Arieccoci, come si dice a Roma, con il più recente libro della Yoshimoto. Che poi, nuovo nuovo non è, e nemmeno il più recente, in quanto risalente al 2004. In realtà, scorrendo i titoli dell’autrice, sembra di capire che gli ultimi libri editi in Italia risalgano comunque a qualche tempo addietro,
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Arieccoci, come si dice a Roma, con il più recente libro della Yoshimoto. Che poi, nuovo nuovo non è, e nemmeno il più recente, in quanto risalente al 2004. In realtà, scorrendo i titoli dell’autrice, sembra di capire che gli ultimi libri editi in Italia risalgano comunque a qualche tempo addietro, e che la Yoshimoto non pubblichi nulla da qualche anno, a meno che non ci sfuggano notizie sulla sua ultima produzione nipponica. Io leggo la Yoshimoto da quando la sua prima stra-premiata opera, Kitchen, ha visto la luce in Italia, e quindi da un bel pezzo. Per cui sono avvezza al coro dei dissenzienti, dei perplessi, degli incerti, dei disgustati, degli sconcertati, di tutti quelli che si interrogano domandandosi che cosa ci sia da capire in un’opera della Yoshimoto. Inizialmente ho provato a dare delle risposte tirando in ballo il minimalismo, i manga, la cultura giapponese, l’amore per le piccole cose e i piccoli gesti, lo shintoismo con la sua adorazione dei kami (presenze spirituali o spiriti naturali che dir si voglia) ma non è servito a nulla. Ad un certo punto ho smesso, e ho lasciato che ognuno vada – giustamente – per la sua strada; non v’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ed infatti qui non si parla di gusti, ma proprio di mancata comprensione del senso e delle caratteristiche di un’opera o di un autore (osservazioni simili sono state mosse da alcuni anche al Processo di Kafka, cioè, praticamente per quanto mi riguarda, un’eresia). Tornando alla Yoshimoto, questo romanzo la porta a esplorare il primo amore adolescenziale e lo fa guardandolo – ma l’accenno è solo sotteso e mai esplicito – con occhi da adulta. Si capisce infatti in qualche passaggio che la giovanissima Yūko voce narrante si sta voltando indietro a ricordare il proprio passato, perché a tratti ne parla con la consapevolezza che tutto un giorno sarà cambiato e finito, e lo fa con l’aria di chi sta raccontando vita vissuta e non aspettative più o meno ovvie. Yūko è una studentessa delle medie che si invaghisce del suo insegnante di disegno, il giovane Kyū, e lo fa nel modo in cui tutte le tredicenni del mondo lo fanno (o forse lo facevano ai miei tempi) e cioè in modo puro, devoto, sognante. C’è di più nella storia, ovvero la famiglia di Yūko, figlia unica di una coppia che vive per moltissimo tempo della loro vita separatamente, perché il padre viaggia per lavoro in Europa e in America. A Yūko quindi manca una figura paterna nella quotidianità, e le manca in modo doloroso e nostalgico, molto più dolorosamente di quanto non manchi alla madre, che sente invece scucirsi e sbiadirsi il legame col marito, proprio come annuncia il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ciononostante il rapporto col padre – telefonico e fatto di ricordi per tutta la durata del romanzo – è ammantato di un’aura dolce e mai aspra. Anche Kyū ha un rapporto complesso con alcuni nodi irrisolti nei confronti della madre, che apparirà ad un certo punto del romanzo, anche lei artista come tanti sono i punti di contatto dei protagonisti con l’arte, sia essa creata, osservata o commerciata, così come l’inusuale rapporto Kyū – Yūko sembra portarsi appresso l’eredità del non detto e del non definito nel rapporto col rispettivo genitore di sesso opposto. Il personaggio che mi ha lasciato più perplessa è proprio Kyū, che in alcuni passaggi ho trovato semplicistico e non sempre realistico; però devo ammettere che la Yoshimoto è sempre stata più brava nel raccontare donne e non uomini. Ho letto con piacere anche questo romanzo dell’autrice giapponese, con quella calma soddisfazione che pervade tutte le sue opere, forse brevi, forse semplici, ma non per questo inutili né trascurabili. Una volta paragonai la sua narrazione al racconto intimo di due amiche sedute sullo stesso divano, e resto convinta dell’efficacia di questo paragone. La semplicità dei piccoli gesti, della quotidianità della vita, degli affetti sussurrati ma non per questo meno importanti e vitali di quelli urlati. Solo la placida risacca ritmata e nessuno tsunami, tanto per dirla in giapponese.
