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narrativa it…
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- Cacciatori di frodo (8)
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By Alessandro Cinquegrani -
Finished on Feb 13, 2013 -
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- Villa Metaphora (491)
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By Andrea De Carlo -
Finished on Feb 8, 2013 -
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- Non tutti i bastardi sono di Vienna (984)
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By Andrea Molesini -
Finished on Oct 11, 2012 -
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Non tutti i bastardi sono di Vienna
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Funziona che certi testi devono decantare nell'animo.
Solo ora affrontiamo il titolo vincitore del Campiello 2011, “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di Andrea Molesini (Venezia, 1954), esordiente al suo primo romanzo ma di certo non una new entry del panorama editoriale italiano: professore di ... (continue ) Funziona che certi testi devono decantare nell'animo.
Solo ora affrontiamo il titolo vincitore del Campiello 2011, “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di Andrea Molesini (Venezia, 1954), esordiente al suo primo romanzo ma di certo non una new entry del panorama editoriale italiano: professore di letteratura italiana contemporanea a Venezia, scrittore per ragazzi (premio Andersen 1999), traduttore (Pound, Simic, Walcott), poeta.Lettura lenta prima di tutto, perché succede che fin dalle prime pagine si venga sommersi da echi lontani, voci nascoste una dentro l’altra che occorre prendersi il tempo di decifrare: un’opera colta, questa, che riporta, come ha ben espresso la critica (*), da una parte alla tradizione hemingwayana di "Addio alle armi" per temi e struttura del dialogo (Matteo Giancotti, CorSera Veneto 23/07/2011), dall’altra a Pavese (“romanzo di iniziazione”), Fenoglio “per i toni minori […] e per l’attrazione-reverenza […] nei confronti di alcune figure femminili” (Giovanni Pacchiano, Sole24Ore 19/06/2011) e Nievo (Ermanno Paccagnini, CorSera 07/11/2010). O ancora, a Tommasi di Lampedusa per alcune scene interne e corali (sempre EPaccagnini) che rimandano anche, per dialoghi e struttura, all’arte teatrale (Bruno Quaranta, ttL La Stampa, 22/10/2011).
L’opera – una delle poche dedicate a questo tema - affronta uno dei momenti più critici della Storia d’Italia, quello appena successivo alla disfatta di Caporetto fino a Vittorio Veneto. L’autore mescola con abilità e delicatezza, senza forzature né in un senso né nell’altro, le vicende storiche di quella parte di Italia alla sinistra del Piave che fra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918 viene a trovarsi al di là dalle linee nemiche, e la storia privata - per metà creata ad arte, per metà testimonianza d'epoca - di una famiglia di alta borghesia, gli Spada, “invasa a casa propria”, rimasta isolata in una villa a pochi chilometri dal fronte, insieme al resto del paese.
Il resoconto della vicenda è affidato al diciassettenne Paolo, orfano dei genitori deceduti anni prima nel naufragio di un piroscafo non ben identificato. Paolo è affidato al nonno Guglielmo, spirito libero e anticonformista (da anni impegnato nella stesura di un “romanzo” di cui nessuno ha mai letto neppure una pagina dattiloscritta), alla coltissima nonna Nancy, brillante matematica in possesso di un albero genealogico internazionale (e di una collezione unica di clisteri da bagno, che utilizza regolarmente), alla nubile ma ancora affascinante zia Maria, vera amministratrice di casa Spada.
A villa Spada pongono il comando prima i tedeschi e poi gli austroungarici, di cui Paolo è osservatore curioso.
Il suo sguardo lucido e spietato raccoglie appieno il tema sociale principe della narrazione, ossia il rapporto difficile tra una famiglia nobile - una certa classe sociale italiana ed europea oramai in declino - e i comandanti stranieri spesso aristocratici e ben istruiti che a fatica riescono a digerire il ruolo imposto loro dalla barbarie della guerra. Entrambi i protagonisti, vincitori e vinti, sono impegnati a combattere la medesima rassegnazione incipiente nei confronti del nulla, a essa opponendo una strenua “cortese scortesia” quasi che le buone maniere possano ergersi contro la forza imponente della brutalità. Fino all’inevitabile precipitare degli eventi. "Se il nostro attaccamento alle buone maniere venisse a mancare, cosa resterebbe fra noi e l'agire dei predoni?" (p213) domanda l'affascinante Generale Bolzano alla Signora Nancy, un dialogo serrato che deve la sua perfezione anche alla contestualizzazione impareggiabile (una cena di gala a casa Spada “gentilmente offerta” dai dominatori ai dominati, con tanto di servitù in livrea schierata ai bordi della scena, sotto i ritratti degli antenati Spada illuminati dalla luce fioca delle candele).In mezzo, una serie di comprimari anch’essi disegnati con stile, dalla servitù di casa Spada (la vecchia Teresa con la figlia Loretta), il custode Renato, che di segreti ne nasconde un po’ troppi, la misteriosa Giulia, altra figura femminile abilmente tratteggiata con sensualità e vigore, il capitano tedesco Korpium e il barone austriaco von Feilitzsch, impeccabile nei modi ma inflessibile nel ruolo impostogli dalla fedeltà alla bandiera.
“Io… io, Madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su dall’acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, Madame? Gnocchi nell’acqua che bolle” (p.324) si lascia sfuggire il barone a colloquio con donna Maria, in un momento di profonda confidenza a giochi ormai conclusi.L’opera è percorsa da ritmi diversi ben congegnati, che assecondano quelli della guerra, tra attese in trincea e improvvisi attacchi di cannone, e quelli della natura, fra inverni sempre più lunghi, freddi e poveri, la neve dei campi sfigurata dal sangue dei militari caduti sotto le cannonate, ed estati roventi foriere di morte ed epidemie, odori di sangue e putrefazione.
La narrazione sociale si sostiene grazie alla puntuale ricostruzione storica e all’uso di una lingua viva e dinamica in cui il dialetto si esplica ad hoc, solo quando occorre, e si intreccia con il romanzo di formazione: il potere ipnotico e urgente della guerra catapulta Paolo, adolescente irruento nel fiore dell’età, dall’ovatta tiepida, autoironica (non mancano i momenti comici, infatti) e aristocratica della famiglia Spada al mondo adulto. In pochi mesi Paolo affronterà la morte e la tragedia della battaglia che porta con sé la fame, la malattia, il compromesso morale, lo stupro, l’assassinio ma scoprirà anche l’euforia dell’avventura patriottica e la passione amorosa.E siccome “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, a voi l’onore di scoprire quale sia il vero, più feroce bastardo dell’opera.
Buona lettura.
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Nov 2, 2012 |
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- L'amica geniale (1072)
- Infanzia, adolescenza
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By Elena Ferrante -
Finished on Sep 30, 2012 -
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Torino, giorni nostri. Elena Greco, una donna sulla sessantina, riceve una telefonata: Raffaella Cerullo, sua coetanea e amica fin dall’infanzia, è sparita dalla sua casa di Napoli. Ne comunica notizia il figlio di Raffaella, nella speranza che Elena possa essere a conoscenza degli spostamenti della ... (
continue ) Torino, giorni nostri. Elena Greco, una donna sulla sessantina, riceve una telefonata: Raffaella Cerullo, sua coetanea e amica fin dall’infanzia, è sparita dalla sua casa di Napoli. Ne comunica notizia il figlio di Raffaella, nella speranza che Elena possa essere a conoscenza degli spostamenti della madre. Anche perché dalla casa di Raffaella mancano diversi oggetti: le fotografie che la ritraggono, i suoi abiti, i documenti. Elena allora, indispettita con l’amica che pare aver dato il via al suo progetto di sempre, decantato e celebrato da decenni, ossia sparire senza lasciare alcuna traccia di sé, presa dalla rabbia e da un curioso istinto di vendetta comincia “a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente”.
Da qui parte un lungo e organico flashback che ci riporta nella Napoli degli anni ’50; Elena, voce narrante e protagonista della vicenda, ci racconterà l’amicizia delle due protagoniste, prima bambine e poi adolescenti, ripercorrendo i luoghi dell’infanzia: un rione periferico dell’area suburbana partenopea, tra miseria postbellica, boom economico e una serie infinita di comparse e attori comprimari, dal ciabattino al falegname, ai compagni di scuola, fino a Don Achille, il camorrista del quartiere.
Questa, in estrema sintesi, la trama dell’opera. “Estrema sintesi” perché parlare di questo ultimo lavoro di Elena Ferrante è questione complessa (come lo è, in effetti, per tutte le sue narrazioni). Prima di tutto doveroso dire che si tratta, più che di un unico romanzo, di un progetto di scrittura articolato in due (o tre) volumi (qui il secondo, in uscita in questi giorni), rispettivamente dedicati all’infanzia e all’adolescenza delle due ragazze, alla maturità e poi alla vecchiaia.
Un raro esempio di romanzo di formazione italiano? Certamente. Perché l’amicizia tra le due ragazze è complessa, ambivalente, a chiasmo. Un’amicizia che allontana e divide, in nome di una fedeltà eterna ma anche di una rivalità bruciante. Elena è brava e buona, bionda, rotondetta; una creatura mite e affabile. Raffaella invece è secca, aguzza, sporca nelle ginocchia, arruffati i capelli - e cattiva, perché è in grado di ferire chiunque le capiti a tiro, dalla maestra al bulletto di quartiere, sia con il coltellino che tiene sempre in tasca, sia con le parole che, del coltellino, possono essere molto più affilate. Un viaggio nell’essenza del femminile in compagnia di due bambine e poi di due ragazze “geniali”, che ciascuna a suo modo – attirandosi e respingendosi - cercheranno, rapite dal turbine del vigore postbellico, di emanciparsi dalla realtà popolare che le circonda. Prima di tutto attraverso la scuola, che Raffaella, malgrado le capacità straordinarie, dovrà abbandonare al termine della licenza elementare per volere dei genitori e che invece Elena potrà continuare, fino a concludere addirittura il liceo classico, contando su un talento certo inferiore rispetto a quello dell’amica – che non si stanca mai di emulare – ma su una volontà ferrea, concreta (che invece manca all’amica, persa, come tutte le personalità di genio, in interessi momentanei che poi, una volta terminato l’entusiasmo iniziale, abbandona, vittima di quegli stranianti scarti di pensiero a cui Raffaella stessa dà il nome di “smarginature”) ma anche fortemente intuitiva (quasi… geniale?) che la porterà all’emancipazione dal degrado, fisico e psichico, del quartiere.
Raffaella invece, costretta nella calzoleria del padre, proverà a scardinare il sistema dall’interno: prima adoperandosi per rinnovare il negozio e poi maritandosi a soli 16 anni con una delle personalità più eminenti del quartiere: Stefano, il padrone della ricca salumeria ricevuta in eredità dal padre Don Achille, il camorrista del rione morto ammazzato a coltellate, anni prima. Entrambe le ragazze si confrontano con un ambiente maschile, sanguigno, violento, inadatto al mondo femminile. La violenza fisica e verbale fa da padrona, tra bulli di quartiere e padri maneschi. Le madri sono creature stremate, invecchiate precocemente, vittime delle botte degli uomini, della povertà e delle gravidanze.
Quindi, oltre che un romanzo di formazione, abbiamo a che fare con un romanzo popolare? Anche. Perché l’attenzione da dedicare ai comprimari e ai personaggi minori è massima da parte dell’autrice e deve esserlo anche da quella del lettore, al fine di mantenere evidente una coralità di fondo che non deve prescindere la fruizione del testo, malgrado la difficoltà iniziale nel seguire vicende familiari complesse e spesso solo accennate (ndr: come nelle commedia, per altro, l’elenco dei personaggi con relative indicazioni di parentela è affisso in prima pagina – non dimentichiamocene). Il quartiere è un non-luogo, quasi un acquario di pesci tropicali che l’autrice osserva in maniera sistematica, con rigore scientifico (nella più pura tradizione “verista” – vien quasi da dire, visto che non si tratta certo di un romanzo “a tesi e dimostrazione” di una qualche ideologia) attraverso gli occhi di Elena: un mondo di uomini visto con gli occhi delle donne.
