[...] allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d'un prestigiatore nemico? Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogn
... (continue)
[...] allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d'un prestigiatore nemico? Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi e lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d'assenza...Ho visto un quadro a Parigi, or è un anno. Rappresentava una scimmia in un ateliere, con tavolozza e pennelli. Saremmo questo, noi creature di lacrime? Gli scarabocchi d'una scimmia pittrice? Se non pure fantocci in piedi, nel mezzo d'una stanza, moltiplicati da due specchi che si fronteggiano?...
Ci sono stelle morte che brillano ancora perché la loro luce è intrappolata nel tempo. Dove mi trovo io in questa luce, che a rigor di termini non esiste ?
Uno tra i più clamorosi successi letterari degli ultimi tempi è senza dubbio ‘Norwegian wood’ di Haruki Murakami, il maggior esponente – insieme alla Yoshimoto – della letteratura giapponese in cerca di fama nel mondo occidentale. Entrambi ci sono riusciti, pur tuttavia improntando in maniera dive
... (continue)
Uno tra i più clamorosi successi letterari degli ultimi tempi è senza dubbio ‘Norwegian wood’ di Haruki Murakami, il maggior esponente – insieme alla Yoshimoto – della letteratura giapponese in cerca di fama nel mondo occidentale. Entrambi ci sono riusciti, pur tuttavia improntando in maniera diversa il loro approccio con i fruitori dei loro scritti. Se la Yoshimoto propone uno stile poco elaborato e una struttura di pensiero e di tematiche vicine alla quotidianità del lettore, Murakami si è imposto all’attenzione di critica e pubblico con libri come “Nel segno della pecora” e “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” decisamente più orientati verso una scrittura onirica e surreale. Due visioni apparentemente opposte che derivano in realtà da un unico mondo, quello frastagliato e frastornato del Giappone, e che convergono verso un unico obiettivo: la ricerca della spiritualità e dell’interiorità.
Nonostante gli esordi ‘fantastici’, Murakami avvertì a metà degli anni ’80 il bisogno di staccarsi completamente dal background che aveva caratterizzato la sua scrittura e per farlo decise bene di stabilirsi in paesi come la Grecia e l’Italia, luoghi dove ‘Norwegian wood’ ha preso lentamente vita; un libro che si impose fin da subito all’attenzione dell’opinione pubblica, per l’impostazione completamente diversa dai lavori precedenti, e che fece sentire non pochi lettori traditi nelle loro aspettative.
Il romanzo è sostanzialmente una storia d’amore, un libro concreto e tangibile che paradossalmente si presenta come il più introspettivo tra le produzioni dello scrittore. La trama è semplice e inconsistente: il romanzo si presenta come il flashback del protagonista, Watanabe Tōru, che in un aeroporto al suono di “Norwegian Wood” dei Beatles ha modo di rievocare episodi svoltisi qualche anno prima nel periodo universitario e legati proprio a quella canzone. Prende avvio così la “storia dei triangoli”: Tōru-l’amico Kizuki-la sua ragazza Naoko, Tōru-l’amico Nagasawa-la sua ragazza Hatsumi, Tōru-la nuova ragazza Naoko-la compagna d’università Midori, Tōru-la ragazza Naoko-la mentore di quest’ultima Reiko. E così via, in una marea di dettagli che fluiscono e si perdono generando un misto di romanzo-fiume e Bildungsroman nuova maniera, che tuttavia non soddisfa e non lascia nulla. Proprio l’ inconsistenza è sia pregio che difetto del romanzo: è un difetto perché irrita il lettore, che spesso si trova a chiedersi come mai stia perdendo tempo con questo libro, ma anche pregio – in fondo – perché la scrittura si rivela a tratti piacevolmente malinconica: i due temi che persistono, a volte sottilmente a volte apertamente, sono le ombre e la morte. Soprattutto quest’ultima si avverte sulla pelle, perché pervade ogni frase, nella sua articolazione, dall’inizio alla fine. E non è un caso che il libro termini proprio con una postilla dell’autore in cui afferma di aver dedicato il libro ai suoi amici, “a quelli che sono morti e a quelli che restano”.