Ventesimo libro di Amélie Nothomb, il più crudele. È vero che la sua produzione è disseminata di figure come minimo inquietanti, per non aggiungere irreali, acide, caustiche, ma in nessun libro la crudeltà ironica e tagliente di Amélie è mai giunta a queste vette. Ennesimo breve romanzo – lungo racc
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Ventesimo libro di Amélie Nothomb, il più crudele. È vero che la sua produzione è disseminata di figure come minimo inquietanti, per non aggiungere irreali, acide, caustiche, ma in nessun libro la crudeltà ironica e tagliente di Amélie è mai giunta a queste vette. Ennesimo breve romanzo – lungo racconto, se si preferisce la prospettiva contraria – con un’ambientazione inusuale: Reno, la capitale dei divorzi-lampo e successivamente Las Vegas, la patria rutilante di casino, sale da gioco e più recentemente scenario degli investigatori-scienziati più amati e seguiti, i Grissom e soci di CSI. Il titolo, a ben pensare, dice già parecchio, a chi è avvezzo alle metafore e alla penna della scrittrice belga: il complesso di Edipo riveduto e corretto, anzi portato all’ennesima potenza, anzi no, abbassato fino al grado zero. Non c’è consanguineità tra questo Edipo, questa Giocasta e questo Laio; tutto si svolge sulla base di affinità elettive e sul loro contrario. Giunta al 45mo anno di età, Amélie Nothomb esplora il mondo dei rapporti padre-figlio (anche madre-figlio, almeno nella parte iniziale del libro) e ne dà personalissima e interessante rielaborazione. Così come rielaborato ne esce il tema del parricidio; niente più Amleto e Claudio (parricidio shakespeariano putativo, d’altronde), niente Karamazov e il loro famosissimo, drammatico parricidio dostoevskiano tanto osservato e studiato nientemeno che da Sigmund Freud, tanto per citare gli esempi principe dei parricidi più famosi attraverso i secoli dopo l’apripista Sofocle. L’opera è brevissima, com’è tradizione dell’autrice. Racconta con la consueta tecnica ormai sperimentata una storia incredibile e soggetta a repentini rovesciamenti di fronte, in cui un vero finale non sembra mai scritto. Scavalca mesi e anni con leggerezza ma senza lasciar nulla al non detto, seppure invece molto all’intuìto e all’intuibile. Procede a frasi brevi, linguaggio vivo e mai banale, ritmo filmico e spezzettato; conosco sedicenti scrittori e assidui frequentatori di corsi di scrittura creativa che disapprovano anche causticamente lo stile della Nothomb, definendolo sciatto e insulso. A loro consiglio di cambiare passatempo dedicandosi alla ceramica o all’ikebana: la scrittura non è roba per voi.
