The time machine è probabilmente il primo romanzo in cui il viaggio del tempo venga giustificato con una terminologia pseudoscientifica, piuttosto che mistica o genericamente soprannaturale. L'invenzione di Wells è ormai talmente radicata nella cultura popolare che è difficile immaginare un momento
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The time machine è probabilmente il primo romanzo in cui il viaggio del tempo venga giustificato con una terminologia pseudoscientifica, piuttosto che mistica o genericamente soprannaturale. L'invenzione di Wells è ormai talmente radicata nella cultura popolare che è difficile immaginare un momento in cui la macchina del tempo, i timidi Eloi e i perfidi Morlock non fossero ancora stati inventati.
Dalla radio ai fumetti al cinema non esiste forse media che non abbia fornito la propria versione, spesso riveduta secondo una sensibilità personale, di questa storia.
Tutti conoscono la vicenda: un inventore - siamo in epoca vittoriana - concepisce una macchina per viaggiare nel futuro. Raggiunge un'epoca in cui la razza umana si è divisa in due stirpi: i mostruosi Morlock e gli Eloi. Questi ultimi sono sostanzialmente identici agli umani della nostra epoca, ma vivono in un apatico benessere e vengono allevati dai Morlock come bestiame
L'eroe sconfigge i Morlock, vive una storia d'amore con una splendida Eloi e tutto finisce bene.
Ma è davvero cosi?
DISCENDENTI DELL'UMANITÀ MA NON UMANI
La prima grossa sorpresa, leggendo il romanzo, la si trova nella descrizione fisica degli Eloi. Normalmente, nelle varie trasposizioni di questa storia, li si rappresenta come esseri umani diversi da quelli attuali solo per il loro temperamento più ingenuo. Questo non solamente nei film, che hanno ovvi problemi di budget per gli effetti speciali, ma anche nelle occasioni in cui, per esempio in un fumetto, si desidera citare i personaggi di Wells. La scelta è probabilmente legata al desiderio di avere dei personaggi con cui si possa più facilmente solidarizzare. In questo modo gli Eloi diventano l'umanità minacciata dai mostri. Se da un lato questo aiuta a costruire una struttura narrativa solida, dall'altro tradisce profondamente il pensiero di Wells, introducendo una possibilità di riscatto che nel libro, semplicemente, è assente. Gli Eloi del libro, alti poco più di un metro, sono la versione sminuita dell'umanità, tanto nel corpo quanto nella mente. Attirano la simpatia del lettore e dell'anonimo protagonista, ma non c'è dubbio che la civiltà umana abbia ormai raggiunto un punto di non ritorno. Ovviamente, anche una storia d'amore del protagonista con una Eloi è inconcepibile. Weena, che il viaggiatore salva dall'annegamento, sarà sua compagna per tutta l'avventura, ma non appartiene alla stessa specie.
L'EVOLUZIONE, IL DECLINO INEVITABILE DELL'UMANITÀ E LA MORTE ENTROPICA
Perché il romanzo è di un pessimismo straordinario. Non tanto per la descrizione di un mondo in rovina e di un'umanità ridotta a una condizione orribile. Un futuro distopico può includere in sé i semi del riscatto o essere un monito di disastri possibili. Wells immagina per la civiltà un declino irreparabile e assoluto.
Ecco un libro che ha vinto più o meno tutti i premi che è possibile vincere nel campo della fantascienza, generato due seguiti, un videogioco e adesso si parla pure di un film. Ha anche ispirato un romanzo (Eon, di Greg Bear) a sua volta vincitore d'importanti premi.
Ecco un libro che ha vinto più o meno tutti i premi che è possibile vincere nel campo della fantascienza, generato due seguiti, un videogioco e adesso si parla pure di un film. Ha anche ispirato un romanzo (Eon, di Greg Bear) a sua volta vincitore d'importanti premi.
Insomma, una cosettina sconosciuta che ha bisogno di presentazione più o meno quanto la forza di gravità o il motore a scoppio.
Ma cosa rende così affascinante questo libro? Be', andiamo per ordine. Intanto ecco un breve accenno della trama.
