E' arrivato a riscaldare queste mie giornate autunnali il finale di 1Q84; credevo di dover riprendere in mano il primo volume per ripercorrere le vicende e invece non ce n'è stato bisogno. E' bastato aprire le prime pagine perché tutto tornasse alla mente, come quando un parabrezza appannato
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E' arrivato a riscaldare queste mie giornate autunnali il finale di 1Q84; credevo di dover riprendere in mano il primo volume per ripercorrere le vicende e invece non ce n'è stato bisogno. E' bastato aprire le prime pagine perché tutto tornasse alla mente, come quando un parabrezza appannato viene liberato dal getto di aria. Così ho rivisto Aomame dentro il taxi con in sottofondo la Sinfonietta di Janaček, ho rivisto chiaramente Fukada Eriko e la sua Crisalide d'aria, Tengo, Ushikawa, il leader della setta Sakigake, i Little People, le due lune. Le voci che narrano la storia a capitoli alternati sono diventate tre: ad Aomame e Tengo si è aggiunto il Testone (come viene definito da Tamaru), ossia Ushikawa, il detective privato sguinzagliato dalla setta sulle tracce di Aomame. Le narrazioni ad un certo punto procedono in modo leggermente rallentato l'una rispetto alle altre, ossia è come se vedessimo con gli occhi di Ushikawa leggermente in ritardo quanto abbiamo già visto con gli occhi di Tengo ed Aomame. Mi è sembrato un tocco di maestria, di costruzione ben calibrata che Murakami ci ha concesso, lui che è di solito un lineare e forse semplicistico (per i suoi detrattori) costruttore e strutturatore di trame e intrecci. Il libro 3 non è lento, le vicende incalzano, Aomame si nasconde braccata e lentamente – un po' per la sua forza di volontà, un po' per i colpi azzeccati della fortuna – si avvicina a Tengo, per riprendere tra le sue quella mano che aveva stretto, bambina, in un lontano giorno delle scuole elementari, vent'anni prima. Nonostante siamo nel mondo irreale del 1Q84, il mondo con due lune in cielo, l'autore non indulge più di tanto in irrealtà e fantasticherie (beh, un po' sì, ovviamente, soprattutto in un paio di episodi che non si possono anticipare per non togliere il gusto della sorpresa), gli scenari sia urbani che paesaggistici sono ben delineati, i personaggi sono accattivanti (anche quelli secondari come Tamaru, il bodyguard-factotum omosessuale ed efficientissimo) e le atmosfere claustrofobiche (le “visite” dell'esattore dell'NHK) sono estremamente efficaci. Il giudizio che avevo “sospeso” dopo la lettura dei libri 1 e 2 quindi lo confermo pienamente, anzi la mia sensazione è che l'ultima parte sia addirittura migliore delle prime due: le cinque stelle resistono e luccicano più chiaramente. Murakami confeziona un romanzo che sta alla pari de L'uccello che girava le viti del mondo che per me era finora il suo capolavoro insuperato in quanto ad architettura della trama e ricchezza dei personaggi. Anche quest'anno il Nobel per la letteratura gli è passato accanto sfiorandolo (i bookmakers come sempre lo davano tra i più quotati per la vittoria); so bene che alcuni lettori lo considerano puerile, favolistico, irreale, troppo aereo, inconsistente, scontato e via così e lo snobbano con alzata di spalle. A me sembra come giudicare ridicoli i dipinti di Chagall solo perché gli amanti volano liberi nel cielo, sorvolando i tetti.
