La prima cosa che viene in mente leggendo questo episodio del ciclo di Eymerich è Greta Garbo. Ah, se Valerio Evangelisti avesse recepito il messaggio della grande attrice svedese ritiratasi dalle scene all’apice della fama, della bravura e della fortuna! Avrebbe fermato le avventure dell’inquisitor
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La prima cosa che viene in mente leggendo questo episodio del ciclo di Eymerich è Greta Garbo. Ah, se Valerio Evangelisti avesse recepito il messaggio della grande attrice svedese ritiratasi dalle scene all’apice della fama, della bravura e della fortuna! Avrebbe fermato le avventure dell’inquisitore spagnolo al capitolo precedente, Il castello di Eymerich. Una delle pecche più evidenti che si notano in questo romanzo è che la parte ambientata nel futuro (fino al 2068) è connessa al resto della narrazione in maniera estremamente labile, e infatti occupa un posto pressoché irrilevante nell’economia del romanzo, non ha ricaduta alcuna sulle altre due parti della trama, che sono entrambe collegate al dominio inglese sui territori francesi nel periodo funestato dalla cosiddetta guerra dei cent’anni. L’unica cosa per la quale si ricordano le parti che coinvolgono la RACHE, l’Euroforce e i rispettivi loschi figuri è la menzione nientemeno che di Kayser Sose. Sì, proprio così, del Kayser Sose del film I soliti sospetti, qui citato perché emblema dell’individuo misterioso, sfuggente, forse addirittura inesistente. Diciamo che come minimo scappa una risatina. Ma accantonata questa parte così poco interessante, andiamo alle avventure di Nicolas Eymerich nella Francia invasa dalle truppe del Principe Nero; l’ormai arcinoto ribrezzo che il domenicano prova nei confronti di insetti e bestiame vario si concretizza qui in sciami di cervi volanti, coleotteri piuttosto inquietanti, bisogna ammettere, che infestano intere regioni della Francia. Ovviamente dietro il cervo volante si nasconderà ben altro, e precisamente l’eresia dei Luciferiani, una setta eretica non meglio identificata che intende sovvertire i principi di base della chiesa cristiana, affermando in luogo della Trinità addirittura una Quaternità formata da Dio, Lucifero, Mater Bona e Magna Mater, ovvero Bene, Male, femminilità negativa e distruttrice e femminilità positiva e generatrice. Per la serie, non facciamoci mancare nulla, anzi scomodiamo anche l’antica lingua anglosassone per fornire ulteriori spunti e colpi di scena. In questo turbinio di personaggi che non sono quello che sembrano (e poi magari si riveleranno anche tutt’altro ancora) si muove un Nicolas Eymerich ormai destituito dalla carica di inquisitore e che appare inizialmente più un frate irascibile e scostante all’ennesima potenza che il sardonico, perfido e astutissimo domenicano che eravamo abituati a vedere all’opera. Gli fa da contraltare, nella vicenda intrecciata alla sua, e che lo seguirà di poche decine d’anni, niente meno che Giovanna d’Arco, la Pulzella d’Orléans che ha già ispirato romanzi, film, dipinti, tragedie, opere liriche, e che qui sembra una squilibrata leggermente isterica (chissà, forse davvero lo era) in preda alle visioni di San Michele, Santa Caterina d’Alessandria e Santa Margherita che le danno ordini contraddittori e incomprensibili. Chi ci sarà dietro? Toccherà al sempre impavido Eymerich dipanare la matassa, e i lettori che arriveranno a leggere gli ultimi capitoli si troveranno davanti a scenari veramente al confine tra morboso, assurdo, grottesco e paradossale, qualcosa di ben diverso da quello a cui Evangelisti ci aveva abituato. È vero, questo genere di narrativa così difficilmente etichettabile può non piacere, anzi è probabile che trovi più critici che sostenitori; difficile spesso seguire gli intrecci, le basi filosofiche, fisiche, teologiche che l’autore intreccia generalmente con buona maestria, fino all’exploit di pathos e suggestione raggiunto in Cherudek, sicuramente il migliore episodio del ciclo. Ma anche molti aficionados di Evangelisti resteranno delusi da Mater Terribilis, e chissà cosa viene raccontato in La luce di Orione, finora (e speriamo per sempre) ultimo Eymerich, dato che questo si chiude con un palese richiamo a vicende di là da venire o, come qualcuno dice in TV, “restate con noi”.
