6 argomenti per salvare il mondo. potrebbero e dovrebbero essere un programma per un qualsiasi candidato di sinistra. e invece sono gli articoli del giornalista del guardian. non amo molto le racccolta che infilano articoli già scritti senza aggiungere altro, ma confesso che leggerli è una sorta di
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6 argomenti per salvare il mondo. potrebbero e dovrebbero essere un programma per un qualsiasi candidato di sinistra. e invece sono gli articoli del giornalista del guardian. non amo molto le racccolta che infilano articoli già scritti senza aggiungere altro, ma confesso che leggerli è una sorta di ripasso dal 2002 al 2007. 1. argomenti su dio. contro l'ipocrisia delle gerarchie religiose che spacciano precetti morali e impongono comportamenti solo per conservare il loro potere sulle nostre coscienze. pro il libero pensiero soprattutto religioso. 2. argomenti sulla natura. contro la follia dell'industria che distrugge il pianeta. pro la consapevolezza delle azioni dell'uomo sul'habitat naturale. 3. argomenti sulla guerra. contro bush e blair e la loro inventata guerra all'iraq e al terrorismo. pro usare i soldi destinati ad armi inutili per "pace, sviluppo, ambiente lotta criminalità internazionale". 4. argomenti sul denaro. contro le multinazionali imperanti avide di denaro e dividendi. e colonizzatrici di terre e genti. 5. argomenti sul potere. contro l'assenza di differenze tra conservatori e laburisti. 6. argomenti sulla cultura.
non fatevi spaventare dal titolo. anche io che non ho figli e non li avrò (per ora), posso lasciarmi consigliare. sapone e dentifricio fatti con limone e salvia, pannolini ecologici, pappette nutrienti ed economiche. per sfatare il legame tra bimbi e consumismo.
Tristram Stuart , ricercatore a Cambridge, in viaggio in Italia e a Bologna per promuovere il suo saggio "Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare" (Bruno Mondadori).</p><p>Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma
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Tristram Stuart , ricercatore a Cambridge, in viaggio in Italia e a Bologna per promuovere il suo saggio "Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare" (Bruno Mondadori).</p><p>Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma è anche un enorme danno economico e un pericolo per la sopravvivenza dell'ecosistema del pianeta.</p><p>Il risultato delle sue indagini, condotte in mezzo mondo (Europa, Stati Uniti, Russia, Pakistan, India, Cina, Corea del Sud e Giappone) è sconcertante: il sistema della grande distribuzione arriva a distruggere nei paesi Occidentali ed "economicamente progrediti" circa un terzo del cibo prodotto. Come è arrivato a calcolare questo dato?</p><p>Si può fare un calcolo empirico sullo spreco misurandolo in supermercati, abitazioni etc... Ma è molto difficile, io invece ho preferito fare una semplice differenza tra cibo prodotto e consumato. In Italia ad esempio c'è un 188% di cibo in surplus rispetto alle effettive necessità.</p><p>Nel libro parla spesso della contraddizione tra la sovrabbondanza di cibo nei paesi occidentali e la povertà e fame del mondo che secondo il recente rapporto della FAO (Food Alimentation Organization), colpisce un miliardo di persone. Come si è arrivati a questo paradosso e soprattutto come se ne esce?</p><p>Questo miliardo di sottonutriti potrebbe essere sfamato solo con un quarto del cibo sprecato in Occidente. Il rapporto tra utilizzo delle risorse alimentari dei paesi abbienti e poveri è molto stretto e si basa sulle materie prime: il grano in tutto il mondo viene attinto delle stesse fonti e se ne produce secondo l'andamento dei consumi. Se i ricchi lo sprecano è ovvio che non ne resta sufficiente per i poveri. Per questo è cruciale la riduzione dello spreco. Anche nei paesi poveri c'è spreco a causa di carenze di infrastrutture sia nella produzione che nella conservazione del cibo. In India nei mercati ci sono montagne di frutta che rimangono sotto il sole e quindi marciscono prima. Gli investimenti internazionali dovrebbero concentrarsi anche su questi aspetti. Questa di cui parliamo sembrerebbe una tragedia, ma in realtà è una grande opportunità per imparare la riduzione degli sprechi a livello domestico e industrale.