Non mi piace dare giudizi su opere non complete, mi sembra di non aver analizzato tutti i dati a mia disposizione, quindi il mio parere sulla più recente fatica di Murakami resterà comunque in progress fino al termine della lettura. La terza parte del volume, già edita in Giappone e in traduz
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Non mi piace dare giudizi su opere non complete, mi sembra di non aver analizzato tutti i dati a mia disposizione, quindi il mio parere sulla più recente fatica di Murakami resterà comunque in progress fino al termine della lettura. La terza parte del volume, già edita in Giappone e in traduzione inglese sia negli USA che in Gran Bretagna, si farà attendere ancora un anno qui in Italia, e completerà finalmente il quadro del murakamiano 1984 e del suo “clone” 1Q84. Ci sono in questo romanzo molti echi della produzione precedente dello scrittore, tanto che diversi lettori e critici lo hanno giudicato “auto-celebrativo”; è possibile che questo sia in parte vero, ma non sarebbe comunque una novità. A Murakami è sempre piaciuto citarsi, girarsi intorno più volte, inserendo nella trama piccoli particolari della sua vita reale (il jazz, i bar, nomi di personaggi ricorrenti come Watanabe Noboru ne L'elefante scomparso e altri racconti, vero nome dell'illustratore dei libri di Murakami, nonché amico personale, solo per citarne un paio tra i più evidenti), per cui non mi pare una pecca relativa solo a questo libro, anzi semmai una delle caratteristiche imprescindibili dell'autore. Altra critica rivolta al libro è quella della ripetitività, e questa in effetti, anche se solo in alcuni tratti, la trovo giustificata. Ci sono brani in cui Murakami indugia sulla ripetizione di certe vicende, sulla reiterazione di descrizioni già fornite, ma si tratta solo di brevi passaggi, che non rendono certo illeggibile l'opera né alzano la noia oltre il livello di guardia. Citazioni murakamiane, dunque, tante. Fin dalle prime pagine è lampante il richiamo a La fine del mondo e il paese delle meraviglie; capitoli alternati per scenario e voce narrante. Chi ha amato quel romanzo non potrà non farsi affascinare da questo stesso filo d'unione di trame, personaggi, ambienti, sensazioni. Protagonisti alla ricerca di qualcosa di intimamente legato al proprio passato, ad un'infanzia ormai perduta ma scolpita nella memoria e circondata da un'aura di magia, che non smette di dipanare la propria influenza sul presente (ve lo ricordate il protagonista di A sud del confine, ad ovest del sole, Hajime, alle prese con il ritorno dell'amore adolescenziale, la misteriosa Shimamoto?). La musica è sempre un fil rouge, Murakami non fa mai mancare citazioni jazzistiche molto colte e qui le arricchisce addirittura della presenza di musica classica (la Sinfonietta di Janáček che apre il romanzo e si ripropone in seguito) e autori di musica barocca come Telemann e Rameau. Potrei continuare ancora (il nome Ushikawa, di un personaggio qui secondario, già presente ne L'uccello che girava le viti del mondo) ma sarebbe solo un elenco di ricorrenze, tanto lungo quanto sterile. Ciò che importa maggiormente è che Murakami ha intessuto una trama composita, in cui si intrecciano molteplici elementi. Innanzitutto, il fantastico, che ruota attorno all'irreale ma evidente 1Q84, anno “immagine” del 1984 in cui si svolgono le vicende narrate, e la citazione di Orwell è forse fin troppo ovvia. Poi, la scrittura e lo scrittore, incarnati nel protagonista Tengo, giovane romanziere ancora alla ricerca del successo, incaricato qui di un'operazione non troppo lecita, quella di ghost-writer (e c'è chi ha identificato proprio in questi elementi evidenti tracce di auto-celebrazione dell'autore sull'importanza di scrivere trame inconsistenti ma affascinanti per il lettore) del bestseller La crisalide d'aria, che ci spalancherà il mondo inquietante dei Little People, delle sette religiose e di misteriosi fenomeni atmosferici ed astronomici. Citazioni ancora di Čechov e della sua Isola di Sakhalin, dei dostoevskiani Fratelli Karamazov e del racconto nel romanzo Il paese dei gatti, pubblicato sul New Yorker come inedito. Per quanto incompleto, 1Q84 è un gran bel libro, creato con la giusta dose di suspense, di mistero, di amore e forse con un pizzico eccessivo di attenzione per il sesso, che in certi aspetti è vagamente fuori luogo, ridondante, stonato nei particolari. Non so se si possa etichettare come “il capolavoro murakamiano” (che per me resta tuttora L'uccello che girava le viti del mondo, sperando che l'autore ci riservi in futuro nuove opere straordinarie), so per certo che si tratta di una lettura piacevole, trascinante e suggestiva che merita senza indugio cinque stelle in progress.