Nel ventiduesimo secolo, dopo un impatto catastrofico avvenuto sessant'anni prima (peraltro in Italia), l'umanità scruta con attenzione il cielo, osservando con cautela gli asteroidi che potrebbero causare una nuova catastrofe. Così, quando un nuovo oggetto celeste, proveniente da fuori il Sistema Solare, appare, viene immediatamente avvistato e catalogato. Esaurite quelle grecoromane, lo si battezza col nome di una divinità indiana: Rama. Ma Rama non è un asteroide. È invece un enorme oggetto artificiale alieno. La sua orbita lo porterà a sfrecciare attraverso il Sistema, passando vicinissimo al Sole per poi allontanarsi definitivamente. Non c'è il tempo di organizzare una spedizione; solo un'astronave, l'Endeavour (dal nome del dell'antico vascello dell'esploratore Cook) si trova casualmente già in una posizione idonea a poter intercettare il misterioso oggetto. Il compito di studiare Rama toccherà quindi all'equipaggio di questa nave "qualunque".
Sapendo che il romanzo è di poco posteriore a quell'altra opera celeberrima di Clarke, 2001: A Space Odissey, e ripensando ad altri suoi romanzi precedenti, non c'è davvero bisogno di leggere il libro fino in fondo per intuire che molti (quasi tutti in realtà) dei misteri di Rama rimarranno insoluti. Non si tratta di un giallo, è il "semplice" incontro dell'umanità con qualcosa di antichissimo e ignoto. Molti misteri vengono chiariti. Molti restano insoluti.
La narrazione si sofferma spesso a descrivere al lettore le dimensioni ciclopiche e l'antichità immensa di Rama: come le piramidi ma più grande, più arcaico, più alieno. Grande abbastanza da contenere un proprio clima, con nuvole e temporali, ed estraneo quanto serve per suscitare teorie religiose e panico.
E qui arrivo finalmente al punto. Leggere Incontro con Rama come se fosse un whodonit porta a un'inevitabile delusione. Leggerlo come uno studio di caratteri, anche: le personalità sono nette ma abbozzate, giusto il tanto da caratterizzare i personaggi. Il punto di forza di questo libro è piuttosto la meticolosità quasi pedante nel descrivere l'ambiente alieno. Il modo sorprendente in cui la fisica contraddice le aspettative in un mondo che, per quanto immenso, è l'interno cavo di un cilindro rotante.
Come si vive in un mondo in cui il destino è scritto dalle capacità magiche possedute alla nascita?
La risposta che pare balzare agli occhi dalle prime pagine di questo ciclo è semplice e diretta: si vive male.
Se cercate un fantasy che si sviluppi in modo classico e finisca con un lieto
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COMMENTO
Come si vive in un mondo in cui il destino è scritto dalle capacità magiche possedute alla nascita?
La risposta che pare balzare agli occhi dalle prime pagine di questo ciclo è semplice e diretta: si vive male.
Se cercate un fantasy che si sviluppi in modo classico e finisca con un lieto fine, probabilmente questa non sarà l'opera per voi. D'altra parte, essa unisce una trama interessante ad elementi di una certa originalità, come per esempio la presentazione di un intero mondo umano fondato sulla magia, con regole, dinamiche e personaggi di indubbia attrattiva; un pregio per il lettore in cerca di qualcosa di nuovo. Senza contare che gli Autori centellinano con abilità le rivelazioni e le scoperte, mantenendo alta la tensione narrativa durante tutti e tre i libri.
Non si tratta di una storia dirompente, rispetto ai romanzi fantasy in generale: in fondo di mondi alternativi ed eroi non così puri si è sempre sentito parlare; tuttavia, la volontà di stupire e ribaltare certi luoghi comuni è evidente.
La suddivisione in caste (un involontario o almeno indiretto omaggio all'India antica, e anche non tanto antica) è un ulteriore elemento di riflessione. Similmente a quanto accade in India, a Thimallan c'è una ragione "magica" e natale alla base della stratificazione sociale, resa particolarmente rigida dal fatto che le differenze magiche, nel mondo ideato da Weis e Hickman, sono oggettive.