Una copertina delicatamente evocativa mostra un pontile che si dirige verso l’acqua, verso il nulla forse, o magari verso una terra sconosciuta, una vita da scoprire, da cambiare, da ridisegnare. Un’aura verdastra ammanta il paesaggio di una luce irreale, eppure attraente; una barca è lì, appena cop
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Una copertina delicatamente evocativa mostra un pontile che si dirige verso l’acqua, verso il nulla forse, o magari verso una terra sconosciuta, una vita da scoprire, da cambiare, da ridisegnare. Un’aura verdastra ammanta il paesaggio di una luce irreale, eppure attraente; una barca è lì, appena coperta da un telo, per esortarci alla partenza, al viaggio, alla fuga. E i racconti di Alice Munro mantengono le promesse dell’immagine di copertina, racconti che non ci lasciano mai con l’insoddisfazione, mai delusi, mai con il senso di incompiutezza che a volte ci fa rimpiangere che un breve racconto non si sia evoluto in qualcosa di più lungo e complesso. Probabilmente ciò dipende dal particolare modo che la Munro ha di gestire il tempo, l’approccio cronologico alle vicende che desidera narrarci, e che sa gestire in maniera inequivocabilmente artistica e sicura di sé. Spesso i racconti iniziano con un quadro, una breve descrizione del presente, che non ci dà il tempo di capire cosa stia effettivamente succedendo tra i personaggi. Non ne abbiamo il tempo perché l’autrice ci tira per un braccio – proprio così – vigorosamente, con decisione e fermezza, verso il passato, il momento in cui le vicende si sono originate, nell’occhio del ciclone, come si suol dire. E lentamente, con i suoi soliti non-detti (o meglio, con i suoi sussurri all’orecchio del lettore attento e ricettivo), ci porta fino alla conclusione delle vicende, a volte saltando di decennio in decennio, a volte invece racchiudendo tutto il climax in una singola giornata. Donne in fuga, ma da cosa? In fuga da vite senza speranza, da famiglie oppressive, da esistenze opache, piatte, spente, e ancor più spesso in fuga da se stesse. Oppure, in fuga verso cosa? Verso un amore irreale, sognato ancor prima che effettivamente provato, verso un passato che ritorna con le sue ombre per poi scoprire che tutto è stato un inganno, un qui pro quo, un fraintendimento, una coincidenza persa. Donne intelligenti ancor prima che sensibili, piccoli ambienti rurali e soffocanti dove un’intelligenza femminile è vista alla stessa stregua di una zoppia, un difetto fisico, un particolare imbarazzante (Fatalità), lavoratrici instancabili, donne gradevoli, colte, simpatiche, chissà perché prive di un affetto vero, di un rapporto di coppia soddisfacente o comunque duraturo (Scherzi del destino). Dove sono, allora, gli uomini nei racconti di Alice Munro? Che ruolo hanno, nella vita di queste donne “in fuga”? Spesso sono buoni amici, o mariti stravaganti e non sempre solidali se non addirittura opprimenti, o tormentati esseri in bilico tra la passione e la codardia. Oppure è il caso a distruggere le possibili storie nascenti, gli incontri mancati, la paura del mostrarsi come realmente si è. Nemmeno stavolta Alice Munro delude, nemmeno in questa raccolta di racconti (caso unico, tre storie hanno la stessa protagonista, Juliet, ritratta in periodi diversi della sua vita) i lettori che l’hanno già apprezzata si pentiranno di aver comprato questo libro. Un libro che dovrebbero leggere non solo le donne, per riconoscersi nell’interiorità e nelle indecisioni di qualche protagonista, ma soprattutto gli uomini, per non rimanere – come spesso avviene nella vita reale – sullo sfondo delle vicende femminili, spesso causa inespressa e inconsapevole di ciò che accade alle loro figlie, madri, mogli, sorelle, prigionieri del loro mondo iper-razionale, fatto di poche parole e pochissima astrazione.
Un romanzo molto interessante a cui il titolo non fa giustizia, etichettandolo a prima vista come una storia romantica di amori e corteggiamenti; così non è, perché le vicende della scelta del “ragazzo giusto” per Lata Mehra da parte della madre occupano una minima parte delle vicende narrate in que
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Un romanzo molto interessante a cui il titolo non fa giustizia, etichettandolo a prima vista come una storia romantica di amori e corteggiamenti; così non è, perché le vicende della scelta del “ragazzo giusto” per Lata Mehra da parte della madre occupano una minima parte delle vicende narrate in queste 1600 pagine. Il libro merita quasi quattro stelle perché la sua pecca principale consiste proprio nella mole; non è un libro noioso, anzi la scrittura di Seth è scorrevole e sempre azzeccata, con un giusto equilibrio tra dialoghi e brani descrittivi. Ci sono però molte parti sovrabbondanti, che avrebbero potuto essere riassunte più brevemente senza togliere nulla né agli intrecci né allo sfondo storico e sociale. È sicuramente quest’ultimo uno dei principali interessi dello scrittore, e forse è il più riuscito; descrivere l’India all’indomani della Partizione del 1947 (indipendenza dalla Gran Bretagna e creazione del Pakistan voluto dalla Lega Musulmana) con tutti i suoi conflitti e le sue contraddizioni. Le vicende narrate nel romanzo si snodano tra il 1951 e il 1952, iniziano con il matrimonio tra