Tutto il Giappone tradizionale del periodo tra le due guerre mondiali è racchiuso qui, nel secondo capitolo della tetralogia de Il mare della fertilità. La forte spinta del richiamo della tradizione nazionale viene raccontata da Mishima con la stessa vitalità con cui egli la sentiva nell'ani
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Tutto il Giappone tradizionale del periodo tra le due guerre mondiali è racchiuso qui, nel secondo capitolo della tetralogia de Il mare della fertilità. La forte spinta del richiamo della tradizione nazionale viene raccontata da Mishima con la stessa vitalità con cui egli la sentiva nell'animo, con le stesse contraddizioni, con la stessa prepotenza, con la stessa sofferenza. Non è facile né immediato per noi occidentali del ventunesimo secolo comprendere quali sentimenti, quale amor patrio, quale idolatria ci fosse dietro i kamikaze, ovvero dietro il vento divino che ha immolato giovani vite in modo cruento e apparentemente irragionevole. Liquidare frettolosamente questi suicidi come follia, come fanatismo, come ultra-nazionalismo sarebbe molto facile ed altrettanto sbagliato. Scuotere la testa convinti che siano solo stravaganze e autolesionismi orientali dimostra solo miopia e poco desiderio di confrontarsi col diverso, ritenendolo incomprensibile e anzi risibile. Il fil rouge della tetralogia è Shigekuni Honda, in questo romanzo quasi quarantenne e rispettato giudice; a diciotto anni dalla morte del suo inseparabile amico Matsugae Kiyoaki egli lo rivede reincarnato in Iinuma Isao, giovane figlio dell'ex precettore di Kiyoaki. E' un periodo difficile quello dei primi anni Trenta per l'impero nipponico, un periodo diviso tra la forte spinta espansionistica (l'invasione della Manciuria è del 1931), la sfrenata politica per il conseguimento del welfare (nonostante le enormi sacche di povertà di contadini e disoccupati), il desiderio di intrattenere rapporti commerciali sempre più stretti con gli Stati Uniti e le potenze europee e la nascita di una sorta di fascismo (la definizione è contrastata e avversata da molti studiosi per vari motivi), in realtà una spiccata tendenza al militarismo e alla rivitalizzazione del potere imperiale. In quel periodo molti giovani abbracciarono gli ideali dei samurai dell'era Meiji di fine XIX secolo, tentando di emularne le gesta eclatanti e ponendo tragicamente fine alle loro vite mediante il più alto sacrificio che un suddito dell'imperatore potesse pensare, il seppuku, quella forma di suicidio rituale con cui Mishima stesso doveva nel 1970, appena 45enne, porre fine alla sua vita. Ma non bisogna identificare tout court l'autore con un fanatico ultra-nazionalista xenofobo: come alcuni personaggi del romanzo, Mishima stesso ascoltava Strauss, sorseggiava whisky e Manhattan e conosceva il Till Eulenspiegel di Hauptmann, perché dall'Europa e dalla sua cultura egli era irresistibilmente attratto. Passioni esasperate, violenza tragica, rivolta interiore, e nessuna consolazione che non fosse quella della morte, questo è il Giappone folle e affascinante di Mishima: la bellezza del pericolo, non il pericolo della bellezza.
Qualcosa stona, in questo romanzo di Carol Shields. Stenta a decollare la piacevole scorrevolezza di La festa di Larry e gli spunti di riflessione tanto toccanti in Mary Swann latitano. La scrittura è sempre piacevole, ma il problema sta nella protagonista. Reta Winters, traduttr
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Qualcosa stona, in questo romanzo di Carol Shields. Stenta a decollare la piacevole scorrevolezza di La festa di Larry e gli spunti di riflessione tanto toccanti in Mary Swann latitano. La scrittura è sempre piacevole, ma il problema sta nella protagonista. Reta Winters, traduttrice, moglie, madre e scrittrice agli esordi, non è simpatica. La sua vita scorre tranquilla, nell'Ontario tanto caro alla Shields, tra lavoro, circoli di amiche, vita domestica e cittadina, fino ad un'improvvisa mazzata che piove sulla famiglia: la ventenne primogenita Norah, studentessa universitaria tranquilla, serena e riflessiva (forse troppo), abbandona la sua vita normale per andare a mendicare seduta ad un angolo tra due strade di Toronto, in mano un cartello con la parola "bontà": Due anni fa abitavo un'altra forma di esistenza, ero ben lontana dall'immaginare la sofferenza che oggi mi spezza il cuore. Qualche volta erano piccoli dolori per una mancanza di rispetto, perdite da nulla, piccoli tradimenti patiti, persino recensioni cattive: ecco di cosa pensavo fosse fatta la sofferenza; la tragedia non assomigliava ai miei libri. Da quel momento inizia per Reta Winters un'altalena emotiva che la porterà, dopo riflessioni, prese di posizione, contrasti, ripensamenti, alla riconciliazione con la figlia, con il romanzo in via di elaborazione, con la propria identità femminile più profonda, fino all'happy ending probabilmente un po' forzato del ritorno della figlia all'ovile e della scoperta della scintilla totalmente casuale che aveva fatto scoppiare il malessere e il disagio. Si parla anche qui dello scrivere e del rapporto difficile tra materia narrata e scrittore, ma è solo un'ombra lontana della bellezza e della profondità di Mary Swann. Tutto il libro è scisso in capitoli brevi che portano come titolo vari connettivi come eppure, così, invece, o altrimenti, in qualche maniera legati alle vicende lì narrate o alle riflessioni che ne derivano. Il titolo ci viene spiegato dalla stessa Shields a tre quarti abbondanti della narrazione: "A meno che" è la voce dell'inquietudine. Ti sfiora l'orecchio come una falena: la senti appena, eppure tutto dipende da questo sussurro. A meno che: è la congiunzione inerte che porti con te, come una pietruzza nella piega di una tasca. Sempre presente, o assente. A meno che tu non abbia abbastanza fortuna, o abbastanza salute, a meno che tu non sia abbastanza fertile o non abbia qualcuno che ti ama e ti sostiene, a meno che tu non abbia chiarezza sul tuo orientamento sessuale o non abbia le stesse opportunità che si offrono ad altri, be', allora sei destinato a sprofondare nel buio e nella disperazione. "A meno che" è un'uscita di sicurezza, è un tunnel che va verso la luce, il rovescio del non abbastanza.