Quasi una sorta di antefatto dei terribili Racconti della Kolyma, Višera (sottotitolato dall’autore stesso “antiromanzo”) è una galleria dei personaggi e una raccolta di memorie dei fatti avvenuti tra il 1929 – data del suo primo arresto – e la partenza per Vladivostok, per la lunga de
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Quasi una sorta di antefatto dei terribili Racconti della Kolyma, Višera (sottotitolato dall’autore stesso “antiromanzo”) è una galleria dei personaggi e una raccolta di memorie dei fatti avvenuti tra il 1929 – data del suo primo arresto – e la partenza per Vladivostok, per la lunga detenzione alla Kolyma. Lo Šalamov lucido cronista delle torture, delle atrocità e delle efferatezze lascia qui il posto ad un osservatore distaccato e quasi ironico che pare stupirsi giorno dopo giorno della follia delle purghe staliniane e del sistema di delazioni e soffiate che riempiva le carceri russe come fossero stazioni ferroviarie affollate. Parlando della prigione di Butyrki, l’autore scrive: quell’enorme carcere da ventimila posti era un perpetuum mobile di detenuti, ventiquattr’ore su ventiquattro: autobus per la Lubjanka, autobus verso le succursali annesse alle stazioni, autobus per le prigioni di transito, consegne alle stazioni ferroviarie, al braccio degli interrogatori e ritorno, trasferimenti in cella di rigore su disposizioni dell’inquirente per inasprimento del regime carcerario […]. Anche Višera fa parte di quelle opere che si dovrebbero leggere per insegnare ai giovani cos’è la dittatura e a cosa arrivano la follia umana o il cieco rincorrere il potere anche a costo di fiumi di sangue e del disprezzo più totale della vita e della dignità di una persona. Molti personaggi raccontati da Šalamov attraverso piccoli avvenimenti furono meteore nella sua esistenza, protagonisti di brevi contatti legati a periodi comuni di detenzione. Passato il contatto, essi spariscono per sempre, e spesso Šalamov ne sente di nuovo parlare solo a proposito della loro esecuzione. Non solo: perfino i sorveglianti, i carcerieri, i superiori della piramide gerarchica domani potrebbero essere prigionieri, deportati, giustiziati. Sono i rovesciamenti di fronte che abbiamo imparato a conoscere quando abbiamo letto non solo i Racconti della Kolyma, ma anche Vita e destino e che erano tanto diffusi pure nella Cina maoista. Come sempre capita, da principio nella cella del carcere tutti avevano la stessa faccia, anzi non ce l’avevano affatto, ma presto, se non subito, quella gente assunse tratti umani, ciascuno di loro si guadagnò un posto nella mia vita e nella mia memoria. Alcuni vi entrarono prima, altri dopo. Alcuni si radicarono nel profondo, per sempre. Altri vi fecero una fugace apparizione. Le nostre vite si incrociarono per un’ora o per un giorno. E si separarono per sempre. Višera descrive spietatamente la burocrazia staliniana che stritola e annienta l’uomo, il sospettato, il carcerato, l’innocente e il colpevole in egual misura. Šalamov ricorda come tutti gli uomini di valore, i più ardimentosi, i più dediti alla causa rivoluzionaria, il miglior materiale umano insomma, quelli che avevano rovesciato lo zarismo, finirono prede e vittime del sistema staliniano. E conclude perentoriamente: essere un rivoluzionario significa essere prima di tutto una persona onesta. Di per sé una cosa semplice, eppure così difficile.
Non c’è dubbio che pochi sono gli scrittori che riescono a reggere anni ed anni di produzioni senza cadere nelle ripetizioni, nel trito e ritrito, nella noia della riproposizione di storie e personaggi fatti con lo stampino. E per Fred Vargas mi pare che sia già giunto il livello di guardia, che co
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Non c’è dubbio che pochi sono gli scrittori che riescono a reggere anni ed anni di produzioni senza cadere nelle ripetizioni, nel trito e ritrito, nella noia della riproposizione di storie e personaggi fatti con lo stampino. E per Fred Vargas mi pare che sia già giunto il livello di guardia, che con questo romanzo è decisamente conclamato; una storia che ricalca a grandi linee la scia di Un luogo incerto, andando a scavare su miti e leggende vagamente e blandamente horror, ripescate da tradizioni locali. Anche il personaggio di Adamsberg, che avevo trovato interessante, ben descritto e in generale buon protagonista delle storie, lo “spalatore di nuvole”, sembra qui l’ombra di se stesso. Mai realmente centro degli avvenimenti, mai incisivo, mai da ricordare nelle sue frasi vaghe, apparentemente svagate e spezzettate che così bene lo avevano caratterizzato nei romanzi precedenti. Né Danglard, né Veyrenc riescono a rubare la scena al commissario “in disarmo”, né mi pare ci riesca il nuovo personaggio creato dalla giallista, Zerk, figlio di Adamsberg apparso già grande nella vita del padre, spuntato da un passato che in questo romanzo non è – credo volutamente – ben chiarito dall’autrice. La trama non cattura mai abbastanza, procede leggermente sonnolenta tra un morto e l’altro, non si inceppa ma nemmeno colpisce l’attenzione del lettore. Passati sono i fasti dei tre Evangelisti e della prima produzione vargasiana. Torneranno?
