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Sapere che questa è l’autobiografia di una rock star – sebbene non molto conosciuta – potrebbe portarvi fuori pista. Perché questa è innanzitutto la storia di un uomo, e prima ancora di un bambino e di un ragazzo, che ha costruito la sua esistenza con tenacità e caparbietà nonostante le cose attorno ... (continue)
Sapere che questa è l’autobiografia di una rock star – sebbene non molto conosciuta – potrebbe portarvi fuori pista. Perché questa è innanzitutto la storia di un uomo, e prima ancora di un bambino e di un ragazzo, che ha costruito la sua esistenza con tenacità e caparbietà nonostante le cose attorno a lui si sfaldassero pezzo dopo pezzo, o crollassero come castelli di carte al vento proprio nei momenti in cui qualcosa sembrava mettersi al posto giusto.
Mark Oliver Everett è adesso un simpatico e talentuosissimo musicista di 46 anni, il frontman (ma in realtà unico componente fisso) degli Eels, una band dalla produzione estremamente varia e differenziata, proprio perché E (questo il nome con cui Everett è stato sempre chiamato dagli amici) scrive quello che sente, quello che vorrebbe, quello che gli accade.
E di cose gliene sono accadute davvero tante; in primis un padre, Hugh Everett, che è stato un genio incompreso della meccanica quantistica, l’inventore della teoria dei mondi paralleli, un uomo sempre intento a scribacchiare formule astruse durante la cena, sempre per conto suo, con pochissimo contatto reale con la famiglia. Un uomo che muore d’infarto a cinquant’anni – grazie anche ai tre pacchetti giornalieri di Kent – e il cui corpo ormai rigido viene trovato proprio dal diciannovenne Mark.
Poi, una madre molto affettuosa ma un po’ – come dire – caratterialmente instabile, una madre con il comportamento fragile da bambina, alcune volte ipersensibile da scoppiare a piangere passando l’aspirapolvere, altre volte distaccata e quasi rassegnata.
Ed ancora, forse il più grande turbamento per il giovane Mark, una sorella maggiore, Liz, con problemi di alcool e droga, relazioni di coppia con soggetti potenzialmente pericolosi, innumerevoli tentativi di suicidio culminati in quello riuscito, per ingestione di pillole.
Everett racconta la sua vita con ironia e con grande partecipazione emotiva; riesce a far pensare, divertire e commuovere allo stesso tempo. Sembra quasi di ascoltare un amico che stia narrando la sua storia, talmente genuino è il tono, sincere le parole, semplici le frasi.
Il ritratto di un uomo che ha affrontato gli alti e i bassi della sua vita con coraggio, tenendo testa alla disperazione bruciante (che nel libro si percepisce tutta, e con dolore), compiendo gesti di amore incondizionato verso la madre malata terminale di cancro ai polmoni, quando ormai la fortuna lavorativa stava iniziando a sorridergli. Un uomo che detesta la mondanità, gli show, le luci della ribalta, che racconta di amare la sua casa, di trascorrervi giorni e giorni nel patio, col suo cane, guardando alla sera il cielo stellato e immaginando di rivolgersi al padre, alla madre, a Liz.
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