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Apr 22, 2013 |
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Apr 7, 2013 |
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Harmattan
***This comment contains spoilers! ***
RECENSIONE PUBBLICATA ANCHE SUL BLOG "DUSTY PAGES IN WONDERLAND"
A volte mi capita di provare simpatia per un determinato autore: personalmente, ho un debole – forse lo avrete anche capito dalle mie recensioni – per gli esordienti che decidono di autopubblicarsi, avvalendosi degli ebook e ... (continue)
RECENSIONE PUBBLICATA ANCHE SUL BLOG "DUSTY PAGES IN WONDERLAND"
A volte mi capita di provare simpatia per un determinato autore: personalmente, ho un debole – forse lo avrete anche capito dalle mie recensioni – per gli esordienti che decidono di autopubblicarsi, avvalendosi degli ebook e similia. Li trovo infatti coraggiosi, e la fiducia che dimostrano nella loro opera è una vera e propria boccata di aria fresca. Perdonatemi, sono umana anch'io.
Il problema sorge quando, a queste doti, non sempre si accompagna un romanzo di buon livello, pieno di difetti che, al momento di tirare le somme, rischiano di sommergere i pregi presenti. Il rispetto per l'autore rimane immutato, e forse proprio per questo il compito del recensore diventa più difficile. Ma non si può fare altro che raccontare le proprie impressioni di lettura, seppur negative, senza nulla togliere a chi ha versato lacrime e sangue per quel lavoro. E' il caso che mi è capitato con “Harmattan” di Liliana Marchesi.
Mia sta per diplomarsi: a sorpresa, i suoi apprensivi genitori decidono di regalarle un viaggio per il diploma. La ragazza non sa che destinazione scegliere, così prende un mappamondo e decide a caso. Il suo dito si poggia sul Mali.
Già il giorno dopo essere arrivata, Mia fa una nuova conoscenza: Diego, un ragazzo che sta girando un documentario sulle usanze del luogo. In base ad un malinteso – il ragazzo crede che lei sia una fotografa – i due girano insieme il paese. Poco male, perché entrambi sviluppano una certa attrazione per l'altro.
Tra le varie tappe, Diego si diletta a raccontare alla sua accompagnatrice delle storie locali. In particolare, le vicende di due tribù contigue, i Kallem e i bellicosi Sogon. L'unione dei due popoli – uno rappresentante della magia bianca, l'altro di quella nera – dà vita all'Uculé, essere praticamente immortale. I Sogon vorrebbero avere il controllo sull'Uculé per i loro sporchi fini, ma per generazioni il piano è sempre fallito: l'essere è sempre stato donna. Ma che succederebbe se nascesse un maschio?
Mia conoscerà presto la risposta: attraverso Essien, un giovane che farà da subito una fortissima impressione sul suo cuore. Però lui non è un ragazzo qualunque: è l'Uculé. Attratto dal sangue nero della sua parte Sogon, soltanto una persona può scongiurare il pericolo e allo stesso tempo dargli un'erede: l'Ambra. Mia, ovviamente.
Cosicché la nostra, che fino ad una settimana prima nemmeno conosceva il Mali, si ritrova in mezzo ad antiche leggende, ed il suo crescente amore sia per Essien che per Diego. Ma saranno ben più ardue le prove che dovrà affrontare...
Dispiace dirlo, e dispiace dirlo così, praticamente ad inizio recensione, ma “Harmattan” parte già svantaggiato con la trama, poco originale. Tantissimi cliché tipici del genere – fantasy, o come lo si chiama ultimamente paranormal romance - vengono seguiti alla lettera: dalla Prescelta, la cui vita viene legata indissolubilmente a colui per cui provava da sempre un fortissimo interesse, per passare al protagonista maschile, immortale e tentato dalla sua parte più oscura, fino alla stessa impalcatura del romanzo, costituita dalle numerose prove che la coppia deve affrontare, ultimo ma non ultimo un altro pretendente. E' molto facile, durante la lettura, capire cosa accadrà nel breve e lungo termine – vedi il finale.
“Harmattan” mi ha ricordato da vicino un libro, anzi una saga. Sono la prima a dispiacermi del paragone, visto che non sono affatto tra i miei romanzi preferiti, ma la mia sensazione è questa. Sto parlando di “Twilight” di Stephenie Meyer. Non so se la Marchesi lo abbia letto: se la risposta è no, le coincidenze sono impressionanti.