</p><p>Terzo punto fondamentale del libro sono le conseguenze ambientali di questo spreco, in che modo lo spreco inquina e distrugge l'ambiente?</p><p>Per produrre cibo c'è bisogno di terre, acqua, gas fossili etc. Meno ne abbiamo necessità, meno sprechiamo. Per irrigare cibo in eccesso negli USA si impiega una quantità di acqua che servirebbe a dar da bere a nove miliardi di persone. Un dato gravissimo se pensiamo a quanti nel mondo non hanno un facile accesso alle risorse idriche. Altro problema è quello della deforestazione che procede inarrestabile per far posto a terreni agricoli. In Asia e Sudamerica in questo modo si estendono le coltivazioni di soia che poi viene spedita in Europa per dar da mangiare agli animali. Riducendo il bisogno di soia, ridurremo anche la deforestazione. Altra cosa, i gas tossici dei rifiuti organici derivati della decomposizione del cibo sono molto più tossici dei gas serra per cui tanto ci preoccupiamo. Mi preme sottolineare come questo si potrebbe risolvere facilmente: rinunciare allo spreco non è difficile. Dobbiamo inoltre pensare allo spreco non solo per gli effetti su di noi, ma in ottica globale: le nostre singole azioni influiscono sull'ambiente di tutto il pianeta.</p><p>Stuart ha tratto le conseguenze delle sue teorie. L'abolizione dello spreco alimentare è diventato il suo stile di vita: dai tempi dell'univesità vive utilizzando cibo scartato o in procinto di scadenza. Come ha fatto?</p><p>Ho cominciato dieci anni fa a nutrirmi con il cibo dei cassonetti dei supermercati. Non lo faccio solo per un'avversione anticonsumistica, ma perchè il cibo è ancora buono ed è ingiusto buttarlo. Incontro tante persone povere o senzatetto che avrebbero bisogno di quel cibo e non capisco queste logiche commerciali. La mia protesta diventa grande perchè i supermercati non donino il cibo che gettano via permettendo a tante persone di mangiarlo in maniera sana senza dover frugare nella spazzatura.</p><p>Marks & Spencer, una delle catene di supermercati più famose del Regno Unito, riduce il prezzo dei prodotti prossimi alla scadenza: lo spreco è calato del 20%. In un'azienda che produce panini, sandwich, ho proposto di vendere il pane non utilizzato destinato al macero, circa 13mila fette al giorno, ad allevatori che l'hanno comprato come cibo per i loro animali. In questo modo non solo hanno risparmiato le 16£ la tonnellata che pagavano per il servizio discaricato, ma adirittura ora ne ricevono loro 25£, il guadagno è evidente. Noi semplici consumatori dobbiamo pensare alla riduzione dello spreco ancora prima di entrare in un negozio a far la spesa, non farci allettare dalle offerte e dalla sovrabbondanza degli scaffali. LastMinute Market a Bologna propone un'alternativa per i supermercati che donano il cibo non ancora scaduto. LastMinute Market poi redistribuisce ai bisognosi e alle associazioni che operano nel sociale.</p><p>Come reagiscono i supermercati e le grandi catene alle proposte di donazione?</p><p>So bene perchè i supermercati si comportano così. Negli ultimi anni c'è stato un incremento del dono non perchè abbiano capito e condiviso il senso della proposta, le vere motivazioni sono ben altre, cioè la crescente diffusione delle campagne sul cibo sprecato che non fanno buona pubblicità. La beneficienza fa fare bella figura. E inoltre così non pagano per portare al macero i rifiuti, o pagano meno le associazioni caritatevoli che ritirano il cibo ad un prezzo vantaggioso.