La vita di Sebastiàn Urrutia Lacroix, critico letterario cileno e membro dell’Opus Dei, dagli anni dell’educazione in seminario a quelli della formazione poetica, sino ai tardivi pentimenti durante e dopo la dittatura del generale Pinochet. Una biografia che ricorda molto le vite raccolte in La lett
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La vita di Sebastiàn Urrutia Lacroix, critico letterario cileno e membro dell’Opus Dei, dagli anni dell’educazione in seminario a quelli della formazione poetica, sino ai tardivi pentimenti durante e dopo la dittatura del generale Pinochet. Una biografia che ricorda molto le vite raccolte in La letteratura nazista in America per la tagliente ironia dell’autore, allontanandosi però da quelle in quasi tutto il resto: la lunghezza del testo, in questo caso un romanzo breve; i personaggi coinvolti, molto più spesso reali che immaginari (Jünger, Neruda, lo stesso Pinochet e altri ancora); le tecniche narrative, dove l’impersonalità della «vita» lascia spazio alla soggettività del lungo e spesso delirante monologo di Lacroix, oramai sul letto di morte. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più interessante (e più divertente). Cito un brano per tutti:
«Feci sogni inquietanti. Vedevo donne che si laceravano le vesti. Vedevo padre Antonio, il sacerdote di Burgos, che prima di morire apriva un occhio e mi diceva: questa è una pessima cosa, caro amico. Vedevo uno stormo di falchi, migliaia di falchi che volavano altissimi sopra l’Oceano Atlantico, in direzione dell’America. Talvolta il sole si oscurava nei miei sogni. Certe altre si mostrava un sacerdote tedesco, molto obeso, e mi raccontava una barzelletta. C’è il Papa con un teologo tedesco, che parlano tranquillamente in una sala del Vaticano. D’improvviso compaiono due archeologi francesi, molto eccitati e nervosi, e dicono al Santo Padre che sono appena tornati da Israele e che gli portano due notizie, una molto bella e l’altra piuttosto brutta. Il Papa li supplica di decidersi a parlare, di non farlo più stare sulle spine. I francesi, con precipitazione, dicono che la bella notizia è che hanno trovato il Santo Sepolcro. Il Santo Sepolcro?, dice il Papa. Il Santo Sepolcro. Senza il minimo dubbio. Il Papa piange di emozione. Qual è la brutta notizia?, domanda asciugandosi le lacrime. Che dentro il Santo Sepolcro abbiamo trovato il cadavere di Gesù Cristo. Il Papa sviene. I francesi si affrettano a fargli aria. Il teologo tedesco, che è l’unico tranquillo, dice: ah, ma allora Gesù Cristo è esistito davvero?» (pp. 90-91)
Spinto a difendersi dalle accuse mossegli dall’eterno nemico Terry McIver, Barney Panofsky ripercorre la sua vita dissipata partendo dal lontano soggiorno parigino, alla fine degli anni ’50. Barney ci parla così della famiglia, con i suoi tre matrimoni falliti, i tre figli (Mike, Saul e Kate) e il r
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Spinto a difendersi dalle accuse mossegli dall’eterno nemico Terry McIver, Barney Panofsky ripercorre la sua vita dissipata partendo dal lontano soggiorno parigino, alla fine degli anni ’50. Barney ci parla così della famiglia, con i suoi tre matrimoni falliti, i tre figli (Mike, Saul e Kate) e il rapporto con il padre poliziotto; degli amici, in particolare di Boogie, della cui scomparsa è stato pubblicamente accusato; della passione per l’hockey, e infine del lavoro, dalla miseria degli anni parigini alla fortuna ottenuta con la Totally Unnecessary Productions, sfornando popolari sitcom televisive. Ci viene così descritta una personalità rude ma decisamente divertente e colta, nonostante i continui e sospetti vuoti di memoria. Il romanzo si chiude a un passo dal silenzio assoluto, cui segue un breve epilogo firmato dal figlio Michael, che aggiunge solo alcuni particolari sulla fine di Boogie, attorno alla quale ruota l’intera narrazione. L’evidente scorrevolezza della lettura è dovuta ad alcune interessanti caratteristiche della forma del racconto: la divisione del testo in tre grandi sezioni, dedicate alle peripezie matrimoniali del protagonista, è assolutamente fittizia, dato che ognuna di esse raccoglie in realtà memorie riferite ai più vari episodi della vita di Barney; il carattere del protagonista rende poi assolutamente dubbia la veridicità del suo racconto, e proprio su di essa gioca ampiamente Richler; l’esilarante umorismo che pervade il testo, infine, non risparmia mai neppure le vicende più tristi della vita di Barney, come l’infanzia infelice o la separazione dalla terza moglie, Miriam, l’unica donna che dichiara di avere amato e di amare tuttora. Il romanzo è ricco di inserti di ogni genere, come lettere inviate ai propri nemici (specie a Blair Hopper, l’uomo con il quale Miriam è fuggita), oppure sogni erotici (che hanno come protagonista Mrs Ogilvie, insegnante di francese dell’infanzia), aumentando così la frammentazione del testo. Un discorso a parte riguarderebbe il lessico yiddish, per il quale Adelphi ha aggiunto un glossario al termine del libro. Uno dei più bei romanzi degli ultimi anni, apprezzato dai forti come dai deboli lettori, entrambi attirati dalla carica umana e dall’umorismo di Barney. Astuta la strategia generale seguita dall’editore, che ha creato un caso editoriale non solo puntando sulle doti narrative di Richler, ma anche sulla sua evidente parentela con il protagonista.