Per descrivere quello che le circonda c’è necessità “soltanto” di una lingua secca, puntuale, che tuttavia dia spazio anche all’insondabile, all’immaginifico e al metaforico. Non c’è bisogno invece di strumenti a effetto: non occorre, per esempio, un’eccessiva contestualizzazione storica che spesso non aiuta le narrazioni di genere (troviamo al limite qualche accenno utile all’economia della narrazione: la “millecento”, il televisore…) come non occorre neppure un uso sistematico del dialetto, che viene spolverato raramente solo ove sia strettamente necessario sottolineare la violenza dell’azione che spesso va di pari passo, nel rione, a quella della lingua; dialetto che si preferisce inserire all’interno della narrazione quasi sempre filtrato dall’orecchio appuntito di Elena: “lo disse in dialetto” / “gli gridò in dialetto”.D’altra parte, fastidioso o meno che sia, siamo nelle mani dell’autrice e lì rimarremo. Il punto di vista è sempre parziale: Elena, protagonista e insieme voce narrante, per altro lungi dall’apparire quello che per certi versi è, ossia onnisciente dato che la narrazione procede in flashback, ci affida una narrazione “minuto per minuto” accuratamente denudata di qualsiasi riferimento al “dopo”, in maniera tale da lasciare Raffaella, le sue gioie, le sue paure, i suoi progetti, nell’ombra del non-detto e del non-conosciuto. Questa, e diverse altre questioni, differenzia a parer nostro “L’Amica Geniale” di EFerrante da “Acciaio” di SAvallone, a cui, per tematica e struttura è spesso accostato.
Una nota a margine: la rassegna stampa su quest’ultimo lavoro di EFerrante è corposa, potete trovarla sul sito dell’editore, accuratamente archiviata (qui). A noi – parere personale - le note e le recensioni apparse sui “litblog” sono sembrate molto vive e passionali, indipendentemente dal giudizio espresso sull’opera, forse molto più vive e passionali di quelle pubblicate dalla stampa tradizionale che talvolta risente, sempre a nostro parere, di un approccio critico molto marcato (anche qui, contano entrambi i giudizi in merito all'opera). E’ questione che in questo caso ci è parso che proprio dal litblog sia riuscito a trapelare il Lettore: quello vero, che arde nell’animo, bruciante di una passione che, proprio perché vera, lascia spazio a una critica del testo spesso molto competente.
Curioso che sia il popolo dei litblog quello anche meno interessato all’identità misteriosa di Elena Ferrante. Se da parte della stampa tradizionale si rivela qualche volta un interesse pungente, a metà strada tra il gioco letterario dell’“indovina chi” e uno spirito un po’ voyeur che si manifesta con un vaglio a nastro di ipotesi probabili e meno (Fabrizia Ramondino, Goffredo Fofi perché consulente di E/O e intervistatore della Ferrante, Domenico Starnone by himself o in copia con la moglie Anita Raia, consulente editoriale di professione, etcetc…) una parte cospicua dei litblog o comunque delle opinioni espresse on line dai lettori celebra invece la vittoria dell’opera letteraria sull’autore del testo. Che rimane il proprietario intellettuale dell’opera ma che, attraverso la rinuncia consapevole alla celebrazione mediatica di se stesso, opera uno scambio che ha il sapore del passato (quando le copertine dei libri erano tutte dello stesso colore e i nomi degli autori spesso “soltanto” nomi o al massimo firme sui giornali) ma che forse sarà la chiave anche per una rivoluzione futura dell’editoria: porre il lettore, di nuovo, al centro dell’interesse di tutta la filiera editoriale. -
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Nov 2, 2012 |
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- Estate al lago (32)
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By Alberto Vigevani -
Finished on Aug 16, 2012 -
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Molti personaggi illustri hanno scritto di Alberto Vigevani, quindi non possiamo fare altro che lasciar loro la parola.
“Un poeta che scriveva romanzi”, come lo ricorda Lalla Romano il giorno successivo alla sua scomparsa (23 Febbraio 1999), dalle pagine del Corriere. “Il mio amore di sempre per ... (
continue ) Molti personaggi illustri hanno scritto di Alberto Vigevani, quindi non possiamo fare altro che lasciar loro la parola.
“Un poeta che scriveva romanzi”, come lo ricorda Lalla Romano il giorno successivo alla sua scomparsa (23 Febbraio 1999), dalle pagine del Corriere. “Il mio amore di sempre per i libri di Alberto, così sapientemente e con affettuosa ironia lombardi, anzi milanesi (…) pensiero grandioso, con racconti pieni di umanità e modestia”.
“Scrittore, poeta, libraio antiquario ed editore, amico dei critici e degli autori più noti del suo tempo” lo racconta Paolo Di Stefano citando, tra gli amici e i colleghi, Sereni, Treccani, Strehler, Pampaloni, e tra i suoi critici Bassani, Calvino e Dionisotti che Di Stefano cita:
“Carlo Dionisotti nel '76 si diceva entusiasta dell' Estate al lago, collocandolo «sotto il segno di una moderna e nostra classicità»: «Leggendolo, ho avuto la commovente illusione che quella civiltà letteraria europea dei miei anni giovanili, fra l' una e l' altra guerra, non fosse scomparsa del tutto»”“Addio ad Alberto Vigevani. Cantò il cuore della vecchia Milano” scrive Guido Vergani sempre sul Corriere, e sempre a seguito della sua scomparsa, continuando così: “Apparteneva a una Milano ormai sepolta, quella intellettualmente e ideologicamente nobile di "Corrente", di Raffaele Mattioli, il banchiere - editore, di Adolfo Tino, di Vittorio Sereni, di Antonello Gerbi, di Sergio Solmi, di Riccardo Bacchelli. Dal "Demetrio Pianelli" di Emilio De Marchi, la narrativa italiana non e' stata prodiga di storie milanesi. Non si fatica a ricordare e non si rischia di dimenticare: "L' incendio di via Keplero" di Gadda, "Il ponte della Ghisolfa" e "Il dio di Roserio" di Giovanni Testori, "La vita agra" di Luciano Bianciardi, "Un amore" di Dino Buzzati. A questo scaffale, Vigevani ha dato libri che meritano di starci e che resteranno a testimonianza del vivere e del sentire di una societa' , di una citta' negli anni dell' armonia, del male ideologico, della mediocrita' vile e accomodante, dell' inferno e, poi, della speranza. Sono pagine intrise di Milano, hanno, fra letteratura e cosa vista, fra romanzo ed elzeviro, colori, strade, personaggi, sentimenti milanesi. Per questo, Milano ha in lui il "suo" narratore. In questo, Vigevani e' lo scrittore piu' milanese dell' ultimo mezzo secolo (…). Milano, nella fatica letteraria di Vigevani, non e' solo spunto per prose d' arte. I romanzi, i racconti biografici liquidano l' idea che la sua milanesita' narrativa sia solo elzeviristica: una misura di sapiente, controllatissima scrittura che lo apparenterebbe agli scapigliati Gian Pietro Lucini e Carlo Dossi, a Raffaele Calzini, a Carlo Linati, a Piero Chiara di "Vita a Milano", ad Alberto Arbasino di certe pagine de "Piccole vacanze". Anche se il suo sangue, il suo sentimento, la sua appartenenza alla citta' si fossero espressi solo in questa forma e "gittata", in questo respiro breve, chi potrebbe negargli un posto alla ribalta della letteratura milanese? Ma tale diritto e' alimentato dallo sfondo, dalla materia, dall' impasto totalmente milanesi del suo narrare piu' disteso e vasto”
“Estate al lago” in edizione Sellerio (la prima è di Feltrinelli, 1958) ci è capitato in mano per caso, scovato sul bancone di un mercatino dell'usato. Come per caso sono nate le immagini attraverso cui abbiamo cercato di descrivere l'opera.
Dalla nota di G Pampaloni in coda al volume:
“(Estate al lago) è, tutto insieme, racconto d'ambiente, memoria di adolescenza, racconto d'amore, storia di un'educazione sentimentale (…). Il fascino del racconto sta nel timbro, malinconico e un po' assorto; una malinconia che nasce da una necessità lirica e si vela di un arcano colore del destino. Il mondo che ci descrive è quello consueto allo scrittore, il mondo della borghesia liberale milanese, moderna, illuminata, e pur sempre legata al solido decoro ottocentesco: la lunga villeggiatura della famiglia di una avvocato, le quiete ville sulle rive del lago di Como, nascoste dal verde agli sguardi indiscreti, l'agio senza sussulti apparenti degi anni tra le due guerre (…). Giacomo, ragazzo solitario e scontroso, confuso nell'etaò acerba degli ultimi calzoni corti, è infelice; ma il suo problema non è la felicità, è la vita (…). Questo mi pare il tratto originale del personaggio (e del libro): la perdita dell'innocenza, momento fatale di ogni adolescenza, si trasforma, come in dissolvenza, nella consapevolezza della complessità dell'amore con tutto ciò che di ambiguo, di doloroso, ma anche di certo e, in qualche senso, di supremo, tale consapevolezza porta con sè” (p137-138).
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Nov 2, 2012 |
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- Romanzo per signora (139)
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By Piersandro Pallavicini -
Finished on Jun 30, 2012 -
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“Il mondo è bello, non sentite come frizza l’aria? Non vedete com’è lucente il cielo? Nice, Cote D’Azur. Ridiamo, scherziamo, siamo italiani, vigevanesi, rotariani, abbiamo figli, conti in banca e io ci penso, giuro che mi concentro, eppure com’è che non mi si riempie, questo spazio vuoto e gelido c ... (
continue ) “Il mondo è bello, non sentite come frizza l’aria? Non vedete com’è lucente il cielo? Nice, Cote D’Azur. Ridiamo, scherziamo, siamo italiani, vigevanesi, rotariani, abbiamo figli, conti in banca e io ci penso, giuro che mi concentro, eppure com’è che non mi si riempie, questo spazio vuoto e gelido che mi si è aperto al posto del cuore?” (pag 94)
Cesare Corsico-Piccolini, distinto ex direttore editoriale di un’importante casa editrice milanese, e la moglie Franca. Il Luciano Buttafava, patron di saloni automobilistici, con la consorte Adriana. L’Attilio Persegàti (detto Enzo per la sua somiglianza con Jannacci), fondatore di una azienda leader nel settore delle calzature di lusso, neovedovo.
Tenete a mente questi nomi, non vi lasceranno più.Cinque amici over 70, Vigevanesi, Rotariani de’ no’ artri.
La borghesia lomellinese, armata fino ai denti, all’assalto della Nizza più kitsch per una settimana di vacanza in bassa stagione.
Acciacchi vari, ipocondrie multiple, scheletri nell’armadio, portafogli a fisarmonica, maglioncini di cachemire e jaguard d’ordinanza per veri “cumenda” affiancati dalle rispettive controparti femminili, signore griffate e ingioiellate, vagamente isteriche (ndr, alla Franca, quando s’indispettisce, le escono fuori dei terribili baffi da suora, e l’Adriana appare, nei medesimi frangenti, tale quale a un “pechinese elettrico che hanno attaccato per sbaglio alla duecentoventi invece di mettergli le solite pile” - pag 182), adeguatamente nutrite di ansiolitici ove l’occasione lo richieda.Ecco a voi la cronistoria di una vacanza che di rilassante avrà poco o niente, come prevedibile. Altro che cene a base di pesce e tranquille passeggiate sul lungomare. Qui si narrerà, con dovizia di particolari, di liti coniugali presenti e passate, misteriose sparizioni (per un amico che si vaporizza nel nulla un altro forse riappare, emergendo, come un fantasma, dalle nebbie di un passato remoto oramai così difficile da ripescare) e scioccanti rivelazioni, risse, scene di drammatica isteria collettiva, atti illeciti; il tutto raccontato con maestria, ritmo incalzante, divertente, ironico.