Alla fine degli anni '60 un cantante allora di moda, Georges Moustaki, ebbe un successo enorme con un brano intitolato Le métèque che iniziava con i versi “Avec ma gueule de métèque / de juif errant, de pâtre grec / de voleur et de vagabond”. Non ho potuto fare a meno di ricordare ques
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Alla fine degli anni '60 un cantante allora di moda, Georges Moustaki, ebbe un successo enorme con un brano intitolato Le métèque che iniziava con i versi “Avec ma gueule de métèque / de juif errant, de pâtre grec / de voleur et de vagabond”. Non ho potuto fare a meno di ricordare questi versi fin dalle prime pagine del romanzo, che raccontano le oscure e misere origini di Dario Asfar, giovane medico senza clienti ma con famiglia poverissima (moglie, figlio neonato, un figlio precedente morto di stenti) giunto a Parigi dal mar Nero, attratto dalle prospettive di una vita agiata e di successo. Che salire la scala sociale non fosse così semplice per uno straniero, uno sradicato, un uomo senza passato, era cosa nota alla Némirovsky, che pur da tutt'altro milieu proveniva, appartenendo alla borghesia agiata di Kiev. In Dario Asfar, nella sua smania di riuscire, di imporsi, di appropriarsi dell'anima francese, di un posto “al sole” tra quelli che contano, c'è anche molto di Irène, della sua speranza di diventare cittadina di quel paese che l'aveva accolta ma mai veramente voluta come figlia, dato che nel 1939 la sua richiesta di cittadinanza era stata respinta. La Francia (simboleggiata dall'algida ed eterea Sylvie Wardes) parimenti accoglie Dario e la sua famiglia, ma lo mantiene ai margini della società, più in mezzo a strozzini, parvenu ed esuli russi che tra i veri parigini; Dario deve annaspare, spesso ai limiti della legalità e costretto a convivere con i morsi della fame. Ma il tempo passa in fretta (la genesi del romanzo come pubblicazione a puntate è estremamente evidente nella struttura) e Dario si ritrova con un po' di fortuna e moltissimo ardimento, grazie all'aiuto delle sue conoscenze giovanili, a riciclare la sua medicina del corpo in medicina dell'anima. Uno stratagemma usato da moltissimi ancor oggi, e sorprendentemente moderno nella Parigi prebellica anche se Freud & soci erano già allora à la page. Dario, la silente e devota moglie Clara e l'adolescente figlio Daniel sono solo alcune delle pedine che si spostano sulla scacchiera organizzata dall'autrice; i Wardes, Ange Martinelli, la vedova Mouravine salgono e scendono per la scala della fortuna alla cieca volontà del caso, e si ritrovano ora nemici, ora alleati, tutti comunque animati da una divorante voglia di riuscire, di conquistare, di diventare qualcuno in un mondo estraneo e respingente. Non ho trovato brillante come al suo solito lo stile della Némirovsky, che mi è parso piuttosto procedere a singhiozzi, e la causa di ciò credo di averla trovata nella postfazione, scritta dai soliti Lienhardt e Philipponnat (biografi della Nostra) quando sottolineano la fretta con cui la Némirovsky scrisse e pubblicò per Gringoire questo romanzo. Ciononostante si tratta comunque di un'opera notevole, con i soliti personaggi sanguigni e drammaticamente delineati, che danno un quadro inequivocabile di una società e di un'epoca ad un passo dal baratro bellico.