Il Murakami più toccante, più romantico, più reale ma con quella vena di incomprensibile che si insinua quando meno te l’aspetti, si trova in questo meraviglioso libricino dal titolo suggestivo, affascinante e fiabesco. In attesa che Einaudi lo ristampi, si è costretti a cercarlo usato o a leggerlo
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Il Murakami più toccante, più romantico, più reale ma con quella vena di incomprensibile che si insinua quando meno te l’aspetti, si trova in questo meraviglioso libricino dal titolo suggestivo, affascinante e fiabesco. In attesa che Einaudi lo ristampi, si è costretti a cercarlo usato o a leggerlo in e-book, ma leggerlo è un piacere sopraffino che ripaga qualsiasi sacrificio. Si tratta di un romanzo non molto lungo, che si legge in poco tempo anche perché staccarsene è difficile. A chi non sia più un adolescente, questo romanzo riesce a far sentire in bocca il senso dolce-amaro del tempo che passa, delle occasioni perdute, di ciò che abbiamo immaginato da ragazzi e che non ha avuto alcun seguito, non si è concretizzato, si è perso nei meandri della nostra vita. Chi di noi non ha avuto uno star-crossed lover, un amore nato sotto la stella sbagliata, con cui sono stati sbagliati i tempi, i luoghi, i modi? O forse no, chissà, ma è suggestivo illudersene. Hajime, il protagonista di questo romanzo, conosce la giovane Shimamoto da ragazzino, e insieme a lei impara l’amore per la lettura, per i dischi jazz del padre di lei, e forse qualcos’altro… i primi turbamenti della passione, qualcosa di inespresso e di inesprimibile, che prende dentro allo stomaco e sale fino in gola, senza riuscire a concretizzarsi in parole, frasi, pensieri. Poi la vita li allontana, e Hajime senza sapere il perché non torna sui suoi passi, anzi si immerge nella sua nuova esistenza, nelle sue esperienze di vita vera, i primi amori, le prime delusioni subite e procurate. La vita passa in fretta, si sa, ne siamo tutti risucchiati, in un baleno l’università è finita, si inizia a lavorare, ci si rigira nel mondo alla ricerca di un partner ideale, quello che abbiamo sempre immaginato, plasmato nei nostri pensieri, desiderato, aspettato. Hajime fa le sue esperienze, con un occhio al passato e uno al futuro, finché incontra Yukiko e la sposa, un matrimonio sereno, una donna comprensiva che lo rende padre di due figlie, mentre Hajime lascia il suo opaco lavoro di correttore di bozze e apre un jazz-bar (come Murakami stesso ha fatto), poi un altro, diventa un uomo di successo, appagato, impegnato. Fin quando però la sua adolescenza non torna a fargli visita. E quanti di noi non vorrebbero vivere quello che Hajime vive, sentire che forse è possibile riprendere in mano i fili di un intreccio lasciato a metà, tanto tempo prima, inconsapevolmente, distrattamente, irreparabilmente? Quanti non vorrebbero ridare fuoco alle ceneri di un amore adolescenziale, quell’amore che ci faceva ardere irresponsabilmente, che ci trasportava più sulle ali della fantasia che sulle tangibili e realistiche gambe della vita vera? Questo vive Hajime, in un modo drammaticamente romantico e sensuale, mentre sullo sfondo risuonano le tristi e melanconiche note jazz del pezzo di Duke Ellington, Star-crossed lovers appunto, davanti a un cocktail e con un libro sul bancone del bar, in attesa che una solitaria e desolata notte di pioggia gli porti davanti agli occhi la sua bellissima, sconsolata, tormentata e misteriosa Shimamoto. Hajime siamo tutti noi, sicuramente tutti quelli che nell’adolescenza e nella giovinezza hanno lasciato un pezzo di cuore, un amore irrisolto, un punto interrogativo che si è contorto, avvolto su se stesso fino a diventare minuscolo ma ad occupare come un piccolo pezzo di piombo una minuscola parte del nostro cuore, pronto a srotolarsi come per incanto al più piccolo cenno, come una molla, per ritornare prepotentemente vivo, pungente come una spina nel fianco, doloroso ma allo stesso tempo piacevole perché relitto di un tempo che fu, un tempo al quale vorremmo ritornare, se solo il presente non ci tenesse ben stretti, avvinti nelle sue spire, pronto a fare di noi ciò che desidera, deciso a non lasciarci scendere da quella ruota impazzita che è la nostra vita, in perenne corsa verso un domani che sta lì, granitico, ad attenderci, giorno dopo giorno.