Weronica e Véronique sono legate da una misteriosa affinità fisica e spirituale. Pur partendo da condizioni simili (una malformazione al cuore, la passione per la musica e le arti in genere), il corso della loro esistenza risulta diametralmente opposto. Scegliendo la musica, Weronica si avvicina al
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Weronica e Véronique sono legate da una misteriosa affinità fisica e spirituale. Pur partendo da condizioni simili (una malformazione al cuore, la passione per la musica e le arti in genere), il corso della loro esistenza risulta diametralmente opposto. Scegliendo la musica, Weronica si avvicina al sacrificio; scegliendo gli affetti e l’amore, Véronique riesce a condurre un’esistenza felice. Non è il migliore tra i film di Kieslowski, ma tanti sono gli aspetti interessanti: la ricorrenza di alcuni temi che ritroviamo anche nel Decalogo e in Tre colori (il rapporto tra vita e arte, tra giovinezza e vecchiaia, tra sentimento e sessualità), il ritorno di uno dei migliori attori di Kieslowski (Alksander Bardini, già in Senza fine e in Decalogo 2), la contaminazione tra diverse forme d'arte (cinema, teatro, musica) e le indimenticabili musiche di Zbigniev Preisner (anche qui Van den Budenmayer). Sintetizzando, è realismo magico allo stato puro, ed è interessante seguire il percorso tracciato dall'autore, che iniziò come documentarista (vedi il secondo dvd incluso in questa edizione), avvicinandosi poi a un modo di fare cinema più attento al gioco delle passioni e delle sofferenze umane.
Il 24 maggio 2004 una giuria composta da James Hodge, editor di «Foreign Affairs», Anthony Appiah, professore di filosofia presso la Princeton University, ed Elizabeth Taylor, autrice ed editor del «Sunday Magazine», consegnò il prestigioso Pulitzer Prize for General Non-Fiction ad Anne Applebaum, p
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Il 24 maggio 2004 una giuria composta da James Hodge, editor di «Foreign Affairs», Anthony Appiah, professore di filosofia presso la Princeton University, ed Elizabeth Taylor, autrice ed editor del «Sunday Magazine», consegnò il prestigioso Pulitzer Prize for General Non-Fiction ad Anne Applebaum, per uno studio corposo ed eccezionalmente documentato su quel «paese quasi invisibile, quasi impalpabile, abitato dal popolo degli zek» già descritto in modo magistrale dal premio Nobel Aleksandr Solženicyn. Gulag. A History, aveva già vinto nel 2003 il Duff Cooper Prize, assegnato ogni anno a uno studio di tipo storiografico, biografico o politico, e fu tra i finalisti per il National Book Award, il National Book Critics Circle Award, il Times Book Award e il Samuel Johnson Prize. Il libro è articolato in due parti storiche, che ripercorrono la vicenda dei campi dai giorni successivi alla Rivoluzione di Ottobre sino agli ultimi anni dell’Unione Sovietica, e di una parte più narrativa, che ricostruisce, anche con l’aiuto di memoriali inediti, lo spietato processo di internamento e l’ardua lotta per la sopravvivenza dei forzati. Il testo vuole essere dunque, al tempo stesso, una «storia del Gulag» e «un libro sulla vita nel Gulag», senza la pretesa di essere «una storia dell’URSS, una storia delle epurazioni, o una storia della repressione in generale» (p. 14). Lo studio della Applebaum si caratterizza poi per essere dominato da un’idea espressa in modo semplice e incisivo nell’introduzione, secondo la quale i campi di concentramento sovietici furono «strutture costruite per rinchiudervi la gente non a cagione dei suoi atti, ma del suo status» (p. 22), e pertanto molto simili, in fondo, ai campi nazisti. L’autrice