Anche nel Medioevo la divisione in classi sociali era così intensamente pervasiva e schematizzata, legata ad una precisa situazione economica, e ad una regione (l'Europa, ma una valutazione simile può essere fatta anche per il Medioevo giapponese) ferma e chiusa nei confini blindati di un'economia immobile. Non appena questi fattori mutarono, il cambiamento fu dirompente.
A Thimallan i cambiamenti devono ancora arrivare, e tutto è cristallizzato (un simbolo forse ne è l'Imperatrice, ingabbiata e prigioniera della Vita, quando tutto ciò che la riguarda è morte), un mondo chiuso ed ostile.
Questa chiusura assoluta richiede una soluzione estrema; il timore di una profezia, come sempre accade anche nei miti greci, contribuisce ad avverarla fino alle sue ultime conseguenze: in questo caso, la distruzione totale.
Tra gli altri fattori che presentano novità c'è il protagonista del ciclo, Joram. Il classico paradigma del "primattore" puro ed valoroso è stato contaminato da notevoli variazioni fin dagli albori del fantasy, portando a parlare spesso di anti-eroi piuttosto che di eroi, ma Joram riunisce in sé una serie di sfortune uniche: esiliato tra gli esiliati, è un capro espiatorio che si fa carnefice.
In un mondo di ombre è l'occhio della tragedia, e di certo non attira tutte le simpatie del lettore, anche se il suo agire è comprensibile.
L'opera di Tolkien è vasta. Il "continente" di riferimento è il Fantastico; la "regione" da cui prende spunto quella del medioevo inglese, assieme ai grandi cicli mitologici del Nord Europa. Non è possibile tuttavia circoscrivere il lavoro speculativo e creativo di questo indiscusso maestro del gene
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L'opera di Tolkien è vasta. Il "continente" di riferimento è il Fantastico; la "regione" da cui prende spunto quella del medioevo inglese, assieme ai grandi cicli mitologici del Nord Europa. Non è possibile tuttavia circoscrivere il lavoro speculativo e creativo di questo indiscusso maestro del genere Fantasy facendolo aderire ad uno stereotipo comune, perché, nonostante il background delle sue opere sia simile, i risultati sono diversissimi.
Ciò traspare chiaramente confrontando, ad esempio, Il Signore degli Anelli con i Racconti Perduti, o con Il Cacciatore di Draghi.
Quest'ultima opera è un racconto breve, quasi una "favola della buonanotte". Si apre con un'ambientazione in qualche modo "realistica": l'autore afferma di aver tratto spunto da vari manoscritti che tramandano storie dell'antica Britannia.
Quello che ci viene descritto inizialmente è un paese di tranquilla quotidianità, popolato da agricoltori e artigiani, e non così dissimile da un immaginario villaggio medievale, sebbene "ripulito", filtrato degli aspetti più grossolani. Questa prima impressione va stemperandosi nel corso del racconto, quando compaiono "moderni" uomini di Chiesa e riferimenti a tempi pre-cristiani, e alcune armi da fuoco.
Il protagonista, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo, in paese chiamato semplicemente Giles, è un agricoltore che, eccezion fatta per la compagnia di Garm (niente meno che un cane parlante), sembra vivere di cose abbastanza banali: lavora i suoi campi e cerca di mantenersi benestante e in salute come il padre lo ha lasciato.
Una notte d'estate proprio Garm, girovagando in cerca di conigli, s'imbatte in un gigante e corre subito a svegliare il padrone. Giles, seccato, esce di casa imbracciando un vecchio "trombone", un fucile di grosso calibro caricato a chiodi e ferraglia, e non ci pensa un attimo a sparare.
Il gigante, uno dei più grossi e stupidi della sua razza, gira sui tacchi e se ne va, convinto che quelle fertili pianure siano infestate da qualche tipo d'insetto particolarmente fastidioso.
L'abbozzo di quotidiano, già contaminato e poi scosso da elementi "magici", a questo punto diventa farsa.