Savita (sorella di Lata) e Pram Kapoor e si concluderanno, ovviamente, con il matrimonio di Lata stessa con il “ragazzo giusto”. In mezzo alle due feste nuziali, con le loro tradizioni tipiche indù, ci sono mille intrecci e una varietà di personaggi talmente consistente che Seth ha sentito la necessità di premettere al libro gli alberi genealogici delle quattro principali famiglie protagoniste, i Mehra, i Chatterji, i Kapoor e i Khan, questi ultimi di religione musulmana. La grande quantità di personaggi non deve spaventare, anzi è il plusvalore del libro, perché l’autore fa di ognuno di essi un’immagine a tutto tondo, mai banale, sempre efficace ed essenziale per la comprensione di uno spaccato di società estremamente frammentata com’è notoriamente quella indiana, tra religioni (indù, musulmani, sikh, tutte in conflitto tra loro), caste (anche se abolite dalla legge, molto sentite dal popolo), legami con gli inglesi e desiderio di evoluzione. In maniera delicata, realistica ma anche con tanto carattere, Vikram Seth racconta mille vicende, nascite di bambini, tradimenti, lotte elettorali, incontri letterari e diatribe professionali, lettere d’amore e non, poesie, stravaganze e tradizioni, religiosità e trasgressione, senza prendere la parte di nessuno; per chi ama la cultura indiana è un prezioso scrigno di storie, usanze, riti (corposissimo e molto interessante il glossario di termini indù e islamici che si trova in coda al romanzo), e chiudendo il libro si ha la sensazione di aver imparato davvero moltissimo sull’India; un paese apparentemente retrogrado che però è stato governato da una donna (Indira Gandhi) fin dal 1966, con enorme precocità rispetto a tanti stati occidentali, un paese che ha saputo rimboccarsi le maniche e diventare in pochi decenni la potenza economica mondiale che è adesso (soprattutto nel campo informatico e ingegneristico). Senza svelare nulla della trama, due parole sul finale, in cui sembra quasi che Lata non faccia la scelta “giusta” tra i suoi corteggiatori, ma che quasi, in un eccesso di razionalità e sottomissione alla tradizione, faccia la scelta apparentemente più conveniente, quella che a chi legge sembra forse la più sbagliata. E dato che Vikram Seth ha annunciato l’uscita di “A suitable girl” per il 2013, sarà interessante vedere un’ormai anziana Lata Mehra alle prese con la ricerca di una ragazza adatta per il proprio nipote, in un’India ormai contemporanea e con problemi senz’altro diversi da quelli del periodo del Pandit Jawaharlal Nehru. Chissà che ne sarà stato della sua vita, e se davvero il suo prescelto si sarà rivelato “il ragazzo giusto”.
Secondo episodio con protagonista l’ispettore Barbarotti della polizia della fittizia città di Kymlinge, dopo l’esordio ne L’uomo senza un cane. Barbarotti è un personaggio interessante, dotato di una certa ironia, soprattutto nel suo personale “dialogo” con Dio, cosa che non deve far pensare
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Secondo episodio con protagonista l’ispettore Barbarotti della polizia della fittizia città di Kymlinge, dopo l’esordio ne L’uomo senza un cane. Barbarotti è un personaggio interessante, dotato di una certa ironia, soprattutto nel suo personale “dialogo” con Dio, cosa che non deve far pensare a nulla di filosofico o trascendentale; si tratta soltanto di una divertente raccolta punti – mettiamola così – in cui Barbarotti attribuisce o sottrae punti all’Altissimo a seconda che questi ascolti le sue richieste o meno. Il poliziotto italo-svedese (chissà se in qualche futura indagine Nesser lo farà tornare in Italia alla ricerca del padre che non conosce) è meno triste e sconsolato dei suoi colleghi scandinavi (Wallander, Vik e Stubø sopra tutti) nonostante sia anch’egli divorziato e con figli lontani. Anzi, in questo episodio è alle prese con un nuovo amore, e lo vive in maniera quasi spaventata dalla prepotenza del sentimento, in un modo molto umano e non esagerato e sdolcinato e lievemente ridicolo come ad esempio i due protagonisti dei romanzi della norvegese Holt. L’intreccio è abbastanza interessante, anche se in qualche maniera debitore di certi gialli di Agatha Christie per il meccanismo e per la soluzione, ma è ben costruito. Anche la parte del diario – scritto in prima persona e su due livelli temporali a distanza di cinque anni dal presunto assassino – è piacevole e intrigante, con una buona descrizione caratteriale dei personaggi. Il punto debole della vicenda è l’eccessiva lungaggine di certi capitoli, che fa perdere un po’ la verve della storia per privilegiare descrizioni e conversazioni; un centinaio di pagine in meno avrebbero reso la narrazione più snella e godibile. Ciò non toglie che lo stile di Nesser sia piacevole e scorrevole, uno stile non greve né noioso, anche se il pathos non è esattamente alle stelle; non è di certo un tipo di romanzi per chi ama la suspence e i colpi di scena spettacolari o le scene movimentate di poliziotti tutti fisicità e scazzottate. Barbarotti non spara un colpo, ma in compenso sa cucinare un’aragosta e abbinarci un vino bianco… e questo, rispetto alle infinite birre e agli innumerevoli hamburger ipercalorici e superlipidici degli altri inquirenti scandinavi, è senz’altro un passo avanti, se non altro sulla via della gourmandise.