E’ una sensazione, la presenza incombente ma mai terribile della morte, che non abbandona mai il lettore, accompagnato nel suo percorso dalla musica, che non è solo presente come sottofondo ma diventa spesso la protagonista incontrastata. In realtà questo, che a prima vista potrebbe sembrare un valore aggiunto, si dimostra ben presto come l’elemento più evidente della grave mancanza dello scrittore giapponese che non riesce a fornire il romanzo di una costruzione dei dialoghi decente o di cucire addosso ai personaggi uno spessore psicologico rilevante. Un altro elemento che stride con la presunta volontà di scrivere un romanzo che si inserisca nelle profondità dell’animo umano è la presenza del sesso, mai fine alla costruzione o alla decostruzione di una relazione ma probabilmente piazzato – neanche con tanta arte – qui e là per attirare l’attenzione del lettore nel momento della noia più assoluta. A conclusione, un finale paradossalmente scontato e allo stesso tempo assolutamente improbabile, in realtà in linea con certi avvenimenti surreali del libro: proprio come questi ultimi non regge e non ha senso d’esistere. E’ semplicemente uno di quei finali stesi perché non si sapeva bene come lasciar andare via i personaggi; tra l’altro sembra raffazzonato di tutta fretta, è poco credibile e ancora una volta mi trovo costretta ad usare un aggettivo, inconsistente, che tuttavia stavolta è permeato solamente di accezioni negative.
“Britomarti: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere? Saffo: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte. Britomarti: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accett
... (continue)
“Britomarti: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere? Saffo: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte. Britomarti: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accettare, se stesse e il destino”.
Accade un giorno che, tra gli scaffali di una libreria del centro, emerga il risvolto liscio e bianco di un’opera di Pavese completamente inaspettata. Ad attirare è quel marmo lucido della copertina, levigato e stuzzicante nella sua perfetta immobilità; a completare l’opera di seduzione, si aggiungano le pagine profumate di carta appena stampata. Ma l’esperienza più edificante, neanche a dirlo, avverrà con la lettura: immergersi in questi ventisei dialoghi vuol dire cadere in estasi mistica e riempire gli occhi di una bellezza disarmante.
“Dialoghi con Leucò” si inserisce al di fuori della solita produzione del Pavese, realista e ambientata in campagne e sobborghi americano-piemontesi (“Il compagno”, “La casa in collina”, “La luna e i falò”): nonostante il suo amore viscerale e conclamato per la letteratura americana, lo scrittore stupì pubblico e critica voltandosi a quella greca: un rifugio nel mito che lo pose lontano dalle contingenze della guerra e da quel modello americano che si rivelò poco conforme ai bisogni di interiorità e ricerca personale. Lo scrittore dunque risalì alle fonti del mito classico per rappresentare la sorte infelice dell’uomo (l’opera è intessuta di simboli esistenziali oscuri): non si tratta tuttavia di rielaborazioni dei miti, bensì di ‘estratti’ di quotidianità (alcuni personaggi, non a caso, si chiamano tra loro con nomignoli), volti a renderci gli aspetti umani degli dèi e quelli immortali degli umani.
“Senza mito non si dà poesia”, come lo stesso Pavese scrisse nel saggio ‘Raccontare è monotono’: i dialoghi infatti sono estremamente lirici e si presentano con una struttura poetica, più che narrativa. Le conversazioni tra le figure della mitologia greca che più hanno affascinato generazioni di sognatori presentano contenuti tutt’altro che leggeri, e anche dietro le frasi apparentemente più innocue si cela un contenuto dottrinale di grande valore.
I dialoghi furono scritti tra il ‘45 e il ’47, a pochi anni dalla morte suicida (avvenuta nel ’50): non emerge infatti che un tema fondamentale, la morte, vissuta attraverso tutte le sue sfumature: nel rapporto con la vita, l’inadeguatezza, l’amore, il sesso, la solitudine, gli dèi, il destino, il dolore, la giustizia. Sono dialoghi crudi, quasi ermetici – in una temperie culturale di passaggio che col neorealismo si distaccava totalmente e definitivamente da questa corrente – nei loro botta e risposta che si presentano come massime da assimilare e fare proprie.
“Patroclo: Meglio soffrire che non essere esistito Achille: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi al destino”.
Perché il pensiero della morte scandisce i momenti della nostra vita, e con Pavese questi momenti sono diventati perfetti nella loro immortalità e immobilità. Proprio come quel marmo lucido della copertina.
“Mnemòsine: Mio caro, ti è mai accaduto di vedere una pianta, un sasso, un gesto, e provare la stessa passione? Esiodo: Mi è accaduto. Mnemòsine: E hai trovato il perché? Esiodo: E' solo un attimo, Melete. Come posso fermarlo? Mnemòsine: Non ti sei chiesto perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d'un tratto felice, felice come un dio? Tu guardavi l'ulivo, l'ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva. Altre volte è l'occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver già veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più. Non ti sei chiesto il suo perché? Esiodo: Tu stessa lo dici. Quell'attimo ha reso la cosa un ricordo, un modello. Mnemòsine: Non puoi pensarla un'esistenza tutta fatta di questi attimi? Esiodo: Posso pensarla sì. Mnemòsine: Dunque sai come vivo”.
Letteratura e ideologia
Ideologia e letteratura (Gao Xingjian): **
I colori delle idee (Claudio Magris): ****
Le menzogne della notte
[...] allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d'un prestigiatore nemico?continue)
Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogn ... (
[...] allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d'un prestigiatore nemico?
Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi e lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d'assenza...Ho visto un quadro a Parigi, or è un anno. Rappresentava una scimmia in un ateliere, con tavolozza e pennelli. Saremmo questo, noi creature di lacrime? Gli scarabocchi d'una scimmia pittrice? Se non pure fantocci in piedi, nel mezzo d'una stanza, moltiplicati da due specchi che si fronteggiano?...
Cosmopolis
Ci sono stelle morte che brillano ancora perché la loro luce è intrappolata nel tempo. Dove mi trovo io in questa luce, che a rigor di termini non esiste ?
Norwegian Wood
Uno tra i più clamorosi successi letterari degli ultimi tempi è senza dubbio ‘Norwegian wood’ di Haruki Murakami, il maggior esponente – insieme alla Yoshimoto – della letteratura giapponese in cerca di fama nel mondo occidentale.continue)
Entrambi ci sono riusciti, pur tuttavia improntando in maniera dive ... (
Uno tra i più clamorosi successi letterari degli ultimi tempi è senza dubbio ‘Norwegian wood’ di Haruki Murakami, il maggior esponente – insieme alla Yoshimoto – della letteratura giapponese in cerca di fama nel mondo occidentale.
Entrambi ci sono riusciti, pur tuttavia improntando in maniera diversa il loro approccio con i fruitori dei loro scritti. Se la Yoshimoto propone uno stile poco elaborato e una struttura di pensiero e di tematiche vicine alla quotidianità del lettore, Murakami si è imposto all’attenzione di critica e pubblico con libri come “Nel segno della pecora” e “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” decisamente più orientati verso una scrittura onirica e surreale.
Due visioni apparentemente opposte che derivano in realtà da un unico mondo, quello frastagliato e frastornato del Giappone, e che convergono verso un unico obiettivo: la ricerca della spiritualità e dell’interiorità.
Nonostante gli esordi ‘fantastici’, Murakami avvertì a metà degli anni ’80 il bisogno di staccarsi completamente dal background che aveva caratterizzato la sua scrittura e per farlo decise bene di stabilirsi in paesi come la Grecia e l’Italia, luoghi dove ‘Norwegian wood’ ha preso lentamente vita; un libro che si impose fin da subito all’attenzione dell’opinione pubblica, per l’impostazione completamente diversa dai lavori precedenti, e che fece sentire non pochi lettori traditi nelle loro aspettative.
Il romanzo è sostanzialmente una storia d’amore, un libro concreto e tangibile che paradossalmente si presenta come il più introspettivo tra le produzioni dello scrittore.
La trama è semplice e inconsistente: il romanzo si presenta come il flashback del protagonista, Watanabe Tōru, che in un aeroporto al suono di “Norwegian Wood” dei Beatles ha modo di rievocare episodi svoltisi qualche anno prima nel periodo universitario e legati proprio a quella canzone. Prende avvio così la “storia dei triangoli”: Tōru-l’amico Kizuki-la sua ragazza Naoko, Tōru-l’amico Nagasawa-la sua ragazza Hatsumi, Tōru-la nuova ragazza Naoko-la compagna d’università Midori, Tōru-la ragazza Naoko-la mentore di quest’ultima Reiko. E così via, in una marea di dettagli che fluiscono e si perdono generando un misto di romanzo-fiume e Bildungsroman nuova maniera, che tuttavia non soddisfa e non lascia nulla.
Proprio l’ inconsistenza è sia pregio che difetto del romanzo: è un difetto perché irrita il lettore, che spesso si trova a chiedersi come mai stia perdendo tempo con questo libro, ma anche pregio – in fondo – perché la scrittura si rivela a tratti piacevolmente malinconica: i due temi che persistono, a volte sottilmente a volte apertamente, sono le ombre e la morte. Soprattutto quest’ultima si avverte sulla pelle, perché pervade ogni frase, nella sua articolazione, dall’inizio alla fine. E non è un caso che il libro termini proprio con una postilla dell’autore in cui afferma di aver dedicato il libro ai suoi amici, “a quelli che sono morti e a quelli che restano”.
E’ una sensazione, la presenza incombente ma mai terribile della morte, che non abbandona mai il lettore, accompagnato nel suo percorso dalla musica, che non è solo presente come sottofondo ma diventa spesso la protagonista incontrastata.
In realtà questo, che a prima vista potrebbe sembrare un valore aggiunto, si dimostra ben presto come l’elemento più evidente della grave mancanza dello scrittore giapponese che non riesce a fornire il romanzo di una costruzione dei dialoghi decente o di cucire addosso ai personaggi uno spessore psicologico rilevante.