High & Dry - Primo amore
Arieccoci, come si dice a Roma, con il più recente libro della Yoshimoto. Che poi, nuovo nuovo non è, e nemmeno il più recente, in quanto risalente al 2004. In realtà, scorrendo i titoli dell’autrice, sembra di capire che gli ultimi libri editi in Italia risalgano comunque a qualche tempo addietro, ... (continue)
Arieccoci, come si dice a Roma, con il più recente libro della Yoshimoto. Che poi, nuovo nuovo non è, e nemmeno il più recente, in quanto risalente al 2004. In realtà, scorrendo i titoli dell’autrice, sembra di capire che gli ultimi libri editi in Italia risalgano comunque a qualche tempo addietro, e che la Yoshimoto non pubblichi nulla da qualche anno, a meno che non ci sfuggano notizie sulla sua ultima produzione nipponica.
Io leggo la Yoshimoto da quando la sua prima stra-premiata opera, Kitchen, ha visto la luce in Italia, e quindi da un bel pezzo. Per cui sono avvezza al coro dei dissenzienti, dei perplessi, degli incerti, dei disgustati, degli sconcertati, di tutti quelli che si interrogano domandandosi che cosa ci sia da capire in un’opera della Yoshimoto. Inizialmente ho provato a dare delle risposte tirando in ballo il minimalismo, i manga, la cultura giapponese, l’amore per le piccole cose e i piccoli gesti, lo shintoismo con la sua adorazione dei kami (presenze spirituali o spiriti naturali che dir si voglia) ma non è servito a nulla. Ad un certo punto ho smesso, e ho lasciato che ognuno vada – giustamente – per la sua strada; non v’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ed infatti qui non si parla di gusti, ma proprio di mancata comprensione del senso e delle caratteristiche di un’opera o di un autore (osservazioni simili sono state mosse da alcuni anche al Processo di Kafka, cioè, praticamente per quanto mi riguarda, un’eresia).
Tornando alla Yoshimoto, questo romanzo la porta a esplorare il primo amore adolescenziale e lo fa guardandolo – ma l’accenno è solo sotteso e mai esplicito – con occhi da adulta. Si capisce infatti in qualche passaggio che la giovanissima Yūko voce narrante si sta voltando indietro a ricordare il proprio passato, perché a tratti ne parla con la consapevolezza che tutto un giorno sarà cambiato e finito, e lo fa con l’aria di chi sta raccontando vita vissuta e non aspettative più o meno ovvie. Yūko è una studentessa delle medie che si invaghisce del suo insegnante di disegno, il giovane Kyū, e lo fa nel modo in cui tutte le tredicenni del mondo lo fanno (o forse lo facevano ai miei tempi) e cioè in modo puro, devoto, sognante. C’è di più nella storia, ovvero la famiglia di Yūko, figlia unica di una coppia che vive per moltissimo tempo della loro vita separatamente, perché il padre viaggia per lavoro in Europa e in America. A Yūko quindi manca una figura paterna nella quotidianità, e le manca in modo doloroso e nostalgico, molto più dolorosamente di quanto non manchi alla madre, che sente invece scucirsi e sbiadirsi il legame col marito, proprio come annuncia il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ciononostante il rapporto col padre – telefonico e fatto di ricordi per tutta la durata del romanzo – è ammantato di un’aura dolce e mai aspra.
Anche Kyū ha un rapporto complesso con alcuni nodi irrisolti nei confronti della madre, che apparirà ad un certo punto del romanzo, anche lei artista come tanti sono i punti di contatto dei protagonisti con l’arte, sia essa creata, osservata o commerciata, così come l’inusuale rapporto Kyū – Yūko sembra portarsi appresso l’eredità del non detto e del non definito nel rapporto col rispettivo genitore di sesso opposto.
Il personaggio che mi ha lasciato più perplessa è proprio Kyū, che in alcuni passaggi ho trovato semplicistico e non sempre realistico; però devo ammettere che la Yoshimoto è sempre stata più brava nel raccontare donne e non uomini.