</p><p>E' opinione condivisa che tra i fattori del collasso dell'economia ci sia la natura intrinseca del nostro sistema capitalistico basato su accumulo irrefrenabile e incurante delle reali necessità e quindi degli sprechi. Secondo molti la crisi può essere un modo per riflettere e ridurre le nostre abitudini di consumatori. Ma come segnala James Surowiecki (Internazionale n.819 e NewYorker), il consumo negli USA è sì calato, ma solo ai livelli del 2005.</p><p>Sicuramente eravamo arrivati ad un livello di consumo altissimo perchè il prezzo del cibo era calato e il redditto invece aumentava. Oggi con la crisi la situazione è capovolta: i prezzi salgono e i redditi scendono. La reazione è quindi sprecare e comprare di meno. Mi faccio però questa domanda: dopo la crisi torneremo a quei livelli o avremmo imparato qualcosa? Sono ottimista: in campo energetico abbiamo imparato molto ricorrendo in questi anni ad energie rinnovabili e meno inquinanti. Ci sono poi ragioni non economiche: il cibo è troppo buono per esser buttato via senza ritegno, ed è troppo legato alla nostra cultura e nostra storia.</p><p>Oggi è più facile parlare di ambiente, che sicuramente è di moda.</p><p>Ci sono segnali incoraggianti. La gente vuole sapere più informazioni sulla provenienza del cibo che consuma. La consapevolezza cresce anche su come ciascuno può cambiare le cose. La nostra voce su un'economia sostenibile ad impatto minore oggi può contare di più.
Titolo ambizioso per Stern, economista di professione che ha già stilato per il governo britannico una della più importanti indagini sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. "Sarebbe folle ignorare un messaggio così forte e urgente" del malessere ambientale, perciò è il momento di pen
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Titolo ambizioso per Stern, economista di professione che ha già stilato per il governo britannico una della più importanti indagini sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. "Sarebbe folle ignorare un messaggio così forte e urgente" del malessere ambientale, perciò è il momento di pensare alle soluzioni, immediate e drastiche se vogliamo un alternativo modello di sviluppo basato su un basso uso di combustibili tradizionali. Definire precisi obiettivi di riduzione delle emissioni, bloccare la deforestazione, varare efficaci strategie di adattamento, sostenere l'innovazione e l'impiego di tecnologie a bassa componente di idrocarburi. Molti utile non solo per seguire le dinamiche di politiche macroeconomiche, ma anche per testare quanto ciascuno di noi sa e può impegnarsi dando un proprio contributo.
Il giornalista inglese è uno specialista di greenwashing: scoprire come aziende che si vantano di essere eco o bio, in realtà sotto sotto sono come o peggio delle altre. Ma "Confessioni di un ecopeccatore" l'autore mette se stesso sotto osservazione: attraverso l'esame di decine e decine di oggetti
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Il giornalista inglese è uno specialista di greenwashing: scoprire come aziende che si vantano di essere eco o bio, in realtà sotto sotto sono come o peggio delle altre. Ma "Confessioni di un ecopeccatore" l'autore mette se stesso sotto osservazione: attraverso l'esame di decine e decine di oggetti di uso quotidiano cerca di calcolare qual è la propria impronta ecologica. Un esercizio su cui tutti dovremmo soffermarci per capire le conseguenze dei nostri acquisti. Il metodo è quello del percorso a ritorso che i materiali fanno una volta che l'oggetto viene gettato. Ad esempio Pearce con la fede matrimoniale: in oro da 10 grammi, per la fabbricazione sono state utilizzate 5 tonnellate d'acqua e 30 tonnellate di aria (le prime pompate a fuori, le seconde reimmesse sotto terra per far raffreddare la miniera di West Witwatersrand che sprofonda 4 chilometri sotto la superficie terrestre), 10 ore di lavoro, elettricità e soprattutto 2 tonnellate di materiali di scarto, imprecisate quantità di cianuro e zinco per sciogliere e recuperare l'oro (i bacini contenenti la melma di scarto di questa miniera coprono 400 chilometri quadrati).