Mishima era senz’altro un autore rivoluzionario, in perenne conflitto interiore come conflittuali sono le sue storie, che rappresentano l’incertezza della direzione presa dal Giappone nel XX secolo: occidentalizzarsi troppo significava soccombere culturalmente? Mishima si divideva tra la nostalgia p
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Mishima era senz’altro un autore rivoluzionario, in perenne conflitto interiore come conflittuali sono le sue storie, che rappresentano l’incertezza della direzione presa dal Giappone nel XX secolo: occidentalizzarsi troppo significava soccombere culturalmente? Mishima si divideva tra la nostalgia per il fastoso passato dei samurai e per la tradizione, e l’ammirazione per l’Occidente e per la sua cultura. Neve di primavera è pieno di riferimenti alla letteratura europea, alla sua musica, al cinema e alla filosofia, eppure il pensiero prevalente in quell’epoca era che la cultura giapponese fosse immensamente superiore a quella dell’Europa, di cui invece bisognava assorbire la tecnologia per mantenersi al passo con l’industrializzazione mondiale (e sappiamo, a posteriori, che i nipponici ci sono riusciti benissimo). Il conflitto ideologico Giappone – Occidente è impersonato in questo romanzo dal marchese Matsugae, padre del protagonista Kiyoaki; è un uomo ricco, in carriera, estremamente appassionato di tutto ciò che è occidentale (dal cibo al biliardo, agli usi e costumi formali), eppure com’è tradizione mantiene un’amante, una specie di triste relitto di un’epoca andata. E’ un’ombra ormai consunta della classe dei samurai, un’immagine scolorita e senza verve, asservita e compiacente verso gli aristocratici di un rango più elevato come la famiglia Ayakura, che conserva solo un’elevata posizione sociale, ma vive in una situazione economica che rasenta la povertà. Kiyoaki, dal canto suo, è una specie di ibrido di tradizione e innovazione. Un giovane destinato ad un lavoro prestigioso, un temperamento umorale e spesso malinconico, che oscilla nell’altalena tra accettazione e rifiuto dell’amore di Satoko, la sua amica d’infanzia, figlia del conte Ayakura. L’unione sarebbe estremamente ben vista da Matsugae, ma l’irresolutezza del figlio fa sì che gli Ayakura decidano un’altra sorte matrimoniale, ben più altisonante, per la bella Satoko. D’altronde, anche Satoko è un insieme di oriente e occidente, e questo a volte spiazza Kiyoaki, espressione filtrata del pensiero di Mishima stesso, che osserva e analizza ciò che gli accade intorno, eppure spesso non sa spiegarsi il disgusto che lo coglie quando Satoko critica il suo infantilismo e il suo egocentrismo. E’ proprio l’amore-odio verso tutto ciò che è orientale e occidentale allo stesso tempo a determinare l’amore-odio per Satoko e per l’incapacità del padre nel gestire certe situazioni, stigmatizzando in un certo qual modo la perdita delle tradizioni nipponiche (per cui, però, conserva un certo freddo distacco, come nel caso della cerimonia della bacinella d’acqua e del riflesso lunare in essa, compiuta al suo 17° anno di età). Proprio quando la situazione diventa irreparabile e senza via d’uscita, Kiyoaki si accorge d’amare Satoko, ed è in quei momenti che lei assume la classica remissività delle donne orientali che è quasi proverbiale e simbolica nel mondo europeo, e nel contempo la perseveranza verso questo amore ormai proibito è quanto di più anti-nipponico in senso tradizionale ci possa essere, da parte dell’uno e dell’altra. Su un altro piano sta Honda, amico e compagno di scuola di Kiyoaki; Honda è, per Mishima, l’esempio più eloquente di ciò che la classe samurai dovesse diventare. Honda non è arrogante come Kiyoaki, ma è forte ed equilibrato, e cerca di dedurre il meglio dalla filosofia e dalla giurisprudenza occidentale (in particolare da quella tedesca, che costituiva l’ossatura della costituzione Meiji, dando vita a un sottile legame che si espliciterà fino alla seconda guerra mondiale), essendo destinato dal padre giudice a seguirne le orme. Eppure il vero fulcro della tradizione nipponica in Honda è la devozione e la fedeltà all’amico e all’idea stessa di amicizia, andando contro ai suoi stessi interessi e a proprio rischio e pericolo, senza mai rimpiangerlo un solo attimo. Cosa sta succedendo e succederà al Giappone, si chiede Mishima al momento della pubblicazione di questo suo romanzo (1969)? Come si potrà riguadagnare il senso di indipendenza mentale dall’avanzare spietato dell’Occidente? Mishima non dà molte risposte in merito, si limita a rappresentare tutti i possibili approcci a questo problema, usando tutti i personaggi di Neve di primavera.