1Q84
E' arrivato a riscaldare queste mie giornate autunnali il finale di 1Q84; credevo di dover riprendere in mano il primo volume per ripercorrere le vicende e invece non ce n'è stato bisogno. E' bastato aprire le prime pagine perché tutto tornasse alla mente, come quando un parabrezza appannato ... (continue)
E' arrivato a riscaldare queste mie giornate autunnali il finale di 1Q84; credevo di dover riprendere in mano il primo volume per ripercorrere le vicende e invece non ce n'è stato bisogno. E' bastato aprire le prime pagine perché tutto tornasse alla mente, come quando un parabrezza appannato viene liberato dal getto di aria. Così ho rivisto Aomame dentro il taxi con in sottofondo la Sinfonietta di Janaček, ho rivisto chiaramente Fukada Eriko e la sua Crisalide d'aria, Tengo, Ushikawa, il leader della setta Sakigake, i Little People, le due lune.
Le voci che narrano la storia a capitoli alternati sono diventate tre: ad Aomame e Tengo si è aggiunto il Testone (come viene definito da Tamaru), ossia Ushikawa, il detective privato sguinzagliato dalla setta sulle tracce di Aomame. Le narrazioni ad un certo punto procedono in modo leggermente rallentato l'una rispetto alle altre, ossia è come se vedessimo con gli occhi di Ushikawa leggermente in ritardo quanto abbiamo già visto con gli occhi di Tengo ed Aomame. Mi è sembrato un tocco di maestria, di costruzione ben calibrata che Murakami ci ha concesso, lui che è di solito un lineare e forse semplicistico (per i suoi detrattori) costruttore e strutturatore di trame e intrecci. Il libro 3 non è lento, le vicende incalzano, Aomame si nasconde braccata e lentamente – un po' per la sua forza di volontà, un po' per i colpi azzeccati della fortuna – si avvicina a Tengo, per riprendere tra le sue quella mano che aveva stretto, bambina, in un lontano giorno delle scuole elementari, vent'anni prima. Nonostante siamo nel mondo irreale del 1Q84, il mondo con due lune in cielo, l'autore non indulge più di tanto in irrealtà e fantasticherie (beh, un po' sì, ovviamente, soprattutto in un paio di episodi che non si possono anticipare per non togliere il gusto della sorpresa), gli scenari sia urbani che paesaggistici sono ben delineati, i personaggi sono accattivanti (anche quelli secondari come Tamaru, il bodyguard-factotum omosessuale ed efficientissimo) e le atmosfere claustrofobiche (le “visite” dell'esattore dell'NHK) sono estremamente efficaci.
Il giudizio che avevo “sospeso” dopo la lettura dei libri 1 e 2 quindi lo confermo pienamente, anzi la mia sensazione è che l'ultima parte sia addirittura migliore delle prime due: le cinque stelle resistono e luccicano più chiaramente. Murakami confeziona un romanzo che sta alla pari de L'uccello che girava le viti del mondo che per me era finora il suo capolavoro insuperato in quanto ad architettura della trama e ricchezza dei personaggi.
Anche quest'anno il Nobel per la letteratura gli è passato accanto sfiorandolo (i bookmakers come sempre lo davano tra i più quotati per la vittoria); so bene che alcuni lettori lo considerano puerile, favolistico, irreale, troppo aereo, inconsistente, scontato e via così e lo snobbano con alzata di spalle. A me sembra come giudicare ridicoli i dipinti di Chagall solo perché gli amanti volano liberi nel cielo, sorvolando i tetti.
1Q84
Non mi piace dare giudizi su opere non complete, mi sembra di non aver analizzato tutti i dati a mia disposizione, quindi il mio parere sulla più recente fatica di Murakami resterà comunque in progress fino al termine della lettura. La terza parte del volume, già edita in Giappone e in traduz ... (continue)
Non mi piace dare giudizi su opere non complete, mi sembra di non aver analizzato tutti i dati a mia disposizione, quindi il mio parere sulla più recente fatica di Murakami resterà comunque in progress fino al termine della lettura. La terza parte del volume, già edita in Giappone e in traduzione inglese sia negli USA che in Gran Bretagna, si farà attendere ancora un anno qui in Italia, e completerà finalmente il quadro del murakamiano 1984 e del suo “clone” 1Q84.
Ci sono in questo romanzo molti echi della produzione precedente dello scrittore, tanto che diversi lettori e critici lo hanno giudicato “auto-celebrativo”; è possibile che questo sia in parte vero, ma non sarebbe comunque una novità. A Murakami è sempre piaciuto citarsi, girarsi intorno più volte, inserendo nella trama piccoli particolari della sua vita reale (il jazz, i bar, nomi di personaggi ricorrenti come Watanabe Noboru ne L'elefante scomparso e altri racconti, vero nome dell'illustratore dei libri di Murakami, nonché amico personale, solo per citarne un paio tra i più evidenti), per cui non mi pare una pecca relativa solo a questo libro, anzi semmai una delle caratteristiche imprescindibili dell'autore.