Lo sguardo critico (a tratti cinico, mai cattivo) di Cesare, affetto da sclerosi multipla, mitigato da quello fine e traslucido del lieve Persegàti, che si esprime soltanto in dialetto; la tranquillità stoica, e in parte chimica, della timorata e casta Franca cui fanno da contrappunto le epiche scenate dell’Adriana nei confronti del marito Luciano, espressione più classica e costruita (eppure così reale) del commendatore di provincia, chiassoso e volgare, tronfio dei suoi successi commerciali, sciocco e credulone.
Romanzo dalle linee narrative multiple e fluide, si rimescola su così tanti e vari livelli di coscienza che non provare a scoprirli tutti sarebbe un sacrilegio.
Un esempio già il titolo, ingannatore e fuorviante.
Se da una parte esso rimanda chiaramente ad Henry James, dall’altra sembra irridere (riprendendo scherzosamente la velata misoginia di Cesare, io narrante, nonché il vago senso di omofobia che permea le riflessioni dei cinque protagonisti a riguardo) di tutta quella certa letteratura rosa di cui sono fitte le classifiche di vendita attuali, al contempo strizzando l’occhio alle statistiche che vedono l’area dei “lettori forti” dominata da una netta percentuale femminile.
Un ammiccamento sottile e sarcastico, camuffato da indicazione di genere e target, perché al di là dalla tragi-comicità della gita Nizzarda, di temi scottanti, trattati, ce ne sono eccome (altro che Romanzo per signora, quindi): dalla malattia debilitante, sia nel fisico sia nella psiche, che dall’interno scardina pezzo per pezzo ogni punto di riferimento (le vertigini, i tremori, le difficoltà di deambulazione / i ricordi offuscati, le parole che non si riescono più a pronunciare, perse nel buio di una memoria farlocca) alla querelle sulle terapie mediche alternative (una su tutte, il cannabiolo) che sfocia quasi inevitabilmente nel dibattito sull’eutanasia e sulle cliniche della dolce morte.
Dall’omosessualità, celebrata, nascosta, o solo presunta al ruolo della donna, che, agli occhi di Cesare deve rispondere perfettamente ai cliché più tipici degli anni ‘50 e ’60: relegata in un mondo a parte, famigliare, dedita alla cura dei figli e della casa, poche parole, pochi svaghi (unico concesso, la religione) e tanto amido per i colletti delle camicie, che occorrono perfettamente stirate.
Per non parlare dei figli, grotteschi ereditieri buoni solo a trattare ogni over 70 che capiti loro a tiro alla stregua di un preadolescente tontolone e a dilapidare il patrimonio di famiglia che i rispettivi genitori hanno costruito nel corso degli anni, con indubbio talento, rinunce e gran fatica di lavoratori indefessi.
Eppure, non è finita qui; eh sì, perché ci manca ancora lo scrittore Leo Meyer; riconoscibile alter ego di Pier Vittorio Tondelli, è la nemesi di Cesare: l’amico di una vita, lanciato dallo stesso Cesare in vetta alle classifiche editoriali e poi improvvisamente scomparso nel nulla a causa di un brutto (e banale, come spesso accade) fraintendimento professionale. Leo Meyer, l’autore di un clamoroso “romanzo generazionale”; l’icona gay e il rappresentante, pubblicamente celebrato, di una intera generazione.
La finzione narrativa di Leo Meyer (il cui ruolo nell’economia del romanzo non è possibile anticipare in questa sede) ci aiuta a ripercorrere, insieme a Cesare e a PSpallavicini, la storia dell’editoria italiana degli ultimi vent’anni, dal boom dei nuovi autori negli anni ‘80 al presente sconclusionato, caotico e oppresso da un marketing sempre più aggressivo e asfissiante, passando per gli anni ‘90 così fecondi di fermento e passioni.
Attraverso i ricordi di Cesare – un insider d’eccezione – ci troviamo ad affrontare, basiti e ammirati, quasi un lussuoso corso monografico di storia critica dell’editoria italiana, completo di apparato critico e citazioni più o meno scoperte (si va dal dimenticato Fredricc Prokosch a Piero Chiara, da PG Wodehouse a Houllebecq), tra opere “navigabili”, martlàà a travèrs e funghi trifoli (pag 41-42).
Parecchi i passi degni di citazione – passi che in parte abbiamo riportato su Twitter. I più esilaranti, o riflessivi, sarcastici e amari appartengono alla voce narrante di Cesare Corsico-Piccolini. Ce ne sono due, brevi, che vale la pena riprendere:
“Un appello. Non sorridete a un uomo soltanto perché ha i capelli bianchi ed è ben vestito. Mai. Nemmeno se vi sembra decrepito, mummificato. Nemmeno se le sue gambe traballano. Lasciatelo in pace, grazie” (pag 146)
"E in questi due, cinque, dieci anni che mi restano dovrei sprecar tempo a preoccuparmi di cosa la gente pensa di me? A preoccuparmi se faccio delle figure da vecchio rincoglionito? Ma lo sono, per la malora, lo sono!" (pag 69)
Sgradevoli questi vecchietti, eh? Con loro, come la fai la sbagli. Fastidiosi, aggressivi, irritanti nelle loro manie e nei loro tic nevrotici. Eppure, malgrado le malattie degenerative e la senescenza incipiente, così vivi. Paiono mostrare uno stoico distacco di fronte alle vicende umane: l’amicizia, l’amore verso i figli, la morte, ma poi sotto sotto si amano, più spesso si odiano, e ardono di passione, rabbia e ira, sebbene vittime di un decadimento fisico e psichico inarrestabile che alla retorica non fa sconto alcuno.
Possibile che in un momento di crisi come quello che stiamo affrontando, un buon Romanzo per signora sia l’unica, vera ancora di salvezza? Come dire, l’autoironia di chi è in grado di godersi il buon vivere, che per certi versi manca alle giovani generazioni: il gusto per la vita in sé, che sta tutto non nella ricerca affannosa di uno “stare meglio” non ben identificato, ma nell’affrontare con ottimismo e un pizzico d’incoscienza quello che essa, nel bene e nel male, ci offre.
Nota: Un ringraziamento particolare all’autore, per la gentilezza dei suoi Twitt.
Uno spettatore cortese e attento che mi ha accompagnato nella lettura dell’opera e nella sua micro-condivisione su Twitter. Vi invito a consultare la bella pagina FB dedicata al romanzo, che mi permetto di riportare qui sotto.
http://www.facebook.com/pages/Romanzo-per-signora/18503… -
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Jul 19, 2012 |
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Attenzione: l'opera è stata oggetto di una lettura condivisa in tre serate on line (web e Twitter) di cui potere trovare tutti i dettagli qui:
http://www.appuntidicarta.it/2012/04/stoner-di-john-e-w…
http://www.appuntidicarta.it/2012/05/stoner-di-john-e-w… ... (continue ) Attenzione: l'opera è stata oggetto di una lettura condivisa in tre serate on line (web e Twitter) di cui potere trovare tutti i dettagli qui:
http://www.appuntidicarta.it/2012/04/stoner-di-john-e-w…
http://www.appuntidicarta.it/2012/05/stoner-di-john-e-w…
http://www.appuntidicarta.it/2012/05/stoner-di-john-e-w… -
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May 29, 2012 |
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- Inseparabili (1452)
- Il fuoco amico dei ricordi
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By Alessandro Piperno -
Finished on Apr 27, 2012 -
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Per parlare di Piperno inizieremmo dalle bellissime, e significative, illustrazioni di Werther Dell’Edera che accompagnano i due volumi.
Una in particolare, non disponibile on line, la trovate in “Persecuzione” e raffigura un atletico Leo Pontecorvo a cavallo. Il pregiato oncologo, agghindato con p ... (continue ) Per parlare di Piperno inizieremmo dalle bellissime, e significative, illustrazioni di Werther Dell’Edera che accompagnano i due volumi.
Una in particolare, non disponibile on line, la trovate in “Persecuzione” e raffigura un atletico Leo Pontecorvo a cavallo. Il pregiato oncologo, agghindato con perfezione metodologica, governa, sciolto, la bestia domata.Leo, Filippo e Samuel Pontecorvo si misurano, allo stesso modo anche se in momenti e con declinazioni diverse, con un unico demone: la società dello spettacolo. Mostro marino, Giano Bifronte che tramite la gogna mediatica ha l’abilità di trasformare in un delinquente patentato anche l’individuo più mite e tranquillo oppure, al contrario, di innalzare ad eroe civile e icona di stile uno sconosciuto giovane di buona famiglia, che nei primi 35 anni della sua vita non ha certo brillato per doti personali o professionali.
Da una parte, quindi, c’è Leo Pontecorvo, oncologo pediatrico all’apice della carriera ospedaliera, incastrato in un brutto fattaccio di sesso e pedofilia da cui verrà scagionato solo 20 anni più tardi attraverso una casuale e fortuita riabilitazione intima, familiare – mai pubblica – niente affatto significativa. Peccato che le accuse in questione, e il relativo processo, penale e mediatico, l’abbiano portato nel frattempo ad una prematura (e macabra) scomparsa.
Dall’altra, Filippo Pontecorvo, primogenito un po’ sfortunato negli studi, lievemente imbolsito dall’età e dalla passione per la buona cucina, vittima di ipocondrie e crisi depressive che tiene a bada con iniezioni di adrenalina (esperienze para-militari, missioni “umanitarie” – che di umanitario hanno poco o nulla se non l’idea di salvar se stesso) e psicofarmaci, affrancatosi dalla vita professionale grazie al matrimonio con una ex-valletta televisiva che, attraverso il conto in banca del padre, gli garantisce un presente florido e un futuro di relativo agio. Il giovane rampollo, grazie ad un’unica opera d’arte composta un po’ per gioco un po’ sul serio, assurge all’olimpo della cinematografia per poi cadere rovinosamente nel turbine del successo e del tritacarne di masse adoranti e/o inneggianti ad una sua precoce dipartita, favorita e auspicata da certi ambienti estremisti.
Per non parlare di Samuel Pontecorvo, secondo genito brillante e affermato, che finirà per cadere vittima dell’avidità e della spregiudicatezza del mondo finanziario di cui bramava fare parte.
Descrivendo l’improvvisa e inattesa ascesa di “Fili”, che tutto si aspettava, dall’interno del caldo bozzolo di spettatore passivo del mondo che con gli anni si era ritagliato, tranne che divenire oggetto di culto (e di vendetta) da parte di masse isteriche e pronte a tutto (sia per amarlo, sia per ammazzarlo) pare quasi che A. Piperno ci metta in guardia contro se stesso, e contro quel certo effetto che talune opere di ingegno possono creare nella mente dello spettatore che dell’opera, quale che sia, si trova a fruire.
E’ questione che il successo molto probabilmente è arte vana, un castello di carte che può cedere al minimo refolo di vento.
Il brillante oncologo pediatrico cade, vittima prostrata di un meccanismo di caccia alle streghe perverso e morboso (manca solo B. Vespa, con la bacchetta e il diorama della “Villa Pontecorvo” con tanto di scorcio del seminterrato). E poco importa di chi sia la colpa: di certo siamo di fronte ad un delirio di onnipotenza; ma di chi? Di una Lolita de’ noartri, scipita e slavata oppure – perché il dubbio sino alla fine rimane - di un uomo di mezza età che grazie a posizione sociale ed economica pensa di poter dare sfogo a tutte le sue più pruriginose fantasie?