Apocalisse quotidiana
6 argomenti per salvare il mondo. potrebbero e dovrebbero essere un programma per un qualsiasi candidato di sinistra. e invece sono gli articoli del giornalista del guardian. non amo molto le racccolta che infilano articoli già scritti senza aggiungere altro, ma confesso che leggerli è una sorta di ... (continue)
6 argomenti per salvare il mondo. potrebbero e dovrebbero essere un programma per un qualsiasi candidato di sinistra. e invece sono gli articoli del giornalista del guardian. non amo molto le racccolta che infilano articoli già scritti senza aggiungere altro, ma confesso che leggerli è una sorta di ripasso dal 2002 al 2007.
1. argomenti su dio. contro l'ipocrisia delle gerarchie religiose che spacciano precetti morali e impongono comportamenti solo per conservare il loro potere sulle nostre coscienze. pro il libero pensiero soprattutto religioso.
2. argomenti sulla natura. contro la follia dell'industria che distrugge il pianeta. pro la consapevolezza delle azioni dell'uomo sul'habitat naturale.
3. argomenti sulla guerra. contro bush e blair e la loro inventata guerra all'iraq e al terrorismo. pro usare i soldi destinati ad armi inutili per "pace, sviluppo, ambiente lotta criminalità internazionale".
4. argomenti sul denaro. contro le multinazionali imperanti avide di denaro e dividendi. e colonizzatrici di terre e genti.
5. argomenti sul potere. contro l'assenza di differenze tra conservatori e laburisti.
6. argomenti sulla cultura.
Il piccolo libro verde del bambino
non fatevi spaventare dal titolo. anche io che non ho figli e non li avrò (per ora), posso lasciarmi consigliare. sapone e dentifricio fatti con limone e salvia, pannolini ecologici, pappette nutrienti ed economiche.
per sfatare il legame tra bimbi e consumismo.
Sprechi
Tristram Stuart , ricercatore a Cambridge, in viaggio in Italia e a Bologna per promuovere il suo saggio "Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare" (Bruno Mondadori).</p><p>Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma ... (continue)
Tristram Stuart , ricercatore a Cambridge, in viaggio in Italia e a Bologna per promuovere il suo saggio "Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare" (Bruno Mondadori).</p><p>Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma è anche un enorme danno economico e un pericolo per la sopravvivenza dell'ecosistema del pianeta.</p><p>Il risultato delle sue indagini, condotte in mezzo mondo (Europa, Stati Uniti, Russia, Pakistan, India, Cina, Corea del Sud e Giappone) è sconcertante: il sistema della grande distribuzione arriva a distruggere nei paesi Occidentali ed "economicamente progrediti" circa un terzo del cibo prodotto. Come è arrivato a calcolare questo dato?</p><p>Si può fare un calcolo empirico sullo spreco misurandolo in supermercati, abitazioni etc... Ma è molto difficile, io invece ho preferito fare una semplice differenza tra cibo prodotto e consumato. In Italia ad esempio c'è un 188% di cibo in surplus rispetto alle effettive necessità.</p><p>Nel libro parla spesso della contraddizione tra la sovrabbondanza di cibo nei paesi occidentali e la povertà e fame del mondo che secondo il recente rapporto della FAO (Food Alimentation Organization), colpisce un miliardo di persone. Come si è arrivati a questo paradosso e soprattutto come se ne esce?</p><p>Questo miliardo di sottonutriti potrebbe essere sfamato solo con un quarto del cibo sprecato in Occidente. Il rapporto tra utilizzo delle risorse alimentari dei paesi abbienti e poveri è molto stretto e si basa sulle materie prime: il grano in tutto il mondo viene attinto delle stesse fonti e se ne produce secondo l'andamento dei consumi. Se i ricchi lo sprecano è ovvio che non ne resta sufficiente per i poveri. Per questo è cruciale la riduzione dello spreco. Anche nei paesi poveri c'è spreco a causa di carenze di infrastrutture sia nella produzione che nella conservazione del cibo. In India nei mercati ci sono montagne di frutta che rimangono sotto il sole e quindi marciscono prima. Gli investimenti internazionali dovrebbero concentrarsi anche su questi aspetti. Questa di cui parliamo sembrerebbe una tragedia, ma in realtà è una grande opportunità per imparare la riduzione degli sprechi a livello domestico e industrale.