Altra critica rivolta al libro è quella della ripetitività, e questa in effetti, anche se solo in alcuni tratti, la trovo giustificata. Ci sono brani in cui Murakami indugia sulla ripetizione di certe vicende, sulla reiterazione di descrizioni già fornite, ma si tratta solo di brevi passaggi, che non rendono certo illeggibile l'opera né alzano la noia oltre il livello di guardia.
Citazioni murakamiane, dunque, tante. Fin dalle prime pagine è lampante il richiamo a La fine del mondo e il paese delle meraviglie; capitoli alternati per scenario e voce narrante. Chi ha amato quel romanzo non potrà non farsi affascinare da questo stesso filo d'unione di trame, personaggi, ambienti, sensazioni. Protagonisti alla ricerca di qualcosa di intimamente legato al proprio passato, ad un'infanzia ormai perduta ma scolpita nella memoria e circondata da un'aura di magia, che non smette di dipanare la propria influenza sul presente (ve lo ricordate il protagonista di A sud del confine, ad ovest del sole, Hajime, alle prese con il ritorno dell'amore adolescenziale, la misteriosa Shimamoto?). La musica è sempre un fil rouge, Murakami non fa mai mancare citazioni jazzistiche molto colte e qui le arricchisce addirittura della presenza di musica classica (la Sinfonietta di Janáček che apre il romanzo e si ripropone in seguito) e autori di musica barocca come Telemann e Rameau. Potrei continuare ancora (il nome Ushikawa, di un personaggio qui secondario, già presente ne L'uccello che girava le viti del mondo) ma sarebbe solo un elenco di ricorrenze, tanto lungo quanto sterile.
Ciò che importa maggiormente è che Murakami ha intessuto una trama composita, in cui si intrecciano molteplici elementi. Innanzitutto, il fantastico, che ruota attorno all'irreale ma evidente 1Q84, anno “immagine” del 1984 in cui si svolgono le vicende narrate, e la citazione di Orwell è forse fin troppo ovvia. Poi, la scrittura e lo scrittore, incarnati nel protagonista Tengo, giovane romanziere ancora alla ricerca del successo, incaricato qui di un'operazione non troppo lecita, quella di ghost-writer (e c'è chi ha identificato proprio in questi elementi evidenti tracce di auto-celebrazione dell'autore sull'importanza di scrivere trame inconsistenti ma affascinanti per il lettore) del bestseller La crisalide d'aria, che ci spalancherà il mondo inquietante dei Little People, delle sette religiose e di misteriosi fenomeni atmosferici ed astronomici. Citazioni ancora di Čechov e della sua Isola di Sakhalin, dei dostoevskiani Fratelli Karamazov e del racconto nel romanzo Il paese dei gatti, pubblicato sul New Yorker come inedito.
Per quanto incompleto, 1Q84 è un gran bel libro, creato con la giusta dose di suspense, di mistero, di amore e forse con un pizzico eccessivo di attenzione per il sesso, che in certi aspetti è vagamente fuori luogo, ridondante, stonato nei particolari. Non so se si possa etichettare come “il capolavoro murakamiano” (che per me resta tuttora L'uccello che girava le viti del mondo, sperando che l'autore ci riservi in futuro nuove opere straordinarie), so per certo che si tratta di una lettura piacevole, trascinante e suggestiva che merita senza indugio cinque stelle in progress.
A briglia sciolta
Tutto il Giappone tradizionale del periodo tra le due guerre mondiali è racchiuso qui, nel secondo capitolo della tetralogia de Il mare della fertilità. La forte spinta del richiamo della tradizione nazionale viene raccontata da Mishima con la stessa vitalità con cui egli la sentiva nell'ani ... (continue)
Tutto il Giappone tradizionale del periodo tra le due guerre mondiali è racchiuso qui, nel secondo capitolo della tetralogia de Il mare della fertilità. La forte spinta del richiamo della tradizione nazionale viene raccontata da Mishima con la stessa vitalità con cui egli la sentiva nell'animo, con le stesse contraddizioni, con la stessa prepotenza, con la stessa sofferenza. Non è facile né immediato per noi occidentali del ventunesimo secolo comprendere quali sentimenti, quale amor patrio, quale idolatria ci fosse dietro i kamikaze, ovvero dietro il vento divino che ha immolato giovani vite in modo cruento e apparentemente irragionevole. Liquidare frettolosamente questi suicidi come follia, come fanatismo, come ultra-nazionalismo sarebbe molto facile ed altrettanto sbagliato. Scuotere la testa convinti che siano solo stravaganze e autolesionismi orientali dimostra solo miopia e poco desiderio di confrontarsi col diverso, ritenendolo incomprensibile e anzi risibile.