Allo stesso modo il giovane rampollo si esalta e perde se stesso, grazie ad un’opera d’arte sì interessante e peculiare ma partorita un po’ per caso, un po’ per fortuna, un po’ per nulla, e destinata a non replicarsi.Così, ci viene da pensare.
Chi è Alessandro Piperno: il nuovo Philip Roth, tanto esaltato dai fans e dallo zoccolo duro dei suoi recensori più fidati? Quello che da anni aspettavamo, febbricitanti, in fremente attesa di un altro suo epico, struggente, apocalittico, affresco familiare? Oppure è soltanto uno dei tanti prodotti di un marketing editoriale aggressivo e mirato, un autore come tanti, benedetto dalla dea fortuna, un personaggo qualunque, che dopo tanti anni passati ad arrovellarsi il cervello in attesa dell’idea fulminante non sarà in grado di replicare il successo d’esordio?
Insomma, Piperno ci strizza l’occhio e ci parla, tra le righe, del criterio della buona misura. E lo fa in maniera gentile, delicata, a-celebrativa.Di misura non ne ha avuta Leo Pontecorvo che da perseguitato si fa persecutore di se stesso e della sua famiglia, auto-precludendosi ogni speranza di redenzione attraverso una regressione involutiva consapevole: alla maniera quasi Ballardiana, si reprime e assoggetta se stesso a uno stadio di uomo cavernicolo privato(si) dello spazio vitale, del cibo, della parola, della ragione.
Non ha misura nemmeno Rachel Spizzichino in Pontecorvo che vittima della buona creanza e di un certo qual puritanesimo che ha il sapore acido della superstizione e della bigotteria, non esita a far proprio il comportamento dei tre primati della vignetta: non vedo, non sento, non parlo (e se c’ero, dormivo).
Non hanno misura né Filippo né Samuel Pontecorvo, ma non hanno misura nemmeno le rispettive consorti, Anna e Silvia, perse nei propri, personali deliri di onnipotenza. Delirio di onnipotenza che si esemplifica nel comportamento della massa: figure indistinte che possono, allo stesso modo e allo stesso momento, idolatrare e sconfessare – e tanti saluti al senso della misura.Piperno ci mette in guardia anche da se stesso, e – ancora una volta, ma com’è che ultimamente ritorna sempre, questo tema? – dall’American dream. Che è un’American Dream casereccio, fatto di questionucole e privilegi di gusto dubbio e sicura provincialità ma sempre permeato dal gusto per il riconoscimento privato ma soprattutto pubblico e sociale.
Non c’è sarcasmo nella sua strizzata d’occhio. Piuttosto un impegno che ha del morale senza per forza scivolare nell’epidittico o nel paternale; è per questo che ci sentiamo di consigliare la lettura di “Piperno” sempre con un occhio puntato all’autore, Alessandro Piperno, e alla sua esperienza di scrittore.
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Jul 19, 2012 |
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- Le sorelle Soffici (172)
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By Pierpaolo Vettori -
Finished on Mar 23, 2012 -
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Pare non sia più né utile né necessario, o peggio quanto mai dannoso, affrontare con i bambini in età prescolare la fiaba del Lupo e dei Sette Capretti così, d’emblée, nella sua cruda interezza di infanti mangiati, masticati e ingoiati e di pance di lupi tagliate con furore di lunghe cesoie da sarta ... (
continue ) Pare non sia più né utile né necessario, o peggio quanto mai dannoso, affrontare con i bambini in età prescolare la fiaba del Lupo e dei Sette Capretti così, d’emblée, nella sua cruda interezza di infanti mangiati, masticati e ingoiati e di pance di lupi tagliate con furore di lunghe cesoie da sarta.
Capita poi che il lupo di Cappuccetto Rosso sia relegato a macchietta folkloristica nelle mani dell’iconografia di un cacciatore tutto muscoli e fucili che, attraverso una ricontestualizzazione sentita come necessaria, assume le fattezze di un Buzz Lightyear ante litteram; mentre della mamma di Biancaneve (quella vera, quella che la bambina dalla carnagione di porcellana ha perduto, per morte improvvisa, in tenerissima età) in talune rivisitazioni proprio non c’è traccia, abbandonata in un limbo di non-consapevolezza e confinata al momento - si spera più lontano possibile - in cui il piccolo ascoltatore, rapito da sacro fuoco di conoscenza, costringerà il malcapitato genitore ad affrontare in maniera reattiva il tragico momento della rivelazione.
Sarà, ma se non avessimo ben impressa nella memoria la risata malefica della strega di Biancaneve, o i vezzi delle amabili parenti acquisite di Cinderella, non so con che energia e consapevolezza potremmo farvi affrontare un'altra deliziosa matrigna, l'affascinante Olga della fiaba di Veronica e Cecilia Soffici, cosce lunghe e sguardo appuntito su un futuro (si spera il più roseo possibile), di denaro e affermazione sociale.
Come dire, a ognuno il suo demone, ove daimon, alla maniera un po’ filosofica, sta ad indicare quel non so che di scuro e insondabile che alberga in ognuno di noi e che le favole fin dai tempi antichi hanno avuto il merito di riportare a galla attraverso l’allegoria e la metafora.
Non manca proprio niente, a questa fiaba moderna: la matrigna cattiva, il padre anziano e inutile, per altro in fin di vita; la fata misteriosa capace di attraversare, un piede qui e uno là, la sottile barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, rinchiusa nel corpo di una vecchia nutrice rugosa e piegata dall’età, un po’ fattucchiera de’ no’ artri un po’ stregone voodoo; e infine due protagoniste – non una, ma due! – che cercano di affrontare, a modo loro s’intende, la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia.Le “Sorelle Soffici”, ovvero, la ricetta segreta per una marmellata perfetta, che forse non esiste neppure; e poi succede che forse alla fine la scovi pure, la ricetta, ma – alla pari del frutto mortifero di Biancaneve - se ne saggi un cucchiaino, offerto dalla seducente matrigna trasformatasi in strega per l’occasione, precipiti nel buio dell’oblio senza fondo.
Sta a noi, come sta ai bambini, affrontare proprio quel buio che si nasconde tra le pieghe delle parole, e trarne le opportune, personali considerazioni.Con un’unica differenza: se la favola del lupo cattivo – quella originale, diciamo - viene interpretata sia attraverso l’adozione del punto di vista esterno, onnisciente, sia grazie alla trasmissione orale del testo e alla mediazione linguistica e contenutistica prodotta dal genitore intento nella lettura, qui il lettore (adulto) deve fare tutto da solo, come è giusto che sia.
La narrazione in prima persona di Veronica Soffici, affrontata per di più sotto forma di diario, la più soggettiva tecnica narrativa a pari merito con il romanzo epistolare, scardina impietosa, uno dopo l’altro - ormeggi sradicati dal mare in tempesta - i punti fermi che abitualmente separano la realtà oggettiva dalla percezione sensoriale soggettiva.
I personaggi che popolano il mondo delle sorelle Soffici, attraverso l’osservazione spietata e allo stesso tempo coerente, ingenua e pura di Veronica, escono distorti e trasformati, non dalla metafora, ma dalla realtà di un’osservazione soggettiva, personale e per questo incontestabile.Se ne viene fuori storditi, affascinati da un bestiario di creature angeliche e demoniache che pervadono fin nel profondo la trama stessa dell’opera, tutte utili, nessuna esclusa, all’economia di un racconto incentrato sulle tematiche del disagio mentale, che evita con destrezza di divenire mero esercizio di stile e narrazione di un mondo fittizio, perché atemporale e scarsamente contestualizzato.
Al contrario, l’opera ha il merito di caratterizzarsi pienamente all’interno della concretezza del quotidiano, scandito dal susseguirsi dei giorni e dei mesi, i piedi ben saldi immersi nella realtà storica del periodo attraverso una scrittura precisa, eppure così lieve, evidente e pregna di significato. -
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Apr 5, 2012 |
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- Sorella morte (6)
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By Bruno Agostini -
Finished on Feb 16, 2012 -
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Chissà se un giorno avremo la fortuna di ritrovare tutti i compagni di viaggio che abbiamo incontrato tra le pagine dell’Iliade Napoletana.
Nessun protagonista principale, nessun narratore esterno onnisciente, ma una serie di comprimari e di punti di vista interni multipli che danno voce a una co ... (
continue ) Chissà se un giorno avremo la fortuna di ritrovare tutti i compagni di viaggio che abbiamo incontrato tra le pagine dell’Iliade Napoletana.
Nessun protagonista principale, nessun narratore esterno onnisciente, ma una serie di comprimari e di punti di vista interni multipli che danno voce a una coralità composita di arte e teatro.
Il parallelo con il poema omerico, fatte le debite, ovvie e sostanziali differenze, evidenzia la similitudine di struttura (canti / interruzione di sezione) e una certa consonanza nelle modalità di fruizione del testo, a tematiche e sottotematiche stratificate.La struttura ad interruzione di sezione, che porta a frequenti cambi di scena – che aumentano con rapidità esponenziale a mano a mano che la narrazione si avvicina al climax della conclusione, consente la focalizzazione sui diversi filoni narrativi che compongono l’opera, collegati l’uno all’altro da uno, o più personaggi interni alle vicende:
- le indagini a tutto campo dell’ispettore di Polizia Carmine Bonocore, impegnato, insieme ai colleghi e ai superiori, nella lotta all’Organizzazione ma anche nella risoluzione di quotidiani (ma non troppo) casi di cronaca, tra cui la vicenda inquietante della sparizione di Attilio De Rosa, maestro di scuola, vittima a quanto pare di un sequestro di matrice satanica e la cruenta esecuzione di due manovali extracomunitari collegata molto probabilmente a un regolamento di conti avvenuto nell’orribile mondo del traffico illegale di organi e nella tratta degli schiavi-bambini
- le vicende dell’Organizzazione stessa, guidata da Don Alvaro Spasiano, sovrano iracondo a cui fa capo tutta una serie di protagonisti di minore o maggiore rilievo, dalla manovalanza Chiattillo / L’Afgano a Donna Lisetta Gargiulo la cui figura, in questo ultimo volume, diviene economicamente utile per l’introduzione del filone “iberico” della narrazione, anche qui composta da più comprimari a far da specchio alla realtà italiana:
- le forze di Polizia locali, esemplificate da Francisca Vidal de La Cuesta, Evaristo Melina e Antonia “Ana” Gil - che a sua volta, attraverso il piccolo Manuelito, ripropone il tema dell’immigrazione illegale e del commercio di organi e di bambini – presentano al pubblico, fedeli contrappunti alla realtà italiana, i maggiori esponenti della malavita peninsulare: Aingeru Alarte e Riccardo Restepo
- e poi, a far da cornice, tutta quella serie di vicende secondarie, un po’ comiche, un po’ tragiche, un po’ grottesche, a volte drammatiche, che hanno il merito di offrire una caratterizzazione vivida dei personaggi che completa, definendoli, spessori e profili: Carmine Bonocore alle prese con tragiche crisi di coppia (rigurgito extraconiugale incluso) fomentate da un primo figlio infante che di dormire e di star zitto per due ore di seguito neanche se ne parla e mitigate da una serie di sedute psichiatriche che ci fanno all’improvviso compassionevoli, data la caratura del paziente in esame, verso tutti i terapeuti del mondo, nessuno escluso; Domenico Ferrante, il libraio antiquario, chino a spolverare libri e dolori di affetti perduti tra rimorsi e rimpianti; Vittorio Camporesi, giornalista di talento vittima dalla cocaina e dal mal di vivere; il nobile e ricco notaio Federico Hemmerlink che, chiuso nel suo palazzo dal passato glorioso e dal presente vetusto, tra broccati e marmi di pregio si diletta nella sottile arte dell’occulto, e forse non solo in quella. E, infine, la nostra bellissima Elena Alliuto, che tanta parte ha avuto, e ha tutt’ora, in più di una delle vicende narrate.Il mondo dell’Iliade Napoletana non si limita soltanto all’opera di fantasia. E’ una narrazione profondamente radicata nel territorio e nel tempo e quindi, proprio per questo, si trasforma in un certo qual modo in un’opera didattica. l’Iliade Napoletana, come accade per ogni opera letteraria correttamente contestualizzata, non è solo narrazione di fantasia: è finestra aperta su quelle oggettive e reali sostanzialità spazio-temporali che la strutturano dall’interno (ne avevamo parlato anche con "Re di Bastoni, in piedi", altro incredibile esempio di “letteratura partenopea” di recentissima pubblicazione e ottimo successo).
