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All books
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- Charles Laughton (36)
- La morte corre sul fiume
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By Bruno Fornara -
Finished in 2002
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- La banalità del bene (1266)
- Storia di Giorgio Perlasca
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By Enrico Deaglio -
Finished in 1991
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Il testo di Deaglio, scritto assai bene perchè agile e di piacevole lettura senza essere affatto romanzato, ha una pluralità di pregi, dei quali è naturalmente in parte debitore alla straordinaria vicenda che racconta ed allo spessore morale del protagonista: dal punto di vista storico ricostruisce ... (
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Feb 5, 2010 |
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- Il giovane Holden (30264)
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By J.D. Salinger -
Finished in 1984
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- Il topo e suo figlio (227)
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By Russell Hoban -
Finished in 1981
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UNA FAVOLA DA NON LASCIARE AI BAMBINI -
Nel febbraio del 1967 Russell Hoban dedica il libro a tre “padri” : il terzo è un amico “sotto il cui albero di Natale per la prima volta vidi danzare il topo e suo figlio”. Ci ha lavorato 3 anni, su questa suggestione natalizia, un po’ tanto per una semplice favola per bambini. Infatti questo libro ... (
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Feb 5, 2010 |
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- La persecuzione del bambino (122)
- Le radici della violenza
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By Alice Miller -
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- Sutra del loto (226)
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- I Viaggi (162)
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By Ibn Battuta -
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- L' incredibile testimone (9)
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By Amato Fargnoli, Moretti Sonia -
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- Stieglitz Camera Work (105)
- (Multilanguage Edition: Eng, Fra, Deu)
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- La suspence cinematografica (24)
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By Xavier Pérez -
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- Il cinema e la vergogna negli scritti di Verga, Bontempelli, Pirandello (5)
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By Liborio Termine, Chiara Simonigh -
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Charles Laughton
Perché un film come “La morte corre sul fiume” (“The night of the Hunter”, 1955), letteralmente adorato da manipoli di agguerriti cinefili, è pressoché ignorato dalle storie del cinema? Forse perché è l’unico diretto da Charles Laughton, orgogliosamente deluso dall’accoglienza riservata alla sua ope ... (continue)
Perché un film come “La morte corre sul fiume” (“The night of the Hunter”, 1955), letteralmente adorato da manipoli di agguerriti cinefili, è pressoché ignorato dalle storie del cinema? Forse perché è l’unico diretto da Charles Laughton, orgogliosamente deluso dall’accoglienza riservata alla sua opera prima. Forse perché lo stesso Laughton parla del film con impagabile spocchia – quella che gli riconosciamo quando indossa le ampie vesti dell’avvocato Robarts (“Testimone d’accusa”, B.Wilder, 1957) – deprecando un cinema che permetta agli spettatori di non “stare con gli occhi fissi sullo schermo”, o addirittura di tenere “la testa piegata all’indietro per poter meglio ingoiare popcorn e dolcetti” e ripromettendosi, con il suo film, di far riacquistare agli spettatori “la posizione verticale”. Il bel libro di Fornara fornisce, indirettamente, molte spiegazioni della strana sorte del film, dicendone la bellezza assoluta della costruzione ma, appunto, anche la complessità di lettura. Laughton, infatti, crea un’opera al tempo stesso esteticamente riuscita e così ricca di significati e suggestioni che davvero il cinema (che pure all’epoca quanto a mirabili artigiani non scherzava) ne prende le distanze. Come a volte ci allontana una persona tanto bella ma il cui senso – il cui mistero - non possiamo cogliere compiutamente. Richiamo alcune delle tematiche più approfonditamente trattate da Fornara: l’uso della luce, e la lotta tra luce e buio, nella sua perfetta coerenza con le situazioni narrative; la struttura di “racconto raccontato”, che se non avvertita può davvero disorientare lo spettatore, subito dichiarata ma complessa nella sua implacabile applicazione (noi, ad es., vediamo i bambini protagonisti del film fare delle espressioni eccessivamente caricate, ma appunto stiamo seguendo il racconto di chi ha ascoltato la storia dai bambini stessi, e ne riproduce la vivezza); il sistema di rinvii tra le diverse sequenze, indispensabile per cogliere appieno i significati più profondi della narrazione. A mio parere, il testo di Fornara è davvero onesto e intelligente: lavora a fondo per scovare simboli e rimandi, ne fornisce interpretazioni ragionevoli, ma lascia ampia libertà di percorrere altre strade, indicandole apertamente. In questo l’autore sembra assai vicino allo spirito di Laughton, volendo che i lettori non si accontentino di spiegazioni già preconfezionate. Vorrei segnalare in particolare l’acutezza del capitolo “Cambiare la storia” , dove è data ragione della statura morale del “piccolo” John, il quale si sottrae, con coraggio e sofferenza, a quel destino fatto di denaro e sangue che sembra dover fatalmente raccogliere dal padre, e dai maschi adulti in generale. Infine, assai pregevole l’analisi della sequenza della fuga sul fiume (una delle più belle della storia del cinema, a mio avviso), incantata dalla stupefacente fotografia di Stanley Cortez e dal misterioso canto infantile della piccola Pearl (“once upon a time, there was a pretty fly…”) : una sequenza così emozionante che solo vedendola e rivedendola possiamo capire quali “doni” (per dirla con Fornara) ci riserva.