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alla fiera d…
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- Il dio degli incubi (56)
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By Paula Fox -
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- La storia di un matrimonio (1593)
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By Andrew Sean Greer -
Finished on Oct 13, 2009
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- Abbiamo sempre vissuto nel castello (904)
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By Shirley Jackson -
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- Il canapé rosso (262)
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By Michèle Lesbre -
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- Uno per tutti (76)
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By Gaetano Savatteri -
Finished on Jun 20, 2009
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Forse letto nel momento sbagliato, non so, era libro da lettura veloce e io per necessità pratiche invece l’ho spezzato in più punti senza neppure curarmi della fine dei paragrafi. Le orecchiette in fondo segnano più punti, e curioso a vedersi sono quasi tutti ricordi lontani nel tempo, eppure così ... (
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Aug 25, 2009 |
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- Cattedrale (3852)
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By Raymond Carver -
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- Malinverno (71)
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By Fabio Lubrano -
Finished on May 28, 2009
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Ah, questo Malinverno. Dove l’ho recuperato, alla fine non mi ricordo, credo su qualche Vanity, devo andare a recuperare il moleskine con gli scoccini recensiti. Incredibile (senti gli applausi del pubblico pagante).
Alcuni suggerivano di evitare di soffermarsi troppo sul pinguino in copertina ... (continue ) -
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May 29, 2009 |
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- Di cosa parliamo quando parliamo d'amore (2600)
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By Raymond Carver -
Finished on Aug 14, 2010
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Di cosa parliamo quando parliamo d'amore
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La questione è. O ti piace, oppure no. Devi per forza averne un’opinione, devi per forza essere in grado di parlarne. Curioso, come per alcune letture si imponga ferrea la necessità di uno schieramento senza mezze misure.
L’idea è quella, invece, di chiamarsene fuori, per recuperare - almeno in pa ... (continue ) -
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Sep 1, 2010 |
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- Disturbo della quiete pubblica (723)
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By Richard Yates -
Finished on Feb 8, 2010
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Disturbo della quiete pubblica
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Si veda Super-Cannes
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Mar 8, 2010 |
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- La solitudine del maratoneta (531)
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By Alan Sillitoe -
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- Easter Parade (1045)
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By Richard Yates -
Finished on Jul 15, 2009
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Prova evidente di come si possa (se si vuole) andare molto più in là di ciò che ci viene proposto dalla letteratura di genere e da Hollywood, questo diabolico Yates fa saltar via in un colpo solo, con un colpo secco di scalpellino ben azzeccato, tutto quello che di pre-costruito ci circonda. Lettera ... (
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Aug 25, 2009 |
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- Un bambino prodigio (433)
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By Irene Nemirovsky -
Finished on Sep 17, 2009
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Nel corso di una piacevolissima conversazione con uno dei “Signori Giuntina”, alla Fiera del Libro di Torino, la persona in questione mi raccontava, tra le varie curiosità, di come in realtà fossero stati loro a pubblicare per la prima volta L’Irene Némirovsky (e anche Aharon Appelfeld, per la crona ... (
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Sep 18, 2009 |
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La storia di un matrimonio
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Mi è piaciuto questo 1943-53 e un po’.continue)
Come dice la bella Pearlie, i ‘50 come non lo sono ancora. Tutti pensiamo a twinsets e frigoriferi lucidi e aspirapolvere plasticosi utilizzati da massaie in longuette e tacco 8, e cocktails e olive nei martini ghiacciati.
Un po’ alla Mad Men, per f ... (
Mi è piaciuto questo 1943-53 e un po’.
Come dice la bella Pearlie, i ‘50 come non lo sono ancora. Tutti pensiamo a twinsets e frigoriferi lucidi e aspirapolvere plasticosi utilizzati da massaie in longuette e tacco 8, e cocktails e olive nei martini ghiacciati.
Un po’ alla Mad Men, per farci capire. Però alla fine quelli mica sono i ’50, quelli veri, dico.