Mater Terribilis
La prima cosa che viene in mente leggendo questo episodio del ciclo di Eymerich è Greta Garbo. Ah, se Valerio Evangelisti avesse recepito il messaggio della grande attrice svedese ritiratasi dalle scene all’apice della fama, della bravura e della fortuna! Avrebbe fermato le avventure dell’inquisitor ... (continue)
La prima cosa che viene in mente leggendo questo episodio del ciclo di Eymerich è Greta Garbo. Ah, se Valerio Evangelisti avesse recepito il messaggio della grande attrice svedese ritiratasi dalle scene all’apice della fama, della bravura e della fortuna! Avrebbe fermato le avventure dell’inquisitore spagnolo al capitolo precedente, Il castello di Eymerich.
Una delle pecche più evidenti che si notano in questo romanzo è che la parte ambientata nel futuro (fino al 2068) è connessa al resto della narrazione in maniera estremamente labile, e infatti occupa un posto pressoché irrilevante nell’economia del romanzo, non ha ricaduta alcuna sulle altre due parti della trama, che sono entrambe collegate al dominio inglese sui territori francesi nel periodo funestato dalla cosiddetta guerra dei cent’anni. L’unica cosa per la quale si ricordano le parti che coinvolgono la RACHE, l’Euroforce e i rispettivi loschi figuri è la menzione nientemeno che di Kayser Sose. Sì, proprio così, del Kayser Sose del film I soliti sospetti, qui citato perché emblema dell’individuo misterioso, sfuggente, forse addirittura inesistente. Diciamo che come minimo scappa una risatina.
Ma accantonata questa parte così poco interessante, andiamo alle avventure di Nicolas Eymerich nella Francia invasa dalle truppe del Principe Nero; l’ormai arcinoto ribrezzo che il domenicano prova nei confronti di insetti e bestiame vario si concretizza qui in sciami di cervi volanti, coleotteri piuttosto inquietanti, bisogna ammettere, che infestano intere regioni della Francia. Ovviamente dietro il cervo volante si nasconderà ben altro, e precisamente l’eresia dei Luciferiani, una setta eretica non meglio identificata che intende sovvertire i principi di base della chiesa cristiana, affermando in luogo della Trinità addirittura una Quaternità formata da Dio, Lucifero, Mater Bona e Magna Mater, ovvero Bene, Male, femminilità negativa e distruttrice e femminilità positiva e generatrice. Per la serie, non facciamoci mancare nulla, anzi scomodiamo anche l’antica lingua anglosassone per fornire ulteriori spunti e colpi di scena.
In questo turbinio di personaggi che non sono quello che sembrano (e poi magari si riveleranno anche tutt’altro ancora) si muove un Nicolas Eymerich ormai destituito dalla carica di inquisitore e che appare inizialmente più un frate irascibile e scostante all’ennesima potenza che il sardonico, perfido e astutissimo domenicano che eravamo abituati a vedere all’opera. Gli fa da contraltare, nella vicenda intrecciata alla sua, e che lo seguirà di poche decine d’anni, niente meno che Giovanna d’Arco, la Pulzella d’Orléans che ha già ispirato romanzi, film, dipinti, tragedie, opere liriche, e che qui sembra una squilibrata leggermente isterica (chissà, forse davvero lo era) in preda alle visioni di San Michele, Santa Caterina d’Alessandria e Santa Margherita che le danno ordini contraddittori e incomprensibili. Chi ci sarà dietro? Toccherà al sempre impavido Eymerich dipanare la matassa, e i lettori che arriveranno a leggere gli ultimi capitoli si troveranno davanti a scenari veramente al confine tra morboso, assurdo, grottesco e paradossale, qualcosa di ben diverso da quello a cui Evangelisti ci aveva abituato. È vero, questo genere di narrativa così difficilmente etichettabile può non piacere, anzi è probabile che trovi più critici che sostenitori; difficile spesso seguire gli intrecci, le basi filosofiche, fisiche, teologiche che l’autore intreccia generalmente con buona maestria, fino all’exploit di pathos e suggestione raggiunto in Cherudek, sicuramente il migliore episodio del ciclo. Ma anche molti aficionados di Evangelisti resteranno delusi da Mater Terribilis, e chissà cosa viene raccontato in La luce di Orione, finora (e speriamo per sempre) ultimo Eymerich, dato che questo si chiude con un palese richiamo a vicende di là da venire o, come qualcuno dice in TV, “restate con noi”.
In fuga
Una copertina delicatamente evocativa mostra un pontile che si dirige verso l’acqua, verso il nulla forse, o magari verso una terra sconosciuta, una vita da scoprire, da cambiare, da ridisegnare. Un’aura verdastra ammanta il paesaggio di una luce irreale, eppure attraente; una barca è lì, appena cop ... (continue)
Una copertina delicatamente evocativa mostra un pontile che si dirige verso l’acqua, verso il nulla forse, o magari verso una terra sconosciuta, una vita da scoprire, da cambiare, da ridisegnare. Un’aura verdastra ammanta il paesaggio di una luce irreale, eppure attraente; una barca è lì, appena coperta da un telo, per esortarci alla partenza, al viaggio, alla fuga. E i racconti di Alice Munro mantengono le promesse dell’immagine di copertina, racconti che non ci lasciano mai con l’insoddisfazione, mai delusi, mai con il senso di incompiutezza che a volte ci fa rimpiangere che un breve racconto non si sia evoluto in qualcosa di più lungo e complesso. Probabilmente ciò dipende dal particolare modo che la Munro ha di gestire il tempo, l’approccio cronologico alle vicende che desidera narrarci, e che sa gestire in maniera inequivocabilmente artistica e sicura di sé.