precisa tuttavia come in effetti vi fossero differenze sostanziali tra i due modelli: la definizione di «nemico», in particolare, era molto più ambigua in Unione Sovietica che nella Germania nazista, fatto al quale va aggiunto come l’esistenza del Gulag, al contrario di quella degli omologhi tedeschi, venisse giustificata dalla pubblica propaganda con motivi sostanzialmente economici (pp. 26-27). Nonostante alcuni difetti – è piuttosto ambiguo, al riguardo, l’uso del termine «status»: l’Olocausto fu in realtà determinato dalla fiducia in una teoria delle razze, mentre le stragi dei Gulag da una ossessiva ricerca di stabilità del regime – il suo studio cattura l’attenzione proprio grazie alle dichiarazioni polemiche in esso contenute, che avrebbero potuto attirare, anche in Italia, l’attenzione del pubblico. Così non è accaduto, e il saggio, passato dalle nostre parti quasi inosservato, è tuttora conosciuto solamente all’interno di una cerchia ristretta di individui.
Il ritratto di un grande editore d’avanguardia – Jérôme Lindon, alle Éditions de Minuit sin dall’età di ventun’anni – tracciato dall’autore di Le Méridien de Greenwich, esordio narrativo del 1979 edito proprio dalla celebre casa di Beckett, Klossowski e Robbe-Grillet. Ma anche della Modification di
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Il ritratto di un grande editore d’avanguardia – Jérôme Lindon, alle Éditions de Minuit sin dall’età di ventun’anni – tracciato dall’autore di Le Méridien de Greenwich, esordio narrativo del 1979 edito proprio dalla celebre casa di Beckett, Klossowski e Robbe-Grillet. Ma anche della Modification di Michel Butor e dell’Amant di Marguerite Duras, i suoi due maggiori successi editoriali; decisamente poco in linea, in quanto a volumi di vendita, con i numeri registrati per la maggior parte degli autori che Lindon promosse e diffuse. Jean Echenoz arriva alla casa dopo la pubblicazione della trilogia di Beckett (1951-1953), dopo l’affermazione del Nouveau Roman, sul finire degli anni Cinquanta, e quindi dopo che l’influenza del gusto e delle capacità imprenditoriali di Lindon sono state pienamente riconosciute. Il personaggio non viene però ritratto come un grande vecchio adagiato sugli allori, ma come un intellettuale e un imprenditore ancora estremamente attivo, in grado di incutere timore reverenziale anche sui propri autori, specialmente se giovani ed emergenti. Evidente è anche il carattere assolutamente romantico di Lindon, legato a modi di fare e a strategie commerciali che appaiono a tratti estremamente sofisticate, altre volte decisamente snobistiche:
«Un giorno, su richiesta di Emmond Hocquard, scrivo un piccolo testo per il ciclo di letture che organizzo al Palais de Tokyo, il testo capita fra le mani di Lindon e a quanto pare gli piace molto. Come al solito mi sconsiglia di pubblicarlo in rivista. D’altronde, in linea di principio, Jérôme Lindon sconsiglia le pubblicazioni in rivista così come sconsiglia i lavori a più mani, sconsiglia i seminari, sconsiglia le collaborazioni con il cinema o la televisione, sconsiglia i viaggi (odia i viaggi in modo particolare), sconsiglia più o meno qualunque cosa possa distrarre dalla scrittura, sconsiglia insomma più di quanto non consigli. Non potendo seguire i suoi consigli, seguo dunque in generale i suoi sconsigli e non posso lamentarmi. Lo tenga da parte questo testo, mi dice, prima o poi a qualcosa le servirà.» (pp. 27-28)
Notturno cileno
La vita di Sebastiàn Urrutia Lacroix, critico letterario cileno e membro dell’Opus Dei, dagli anni dell’educazione in seminario a quelli della formazione poetica, sino ai tardivi pentimenti durante e dopo la dittatura del generale Pinochet. Una biografia che ricorda molto le vite raccolte in La lett ... (continue)