Ho letto con piacere anche questo romanzo dell’autrice giapponese, con quella calma soddisfazione che pervade tutte le sue opere, forse brevi, forse semplici, ma non per questo inutili né trascurabili. Una volta paragonai la sua narrazione al racconto intimo di due amiche sedute sullo stesso divano, e resto convinta dell’efficacia di questo paragone. La semplicità dei piccoli gesti, della quotidianità della vita, degli affetti sussurrati ma non per questo meno importanti e vitali di quelli urlati. Solo la placida risacca ritmata e nessuno tsunami, tanto per dirla in giapponese.
Uccidere il padre
Ventesimo libro di Amélie Nothomb, il più crudele. È vero che la sua produzione è disseminata di figure come minimo inquietanti, per non aggiungere irreali, acide, caustiche, ma in nessun libro la crudeltà ironica e tagliente di Amélie è mai giunta a queste vette.continue)
Ennesimo breve romanzo – lungo racc ... (
Ventesimo libro di Amélie Nothomb, il più crudele. È vero che la sua produzione è disseminata di figure come minimo inquietanti, per non aggiungere irreali, acide, caustiche, ma in nessun libro la crudeltà ironica e tagliente di Amélie è mai giunta a queste vette.
Ennesimo breve romanzo – lungo racconto, se si preferisce la prospettiva contraria – con un’ambientazione inusuale: Reno, la capitale dei divorzi-lampo e successivamente Las Vegas, la patria rutilante di casino, sale da gioco e più recentemente scenario degli investigatori-scienziati più amati e seguiti, i Grissom e soci di CSI.
Il titolo, a ben pensare, dice già parecchio, a chi è avvezzo alle metafore e alla penna della scrittrice belga: il complesso di Edipo riveduto e corretto, anzi portato all’ennesima potenza, anzi no, abbassato fino al grado zero. Non c’è consanguineità tra questo Edipo, questa Giocasta e questo Laio; tutto si svolge sulla base di affinità elettive e sul loro contrario.
Giunta al 45mo anno di età, Amélie Nothomb esplora il mondo dei rapporti padre-figlio (anche madre-figlio, almeno nella parte iniziale del libro) e ne dà personalissima e interessante rielaborazione. Così come rielaborato ne esce il tema del parricidio; niente più Amleto e Claudio (parricidio shakespeariano putativo, d’altronde), niente Karamazov e il loro famosissimo, drammatico parricidio dostoevskiano tanto osservato e studiato nientemeno che da Sigmund Freud, tanto per citare gli esempi principe dei parricidi più famosi attraverso i secoli dopo l’apripista Sofocle.
L’opera è brevissima, com’è tradizione dell’autrice. Racconta con la consueta tecnica ormai sperimentata una storia incredibile e soggetta a repentini rovesciamenti di fronte, in cui un vero finale non sembra mai scritto. Scavalca mesi e anni con leggerezza ma senza lasciar nulla al non detto, seppure invece molto all’intuìto e all’intuibile. Procede a frasi brevi, linguaggio vivo e mai banale, ritmo filmico e spezzettato; conosco sedicenti scrittori e assidui frequentatori di corsi di scrittura creativa che disapprovano anche causticamente lo stile della Nothomb, definendolo sciatto e insulso. A loro consiglio di cambiare passatempo dedicandosi alla ceramica o all’ikebana: la scrittura non è roba per voi.
Višera
Quasi una sorta di antefatto dei terribili Racconti della Kolyma, Višera (sottotitolato dall’autore stesso “antiromanzo”) è una galleria dei personaggi e una raccolta di memorie dei fatti avvenuti tra il 1929 – data del suo primo arresto – e la partenza per Vladivostok, per la lunga de ... (continue)
Quasi una sorta di antefatto dei terribili Racconti della Kolyma, Višera (sottotitolato dall’autore stesso “antiromanzo”) è una galleria dei personaggi e una raccolta di memorie dei fatti avvenuti tra il 1929 – data del suo primo arresto – e la partenza per Vladivostok, per la lunga detenzione alla Kolyma.