Spesso i racconti iniziano con un quadro, una breve descrizione del presente, che non ci dà il tempo di capire cosa stia effettivamente succedendo tra i personaggi. Non ne abbiamo il tempo perché l’autrice ci tira per un braccio – proprio così – vigorosamente, con decisione e fermezza, verso il passato, il momento in cui le vicende si sono originate, nell’occhio del ciclone, come si suol dire. E lentamente, con i suoi soliti non-detti (o meglio, con i suoi sussurri all’orecchio del lettore attento e ricettivo), ci porta fino alla conclusione delle vicende, a volte saltando di decennio in decennio, a volte invece racchiudendo tutto il climax in una singola giornata.
Donne in fuga, ma da cosa? In fuga da vite senza speranza, da famiglie oppressive, da esistenze opache, piatte, spente, e ancor più spesso in fuga da se stesse. Oppure, in fuga verso cosa? Verso un amore irreale, sognato ancor prima che effettivamente provato, verso un passato che ritorna con le sue ombre per poi scoprire che tutto è stato un inganno, un qui pro quo, un fraintendimento, una coincidenza persa. Donne intelligenti ancor prima che sensibili, piccoli ambienti rurali e soffocanti dove un’intelligenza femminile è vista alla stessa stregua di una zoppia, un difetto fisico, un particolare imbarazzante (Fatalità), lavoratrici instancabili, donne gradevoli, colte, simpatiche, chissà perché prive di un affetto vero, di un rapporto di coppia soddisfacente o comunque duraturo (Scherzi del destino).
Dove sono, allora, gli uomini nei racconti di Alice Munro? Che ruolo hanno, nella vita di queste donne “in fuga”? Spesso sono buoni amici, o mariti stravaganti e non sempre solidali se non addirittura opprimenti, o tormentati esseri in bilico tra la passione e la codardia. Oppure è il caso a distruggere le possibili storie nascenti, gli incontri mancati, la paura del mostrarsi come realmente si è.
Nemmeno stavolta Alice Munro delude, nemmeno in questa raccolta di racconti (caso unico, tre storie hanno la stessa protagonista, Juliet, ritratta in periodi diversi della sua vita) i lettori che l’hanno già apprezzata si pentiranno di aver comprato questo libro. Un libro che dovrebbero leggere non solo le donne, per riconoscersi nell’interiorità e nelle indecisioni di qualche protagonista, ma soprattutto gli uomini, per non rimanere – come spesso avviene nella vita reale – sullo sfondo delle vicende femminili, spesso causa inespressa e inconsapevole di ciò che accade alle loro figlie, madri, mogli, sorelle, prigionieri del loro mondo iper-razionale, fatto di poche parole e pochissima astrazione.
Il ragazzo giusto
Un romanzo molto interessante a cui il titolo non fa giustizia, etichettandolo a prima vista come una storia romantica di amori e corteggiamenti; così non è, perché le vicende della scelta del “ragazzo giusto” per Lata Mehra da parte della madre occupano una minima parte delle vicende narrate in que ... (continue)
Un romanzo molto interessante a cui il titolo non fa giustizia, etichettandolo a prima vista come una storia romantica di amori e corteggiamenti; così non è, perché le vicende della scelta del “ragazzo giusto” per Lata Mehra da parte della madre occupano una minima parte delle vicende narrate in queste 1600 pagine. Il libro merita quasi quattro stelle perché la sua pecca principale consiste proprio nella mole; non è un libro noioso, anzi la scrittura di Seth è scorrevole e sempre azzeccata, con un giusto equilibrio tra dialoghi e brani descrittivi. Ci sono però molte parti sovrabbondanti, che avrebbero potuto essere riassunte più brevemente senza togliere nulla né agli intrecci né allo sfondo storico e sociale. È sicuramente quest’ultimo uno dei principali interessi dello scrittore, e forse è il più riuscito; descrivere l’India all’indomani della Partizione del 1947 (indipendenza dalla Gran Bretagna e creazione del Pakistan voluto dalla Lega Musulmana) con tutti i suoi conflitti e le sue contraddizioni. Le vicende narrate nel romanzo si snodano tra il 1951 e il 1952, iniziano con il matrimonio tra Savita (sorella di Lata) e Pram Kapoor e si concluderanno, ovviamente, con il matrimonio di Lata stessa con il “ragazzo giusto”. In mezzo alle due feste nuziali, con le loro tradizioni tipiche indù, ci sono mille intrecci e una varietà di personaggi talmente consistente che Seth ha sentito la necessità di premettere al libro gli alberi genealogici delle quattro principali famiglie protagoniste, i Mehra, i Chatterji, i Kapoor e i Khan, questi ultimi di religione musulmana. La grande quantità di personaggi non deve spaventare, anzi è il plusvalore del libro, perché l’autore fa di ognuno di essi un’immagine a tutto