</p><p>Terzo punto fondamentale del libro sono le conseguenze ambientali di questo spreco, in che modo lo spreco inquina e distrugge l'ambiente?</p><p>Per produrre cibo c'è bisogno di terre, acqua, gas fossili etc. Meno ne abbiamo necessità, meno sprechiamo. Per irrigare cibo in eccesso negli USA si impiega una quantità di acqua che servirebbe a dar da bere a nove miliardi di persone. Un dato gravissimo se pensiamo a quanti nel mondo non hanno un facile accesso alle risorse idriche. Altro problema è quello della deforestazione che procede inarrestabile per far posto a terreni agricoli. In Asia e Sudamerica in questo modo si estendono le coltivazioni di soia che poi viene spedita in Europa per dar da mangiare agli animali. Riducendo il bisogno di soia, ridurremo anche la deforestazione. Altra cosa, i gas tossici dei rifiuti organici derivati della decomposizione del cibo sono molto più tossici dei gas serra per cui tanto ci preoccupiamo. Mi preme sottolineare come questo si potrebbe risolvere facilmente: rinunciare allo spreco non è difficile. Dobbiamo inoltre pensare allo spreco non solo per gli effetti su di noi, ma in ottica globale: le nostre singole azioni influiscono sull'ambiente di tutto il pianeta.</p><p>Stuart ha tratto le conseguenze delle sue teorie. L'abolizione dello spreco alimentare è diventato il suo stile di vita: dai tempi dell'univesità vive utilizzando cibo scartato o in procinto di scadenza. Come ha fatto?</p><p>Ho cominciato dieci anni fa a nutrirmi con il cibo dei cassonetti dei supermercati. Non lo faccio solo per un'avversione anticonsumistica, ma perchè il cibo è ancora buono ed è ingiusto buttarlo. Incontro tante persone povere o senzatetto che avrebbero bisogno di quel cibo e non capisco queste logiche commerciali. La mia protesta diventa grande perchè i supermercati non donino il cibo che gettano via permettendo a tante persone di mangiarlo in maniera sana senza dover frugare nella spazzatura.</p><p>Marks & Spencer, una delle catene di supermercati più famose del Regno Unito, riduce il prezzo dei prodotti prossimi alla scadenza: lo spreco è calato del 20%. In un'azienda che produce panini, sandwich, ho proposto di vendere il pane non utilizzato destinato al macero, circa 13mila fette al giorno, ad allevatori che l'hanno comprato come cibo per i loro animali. In questo modo non solo hanno risparmiato le 16£ la tonnellata che pagavano per il servizio discaricato, ma adirittura ora ne ricevono loro 25£, il guadagno è evidente. Noi semplici consumatori dobbiamo pensare alla riduzione dello spreco ancora prima di entrare in un negozio a far la spesa, non farci allettare dalle offerte e dalla sovrabbondanza degli scaffali. LastMinute Market a Bologna propone un'alternativa per i supermercati che donano il cibo non ancora scaduto. LastMinute Market poi redistribuisce ai bisognosi e alle associazioni che operano nel sociale.</p><p>Come reagiscono i supermercati e le grandi catene alle proposte di donazione?</p><p>So bene perchè i supermercati si comportano così. Negli ultimi anni c'è stato un incremento del dono non perchè abbiano capito e condiviso il senso della proposta, le vere motivazioni sono ben altre, cioè la crescente diffusione delle campagne sul cibo sprecato che non fanno buona pubblicità. La beneficienza fa fare bella figura. E inoltre così non pagano per portare al macero i rifiuti, o pagano meno le associazioni caritatevoli che ritirano il cibo ad un prezzo vantaggioso.