La tradizione culinaria e la cucina regionale, la lingua e l’espressione dialettale, la ritualità della religione popolare che scivola spesso nella superstizione e nel misticismo e, ahimè, anche la malavita nelle sue più scure e declinate caratteristiche, identificano, senza errore, una marcata regionalità, tutta italiana, che lungi dallo sminuire il testo, lo esalta nelle sue peculiarità letterarie. -
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Feb 16, 2012 |
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- La città di Adamo (71)
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By Giorgio Nisini -
Finished on Dec 25, 2011 -
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Con una particolare capacità narrativa che mira ad accomunare, attraverso un gioco sottile di metafore e sineddoche, il tutto all’oggetto, G Nisini catapulta fin da subito il lettore nel territorio del falso d’autore
- Il televisore Brionvega, che l’affascinante Ludovica sistema in soggiorno, è un ... (
continue ) Con una particolare capacità narrativa che mira ad accomunare, attraverso un gioco sottile di metafore e sineddoche, il tutto all’oggetto, G Nisini catapulta fin da subito il lettore nel territorio del falso d’autore
- Il televisore Brionvega, che l’affascinante Ludovica sistema in soggiorno, è un falso storico: una riproduzione benfatta del fratello maggiore dell’epoca, curata nei particolari costosi del modernariato, ma sempre un falso,riconoscibile solo ad occhio esperto (e socialmente accettato e ricontestualizzato). Ed è proprio attraverso il televisore che Marcello Vinciguerra – in contemporanea al lettore – è catapultato nella realtà di un altro falso storico: quello della vita stessa del protagonista
- Marcello, adolescente attempato, da diversi anni gioca a fare l’adulto, con risultati piuttosto soddisfacenti. Infanzia serena e senza troppi scossoni, tra buone scuole e una famiglia attenta, di ottima cultura; laurea acquisita fuoricorso, sine infamia sine laude, nozze con una donna del medesimo entourage, il giovane – senza patema alcuno per il futuro, già definito – al termine del percorso scolastico entra nella ditta del padre e lo affianca nel lavoro quotidiano. Ora, alla soglia dei quarant’anni, Marcello Vinciguerra abita le colline fertili delle Langhe, si è costruito una bella villa - che l’affascinante ed eclettica consorte Lulù, divenuta affermata commerciante di arredi di design, governa con amorevole cura (spostando di quando in quando un divano qui, una credenza là, casa di bambole) - guida una macchina potente, veste maglioni di cachemire e, non ultimo il fatto, conduce con più che discreto profitto – un po’ barcamenandosi, un po’ vivendo di rendita - la pregiata azienda ortofrutticola che ha ricevuto in eredità dal padre. E’ stimato tra i dipendenti e i collaboratori, non certo celebrato come lo era il padre, creatore ex novo di una delle più produttive aziende agricole del centro-Italia, ma è datore di lavoro rispettato, dotato di buona professionalità e attento spirito imprenditoriale
- La vita di Marcello scorre prevedibile e concreta, senza particolari traumi o imprevisti, complice anche la mancanza di figli (che – informazione preziosissima che l’autore centellina fino allo stremo della curiosità del lettore – non sono stati procreati “per scelta”). La passività di Marcello si esemplifica anche nel rapporto erotico con Ludovica, di cui Marcello subisce le stravaganze, nell’inconscio tentativo di mantenere viva la passione sessuale che deve di necessità rimanere immutata nel suo vigore post-adolescenziale e nella sua solidità di status acquisito, al pari di tutto ciò che di materiale circonda i due coniugi.
- Il cambiamento e la mutazione, se proprio occorre, debbono avvenire soltanto attraverso canali mediati e secondo schemi preventivati, creati ad arte dal protagonista del cambiamento stesso oppure, ove subìti, socialmente accettati (sia che si tratti di un nuovo oggetto di design appena acquistato ed introdotto in casa – che deve corrispondere perfettamente agli ultimi dettami del lusso e della moda - sia che si tratti di un nuovo ristorante, o di un nuovo fidanzato per l’amica single).
- E’ il fascino degli oggetti, dettagli all’apparenza insignificanti che invece plasmano e modificano la percezione che noi abbiamo di noi stessi e di chi ci circonda. E’ il silenzio al ristorante d’élite, interrotto soltanto dal soffice brusio dei pochi avventori e dal tintinnio delle posate sul piatto. E’ la poltrona ergonomica sui cui la madre di Marcello ondeggia a gambe all’aria; è una fotografia sovraesposta, tagliata rozzamente e slightly out of focus. E’ il divano boa, oggetto feticcio delle fantasie sessuali di Ludovica, o le tele di De Chirico, che tanta parte hanno nella ricostruzione iconografica dell’immaginifico del quartiere Eurano- La contaminazione giornalistica ci pare minima, per altro totalmente decontestualizzata dal momento che luoghi, fatti e nomi sono dichiaratamente frutto di un atto di puro estro e mera fantasia artistica. Non si tratta quindi di un’operazione né pedagogica, né di denuncia sociale (*).
Prova evidente della letterarietà del testo, la tipica ambiguità romanzata del cattivo. “O’ Filosofo”è un camorrista di sanguinaria memoria; ma allo stesso tempo è uno studioso illuminato capace di profonda ironia letteraria, un architetto visionario, una personalità carismatica e affabulatrice.
Ciò non significa che l’autore di fiction debba necessariamente prendere posizione contro l’impegno civile, ma soltanto che qui, in questo contesto, la camorra sia da intendersi come semplice pretesto, una delle decine di possibili rappresentazioni del reale a disposizione dell’autore, quale strumento di avvicinamento al lettore (e per attirare il lettore). Un escamotage- Marcello è un autodidatta della ricerca. Si muove rozzamente tra interrogatori surreali, pedinamenti sconclusionati, sopralluoghi improbabili: una moderna telemachia, un viaggio nel dubbio e nel grigio di un’esistenza che si tramuta in uno solo colpo, grazie a (o a causa di) un unico fotogramma passato alla televisione durante un programma di attualità politica, da pragmatica, razionale, comprensibile, evidente, a confusa, insondabile, equivoca, ambigua, ambivalente, metafisica. Il viaggio del figlio alla ricerca del padre, quel figlio che diverrà uomo soltanto dopo aver compreso, ed imparato, ad essere, esattamente, figlio - e padre a sua volta
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Dec 31, 2011 |
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- Re di bastoni, in piedi (33)
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By Francesca Battistella -
Finished on Oct 28, 2011 -
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L’italiano regionale è il paese dei balocchi. Abracadabra.
L’uso regionale delle forme, grammaticali e sintattiche, porta all’esemplificazione di una varietà d’uso che pochi raffronti ha con la letteratura di altri Paesi europei.
Si parla sia di strutture grammaticali intrinseche alla locuzione, e ... (continue ) L’italiano regionale è il paese dei balocchi. Abracadabra.
L’uso regionale delle forme, grammaticali e sintattiche, porta all’esemplificazione di una varietà d’uso che pochi raffronti ha con la letteratura di altri Paesi europei.
Si parla sia di strutture grammaticali intrinseche alla locuzione, e quindi spesso neppure così mediate dalla consapevolezza metodologica (struttura paratattica, utlizzo della relativa), sia di lessico a bassa distanza strutturale con le forme più piene del dialetto, che nell’italiano regionale vengono smussate della loro crudezza espositiva - attraverso il confronto quotidiano con la lingua italiana - mantenendo tuttavia il significato pregnante dell’espressione dialettale.L’italiano regionale è la lingua dei profumi e dei sapori. E’ la lingua della nostra arte culinaria, fatta di ingredienti e materie che tutto il mondo ci invidia. Verdure, frutta, farine, pane, olio, formaggi, introdotti con arte subito al principio del racconto, così da permeare poi - come il profumo del ragù della domenica preparato da mamma, che senti già dal letto, quando ti svegli - tutte le pagine della narrazione.
“Fritto misto all’italiana” (zucchine tagliate finissime, fiori delle medesime, pezzettini di ricotta secca, bocconcini di mozzarella – pastella, uovo, farina e pan grattato – pag 50)
“Verso le due sedettero a pranzo (…). (…) servì la minestra maritata e le salsicce con i friarielli, belli amari e in stagione” (pag 85)
“(…) servì uno splendido babà al rum fatto con le sue mani e mise una bottiglia di limoncello ghiacciata al centro della tavola” (pag 137)
“(…) poi arrivarono le tracchiolelle al sugo spesso e le scarole all’agro” (pag 204)Ma è anche la lingua della della festa rurale, della tradizione del racconto orale, della leggenda e della superstizione religiosa, di cui le carte sono l’emblema.
“(…) girava voce che la proprietaria, una certa signora Cecere, fosse molto brava a fare le carte. Subito le donne di famiglia si erano agitate (…). (…) sarà una vecchia megera – aveva commentato girando lo sguardo all’intorno – già me li immagino tutti e due in quella specie di antro della Sibilla. E poi, agitando le mani nell’aria: abracadabra! aveva esclamato, suscitando ilarità” (pag 193-194)E’ su questo terreno fertile che nasce e si sviluppa la vicenda di Maria Consiglia Cecere, che ha il merito della linearità del giallo ben congeniato e della rappresentazione corale.
Maricò, la protagonista, si muove in un teatro tutto suo, un’umanità varia composta di una vecchia zia secca, incanutita e saggia (e qualche curioso scheletro nell’armadio), tre pensionanti, zitelle e arrapate (jeans aderenti cacciati su a forza, a coprire girocoscia da salumeria, vestiti neri di pizzo e crinoline al sapor di naftalina), un affittuario trapiantato dal lontano Nord (per la serie, al Sud piangi due volte, quando arrivi e quando parti), tutto borbottii, Corriere della Sera e vocali aperte; la sorella Fausta, regina indiscussa della scenata napoletana, col marito Gennaro e i quattro figli maschi, Cavalieri dell’Apocalisse.
E poi, prinicipi caduti in disgrazia, uomini di fatica, portieri, cuoche, fantesche, in una girandola senza capo né coda di voci, colori, profumi, pietanze. Per non dimenticare tutti coloro che non ci sono più ma che in qualche modo vivono ancora con noi: don Cecè e i suoi quaderni sgualciti e forieri di sventura; donna Serena, passata a miglior vita dopo lunga malattia, che ritroviamo, spirito gentile e delicato, nel blu ceramica delle tazzine del caffè e nella cotone inamidato, oramai un po’ liso ai bordi, delle salviette da bagno; e nelle visioni notturne di Maria Consiglia.Non può mancare poi il Bello che Non Balla, lui, il poliziotto senza macchia e senza paura, il figurino che così tanto, che dite?, somiglia a Rodolfo Valentino.
