L’omicidio del povero cagnolone Wellington altro non è che il pretesto per indagare nella complicata testa del protagonista. Ed il viaggio che dura poco meno di 250 pagine in compagnia di un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger, che pertanto si trova più a proprio agio con i numeri piuttosto con le persone, è allo stesso tempo facile (perché la lettura è sempre scorrevole e senza intoppi anche nei capitoli più “matematici”) e difficile (perché è dura mettersi negli scomodi panni di chi ha il terrore di abbracciare i propri genitori). Sebbene si tratti di un best seller osannato da pubblico e critica, non è però tutto oro quel che luccica… o, volendo utilizzare le sfumature cromatiche odiate da Christopher, questo libro si ricopre anche di diverse striature – metaforiche e non positivissime – di giallo (il colore, of course, non il genere con cui non italiani chiamiamo un certo tipo di fiction…) e marrone. Perché ‘Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte’ commuove… ma neanche più di tanto. Diverte… ma neanche più di tanto. Intriga… ma neanche più di tanto (le “indagini” subiscono un brusco stop a metà del libro… e tanti saluti alle velleità di novello Sherlock Holmes del giovane Boone). È scritto con stile british… ma neanche più di tanto (era forse lecito ed auspicabile in alcuni frangenti aspettarsi un po’ più di humour). C’è l’ingrediente, o meglio, il fattore della matematica… bene, ma si poteva fare di più? Oppure si sarebbe appesantita e spezzata troppo la trama del romanzo? Bel dilemma, forse più interessante del dilemma di Monty Hall e delle tre porte, adeguatamente descritto in un capitolo. Ulteriore segno meno è dato dalla poca simpatia ispirata dai personaggi (a un certo punto dalla bocca del padre esce pure una bestemmia, cosa decisamente fastidiosa… era proprio necessario?); compassione, empatia e spirito di solidarietà aiutano fino a un certo punto… Christopher eviterebbe la nostra compagnia e – ahimè – in tutta probabilità noi eviteremmo la compagnia sua e dei suoi parenti. Quindi… povero Wellington! Starà a voi giudicare se il colpevole della sua morte pagherà abbastanza per i proprio peccati… per quanto mi riguarda io piango e mi dispiaccio per questo pretestuoso ed evitabile sacrificio canino.
Animali spiaccicati
“Libro di Elio e le Storie Tese, Libro di Elio e le Storie Tese, tu sei molto birichino…”, parafrasando il fil rouge delle poesiole ivi raccolte è facile definire “birichino” questo libello… sì, perché non siamo certo di fronte ad un capolavoro della letteratura comica né ad un prodotto lontanamente ... (continue)
“Libro di Elio e le Storie Tese, Libro di Elio e le Storie Tese, tu sei molto birichino…”, parafrasando il fil rouge delle poesiole ivi raccolte è facile definire “birichino” questo libello… sì, perché non siamo certo di fronte ad un capolavoro della letteratura comica né ad un prodotto lontanamente paragonabile anche solo al meno riuscito degli album della geniale banda milanese.
Trattasi di un manualetto/guida/lunario utile ai giovini virgulti di oggi che abbiano l’aspirazione da grande di diventare “Grrrrrrrande”, chi ha orecchie per intendere intenda. Ma gli alti e i bassi di ‘Animali spiaccicati’ sono all’ordine del giorno, anzi, dei paragrafi. Suddiviso in mesi – più tre inserti speciali (simpatici quelli sui primi pruriti sessuali e sullo slang supergiovane, un po’ più indietro nell’indice di gradimento quello fantaculinario) – a loro volta suddivisi in rubriche, i contenuti appaiono scostanti e non sempre così “risibili”: quasi sempre niente male le curiosità sull’India (da ascoltare con il sottofondo dell’intro di ‘L’eterna lotta tra il bene e il male’ da ‘Del meglio del nostro meglio, vol. 1’), mentre le storie di vita vissuta fanno un po’ storcere il naso con il loro surrealismo decisamente troppo puerile. C’è qualcosa di buono come c’è anche qualcosa di meno buono pure tra le varie poesie (imparerete a memoria ‘Condizionatore’ e d’estate la reciterete a profusione a parenti e amici, è assicurato) mentre alla lunga stufa un po’ il tormentone del besibòl. Nota dolente a parte, non attribuibile direttamente agli Elii, per i disegni imputabili a Chiara Rapaccini: okay lo stile infantiloide e naif, ma se ti pagano per illustrare un libro sforzati un minimo, per diana! La signora Rapaccini – che per inciso fa l’illustratrice di professione – non è minimamente in grado di disegnare (nel senso che o lo fa talmente male o non ci prova neppure), in ordine sparso: seni, mazze da baseball, guantoni da baseball, tir, il Colosseo, palloni da calcio, foglie, motoslitte, alberi di Natale, varie ed eventuali.
Quindi: se siete fan di Elio, Rocco Tanica, Faso e compagnia bella compratevi pure questo volumetto. Se non siete fan degli EeLST non compratelo e comprate piuttosto un loro cd. Cosa? I cd li scaricate a babba morta? Mmmmh. Non approvo, ma perlomeno così facendo avete risparmiato i soldi da investire nel cd e potete quindi permettervi di comprarvi ‘Animali spiaccicati’. Cosa? Preferite spendere i vostri soldi in un bel brunch a base di viuster e in malboro? Mi arrendo, secondo me vi servo lo sicologo.