Questo lungo racconto invece (! Si dai, non me la sento di etichettarlo come Romanzo, poi vediamo il perché, con calma) mi fa tornare tanto a “Turno di notte”, quel gioiellino puro e semplice di qualche anno fa, della Sara Waters.
Lì come qui, vite tormentate, segnate dalla guerra e dalla morte, dalle ristrettezze economiche che premono sui tratti del viso e sulle asperità della mente. Lì come qui, un back to the past secondo la logica curiosa della Waters secondo cui, spesso “il passato è più interessante del presente”.
Non mi ha dato fastidio tutto questo avanti&indietro per il tempo (beh, che c’era da aspettarsi, dall’autore de “Le confessioni di Max Tivoli”?). Anzi, lo trovo molto aderente alla realtà, perché proprio della mente umana può essere tutto eccetto la linearità, per quanto noi ci si possa sforzare di spremerne fuori tutto il raziocinio possibile finanche alla disperazione.
Attraverso questo curioso e funzionale espediente narrativo, sia la Waters che il nostro A. S. Greer si permettono – a ragione – una libertà quasi illimitata nel creare ciò che ha dato fastidio a molti: riferimenti nascosti, rimandi, colpi di scena, accenni e pure, incredibile ma vero, eclatanti omissioni.
Ecco perché mi accosto a questo volume più come a un lungo racconto che come ad un romanzo. Il racconto è l’arte del non detto, dell’allusivo, dell’omesso, del taciuto, dell’equilibrio precario fra quel che si narra e quel che invece viene soltanto inteso.
Se il nostro Greer avesse dovuto (o voluto) “scrivere tutto”, ci avrebbe impiegato anni, e forse il quadruplo delle pagine. E la forza narrativa di questo scritto si sarebbe per lo meno dimezzata.
Credo che il problema con la critica sia stato questo, alla fine, lo speciale stordimento che prende chi, abituato alle letture lunge e fluenti, si trova di fronte a un libello tutto sottintesi e scambi improvvisi di prospettiva.
Come per “Turno di notte”, assistiamo qui alla querelle senza tempo degli amori non corrisposti. Tanto più se sono clandestini, drammatici, inconfessabili.
Ciò che viene messo in evidenza, sia dalla Waters che da Greer, non è tanto la realtà in sé (ché si sarebbe sentita la necessità di un bel romanzone in terza persona, corredato da ampi capitoli di digressioni storiche sul ruolo delle persone di colore nel Secondo Conflitto Mondiale, sulla guerra fredda, sul maccartismo, sulla segregazione razziale e via così) quanto la percezione che si ha della realtà, o meglio, le percezioni.
Tanti i collegamenti che si possono fare con questa lettura. Pensiamo ad “Espiazione” – il libro, dico, non il film, che ha una struttura molto più lineare. Anche qui, stesso clima, stessa epoca, stesse caratterizzazioni.
Una moderna commedia degli equivoci plautina tra le più classiche e ben costruite, in cui nessuno, a principio, è come sembra; tutti invece si prestano alla maschera foriera di menzogna ed incomprensione, all’equivoco che porta ad un peggioramento momentaneo della situazione, per poi sollevarsi, attraverso la rivelazione, al momento epico finale.
Non trovo così disdicevole il finale, ovverosia il momento della scelta. Di primo acchito, parrebbe una conclusione un po’ troppo politically correct da parte di un autore che non abbia avuto il coraggio di penetrare sino in fondo i desideri di un animo tormentato.
Io trovo che invece sia la soluzione migliore, quella che ancor più si avvicina alla realtà dei fatti: la nostra anima, checché se ne voglia, resiste negli anni, spezzettata in piccoli frammenti tanti quanti sono le nostre sofferenze, perché le scelte, quelle importanti, portano inevitabilmente all’esclusione dolorosa di tante, altre strade che non si percorreranno mai.