E non può mancare nemmeno, come in tutti i gialli che si rispettino, il vero Cattivo.Perché ci sono cattivi di molte fogge e misure: c’è il tirapiedi del tirapiedi, sempre pronto al voltafaccia, viscido e grassoccio, la faccia pingue e il colorito giallastro, che tanto parla ma nulla stringe. C’è il furbetto azzimato, il politico corrotto, l’immobiliarista senza scrupoli.
E, alla fine, c’è pure quello di cui devi avere, davvero, paura. E’ il male nella sua accezione più pura: ambiguità, buio, ombra, freddo. Assassinio, violenza, sangue, tortura, morte.
Il Male pefetto crogiola nella sua malvagità assoluta vagando nella penombra di stanze che profumano di legno e mobilia di pregio. Avvolto in caldi completi di antica e rinomata tradizione sartoriale, cena con pietanze sofisticate, degne della migliore arte culinaria regionale.
Si circonda, per convenienza, dei peggiori malavitosi, a sue volte vittime sacrificali della sua cupidigia, lussuria, lascivia.
E di scheletro nell’armadio, quel Male lì, ne ha uno vero, altro che i colpi di testa amoroso-adolescenziali di zia Concetta; è uno scheletrino minuscolo, di bambino, che riposa laggiù, in cantina, murato nell’umida muffa del cemento e del laterizio.“Re di Bastoni, in piedi” è una di quelle storie da raccontare ai bambini, alla fine di un lungo pranzo domenicale, quando fuori comincia a far buio; sul tavolo, bottiglie di vino dolce finite per metà, biscotti, zucchero, briciole e tovaglioli ripiegati alla meglio. Dal tinello, il volume basso del televisore, sintonizzato sulle partite di serie A.
Perché c’è tutto: la protagonista, l’eroe, il lupo cattivo, l’orrore della morte, la speranza. Ma c’è anche la verità del reale: un’Italia bella e sofferente; viva e concreta, in perenne mutamento, come la sua lingua. Magia.NB: per approfondimenti rimandiamo i lettori che hanno avuto la pazienza di seguirci fino a qui all’Iliade Napoletana, che tanto ci ha appassiona (a breve, arriverà qualche nota sul terzo, conclusivo volume). A testimoniare la vitalità, e la compresenza di tematiche linguistiche e di soggetto, che caratterizzano tanta parte della letteratura italiana di oggi.
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Oct 28, 2011 |
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Ovvero, appunti sparsi per una lettura da geek.
- E’ che con De Carlo è una battaglia persa in partenza: te ne devi fare una ragione, sperando che ti prenda bene al primo colpo. Se no, so’ cavoli.
Dai primi capoversi puoi decidere che te’ deve pijià er trip della lettura veloce e continua: ti pare ... (
continue ) Ovvero, appunti sparsi per una lettura da geek.
- E’ che con De Carlo è una battaglia persa in partenza: te ne devi fare una ragione, sperando che ti prenda bene al primo colpo. Se no, so’ cavoli.
Dai primi capoversi puoi decidere che te’ deve pijià er trip della lettura veloce e continua: ti pare cosa buona&giusta, visti i titoli, lo spazio temporale ristretto in cui si svolge l’azione, il periodare contrappuntistico che hai intravisto tra gli incipit, la fruizione del testo; tutte quelle cose lì.
Però poi succede che a metà strada il testo rallenta, interrotto da intere sequenze dialogo-dilogo. Così a mano a mano ti accorgi, piccolo brivido e sorriso ebete alla Vispa Teresa, che qualcosa non torna.
E’ che Sei andato troppo veloce. Sicché, clamorosamente, ti sei perso dei pezzi; no peggio, la trama è ancora lì bella strutturata, non è quello il problema. Il problema sta in tutte quelle robe decarliane, sensazioni, ricordi, immagini, blabla, che non hai proprio raccolto.Solo che hai voglia a tornare indietro adesso, visto che De Carlo è uno di quelli one-way: o te lo leggi bene la prima volta, o via, finito, fumato per sempre, the end e tanti saluti all’effetto sorpresa (sempre che di effetto sorpresa si voglia parlare, su un De Carlo diciamo, ma ne discuteremo più avanti). Così allora, memore della sòla di cui sopra che ti sei beccato, diciamo, con la lettura di Durante, stavolta ti armi di impegno convinto; maniche arrotolate, occhiali e piglio da duro, sfoderi una pazienza da letterato che neanche su un incunabolo del ‘500 e ti metti lì, a conservare le parole, a centellinarle con dovizia, a vivisezionarle, roba che alla Temperance “Bones” je fai un baffo. Lettura lenta, scrupolosa, frazionata, accurata, da filologo incallito e, diciamocelo, pure un po’ geek. Mai avessi scelto strada peggiore. Arrivi ai dialoghi impreparato, in carenza di ossigeno, e quelli ti si rovesciano addosso troppo veloci, tutto d’un fiato, creando quell’effetto-sceneggiatura del “dice / non dice” che ti sfalsa la comprensione del testo e ti fa gridare allo scandalo. Sacrableu!
E quindi? E quindi niente.
Il perché di questa digressione/riflessione.
Perché significa porre in qualche modo le premesse per una lettura critica che nel caso di De Carlo, a parer nostro s’intende, non può dirsi tale se non ricondotta all’estrema analisi del testo, del linguaggio e delle modalità di lettura. Perché tanta parte del “meraviglioso” o dell’ “orribile” con cui anche sul web ci si dichiara pro o contro l’ultima fatica decarliana è dovuta, a nostro avviso, proprio alle modalità di fruizione del testo. E’ facile scivolare sul De Carlo, insomma, basta poco perché si sta sempre appesi a un filo – analisi del testo a far da riflesso puro, vivido, evidente, al contenuto.
Detto questo, arriviamo a un breve appunto sulla presunta “originalità” del testo su cui tanto si dibatte. Il personaggio maschile di ADC difficilmente potrebbe essere “originale” in senso stretto. Questo perché De Carlo dipinge il suo tempo e ciò che, nel bene e nel male, lo rappresenta. E così ci ritroviamo tra le mani il classico quarantenne belloccio all’apparenza inconcludente, svogliato, mal assortito, dimentico delle responsabilità della vita adulta - una vaga aria presuntuoso/arrogante che salta al naso. Dall’altra, tutta la serie di figurette belle in fila, soldatini della modernità: Stefano, lui, il Sicuro, il Mai Indeciso, l’Uomo che Tutto Sa, dopobarba di marca e boxer inamidati. Peccato che sia solo scena, ma fa niente.
E, detto tra noi, neppure Claire, e l’armata brancaleone delle “colleghe” comprimarie, ci fanno una bella figura. Lavoro sì, lavoro no, figli si, figli no, matrimonio sì, matrimonio no… (aho’, ‘a Ccchiara, datte ‘na mossa che stamo a fa’ notte) . Ma così è. Sia nel libro, sia ogni mattina in metropolitana.
Un ultima nota. La Milano di De Carlo. C’è che è sempre bella, anche nella sua bruttezza cementifera. E’ bella nel sole torrido e irrespirabile di agosto, è bella a Novembre sotto la pioggia, è bella quando nevica, è bella, di manzoniana memoria, quando il cielo è blu. E questo De Carlo secondo noi lo sa, se no non ci prenderebbe così tanto impegno nel descriverla. La liquiderebbe in due parole, via, nel cassetto, dimenticata, come tutte le cose non-interessanti. E’ che Milano ti fa fare quello che vuole lei (come De Carlo con la lettura).
Conclusione di questo post inconcludente. L’uomo ondeggia. Di qui, di là; tra paure, improvvise consapevolezze, indecisioni, timori, incertezze, città nuove in cui ricominciare, luoghi del passato da ricordare, da dimenticare, da ritrovare; alla costante ricerca di una chiave di lettura per la realtà che lo circonda (lettura veloce, lenta, frazionata, continua… istintiva, mediata… chi lo sa). D’altra parte, questo esperimento di metatesto l’ha fatto pure Viola Di Grado, no? Con tutte le differenze del caso, ovviamente.
Via, alla fine consentiteci una citazione da classicisti – quel gran furbone di Seneca mica ci era andato tanto lontano, a rifletterci sopra.
http://it.wikipedia.org/wiki/Animum_debes_mutare_non_ca… -
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Oct 9, 2011 |
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- Settanta acrilico trenta lana (1166)
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By Viola Di Grado -
Finished on May 2, 2011 -
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This comment contains spoilers! *** -
Abbiamo riflettuto parecchio, su questa Viola Di Grado. Ce la siamo letta e poi riletta, e le abbiamo sperimentate un po’ tutte perché proprio non capivamo, al principio, come affrontarla.
Come ovvio abbiamo iniziato con una lettura silenziosa; poi però una strana urgenza di ascoltare il suono limpi ... (continue ) Abbiamo riflettuto parecchio, su questa Viola Di Grado. Ce la siamo letta e poi riletta, e le abbiamo sperimentate un po’ tutte perché proprio non capivamo, al principio, come affrontarla.
Come ovvio abbiamo iniziato con una lettura silenziosa; poi però una strana urgenza di ascoltare il suono limpido delle parole ci ha sospinto verso una sillabazione a voce sommessa (ma chiaramente udibile da altri).
Da qui è venuta come naturale la lettura comunitaria, una sorta di reading pubblico tra scrivanie, giusto per mostrare ai colleghi che proprio totalmente pazzi non eravamo e che non era vero che da 48 ore stavamo parlando da soli, mangiandoci le unghie, chini su un libro sgualcito in copertina arancione.
Al principio, era di giorno; poi però, come ovvio, di sera e pure di notte. Sul tram e a casa, sdraiati sul letto. In cucina, alle 7 di sera, in piedi vicino al piano cottura, a far l’aerosol con i vapori del brodo di verdure.
Tutto normale.
Epperò, c’è che qualcosa funzionava, sì, cominciava a decollare. Ma qualcosa ancora no, un bruscolino leggero, movimento impercettibile, nevrastenico. Allora, spazientiti e irritati, quasi inconsapevolmente abbiamo provato a mescolare le carte.Di giorno - ma con le serrande abbassate e l’abatjour del soggiorno accesa.
Di notte - sul balcone della cucina, con sigaretta, superalcolico e anti zanzare, anche se faceva così freddo che le zanzare erano morte tutte.
In gruppo - ma con un tono di voce così sommesso che il tipo della scrivania in fondo continuava a dire che non si sentiva niente e se continuavamo così allora era tutto inutile.
Da soli - ma a voce così alta che quelli nell’altra stanza irrompevano a suon di sshh con cipiglio da duri e occhio spiritato. (*)E così, finalmente, qualcosa si è mosso.
Il libro fa fastidio; Camelia è irritante, depressa, borderline, maleducata, perversa e anche un tantino sciocca, suvvia. E poi abbiamo il sospetto che sia carente anche dal punto di vista dell'igiene personale.
Livia, la mamma di Camelia, fa impressione soltanto a immaginarla, smagrita, sporca, gli occhi fuori dalle orbite. Leeds pare un immondezzaio, una discarica a cielo aperto. Wen&brother, due psicopatici da antologia. Il fantasma del padre di Camelia, un giornalista talentuoso, adultero e svampito, che piuttosto di apparire borghese riempie la casa di polvere e buio e poi cade nel più banale dei cliché (borghesi) scopandosi la collega di turno, e non si capisce perché, vista la moglie che si ritrova.
Per di più. Queste persone parlano ma se parlano si capisce poco di quello che dicono. Se ti va male, non parlano neanche e ti devi affidare al corsivo di un penso-non-penso che ad andargli dietro ci perdi il sonno.E' questione che il disagio, per capirlo, ed evitare di giudicarlo (sia a livello intrinseco, immedesimazione e compatimento – nel senso latino del termine – sia estrinseco, a livello di analisi su forma, stile, grammatica e sintassi), te lo devi vivere nel tuo ruolo di lettore consapevole.