</p><p>E' opinione condivisa che tra i fattori del collasso dell'economia ci sia la natura intrinseca del nostro sistema capitalistico basato su accumulo irrefrenabile e incurante delle reali necessità e quindi degli sprechi. Secondo molti la crisi può essere un modo per riflettere e ridurre le nostre abitudini di consumatori. Ma come segnala James Surowiecki (Internazionale n.819 e NewYorker), il consumo negli USA è sì calato, ma solo ai livelli del 2005.</p><p>Sicuramente eravamo arrivati ad un livello di consumo altissimo perchè il prezzo del cibo era calato e il redditto invece aumentava. Oggi con la crisi la situazione è capovolta: i prezzi salgono e i redditi scendono. La reazione è quindi sprecare e comprare di meno. Mi faccio però questa domanda: dopo la crisi torneremo a quei livelli o avremmo imparato qualcosa? Sono ottimista: in campo energetico abbiamo imparato molto ricorrendo in questi anni ad energie rinnovabili e meno inquinanti. Ci sono poi ragioni non economiche: il cibo è troppo buono per esser buttato via senza ritegno, ed è troppo legato alla nostra cultura e nostra storia.</p><p>Oggi è più facile parlare di ambiente, che sicuramente è di moda.</p><p>Ci sono segnali incoraggianti. La gente vuole sapere più informazioni sulla provenienza del cibo che consuma. La consapevolezza cresce anche su come ciascuno può cambiare le cose. La nostra voce su un'economia sostenibile ad impatto minore oggi può contare di più.
Un piano per salvare il pianeta
Titolo ambizioso per Stern, economista di professione che ha già stilato per il governo britannico una della più importanti indagini sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. "Sarebbe folle ignorare un messaggio così forte e urgente" del malessere ambientale, perciò è il momento di pen ... (continue)
Titolo ambizioso per Stern, economista di professione che ha già stilato per il governo britannico una della più importanti indagini sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. "Sarebbe folle ignorare un messaggio così forte e urgente" del malessere ambientale, perciò è il momento di pensare alle soluzioni, immediate e drastiche se vogliamo un alternativo modello di sviluppo basato su un basso uso di combustibili tradizionali. Definire precisi obiettivi di riduzione delle emissioni, bloccare la deforestazione, varare efficaci strategie di adattamento, sostenere l'innovazione e l'impiego di tecnologie a bassa componente di idrocarburi. Molti utile non solo per seguire le dinamiche di politiche macroeconomiche, ma anche per testare quanto ciascuno di noi sa e può impegnarsi dando un proprio contributo.
Confessioni di un eco-peccatore
Il giornalista inglese è uno specialista di greenwashing: scoprire come aziende che si vantano di essere eco o bio, in realtà sotto sotto sono come o peggio delle altre. Ma "Confessioni di un ecopeccatore" l'autore mette se stesso sotto osservazione: attraverso l'esame di decine e decine di oggetti ... (continue)
Il giornalista inglese è uno specialista di greenwashing: scoprire come aziende che si vantano di essere eco o bio, in realtà sotto sotto sono come o peggio delle altre. Ma "Confessioni di un ecopeccatore" l'autore mette se stesso sotto osservazione: attraverso l'esame di decine e decine di oggetti di uso quotidiano cerca di calcolare qual è la propria impronta ecologica. Un esercizio su cui tutti dovremmo soffermarci per capire le conseguenze dei nostri acquisti. Il metodo è quello del percorso a ritorso che i materiali fanno una volta che l'oggetto viene gettato. Ad esempio Pearce con la fede matrimoniale: in oro da 10 grammi, per la fabbricazione sono state utilizzate 5 tonnellate d'acqua e 30 tonnellate di aria (le prime pompate a fuori, le seconde reimmesse sotto terra per far raffreddare la miniera di West Witwatersrand che sprofonda 4 chilometri sotto la superficie terrestre), 10 ore di lavoro, elettricità e soprattutto 2 tonnellate di materiali di scarto, imprecisate quantità di cianuro e zinco per sciogliere e recuperare l'oro (i bacini contenenti la melma di scarto di questa miniera coprono 400 chilometri quadrati).