Lo Šalamov lucido cronista delle torture, delle atrocità e delle efferatezze lascia qui il posto ad un osservatore distaccato e quasi ironico che pare stupirsi giorno dopo giorno della follia delle purghe staliniane e del sistema di delazioni e soffiate che riempiva le carceri russe come fossero stazioni ferroviarie affollate. Parlando della prigione di Butyrki, l’autore scrive: quell’enorme carcere da ventimila posti era un perpetuum mobile di detenuti, ventiquattr’ore su ventiquattro: autobus per la Lubjanka, autobus verso le succursali annesse alle stazioni, autobus per le prigioni di transito, consegne alle stazioni ferroviarie, al braccio degli interrogatori e ritorno, trasferimenti in cella di rigore su disposizioni dell’inquirente per inasprimento del regime carcerario […].
Anche Višera fa parte di quelle opere che si dovrebbero leggere per insegnare ai giovani cos’è la dittatura e a cosa arrivano la follia umana o il cieco rincorrere il potere anche a costo di fiumi di sangue e del disprezzo più totale della vita e della dignità di una persona. Molti personaggi raccontati da Šalamov attraverso piccoli avvenimenti furono meteore nella sua esistenza, protagonisti di brevi contatti legati a periodi comuni di detenzione. Passato il contatto, essi spariscono per sempre, e spesso Šalamov ne sente di nuovo parlare solo a proposito della loro esecuzione. Non solo: perfino i sorveglianti, i carcerieri, i superiori della piramide gerarchica domani potrebbero essere prigionieri, deportati, giustiziati. Sono i rovesciamenti di fronte che abbiamo imparato a conoscere quando abbiamo letto non solo i Racconti della Kolyma, ma anche Vita e destino e che erano tanto diffusi pure nella Cina maoista.
Come sempre capita, da principio nella cella del carcere tutti avevano la stessa faccia, anzi non ce l’avevano affatto, ma presto, se non subito, quella gente assunse tratti umani, ciascuno di loro si guadagnò un posto nella mia vita e nella mia memoria. Alcuni vi entrarono prima, altri dopo. Alcuni si radicarono nel profondo, per sempre. Altri vi fecero una fugace apparizione. Le nostre vite si incrociarono per un’ora o per un giorno. E si separarono per sempre.
Višera descrive spietatamente la burocrazia staliniana che stritola e annienta l’uomo, il sospettato, il carcerato, l’innocente e il colpevole in egual misura. Šalamov ricorda come tutti gli uomini di valore, i più ardimentosi, i più dediti alla causa rivoluzionaria, il miglior materiale umano insomma, quelli che avevano rovesciato lo zarismo, finirono prede e vittime del sistema staliniano. E conclude perentoriamente: essere un rivoluzionario significa essere prima di tutto una persona onesta. Di per sé una cosa semplice, eppure così difficile.
La cavalcata dei morti
Non c’è dubbio che pochi sono gli scrittori che riescono a reggere anni ed anni di produzioni senza cadere nelle ripetizioni, nel trito e ritrito, nella noia della riproposizione di storie e personaggi fatti con lo stampino.continue)
E per Fred Vargas mi pare che sia già giunto il livello di guardia, che co ... (
Non c’è dubbio che pochi sono gli scrittori che riescono a reggere anni ed anni di produzioni senza cadere nelle ripetizioni, nel trito e ritrito, nella noia della riproposizione di storie e personaggi fatti con lo stampino.
E per Fred Vargas mi pare che sia già giunto il livello di guardia, che con questo romanzo è decisamente conclamato; una storia che ricalca a grandi linee la scia di Un luogo incerto, andando a scavare su miti e leggende vagamente e blandamente horror, ripescate da tradizioni locali. Anche il personaggio di Adamsberg, che avevo trovato interessante, ben descritto e in generale buon protagonista delle storie, lo “spalatore di nuvole”, sembra qui l’ombra di se stesso. Mai realmente centro degli avvenimenti, mai incisivo, mai da ricordare nelle sue frasi vaghe, apparentemente svagate e spezzettate che così bene lo avevano caratterizzato nei romanzi precedenti. Né Danglard, né Veyrenc riescono a rubare la scena al commissario “in disarmo”, né mi pare ci riesca il nuovo personaggio creato dalla giallista, Zerk, figlio di Adamsberg apparso già grande nella vita del padre, spuntato da un passato che in questo romanzo non è – credo volutamente – ben chiarito dall’autrice.