E te lo vivi scardinando le dinamiche di fruizione del libro: dall’interno dell’esperienza stessa della lettura, vedi sopra (*), e dall’esterno, ovverosia attraverso l’approccio al linguaggio.Facile facile, sistemarsi lì, una bella copertina rigida rilegata, un divano, una tazza di tè speziato, abatjour e plaid - e l’idea di avere di fronte a sé ore e ore di lettura, immense, interminabili, e un testo di quelli in cui “succede qualcosa” e allo stesso tempo, “non succede niente” di non preventivato.
Peccato che la formula non avrebbe funzionato neanche a costringerla, perché non avrebbe eliminato quella percezione distorta che il lettore talvolta ha di se stesso, dell’essere spettatore, passivo e distaccato, dell’esperienza altrui; a favore, invece, non di una immedesimazione che, visto il caso particolare, sarebbe risultata quanto mai imperfetta e parziale, ma di un com-patimento (cum / patior = condivisione della sensazione) che avvicina ma non unisce, in una perfetta simmetria di linee parallele, ed elimina il giudizio.
Ed ecco la questione del pensiero in negativo che tanta parte ha preso sul web, del non ci è piaciuto perché è un libro “strano” che non si sa dove voglia andare a finire (Cielo, se è per quello, non è che abbia neppure un vero inizio, effettivamente, oltre che non avere una "vera fine") e che è “difficile” da leggere.L’idea è quella del remare contro, ma in completa leggerezza, sospinti, come aquiloni, dal vento freddo del Nord. E di nuovo, contro - e dentro e fuori dal testo.
Camelia è una rematrice furibonda, assomiglia a suo padre più di quanto essa stessa non voglia ammettere. Rema contro l’omologazione giovanile, rappresentata in questo contesto particolare dal mondo del Fashion e, come dire, dell’ Interior Design e del Finger Food; moda fatta a pezzi, vivisezionata brutalmente, violentata, stuprata, con l’ausilio degli strumenti più appuntiti in commercio: taglierini, forbici, punteruoli, aghi, ferri da calza, che tuttavia, accanto alla pars destruens, ne apportano un'altra, costruens, fatta di una tal bruttezza scintillante e assoluta da sembrare quasi (e qui LadyGaga docet) icona di stile (memorabile il vestito di lana grigia, utilizzato durante uno di quei mesi di Dicembre che assomigliano più a un Marzo inoltrato, con i sacchetti di plastica della spesa cuciti alla bell’e meglio in posizione gluteo); arredamento minimale, sciatto, trascurato; sporcizia, luridume, ombre, buio, muffa, scarti di cibo avanzato, incrostazioni su piatti abbandonati, fastfood decadenti.
Rema contro la precarietà del lavoro, fatta di contratti a termine (ebbene sì, anche nella prospera Inghilterra, vedi mai che l’Italia belpaese sia più vicina di quanto si pensa), offerte di impiego sgangherate e datori di lavoro assolutamente improbabili (eppur così reali).
Rema contro la televisione ad ogni costo, di fronte alla quale Livia si abbandona, apatica, indifferente ad ogni contenuto e ad ogni, eventuale, personalizzazione del mezzo; contro le major cinematografiche e le favole a lieto fine (il dvd sempre diverso che in un perverso gioco di specchi, nei momenti meno opportuni appare e scompare dentro e fuori la custodia del presunto film islandese più e più volte noleggiato).E soprattutto, rema contro la parola decodificata, sempre simile a se stessa e per questo oramai scevra da ogni significato intrinseco, vittima di quella bulimia, tutta contemporanea, da social network e web addiction: linkedin, twitter, facebook, 4squares. Numero contatti, numero amicizie, numero libri letti, numero pagine visitate, numero caratteri digitati. Ad essa contrappone l’identità univoca dell’ideogramma, pura nella sua essenza, imprescindibile nella sua creazione grafica.
A fare da contrappeso alla presenza fisica dell’ideogramma, che a mano a mano che la storia procede, acquista evidenza sempre più formale e fisica (fino a farsi impronta di sangue sul corpo), c’è l’idea della totale, e incontrovertibile, interpretazione soggettiva della realtà, osservata e ricreata attraverso lo specchio deformante di quella che a poco a poco prende la forma della malattia mentale. Un Dicembre infinito, che si autogenera, riproduce e collassa su se stesso senza soluzione di continuità, in un tripudio di giorni, ore e minuti reali, immaginati e fasulli. Un silenzio di tempi, luoghi e parole che è linguaggio visivo – ma, a questo punto, ci chiediamo, fino a che punto reale, o soltanto immaginato.
Allo stesso modo, realtà dei fatti o parto di un’immaginazione distorta, il deserto polveroso della casa abbandonata, che tuttavia prende vita nei momenti schizofrenici di Camelia, euforia e ottimismo che preludono alla caduta ciclica nel vortice della depressione: da sotto le macerie riappaiono così un laptop, dei dvd – siamo sicuri che la ragazza noleggi sempre lo stesso? Perché mai, allora, ne trova all’interno sempre uno diverso? - musica, un telefono cellulare, volantini pubblicitari, giornali, la tv, la radio, un orologio appeso al muro; oppure la depressione di Livia, visto che poi, quasi senza che Camelia se ne renda conto, la donna ricomincia a vivere e a sperare, come se mai, dal mondo, si fosse realmente separata; o, ancora, il presunto voltafaccia di Wen, che più che un voltafaccia crudele e demoniaco sembra la richiesta di aiuto, timida ed educata, di un giovane uomo alle prese con qualche problema di troppo; e il ritardo mentale del fratello Jimmy, che, più che affetto da un concreto problema comportamentale, pare solo un giovanotto grande, grosso, ignorantello e pure un po’ opportunista, diciamocelo; e che dire del damerino Francis (ah, Parigi, la patria dell’Amore e della Felicità Coniugale…), BigJim pluripalestrato che incarna agli occhi di Camelia, guarda un po’ che caso, tutto ciò che il padre defunto non è mai stato, né da vivo, né da morto: WASP, bello, ricco, sorridente, integrato, depilato.
Tant’è che gli appigli razionali di Camelia sfuggono uno via l’altro, lenti e inesorabili, come acqua che gorgoglia e scivola nel buco dello scarico della vasca da bagno, paralleli al climax della storia: nelle ultime pagine una Camelia oramai totalmente dissociata da se stessa, con indosso un improbabile completo tailleur bianco della madre (le scarpe di due numeri in più), ricoperto di sangue (no, un momento, ma siamo proprio sicuri, che Camelia sia davvero vestita così? Perché Francis e Livia sembrano non accorgersi per nulla, di questa mise improbabile che però include - magicamente - il telefono cellulare nella tasca della giacca?), vaga per le vie di una città fantasma in cui tutti, pare, presi dal sacro fuoco dell’amore e della vita, non fanno altro che baciarsi, abbracciarsi, ridere e celebrare l’amore per l’umanità e la terra (e l’ombrello di Camelia, che dovrebbe ripararla dal vento di Dicembre – ma quale Dicembre, se il giorno prima aveva nuotato con Jimmy, in costume da bagno, fino alla grotta segreta; ma quale Dicembre, se le persone intorno a lei indossano con incredibile nonchalance bermuda e ciabattine primaverili – vola via… ma dove lo aveva preso, dicevamo, l’ombrello??).Si parlava, in redazione, di identità autoriale massima. Ancor una volta ci riappropriamo di quello che è caratteristica fondamentale, e intrinseca, del nostro website: l’idea di una lettura consapevole.
Al di là della questione tutta opinabile, perché soggettiva, della trama e della scelta dell’argomento trattato, (la “recensione” vera e propria è questione che, come più volte ribadito, ci interessa di rado), ci preme sottolineare l’aspetto oggettivo, ovverossia, l’approccio alla lettura. La validità dello stile e, in senso lato, dell’utilizzo della lingua (che si fa anche metatesto e interpretazione, come specificato sopra) è incontrovertibile, e ancor più notevole perché nasce e vive in un mondo di esempi letterari, quale quello proprio di diversi testi contemporanei, soprattutto stranieri, più vicini alla sceneggiatura cinematografica che ad un vero e innovativo approfondimento sulla lingua.E' che a noi, filologi impenitenti, la lingua italiana piace. In tutte le sue sperimentazioni; e pensiamo che valga la pena di essere approfondita, sempre e comunque.
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May 5, 2011 |
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E’ difficile riflettere sulla Silvia Avallone. Primo, perché ne hanno parlato tutti. Sicché, è una di quelle cose che se la leggi, devi per forza averne opinione e se non e l’hai risulti pure antipatico.
Secondo, perché prima di decidere, in via definitiva, se ti è piaciuta o no, vorresti parlarci, ... (continue ) E’ difficile riflettere sulla Silvia Avallone. Primo, perché ne hanno parlato tutti. Sicché, è una di quelle cose che se la leggi, devi per forza averne opinione e se non e l’hai risulti pure antipatico.
Secondo, perché prima di decidere, in via definitiva, se ti è piaciuta o no, vorresti parlarci, con la Silvia, e domandarle un po’ di questioni che, altrimenti, rimarrebbero (e dunque rimarranno) insolute.Sul Frecciarossa Milano-Torino, in occasione del Salone del Libro 2010, ci eravamo imbattuti, come già raccontato a proposito di “Durante”, in un paio di insiders; imbattuti è parola grossa, visto che praticamente tutta la carrozza era popolata da bibliofili di ogni genere e grado – avrebbe fatto scalpore se avessimo accennato all’incontro con qualche normal people – ma tant’è.
Comunque, mentre si discuteva del più e del meno, eccolalà, a venir fuori proprio la Silvia Avallone del Premio Strega. Anche qui, adagi contrastanti, tra i convinti sostenitori della detrazione a tutti i costi (letteratura “moderna” alla Moccia, prodotto commerciale, egemonia del marketing) e quelli che invece ma no c’è del buono.
Un’ora e venti di viaggio e risultato pari a zero, un sonda e risonda sintassi e significati calibrando gli interventi citando De Carlo et alii come si affrontasse una conferenza con tanto di powerpoint; roba che siamo arrivati a Torino Porta Nuova con un mal di testa che neanche l’ibuprofene.
Questo per sottolineare di come sia operazione praticamente impossibile, per alcuni testi, arrivare ad un punto di accordo; querelle deleteria, per altro, in alcuni casi – ché se si affronta la questione sul serio magari a una conclusione si arriva pure, rischiando però di perdere per strada il senso intrinseco, “particolare”, del testo.Quindi, ci riappropriamo del “CONCEPT” del nostro website (come direbbe il padrù del pub qui sotto la redazione – ché se non c’è “concépp” [sì, con l’accento sulla “e”] le tue foto non te le mette in esposizione, puoi piangere e strapparti i capelli, a nulla vale), che ci rende così orgogliosi della nostra armata Brancaleone, e vi parliamo non di come dovreste porvi, nei confronti del libro, o di come ci siamo posti noi, ma di COME dovreste leggerlo, per trarne il meglio. Poi, a ognuno le proprie riflessioni, che, se volete, potremo condividere.
First of all, la lettura; hai voglia a dire che è un libro facile “che si inizia e finisce in treno"; anche sì, è vero, ma è perché non potresti fare altrimenti.
Spieghiamo. Lettura continua e veloce, perché altrimenti ci perdi il senso, dato dalla velocità dell’azione che è concentrata in pochi giorni, pochi momenti, pochi luoghi.
La questione teorica della “facilità di lettura” va contestualizzata prima di essere giudicata. Ci sono letture veloci determinate dallo stile, altre determinate dalla trama.
Qui siamo al punto B: se aspetti troppo a sapere cosa succede ad Anna&France, tempo due giorni e non ti ci raccapezzi più, come se entrassi al cinema a spettacolo già iniziato e poi uscissi dalla sala ogni tre per due perché ti squilla il cellulare.