Alcune sono state già accennate, ma non sono le uniche. Diego, ad esempio, è simile a Jacob, rivale in amore (ma neanche troppo) di Edward, il vampiro. E' meno iracondo, ma ugualmente determinato ad ottenere quello che vuole, anche se in realtà sa che non succederà. Inoltre, come il licantropo, ha il compito di spiegare alla protagonista le leggende che presto conoscerà sulla propria pelle.
Questo è il caso più eclatante. Essien non usa le sfumature più inquietanti del suo predecessore, ma in compenso ad un certo punto della storia fa la medesima scelta. Tutto sommato, anche le circostanze che portano a ciò sono molto simili.
Per quanto riguarda Mia, il quadro non è positivo, ma non per eventuali analogie con Bella, eroina della Meyer. E' infatti più coraggiosa di quest'ultima, e pensa di più al benessere degli altri; in particolare di Diego, di cui riconosce di essere la causa delle sue sofferenze e se ne dispiace.
Nonostante questi indubbi pregi, però, non si può dire che sia una buona protagonista: anzi, certi suoi atteggiamenti rischiano di renderla antipatica al lettore. Il primo è che matura poco o nulla per tutta la storia: ci si aspetta che certe sfumature più infantili del suo carattere si attenuino con il suo diventare consapevole, ed invece non è così.
Ad esempio, il costante rimarcare quanto Essien e Diego siano bei ragazzi, anche – e soprattutto – in momenti in cui dovrebbe dedicarsi ad altre questioni. Il punto di non ritorno si raggiunge quando ci pensa persino in gravissimo pericolo di vita!
Altra immaturità: il credere che a bellezza esteriore corrisponda necessariamente bellezza interiore. Certo, la trama non fa quasi nulla per portare prove che dimostrino il contrario, visto che in genere le persone più brutte sono dalla parte sbagliata della barricata. Ci sono delle eccezioni, però, come un uomo sfregiato alleato dei Kallem: la reazione di Mia? Riflettere che se questi sono i buoni, chissà come saranno i cattivi...
Per non parlare poi di, dopo essersi sdilinquita pagine e pagine sul suo Essien – legittimo, per carità – rimbeccare un'amica per essere troppo melensa con il suo fidanzato. Superficialità e l'usare due pesi e due misure: non sono esattamente i criteri ideali per una eroina che il lettore possa apprezzare, ed in cui si possa identificare. Tanto più che tutte e tre queste scene avvengono molto al di là della prima metà di lettura, quindi non sono assolutamente giustificabili (no, nemmeno con la sua giovane età).
Ho accennato all'amore tra lei ed Essien: ecco, spendiamoci sopra due parole. Ora, un conto è due persone che sono legate da una profezia, perciò in un certo senso “costrette” ad innamorarsi. Un altro è che queste persone si conoscano da pochissimi giorni. I loro discorsi appassionati – ma pieni di cliché – perdono quindi un po' di lirismo, se si pensa a questo fatto.
Si può giustificare tutto ciò con la profezia, ma non regge: perché anche con Diego succede la stessa cosa, con l'unica differenza che qui si parla di una settimana. Sono i protagonisti che non hanno un'idea chiara di cosa sia l'amore oppure è Liliana Marchesi che ha messo troppa carne al fuoco?
Lo stile dell'autrice non ha particolari degni di nota, né in positivo né in negativo. Una grammatica tutto sommato corretta; dialoghi che pur non facendo miracoli non sono estremamente implausibili, a parte il fatto che tutti, in Mali, sembrano sapere l'italiano, mentre invece la lingua locale è il francese (che Mia non conosce); frasi semplici e di media lunghezza. Ci sono dei punti che si distinguono in bene – qualche metafora interessante e raffinata – ma anche in male, come la battaglia finale liquidata in sei righe sei.
Difficile dire se Liliana Marchesi abbia margini di miglioramento: forse sì, perché a quello che si legge su internet e nei ringraziamenti sembra una persona disposta a farlo. Nulla toglie che “Harmattan” sia un romanzo decisamente carente sotto parecchi punti di vista, ma chissà, in futuro...