tondo, mai banale, sempre efficace ed essenziale per la comprensione di uno spaccato di società estremamente frammentata com’è notoriamente quella indiana, tra religioni (indù, musulmani, sikh, tutte in conflitto tra loro), caste (anche se abolite dalla legge, molto sentite dal popolo), legami con gli inglesi e desiderio di evoluzione. In maniera delicata, realistica ma anche con tanto carattere, Vikram Seth racconta mille vicende, nascite di bambini, tradimenti, lotte elettorali, incontri letterari e diatribe professionali, lettere d’amore e non, poesie, stravaganze e tradizioni, religiosità e trasgressione, senza prendere la parte di nessuno; per chi ama la cultura indiana è un prezioso scrigno di storie, usanze, riti (corposissimo e molto interessante il glossario di termini indù e islamici che si trova in coda al romanzo), e chiudendo il libro si ha la sensazione di aver imparato davvero moltissimo sull’India; un paese apparentemente retrogrado che però è stato governato da una donna (Indira Gandhi) fin dal 1966, con enorme precocità rispetto a tanti stati occidentali, un paese che ha saputo rimboccarsi le maniche e diventare in pochi decenni la potenza economica mondiale che è adesso (soprattutto nel campo informatico e ingegneristico).
Senza svelare nulla della trama, due parole sul finale, in cui sembra quasi che Lata non faccia la scelta “giusta” tra i suoi corteggiatori, ma che quasi, in un eccesso di razionalità e sottomissione alla tradizione, faccia la scelta apparentemente più conveniente, quella che a chi legge sembra forse la più sbagliata. E dato che Vikram Seth ha annunciato l’uscita di “A suitable girl” per il 2013, sarà interessante vedere un’ormai anziana Lata Mehra alle prese con la ricerca di una ragazza adatta per il proprio nipote, in un’India ormai contemporanea e con problemi senz’altro diversi da quelli del periodo del Pandit Jawaharlal Nehru. Chissà che ne sarà stato della sua vita, e se davvero il suo prescelto si sarà rivelato “il ragazzo giusto”.
Era tutta un'altra storia
Secondo episodio con protagonista l’ispettore Barbarotti della polizia della fittizia città di Kymlinge, dopo l’esordio ne L’uomo senza un cane. Barbarotti è un personaggio interessante, dotato di una certa ironia, soprattutto nel suo personale “dialogo” con Dio, cosa che non deve far pensare ... (continue)
Secondo episodio con protagonista l’ispettore Barbarotti della polizia della fittizia città di Kymlinge, dopo l’esordio ne L’uomo senza un cane. Barbarotti è un personaggio interessante, dotato di una certa ironia, soprattutto nel suo personale “dialogo” con Dio, cosa che non deve far pensare a nulla di filosofico o trascendentale; si tratta soltanto di una divertente raccolta punti – mettiamola così – in cui Barbarotti attribuisce o sottrae punti all’Altissimo a seconda che questi ascolti le sue richieste o meno. Il poliziotto italo-svedese (chissà se in qualche futura indagine Nesser lo farà tornare in Italia alla ricerca del padre che non conosce) è meno triste e sconsolato dei suoi colleghi scandinavi (Wallander, Vik e Stubø sopra tutti) nonostante sia anch’egli divorziato e con figli lontani. Anzi, in questo episodio è alle prese con un nuovo amore, e lo vive in maniera quasi spaventata dalla prepotenza del sentimento, in un modo molto umano e non esagerato e sdolcinato e lievemente ridicolo come ad esempio i due protagonisti dei romanzi della norvegese Holt.
L’intreccio è abbastanza interessante, anche se in qualche maniera debitore di certi gialli di Agatha Christie per il meccanismo e per la soluzione, ma è ben costruito. Anche la parte del diario – scritto in prima persona e su due livelli temporali a distanza di cinque anni dal presunto assassino – è piacevole e intrigante, con una buona descrizione caratteriale dei personaggi. Il punto debole della vicenda è l’eccessiva lungaggine di certi capitoli, che fa perdere un po’ la verve della storia per privilegiare descrizioni e conversazioni; un centinaio di pagine in meno avrebbero reso la narrazione più snella e godibile. Ciò non toglie che lo stile di Nesser sia piacevole e scorrevole, uno stile non greve né noioso, anche se il pathos non è esattamente alle stelle; non è di certo un tipo di romanzi per chi ama la suspence e i colpi di scena spettacolari o le scene movimentate di poliziotti tutti fisicità e scazzottate. Barbarotti non spara un colpo, ma in compenso sa cucinare un’aragosta e abbinarci un vino bianco… e questo, rispetto alle infinite birre e agli innumerevoli hamburger ipercalorici e superlipidici degli altri inquirenti scandinavi, è senz’altro un passo avanti, se non altro sulla via della gourmandise.