Tant’è che in questo caso lo stile denso fa da contrappeso. Lettura veloce sì, ma accurata – e come sappiamo la lettura veloce e attenta è una bestiolina da trattar coi guanti di velluto - ché sennò ci perdi il prossimo bullet point.
Lo stile. E qui ci siamo, a questa sintassi complessa, scivolosa, da leggi e rileggi. Tutta colpa sua, se vogliamo andar veloci e non ci riusciamo. Perché l’aggettivazione onnipresente (e per altro – ci mancasse ancora qualcosa per rendere il tutto più complicato - ossimorica, a chiasmo, per non parlar di sinestesie), fa da freno all’azione e ci costringe a tornare indietro a ripescar immagini e suoni; i numerosi paragrafi descrittivi, poi, ci impongono ritmo del pensiero e fotografie accurate che occorre imprimersi bene nella memoria, se si vuole andare avanti con continuità.Parliamo di punto di vista interno multiplo, che, pur rischiando di livellare le questioni di personalità (a cui poi torneremo), ha il merito di donare una certa varietà di pensiero e interpretazione.
Questi due punti, approccio sintattico e stilistico e adozione del punto di vista interno multiplo, lavorano in sincronia e offrono al lettore un testo svincolato da immagini stereotipate da riduzione cinematografica e dai più tipici romanzi YAs in cui prevale la struttura a dialogo che molto ha a cui spartire con la sceneggiatura.Detto questo, tutto ci può stare.
Piombino che non è Piombino, che è invenzione ma anche la parte per il tutto, sineddoche di concetto tra il luogo particolare, di fantasia, e la più vera provincia industriale italiana - prima domanda per l’autrice;
L’italiano medio dell’uso assurto a lingua del dialogo e del quotidiano; un qualcosa di tradotto, verrebbe da dire, “purificato” dall’italiano dialettale – attenzione – stiamo parlando non di dialetto puro, ma di italiano dialettale, ovverosia di varianza regionale (pare uguale e non lo è) - seconda domanda;
La realtà dell’esperienza giovanile, che sembra tanto paradossale e stereotipata da sembrar quasi inventata (indifferenza verso la politica e la società; la droga, il lavoro infame, la serata in discoteca tra sballo e sesso facile; gravidanze a 18 anni, padri che malmenano le figlie, il ruolo della donna) – terza domanda.
Noi ci focalizziamo su Anna&France, queste due creature limpide e preziose, gambe lunghe e ginocchia aguzze; finalmente due anime come tante, pescate a caso in quel mare nostrum popolato da tante giovani adolescenti che, per chissà quali meriti, spesso non propri, si trovano a vivere vite da sogno, esperienze sovrannaturali tra magia, licantropi, vampiri e fenomeni post-mortem, di dubbia origine e qualità. Anna&France non sono nessuno – e non si aspettano niente da nessuno. Nulla le salverà, né il vampiro buono, né un angelo arrivato dal cielo. Alessio, il fratello di Anna, non tornerà dalla morte. E neppure tornerà dal mondo di silenzio e buio la mamma di France, alienata dagli psicofarmaci. Anna&France, la loro vita, dovranno viversela tutta di colpo, da sole, per strada, senza il facile escamotage della vita ultraterrena o del “deux ex machina” del fenomeno paranormale. Chapeau, ci vien da commentare. -
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Apr 18, 2011 |
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Villa Metaphora
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Ovvero, delle corrispondenze. Curioso che negli ultimi periodi la letteratura rifletta spesso sul tema che stiamo per analizzare – quello del “reality show” - quasi che il sentimento dominante sia un certo qual “sentirsi in gabbia” dovunque e comunque, che come inevitabile conseguenza conduce all'ap ... (continue)
Ovvero, delle corrispondenze. Curioso che negli ultimi periodi la letteratura rifletta spesso sul tema che stiamo per analizzare – quello del “reality show” - quasi che il sentimento dominante sia un certo qual “sentirsi in gabbia” dovunque e comunque, che come inevitabile conseguenza conduce all'approccio psico-socio-geografico nel tentativo di risolvere la questione (leggi: uscirne vivi e in salute). Perché la formula è, incredibilmente, sempre la stessa:
- prendi un gruppo di individui, meglio se di classi sociali differenti,
- rinchiudili all'interno di uno spazio ben definito,
- crea un bel diversivo che irrompa nella routine quotidiana con la stessa violenza di una molotov lanciata a tutta velocità:
- e vedi cosa succede.
Molto prima c'era stato JGBallard, con due opere della maturità, meno fiabesche e più consapevoli malgrado l'ambientazione ai limiti della fantascienza: "SuperCannes" e "Il Condominio". Da ultimo, Aravind Adiga con il suo “L'ultimo uomo nella torre”.
E poi arriva DeCarlo, con Villa Metaphora.
Quattordici personaggi, di varia caratura sociale e morale, professione, cultura etcetc ospiti - ma anche dipendenti - di un lussuoso resort abarbicato sulle coste impervie di un isolotto immaginario perso nel Mediterraneo più estremo, ultimo baluardo a difendere l'Italia dall'Africa e raggiungibile solo via mare.
DeCarlo ne ha per tutti (al pari di AAdiga): c'è la stella del cinema holliwoodiano, bella, giovane, talentuosa, intossicata da alcool e pasticche; c'è uno dei più alti rappresentanti del gotha finanziario mondiale che attende, leone in gabbia, il verdetto che segnerà il suo destino, a seguito di un gravissimo scandalo sessuale di cui il pluridecorato professionista s'è consapevolmente macchiato. C'è un distinto, anziano e malato imprenditore del Nord, accompagnato dalla moglie fedele, a rappresentanza di quella borghesia italiana “all'Agnelli” che tanto ha influenzato l'economia e la società italiana dal dopoguerra agli anni Ottanta. E diversi altri ospiti che vi lasceremo scoprire da soli. C'è pure il cuoco dalla fama internazionale, curriculum di prestigio e stipendio a sei zeri, celebrato esponente di quell' “estremismo gastronomico” che tanto impazza tra i vip; per non parlare della manager del resort, giovane autoctona fuggita anni prima sul continente dopo aver ripudiato luoghi d'origine e affetti, alla ricerca di se stessa e di un affrancamento sociale, o del falegname-artista, una figura maschile tipica e quasi sempre presente nella letteratura decarliana. Anche qui, diversi i personaggi che lasceremo al vostro studio.
Insomma, ce n'è per tutti (noi), perché sono chiare ed evidenti le corrispondenze tra il personaggio che vive all'interno del romanzo, contestualizzato e particolare, e il suo alter ego che, dall'esterno della realtà quotidiana, in esso si rispecchia. Se la starlette americana rappresenta una tipica gioventù - made in USA ma in rapida espansione pure nel vecchio continente - talentuosa anche, ma inficiata da un ego ipertrofico, parto deforme di quel “tutto subito” tanto caro al mito del selfmade americano, neanche a dire quale sia l'immagine che il banchiere tedesco senza scrupoli ci rimanda dallo specchio fatato della pagina decarliana. Cosa ci manca poi, la politica? Voilà, ce l'abbiamo: ecco a voi l'italianissimo onorevole di turno, un bel giovanotto di grandi speranze, un WASP de no' artri che più provinciale di così non si può (uh, le sentiamo quasi, le sue vocali aperte da bravo lumbard, ancora lì, belle presenti nonostante i corsi di dizione): lo vedete in tutto il suo splendore, intento nell'azione di lavarsi la mano destra con la sinistra autogiustificando la propria condotta pubblica e privata e adducendo, come fine ultimo dell'azione, il Bene Patrio.
E così via, in un continuo gioco di rimandi bidirezionali e concatenati. Per dire, ne peschiamo uno a caso: Lara, madre irlandese e padre italiano, aiuto-scenografa capitata per caso sull'isolotto a seguito dell'attrice di cui sopra conosciuta sull'ultimo set cinematografico, è alla ricerca incessante di se stessa e delle proprie origini, in contrapposizione non solo alla giovane e pluripremiata attrice ma anche a Lucia, la manager scappata sul continente, e poi all'estero: lei che delle proprie origini ad un certo punto non ne ha voluto sapere proprio più nulla; lei, innamoratasi poi del bell'architetto di fama internazionale, autore del progetto e della realizzazione del resort, tutto muscoli di palestra, abiti taylormade e tecnologia ultimo modello, che a sua volta non possiamo non porre a confronto con il falegname-artista che vive di lavori precari e che di necessità ne ha poche o nessuna (evoluzione, per altro, del personaggio di Durante, degno erede, sìsì, di quel Guido Laremi là, esponente estremo della categoria “maschio decarliano – romanzi della gioventù”).
Per ogni personaggio, uno specifico stile narrativo, appena ammorbidito dallo stile decarliano, sempre riconoscibile nonostante le varianti. E così abbiamo: la lingua colta, raffinata, liquida e leggera dell'imprenditore del Nord; lo stream of consciousness lumbard dell'onorevole di spicco, che non rinuncia alla verve del comizio neanche quando parla con se stesso allo specchio del bagno; il francese melodico e controllato della giornalista in incognito, che a sprazzi tuttavia cede al sentimentale e all'emotivo, e infine il registro forse più riuscito, quello di Carmine, il marinaio tuttofare che parla una lingua artificiale autoctona credibile e immediata nella sua finta semplicità.
Sono tanti i temi trattati da DeCarlo, che affida a questa sua diciassettesima fatica letteraria una urgenza comunicativa evidente ad ogni pagina. Il reality show inizia qui, nel momento in cui, per motivi vari che chiaramente non anticipiamo, allontanarsi dall'isola sarà difficile, se non impossibile, in un crescendo di situazioni disagevoli sia psicologiche sia, soprattutto, pratiche, che faranno virare la storia dal farsesco della satira sociale al catastrofismo. DeCarlo insomma scende nell'arena e forse per la prima volta si misura con la realtà esterna, tralasciando per un momento quella visione dell'esistenza così intimista che caratterizza la maggiorparte delle sue opere.
Quel che ne esce è un'analisi della realtà, profonda ed equilibrata, che tocca gli aspetti più caratterizzanti della vita moderna e del disagio che essa porta con sé, sia a livello individuale, sia collettivo e sociale.
Un'opera “per giovani” dunque – target forse rivoluzionario per DeCarlo – che tuttavia non scade mai nell'epidittico. Si tratta piuttosto di una serie di riflessioni personali che DeCarlo, attraverso il pretesto del romanzo, ha avuto il merito di saper codifcare e plasmare, ad uso e consumo di quanti vorranno affrontare la fatica di queste 900 pagine scritte fitte: il successo sociale, per esempio, identificato nella persona (personaggio) del divo chiacchierato, bello e dannato, del potentissimo banchiere, dell'imprenditore, del selfmade men di foggia americana, del politico di chiara fama; oppure l'utilizzo dei social networks, che DeCarlo mostra di conoscere alla perferzione nonostante la sua fama di scrittore refrattario ad alcuni di questi specifici strumenti di comunicazione moderna, che per certi versi frammentano l'attenzione, scardinano dal profondo le regole sostanziali che differenziano la comunicazione privata da quella pubblica, e creano dipendenza. Oppure ancora, l'utilizzo di forme d'arte e di stili di vita che, sicuramente mutuati dalla realtà dell'esperienza umana, delle origini non conservano che poche gocce di succo annacquato (si va dall'estremismo culinario del cuoco di gran fama volto a denigrare l'esperienza carnale dell'assunzione del cibo – alla quale, inevitabilmente, si tornerà - fino all'esasperazione per il culto del corpo, in un tripudio di orientalizzazione della fatica fisica che poco aiuterà nel momento del bisogno, perché così disgiunta dall'essenza della materia).