La vita di Sebastiàn Urrutia Lacroix, critico letterario cileno e membro dell’Opus Dei, dagli anni dell’educazione in seminario a quelli della formazione poetica, sino ai tardivi pentimenti durante e dopo la dittatura del generale Pinochet. Una biografia che ricorda molto le vite raccolte in La letteratura nazista in America per la tagliente ironia dell’autore, allontanandosi però da quelle in quasi tutto il resto: la lunghezza del testo, in questo caso un romanzo breve; i personaggi coinvolti, molto più spesso reali che immaginari (Jünger, Neruda, lo stesso Pinochet e altri ancora); le tecniche narrative, dove l’impersonalità della «vita» lascia spazio alla soggettività del lungo e spesso delirante monologo di Lacroix, oramai sul letto di morte. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più interessante (e più divertente). Cito un brano per tutti:
«Feci sogni inquietanti. Vedevo donne che si laceravano le vesti. Vedevo padre Antonio, il sacerdote di Burgos, che prima di morire apriva un occhio e mi diceva: questa è una pessima cosa, caro amico. Vedevo uno stormo di falchi, migliaia di falchi che volavano altissimi sopra l’Oceano Atlantico, in direzione dell’America. Talvolta il sole si oscurava nei miei sogni. Certe altre si mostrava un sacerdote tedesco, molto obeso, e mi raccontava una barzelletta. C’è il Papa con un teologo tedesco, che parlano tranquillamente in una sala del Vaticano. D’improvviso compaiono due archeologi francesi, molto eccitati e nervosi, e dicono al Santo Padre che sono appena tornati da Israele e che gli portano due notizie, una molto bella e l’altra piuttosto brutta. Il Papa li supplica di decidersi a parlare, di non farlo più stare sulle spine. I francesi, con precipitazione, dicono che la bella notizia è che hanno trovato il Santo Sepolcro. Il Santo Sepolcro?, dice il Papa. Il Santo Sepolcro. Senza il minimo dubbio. Il Papa piange di emozione. Qual è la brutta notizia?, domanda asciugandosi le lacrime. Che dentro il Santo Sepolcro abbiamo trovato il cadavere di Gesù Cristo. Il Papa sviene. I francesi si affrettano a fargli aria. Il teologo tedesco, che è l’unico tranquillo, dice: ah, ma allora Gesù Cristo è esistito davvero?» (pp. 90-91)
La versione di Barney
Spinto a difendersi dalle accuse mossegli dall’eterno nemico Terry McIver, Barney Panofsky ripercorre la sua vita dissipata partendo dal lontano soggiorno parigino, alla fine degli anni ’50. Barney ci parla così della famiglia, con i suoi tre matrimoni falliti, i tre figli (Mike, Saul e Kate) e il r ... (continue)
Spinto a difendersi dalle accuse mossegli dall’eterno nemico Terry McIver, Barney Panofsky ripercorre la sua vita dissipata partendo dal lontano soggiorno parigino, alla fine degli anni ’50. Barney ci parla così della famiglia, con i suoi tre matrimoni falliti, i tre figli (Mike, Saul e Kate) e il rapporto con il padre poliziotto; degli amici, in particolare di Boogie, della cui scomparsa è stato pubblicamente accusato; della passione per l’hockey, e infine del lavoro, dalla miseria degli anni parigini alla fortuna ottenuta con la Totally Unnecessary Productions, sfornando popolari sitcom televisive. Ci viene così descritta una personalità rude ma decisamente divertente e colta, nonostante i continui e sospetti vuoti di memoria. Il romanzo si chiude a un passo dal silenzio assoluto, cui segue un breve epilogo firmato dal figlio Michael, che aggiunge solo alcuni particolari sulla fine di Boogie, attorno alla quale ruota l’intera narrazione.