Il fil rouge della tetralogia è Shigekuni Honda, in questo romanzo quasi quarantenne e rispettato giudice; a diciotto anni dalla morte del suo inseparabile amico Matsugae Kiyoaki egli lo rivede reincarnato in Iinuma Isao, giovane figlio dell'ex precettore di Kiyoaki.
E' un periodo difficile quello dei primi anni Trenta per l'impero nipponico, un periodo diviso tra la forte spinta espansionistica (l'invasione della Manciuria è del 1931), la sfrenata politica per il conseguimento del welfare (nonostante le enormi sacche di povertà di contadini e disoccupati), il desiderio di intrattenere rapporti commerciali sempre più stretti con gli Stati Uniti e le potenze europee e la nascita di una sorta di fascismo (la definizione è contrastata e avversata da molti studiosi per vari motivi), in realtà una spiccata tendenza al militarismo e alla rivitalizzazione del potere imperiale. In quel periodo molti giovani abbracciarono gli ideali dei samurai dell'era Meiji di fine XIX secolo, tentando di emularne le gesta eclatanti e ponendo tragicamente fine alle loro vite mediante il più alto sacrificio che un suddito dell'imperatore potesse pensare, il seppuku, quella forma di suicidio rituale con cui Mishima stesso doveva nel 1970, appena 45enne, porre fine alla sua vita. Ma non bisogna identificare tout court l'autore con un fanatico ultra-nazionalista xenofobo: come alcuni personaggi del romanzo, Mishima stesso ascoltava Strauss, sorseggiava whisky e Manhattan e conosceva il Till Eulenspiegel di Hauptmann, perché dall'Europa e dalla sua cultura egli era irresistibilmente attratto.
Passioni esasperate, violenza tragica, rivolta interiore, e nessuna consolazione che non fosse quella della morte, questo è il Giappone folle e affascinante di Mishima: la bellezza del pericolo, non il pericolo della bellezza.
A meno che
***This comment contains spoilers! ***
Qualcosa stona, in questo romanzo di Carol Shields. Stenta a decollare la piacevole scorrevolezza di La festa di Larry e gli spunti di riflessione tanto toccanti in Mary Swann latitano.continue)
La scrittura è sempre piacevole, ma il problema sta nella protagonista. Reta Winters, traduttr ... (
Qualcosa stona, in questo romanzo di Carol Shields. Stenta a decollare la piacevole scorrevolezza di La festa di Larry e gli spunti di riflessione tanto toccanti in Mary Swann latitano.
La scrittura è sempre piacevole, ma il problema sta nella protagonista. Reta Winters, traduttrice, moglie, madre e scrittrice agli esordi, non è simpatica. La sua vita scorre tranquilla, nell'Ontario tanto caro alla Shields, tra lavoro, circoli di amiche, vita domestica e cittadina, fino ad un'improvvisa mazzata che piove sulla famiglia: la ventenne primogenita Norah, studentessa universitaria tranquilla, serena e riflessiva (forse troppo), abbandona la sua vita normale per andare a mendicare seduta ad un angolo tra due strade di Toronto, in mano un cartello con la parola "bontà": Due anni fa abitavo un'altra forma di esistenza, ero ben lontana dall'immaginare la sofferenza che oggi mi spezza il cuore. Qualche volta erano piccoli dolori per una mancanza di rispetto, perdite da nulla, piccoli tradimenti patiti, persino recensioni cattive: ecco di cosa pensavo fosse fatta la sofferenza; la tragedia non assomigliava ai miei libri.
Da quel momento inizia per Reta Winters un'altalena emotiva che la porterà, dopo riflessioni, prese di posizione, contrasti, ripensamenti, alla riconciliazione con la figlia, con il romanzo in via di elaborazione, con la propria identità femminile più profonda, fino all'happy ending probabilmente un po' forzato del ritorno della figlia all'ovile e della scoperta della scintilla totalmente casuale che aveva fatto scoppiare il malessere e il disagio.
Si parla anche qui dello scrivere e del rapporto difficile tra materia narrata e scrittore, ma è solo un'ombra lontana della bellezza e della profondità di Mary Swann.
Tutto il libro è scisso in capitoli brevi che portano come titolo vari connettivi come eppure, così, invece, o altrimenti, in qualche maniera legati alle vicende lì narrate o alle riflessioni che ne derivano. Il titolo ci viene spiegato dalla stessa Shields a tre quarti abbondanti della narrazione: "A meno che" è la voce dell'inquietudine. Ti sfiora l'orecchio come una falena: la senti appena, eppure tutto dipende da questo sussurro. A meno che: è la congiunzione inerte che porti con te, come una pietruzza nella piega di una tasca. Sempre presente, o assente.
A meno che tu non abbia abbastanza fortuna, o abbastanza salute, a meno che tu non sia abbastanza fertile o non abbia qualcuno che ti ama e ti sostiene, a meno che tu non abbia chiarezza sul tuo orientamento sessuale o non abbia le stesse opportunità che si offrono ad altri, be', allora sei destinato a sprofondare nel buio e nella disperazione. "A meno che" è un'uscita di sicurezza, è un tunnel che va verso la luce, il rovescio del non abbastanza.