La trama non cattura mai abbastanza, procede leggermente sonnolenta tra un morto e l’altro, non si inceppa ma nemmeno colpisce l’attenzione del lettore.
Passati sono i fasti dei tre Evangelisti e della prima produzione vargasiana. Torneranno?
Il signore delle anime
Alla fine degli anni '60 un cantante allora di moda, Georges Moustaki, ebbe un successo enorme con un brano intitolato Le métèque che iniziava con i versi “Avec ma gueule de métèque / de juif errant, de pâtre grec / de voleur et de vagabond”. Non ho potuto fare a meno di ricordare ques ... (continue)
Alla fine degli anni '60 un cantante allora di moda, Georges Moustaki, ebbe un successo enorme con un brano intitolato Le métèque che iniziava con i versi “Avec ma gueule de métèque / de juif errant, de pâtre grec / de voleur et de vagabond”. Non ho potuto fare a meno di ricordare questi versi fin dalle prime pagine del romanzo, che raccontano le oscure e misere origini di Dario Asfar, giovane medico senza clienti ma con famiglia poverissima (moglie, figlio neonato, un figlio precedente morto di stenti) giunto a Parigi dal mar Nero, attratto dalle prospettive di una vita agiata e di successo.
Che salire la scala sociale non fosse così semplice per uno straniero, uno sradicato, un uomo senza passato, era cosa nota alla Némirovsky, che pur da tutt'altro milieu proveniva, appartenendo alla borghesia agiata di Kiev. In Dario Asfar, nella sua smania di riuscire, di imporsi, di appropriarsi dell'anima francese, di un posto “al sole” tra quelli che contano, c'è anche molto di Irène, della sua speranza di diventare cittadina di quel paese che l'aveva accolta ma mai veramente voluta come figlia, dato che nel 1939 la sua richiesta di cittadinanza era stata respinta. La Francia (simboleggiata dall'algida ed eterea Sylvie Wardes) parimenti accoglie Dario e la sua famiglia, ma lo mantiene ai margini della società, più in mezzo a strozzini, parvenu ed esuli russi che tra i veri parigini; Dario deve annaspare, spesso ai limiti della legalità e costretto a convivere con i morsi della fame. Ma il tempo passa in fretta (la genesi del romanzo come pubblicazione a puntate è estremamente evidente nella struttura) e Dario si ritrova con un po' di fortuna e moltissimo ardimento, grazie all'aiuto delle sue conoscenze giovanili, a riciclare la sua medicina del corpo in medicina dell'anima. Uno stratagemma usato da moltissimi ancor oggi, e sorprendentemente moderno nella Parigi prebellica anche se Freud & soci erano già allora à la page. Dario, la silente e devota moglie Clara e l'adolescente figlio Daniel sono solo alcune delle pedine che si spostano sulla scacchiera organizzata dall'autrice; i Wardes, Ange Martinelli, la vedova Mouravine salgono e scendono per la scala della fortuna alla cieca volontà del caso, e si ritrovano ora nemici, ora alleati, tutti comunque animati da una divorante voglia di riuscire, di conquistare, di diventare qualcuno in un mondo estraneo e respingente.
Non ho trovato brillante come al suo solito lo stile della Némirovsky, che mi è parso piuttosto procedere a singhiozzi, e la causa di ciò credo di averla trovata nella postfazione, scritta dai soliti Lienhardt e Philipponnat (biografi della Nostra) quando sottolineano la fretta con cui la Némirovsky scrisse e pubblicò per Gringoire questo romanzo. Ciononostante si tratta comunque di un'opera notevole, con i soliti personaggi sanguigni e drammaticamente delineati, che danno un quadro inequivocabile di una società e di un'epoca ad un passo dal baratro bellico.