Orgoglio e pregiudizio e zombie
Se avete preso in mano e presumibilmente letto questo libro è per uno dei seguenti motivi: a) amate Jane Austen; b) amate gli zombi. Inutile dire che il sottoscritto appartiene alla seconda orda di innominabili e voraci lettori. L’idea, infatti, di un grande classicone della letteratura mondiale imb ... (continue)
Se avete preso in mano e presumibilmente letto questo libro è per uno dei seguenti motivi: a) amate Jane Austen; b) amate gli zombi. Inutile dire che il sottoscritto appartiene alla seconda orda di innominabili e voraci lettori. L’idea, infatti, di un grande classicone della letteratura mondiale imbastardito e sporcato di sangue da una serie di mostri affamati di cervelli umani mi ha ingolosito fin da subito. Peccato che, a conti fatti, questo pastiche altro non sia che un gran bel bluff. Ben orchestrato e ben diretto ma pur sempre un bluff. Sì, perché gli zombi ci sono… ma latitano alla grande e la loro presenza è quasi sempre limitata ai momenti di viaggio, di gita, di spostamento dei personaggi. Ed infatti c’è decisamente qualcosa che non va… l’azione è ambientata in un’Inghilterra vittoriana assediata da lustri dai morti viventi. Eppure le protagoniste non si fanno remore ad andare in villeggiatura, a trovare parenti e amici e a correre in lungo e in largo per amoreggiamenti vari, come se nulla fosse… ma si può?! Stiamo parlando di un’epidemia di zombi! Ci sono cadaveri ambulanti tendenzialmente dappertutto… eppure tutti se ne vanno allegramente a spasso e a scampagnare. E che dire di Londra? In qualsiasi fiction di zombi che si reputi tale le grandi città sono le prime a cadere – giustamente, innanzitutto per la quantità di abitanti – sopraffatte dal virus mortale. Qui no, hanno costruito un muro e problema risulto, toh. C’è qualcosa che non torna… Poi d’inverno è una pacchia. Il terreno indurito evita ai morti di risorgere e quindi tutti tranquilli fino al disgelo, e via di balli e gran cenoni. Mah, scenario un po’ semplicistico, direi. Per non parlare della vicenda dell’amica infetta e della cagata pazzesca dei cavolfiori esca…
Diciamo che i punti a favore di questo comunque simpatico mashup letterario sono l’opportunità di leggere un’opera (l’85% del testo originale, perlomeno) che altrimenti molti non si sarebbero azzardati ad affrontare (ed anche giustamente direi, non ci fosse quel pizzico di azione zombesca la noia totale la farebbe da padrona, tra insipidi pettegolezzi, scenette da soap opera, personaggi da suicidio e dialoghi stucchevoli) e i ninja. Eh, perché quello che il titolo non dice è che ci sono pure ninja, katane, stelle da lancio, nunchaku, arti marziali e che Elizabeth Bennet e le sue insopportabili sorelle sono allieve (pur poco credibili) di un tempio Shaolin, il che fa molto “Kill Bill” di Quentin Tarantino.
In conclusione, citando le dichiarazioni dell’autore che ammette di avere attuato un’operazione di microchirurgia sul testo originale della Austen, per l’inserimento degli elementi alla George Romero meets Sasuke, dico invece che sarebbe stato meglio prendere il tomo di ‘Orgoglio e pregiudizio’ e sventrarlo a destra e a manca con una bella motosega…
Cronosisma
Quella del cronosisma è per Vonnegut un'idea-pretesto (ideona, ed è di per sè un peccato che non sia stata sfruttata in un romanzo fatto e finito) per mettere bianco su nero un lungo excursus di ricordi e memorie più o meno interessanti. Da questo volume non è quindi assolutamente il caso di aspetta ... (continue)
Quella del cronosisma è per Vonnegut un'idea-pretesto (ideona, ed è di per sè un peccato che non sia stata sfruttata in un romanzo fatto e finito) per mettere bianco su nero un lungo excursus di ricordi e memorie più o meno interessanti. Da questo volume non è quindi assolutamente il caso di aspettarsi un romanzo di fantascienza coi controfiocchi, colpo di coda finale di un grandissimo autore; (argh, ho usato il punto e virgola! Vonnegut non l'ha mai volutamente usato... non intendevo mancarle di rispetto, Maestro!) l'avvertimento migliore è riportato in quarta di copertina e lo si deve al puntuale San Francisco Chronicle: la descrizione più azzeccata è "un bizzarro mix di fiction e memoria".
Mix comunque intrigante sia nel concetto che nella sostanza, ma obiettivamente la narrazione risulta altalenante e la lettura di conseguenza può facilmente divenire scostante in considerazione che il buon Kurt salta volentieri di palo in frasca da un capitolo a quello successivo. Il leit-motif ricorrente è comunque la "santificazione" definitiva del personaggio/alter ego di Kilgore Trout, mitico scrittorucolo ricorrente nell'opera di KV e qui assurto al ruolo di semi-salvatore della patria.
Consigliato prettamente ai super appassionati del lavoro del compianto Vonnegut... ma anche i non addetti ai lavori usciranno dal percorso tracciato da questo "Cronosisma" con l'immane voglia di aver voluto conoscere di persona siffatto genio della parola scritta.
Una citazione finale ad hoc: "siamo sulla terra per cazzeggiare. Non credete a quelli che vi dicono che non è così!"... oh yeah!