L’evidente scorrevolezza della lettura è dovuta ad alcune interessanti caratteristiche della forma del racconto: la divisione del testo in tre grandi sezioni, dedicate alle peripezie matrimoniali del protagonista, è assolutamente fittizia, dato che ognuna di esse raccoglie in realtà memorie riferite ai più vari episodi della vita di Barney; il carattere del protagonista rende poi assolutamente dubbia la veridicità del suo racconto, e proprio su di essa gioca ampiamente Richler; l’esilarante umorismo che pervade il testo, infine, non risparmia mai neppure le vicende più tristi della vita di Barney, come l’infanzia infelice o la separazione dalla terza moglie, Miriam, l’unica donna che dichiara di avere amato e di amare tuttora. Il romanzo è ricco di inserti di ogni genere, come lettere inviate ai propri nemici (specie a Blair Hopper, l’uomo con il quale Miriam è fuggita), oppure sogni erotici (che hanno come protagonista Mrs Ogilvie, insegnante di francese dell’infanzia), aumentando così la frammentazione del testo. Un discorso a parte riguarderebbe il lessico yiddish, per il quale Adelphi ha aggiunto un glossario al termine del libro.
Uno dei più bei romanzi degli ultimi anni, apprezzato dai forti come dai deboli lettori, entrambi attirati dalla carica umana e dall’umorismo di Barney. Astuta la strategia generale seguita dall’editore, che ha creato un caso editoriale non solo puntando sulle doti narrative di Richler, ma anche sulla sua evidente parentela con il protagonista.
La doppia vita di Veronica
Weronica e Véronique sono legate da una misteriosa affinità fisica e spirituale. Pur partendo da condizioni simili (una malformazione al cuore, la passione per la musica e le arti in genere), il corso della loro esistenza risulta diametralmente opposto. Scegliendo la musica, Weronica si avvicina al ... (continue)
Weronica e Véronique sono legate da una misteriosa affinità fisica e spirituale. Pur partendo da condizioni simili (una malformazione al cuore, la passione per la musica e le arti in genere), il corso della loro esistenza risulta diametralmente opposto. Scegliendo la musica, Weronica si avvicina al sacrificio; scegliendo gli affetti e l’amore, Véronique riesce a condurre un’esistenza felice.
Non è il migliore tra i film di Kieslowski, ma tanti sono gli aspetti interessanti: la ricorrenza di alcuni temi che ritroviamo anche nel Decalogo e in Tre colori (il rapporto tra vita e arte, tra giovinezza e vecchiaia, tra sentimento e sessualità), il ritorno di uno dei migliori attori di Kieslowski (Alksander Bardini, già in Senza fine e in Decalogo 2), la contaminazione tra diverse forme d'arte (cinema, teatro, musica) e le indimenticabili musiche di Zbigniev Preisner (anche qui Van den Budenmayer). Sintetizzando, è realismo magico allo stato puro, ed è interessante seguire il percorso tracciato dall'autore, che iniziò come documentarista (vedi il secondo dvd incluso in questa edizione), avvicinandosi poi a un modo di fare cinema più attento al gioco delle passioni e delle sofferenze umane.
Gulag
Il 24 maggio 2004 una giuria composta da James Hodge, editor di «Foreign Affairs», Anthony Appiah, professore di filosofia presso la Princeton University, ed Elizabeth Taylor, autrice ed editor del «Sunday Magazine», consegnò il prestigioso Pulitzer Prize for General Non-Fiction ad Anne Applebaum, p ... (continue)
Il 24 maggio 2004 una giuria composta da James Hodge, editor di «Foreign Affairs», Anthony Appiah, professore di filosofia presso la Princeton University, ed Elizabeth Taylor, autrice ed editor del «Sunday Magazine», consegnò il prestigioso Pulitzer Prize for General Non-Fiction ad Anne Applebaum, per uno studio corposo ed eccezionalmente documentato su quel «paese quasi invisibile, quasi impalpabile, abitato dal popolo degli zek» già descritto in modo magistrale dal premio Nobel Aleksandr Solženicyn. Gulag. A History, aveva già vinto nel 2003 il Duff Cooper Prize, assegnato ogni anno a uno studio di tipo storiografico, biografico o politico, e fu tra i finalisti per il National Book Award, il National Book Critics Circle Award, il Times Book Award e il Samuel Johnson Prize.