Neve di primavera
Mishima era senz’altro un autore rivoluzionario, in perenne conflitto interiore come conflittuali sono le sue storie, che rappresentano l’incertezza della direzione presa dal Giappone nel XX secolo: occidentalizzarsi troppo significava soccombere culturalmente? Mishima si divideva tra la nostalgia p ... (continue)
Mishima era senz’altro un autore rivoluzionario, in perenne conflitto interiore come conflittuali sono le sue storie, che rappresentano l’incertezza della direzione presa dal Giappone nel XX secolo: occidentalizzarsi troppo significava soccombere culturalmente? Mishima si divideva tra la nostalgia per il fastoso passato dei samurai e per la tradizione, e l’ammirazione per l’Occidente e per la sua cultura. Neve di primavera è pieno di riferimenti alla letteratura europea, alla sua musica, al cinema e alla filosofia, eppure il pensiero prevalente in quell’epoca era che la cultura giapponese fosse immensamente superiore a quella dell’Europa, di cui invece bisognava assorbire la tecnologia per mantenersi al passo con l’industrializzazione mondiale (e sappiamo, a posteriori, che i nipponici ci sono riusciti benissimo). Il conflitto ideologico Giappone – Occidente è impersonato in questo romanzo dal marchese Matsugae, padre del protagonista Kiyoaki; è un uomo ricco, in carriera, estremamente appassionato di tutto ciò che è occidentale (dal cibo al biliardo, agli usi e costumi formali), eppure com’è tradizione mantiene un’amante, una specie di triste relitto di un’epoca andata. E’ un’ombra ormai consunta della classe dei samurai, un’immagine scolorita e senza verve, asservita e compiacente verso gli aristocratici di un rango più elevato come la famiglia Ayakura, che conserva solo un’elevata posizione sociale, ma vive in una situazione economica che rasenta la povertà. Kiyoaki, dal canto suo, è una specie di ibrido di tradizione e innovazione. Un giovane destinato ad un lavoro prestigioso, un temperamento umorale e spesso malinconico, che oscilla nell’altalena tra accettazione e rifiuto dell’amore di Satoko, la sua amica d’infanzia, figlia del conte Ayakura. L’unione sarebbe estremamente ben vista da Matsugae, ma l’irresolutezza del figlio fa sì che gli Ayakura decidano un’altra sorte matrimoniale, ben più altisonante, per la bella Satoko. D’altronde, anche Satoko è un insieme di oriente e occidente, e questo a volte spiazza Kiyoaki, espressione filtrata del pensiero di Mishima stesso, che osserva e analizza ciò che gli accade intorno, eppure spesso non sa spiegarsi il disgusto che lo coglie quando Satoko critica il suo infantilismo e il suo egocentrismo. E’ proprio l’amore-odio verso tutto ciò che è orientale e occidentale allo stesso tempo a determinare l’amore-odio per Satoko e per l’incapacità del padre nel gestire certe situazioni, stigmatizzando in un certo qual modo la perdita delle tradizioni nipponiche (per cui, però, conserva un certo freddo distacco, come nel caso della cerimonia della bacinella d’acqua e del riflesso lunare in essa, compiuta al suo 17° anno di età). Proprio quando la situazione diventa irreparabile e senza via d’uscita, Kiyoaki si accorge d’amare Satoko, ed è in quei momenti che lei assume la classica remissività delle donne orientali che è quasi proverbiale e simbolica nel mondo europeo, e nel contempo la perseveranza verso questo amore ormai proibito è quanto di più anti-nipponico in senso tradizionale ci possa essere, da parte dell’uno e dell’altra.
Su un altro piano sta Honda, amico e compagno di scuola di Kiyoaki; Honda è, per Mishima, l’esempio più eloquente di ciò che la classe samurai dovesse diventare. Honda non è arrogante come Kiyoaki, ma è forte ed equilibrato, e cerca di dedurre il meglio dalla filosofia e dalla giurisprudenza occidentale (in particolare da quella tedesca, che costituiva l’ossatura della costituzione Meiji, dando vita a un sottile legame che si espliciterà fino alla seconda guerra mondiale), essendo destinato dal padre giudice a seguirne le orme.
Eppure il vero fulcro della tradizione nipponica in Honda è la devozione e la fedeltà all’amico e all’idea stessa di amicizia, andando contro ai suoi stessi interessi e a proprio rischio e pericolo, senza mai rimpiangerlo un solo attimo.
Cosa sta succedendo e succederà al Giappone, si chiede Mishima al momento della pubblicazione di questo suo romanzo (1969)? Come si potrà riguadagnare il senso di indipendenza mentale dall’avanzare spietato dell’Occidente? Mishima non dà molte risposte in merito, si limita a rappresentare tutti i possibili approcci a questo problema, usando tutti i personaggi di Neve di primavera.