A Sud del confine, a Ovest del Sole
Il Murakami più toccante, più romantico, più reale ma con quella vena di incomprensibile che si insinua quando meno te l’aspetti, si trova in questo meraviglioso libricino dal titolo suggestivo, affascinante e fiabesco.continue)
In attesa che Einaudi lo ristampi, si è costretti a cercarlo usato o a leggerlo ... (
Il Murakami più toccante, più romantico, più reale ma con quella vena di incomprensibile che si insinua quando meno te l’aspetti, si trova in questo meraviglioso libricino dal titolo suggestivo, affascinante e fiabesco.
In attesa che Einaudi lo ristampi, si è costretti a cercarlo usato o a leggerlo in e-book, ma leggerlo è un piacere sopraffino che ripaga qualsiasi sacrificio. Si tratta di un romanzo non molto lungo, che si legge in poco tempo anche perché staccarsene è difficile. A chi non sia più un adolescente, questo romanzo riesce a far sentire in bocca il senso dolce-amaro del tempo che passa, delle occasioni perdute, di ciò che abbiamo immaginato da ragazzi e che non ha avuto alcun seguito, non si è concretizzato, si è perso nei meandri della nostra vita.
Chi di noi non ha avuto uno star-crossed lover, un amore nato sotto la stella sbagliata, con cui sono stati sbagliati i tempi, i luoghi, i modi? O forse no, chissà, ma è suggestivo illudersene. Hajime, il protagonista di questo romanzo, conosce la giovane Shimamoto da ragazzino, e insieme a lei impara l’amore per la lettura, per i dischi jazz del padre di lei, e forse qualcos’altro… i primi turbamenti della passione, qualcosa di inespresso e di inesprimibile, che prende dentro allo stomaco e sale fino in gola, senza riuscire a concretizzarsi in parole, frasi, pensieri. Poi la vita li allontana, e Hajime senza sapere il perché non torna sui suoi passi, anzi si immerge nella sua nuova esistenza, nelle sue esperienze di vita vera, i primi amori, le prime delusioni subite e procurate. La vita passa in fretta, si sa, ne siamo tutti risucchiati, in un baleno l’università è finita, si inizia a lavorare, ci si rigira nel mondo alla ricerca di un partner ideale, quello che abbiamo sempre immaginato, plasmato nei nostri pensieri, desiderato, aspettato. Hajime fa le sue esperienze, con un occhio al passato e uno al futuro, finché incontra Yukiko e la sposa, un matrimonio sereno, una donna comprensiva che lo rende padre di due figlie, mentre Hajime lascia il suo opaco lavoro di correttore di bozze e apre un jazz-bar (come Murakami stesso ha fatto), poi un altro, diventa un uomo di successo, appagato, impegnato. Fin quando però la sua adolescenza non torna a fargli visita. E quanti di noi non vorrebbero vivere quello che Hajime vive, sentire che forse è possibile riprendere in mano i fili di un intreccio lasciato a metà, tanto tempo prima, inconsapevolmente, distrattamente, irreparabilmente? Quanti non vorrebbero ridare fuoco alle ceneri di un amore adolescenziale, quell’amore che ci faceva ardere irresponsabilmente, che ci trasportava più sulle ali della fantasia che sulle tangibili e realistiche gambe della vita vera? Questo vive Hajime, in un modo drammaticamente romantico e sensuale, mentre sullo sfondo risuonano le tristi e melanconiche note jazz del pezzo di Duke Ellington, Star-crossed lovers appunto, davanti a un cocktail e con un libro sul bancone del bar, in attesa che una solitaria e desolata notte di pioggia gli porti davanti agli occhi la sua bellissima, sconsolata, tormentata e misteriosa Shimamoto.
Hajime siamo tutti noi, sicuramente tutti quelli che nell’adolescenza e nella giovinezza hanno lasciato un pezzo di cuore, un amore irrisolto, un punto interrogativo che si è contorto, avvolto su se stesso fino a diventare minuscolo ma ad occupare come un piccolo pezzo di piombo una minuscola parte del nostro cuore, pronto a srotolarsi come per incanto al più piccolo cenno, come una molla, per ritornare prepotentemente vivo, pungente come una spina nel fianco, doloroso ma allo stesso tempo piacevole perché relitto di un tempo che fu, un tempo al quale vorremmo ritornare, se solo il presente non ci tenesse ben stretti, avvinti nelle sue spire, pronto a fare di noi ciò che desidera, deciso a non lasciarci scendere da quella ruota impazzita che è la nostra vita, in perenne corsa verso un domani che sta lì, granitico, ad attenderci, giorno dopo giorno.