Il libro è articolato in due parti storiche, che ripercorrono la vicenda dei campi dai giorni successivi alla Rivoluzione di Ottobre sino agli ultimi anni dell’Unione Sovietica, e di una parte più narrativa, che ricostruisce, anche con l’aiuto di memoriali inediti, lo spietato processo di internamento e l’ardua lotta per la sopravvivenza dei forzati. Il testo vuole essere dunque, al tempo stesso, una «storia del Gulag» e «un libro sulla vita nel Gulag», senza la pretesa di essere «una storia dell’URSS, una storia delle epurazioni, o una storia della repressione in generale» (p. 14). Lo studio della Applebaum si caratterizza poi per essere dominato da un’idea espressa in modo semplice e incisivo nell’introduzione, secondo la quale i campi di concentramento sovietici furono «strutture costruite per rinchiudervi la gente non a cagione dei suoi atti, ma del suo status» (p. 22), e pertanto molto simili, in fondo, ai campi nazisti. L’autrice precisa tuttavia come in effetti vi fossero differenze sostanziali tra i due modelli: la definizione di «nemico», in particolare, era molto più ambigua in Unione Sovietica che nella Germania nazista, fatto al quale va aggiunto come l’esistenza del Gulag, al contrario di quella degli omologhi tedeschi, venisse giustificata dalla pubblica propaganda con motivi sostanzialmente economici (pp. 26-27).
Nonostante alcuni difetti – è piuttosto ambiguo, al riguardo, l’uso del termine «status»: l’Olocausto fu in realtà determinato dalla fiducia in una teoria delle razze, mentre le stragi dei Gulag da una ossessiva ricerca di stabilità del regime – il suo studio cattura l’attenzione proprio grazie alle dichiarazioni polemiche in esso contenute, che avrebbero potuto attirare, anche in Italia, l’attenzione del pubblico. Così non è accaduto, e il saggio, passato dalle nostre parti quasi inosservato, è tuttora conosciuto solamente all’interno di una cerchia ristretta di individui.
Il mio editore
Il ritratto di un grande editore d’avanguardia – Jérôme Lindon, alle Éditions de Minuit sin dall’età di ventun’anni – tracciato dall’autore di Le Méridien de Greenwich, esordio narrativo del 1979 edito proprio dalla celebre casa di Beckett, Klossowski e Robbe-Grillet. Ma anche della Modification di ... (continue)
Il ritratto di un grande editore d’avanguardia – Jérôme Lindon, alle Éditions de Minuit sin dall’età di ventun’anni – tracciato dall’autore di Le Méridien de Greenwich, esordio narrativo del 1979 edito proprio dalla celebre casa di Beckett, Klossowski e Robbe-Grillet. Ma anche della Modification di Michel Butor e dell’Amant di Marguerite Duras, i suoi due maggiori successi editoriali; decisamente poco in linea, in quanto a volumi di vendita, con i numeri registrati per la maggior parte degli autori che Lindon promosse e diffuse. Jean Echenoz arriva alla casa dopo la pubblicazione della trilogia di Beckett (1951-1953), dopo l’affermazione del Nouveau Roman, sul finire degli anni Cinquanta, e quindi dopo che l’influenza del gusto e delle capacità imprenditoriali di Lindon sono state pienamente riconosciute. Il personaggio non viene però ritratto come un grande vecchio adagiato sugli allori, ma come un intellettuale e un imprenditore ancora estremamente attivo, in grado di incutere timore reverenziale anche sui propri autori, specialmente se giovani ed emergenti. Evidente è anche il carattere assolutamente romantico di Lindon, legato a modi di fare e a strategie commerciali che appaiono a tratti estremamente sofisticate, altre volte decisamente snobistiche:
«Un giorno, su richiesta di Emmond Hocquard, scrivo un piccolo testo per il ciclo di letture che organizzo al Palais de Tokyo, il testo capita fra le mani di Lindon e a quanto pare gli piace molto. Come al solito mi sconsiglia di pubblicarlo in rivista. D’altronde, in linea di principio, Jérôme Lindon sconsiglia le pubblicazioni in rivista così come sconsiglia i lavori a più mani, sconsiglia i seminari, sconsiglia le collaborazioni con il cinema o la televisione, sconsiglia i viaggi (odia i viaggi in modo particolare), sconsiglia più o meno qualunque cosa possa distrarre dalla scrittura, sconsiglia insomma più di quanto non consigli. Non potendo seguire i suoi consigli, seguo dunque in generale i suoi sconsigli e non posso lamentarmi. Lo tenga da parte questo testo, mi dice, prima o poi a qualcosa le servirà.» (pp. 27-28)