Un altro elemento che stride con la presunta volontà di scrivere un romanzo che si inserisca nelle profondità dell’animo umano è la presenza del sesso, mai fine alla costruzione o alla decostruzione di una relazione ma probabilmente piazzato – neanche con tanta arte – qui e là per attirare l’attenzione del lettore nel momento della noia più assoluta.
A conclusione, un finale paradossalmente scontato e allo stesso tempo assolutamente improbabile, in realtà in linea con certi avvenimenti surreali del libro: proprio come questi ultimi non regge e non ha senso d’esistere. E’ semplicemente uno di quei finali stesi perché non si sapeva bene come lasciar andare via i personaggi; tra l’altro sembra raffazzonato di tutta fretta, è poco credibile e ancora una volta mi trovo costretta ad usare un aggettivo, inconsistente, che tuttavia stavolta è permeato solamente di accezioni negative.
Dialoghi con Leucò
“Britomarti: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere?continue)
Saffo: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
Britomarti: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia,
accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accett ... (
“Britomarti: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere?
Saffo: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
Britomarti: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia,
accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accettare, se stesse e il destino”.
Accade un giorno che, tra gli scaffali di una libreria del centro, emerga il risvolto liscio e bianco di un’opera di Pavese completamente inaspettata. Ad attirare è quel marmo lucido della copertina, levigato e stuzzicante nella sua perfetta immobilità; a completare l’opera di seduzione, si aggiungano le pagine profumate di carta appena stampata.
Ma l’esperienza più edificante, neanche a dirlo, avverrà con la lettura: immergersi in questi ventisei dialoghi vuol dire cadere in estasi mistica e riempire gli occhi di una bellezza disarmante.
“Dialoghi con Leucò” si inserisce al di fuori della solita produzione del Pavese, realista e ambientata in campagne e sobborghi americano-piemontesi (“Il compagno”, “La casa in collina”, “La luna e i falò”): nonostante il suo amore viscerale e conclamato per la letteratura americana, lo scrittore stupì pubblico e critica voltandosi a quella greca: un rifugio nel mito che lo pose lontano dalle contingenze della guerra e da quel modello americano che si rivelò poco conforme ai bisogni di interiorità e ricerca personale. Lo scrittore dunque risalì alle fonti del mito classico per rappresentare la sorte infelice dell’uomo (l’opera è intessuta di simboli esistenziali oscuri): non si tratta tuttavia di rielaborazioni dei miti, bensì di ‘estratti’ di quotidianità (alcuni personaggi, non a caso, si chiamano tra loro con nomignoli), volti a renderci gli aspetti umani degli dèi e quelli immortali degli umani.
“Senza mito non si dà poesia”, come lo stesso Pavese scrisse nel saggio ‘Raccontare è monotono’: i dialoghi infatti sono estremamente lirici e si presentano con una struttura poetica, più che narrativa. Le conversazioni tra le figure della mitologia greca che più hanno affascinato generazioni di sognatori presentano contenuti tutt’altro che leggeri, e anche dietro le frasi apparentemente più innocue si cela un contenuto dottrinale di grande valore.
I dialoghi furono scritti tra il ‘45 e il ’47, a pochi anni dalla morte suicida (avvenuta nel ’50):
non emerge infatti che un tema fondamentale, la morte, vissuta attraverso tutte le sue sfumature: nel rapporto con la vita, l’inadeguatezza, l’amore, il sesso, la solitudine, gli dèi, il destino, il dolore, la giustizia. Sono dialoghi crudi, quasi ermetici – in una temperie culturale di passaggio che col neorealismo si distaccava totalmente e definitivamente da questa corrente – nei loro botta e risposta che si presentano come massime da assimilare e fare proprie.
“Patroclo: Meglio soffrire che non essere esistito
Achille: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi al destino”.
Perché il pensiero della morte scandisce i momenti della nostra vita, e con Pavese questi momenti sono diventati perfetti nella loro immortalità e immobilità.
Proprio come quel marmo lucido della copertina.
“Mnemòsine: Mio caro, ti è mai accaduto di vedere una pianta, un sasso, un gesto, e provare la stessa passione?
Esiodo: Mi è accaduto.
Mnemòsine: E hai trovato il perché?
Esiodo: E' solo un attimo, Melete. Come posso fermarlo?
Mnemòsine: Non ti sei chiesto perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d'un tratto
felice, felice come un dio? Tu guardavi l'ulivo, l'ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per
anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi
fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva. Altre volte è
l'occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido
strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver già veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e
la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più. Non ti sei chiesto
il suo perché?
Esiodo: Tu stessa lo dici. Quell'attimo ha reso la cosa un ricordo, un modello.
Mnemòsine: Non puoi pensarla un'esistenza tutta fatta di questi attimi?
Esiodo: Posso pensarla sì.
Mnemòsine: Dunque sai come vivo”.