Marte, pianeta decadente e in agonia: facile immaginarlo, a cavallo fra XIX e XX secolo, quando le teorie scientifiche dominanti parlavano di un Sistema Solare aggregatosi per stadi, dall'esterno verso l'interno, con un Marte quindi più antico della Terra e un Venere più giovane. Venere coperto di f
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Marte, pianeta decadente e in agonia: facile immaginarlo, a cavallo fra XIX e XX secolo, quando le teorie scientifiche dominanti parlavano di un Sistema Solare aggregatosi per stadi, dall'esterno verso l'interno, con un Marte quindi più antico della Terra e un Venere più giovane. Venere coperto di foreste lussureggianti nelle quali scorrazzavano liberi dinosauri di tutte le taglie; Marte antico e stracco, con le sue acque sempre più scarse disperatamente incanalate nelle strutture identificate da Schiaparelli, la sua atmosfera rarefatta, la sua civiltà morente e imbarbarita.
Sono perciò "vaste, antiche e spietate" le menti che ne La Guerra dei Mondi Di HeRBERT GEORGE WELLS (The War of the Worlds, 1897) osservano la terra dal Pianeta Rosso; creature parassite, adattate a vivere succhiando il sangue delle forme di vita inferiori, intrappolate in un vicolo cieco evolutivo e ambientale dal quale solo con la conquista interplanetaria si può sperare di uscire.
Meno sopraffatto dall'angoscia è invece Barsoom, il Marte immaginato dall'ex rappresentante di temperamatite EDGAR RICE BURROUGHS, narratore straordinario che sulle tundre spugnose del Pianeta Rosso trasporta, insieme al battagliero John Carter, gran parte dell'immaginario avventuroso ottocentesco, dal quale nascerà la narrativa pulp delle riviste degli anni Venti.
Barsoom è un meraviglioso luogo da visitare, non un granché come posto in cui vivere.
Tutte le donne sono fiere, avvenenti, seminude e ovipare; tutti gli uomini sono eroici, leali e testosteronici; tutti i malvagi sono di una turpitudine e di una meschinità senza uguali.
L'arma bianca è lo strumento di comunicazione sociale d'elezione; la tecnologia è strana e ormai perduta - l'atmosfera è rarefatta e viene mantenuta artificialmente da impianti dei quali si è dimenticato il funzionamento; l'acqua è un bene prezioso. Sebbene le loro navi volanti solchino ancora i cieli, la civiltà degli uomini rossi sta lentamente ma inesorabilmente perdendo terreno davanti all'avanzata dei barbari Thark, che sono verdi, zannuti, con sei arti polivalenti, e gioiscono solo nell'infliggere dolore al prossimo.
D'altra parte su Barsoom tutte le creature sono zannute e crudeli, dall'ulsio, colossale ratto a sei zampe, al calot, l'equivalente locale del volpino di Pomerania, un quintale di rettile-cane che può tuttavia dimostrarsi molto affettuoso, fino ai brutali thoat che gran parte degli indigeni usano come cavalcatura.
E crudeli e zannuti (per lo meno moralmente) sono gran parte degli abitanti senzienti del pianeta, come scoprirà il terrestre John Carter, eroe titolare della serie, ex ufficiale confederato giunto su Marte attraverso uno strano meccanismo di proiezione astrale, e protagonista del primo volume del ciclo, Under the Moons of Mars, noto anche come A Princess of Mars (1912, "Sotto le Lune di Marte" in Italia, nella raccolta John Carter di Marte).
Nel successivo The Gods of Mars (1914, "Gli Dei di Marte" ancora in John Carter di Marte) la struttura concentrica delle razze marziane viene ampiamente disvelata.
In questo secondo romanzo, il protagonista incontra i Pirati Neri, ne viene catturato, viene introdotto alla loro civiltà annidata sulle sponde del mare sotterraneo di Omean, fugge, ritorna in forze, perde la sua bella; poi nel terzo volume, Warlord of Mars (1918, "Il Signore della Guerra di Marte" in John Carter di Marte) la riconquista, sconfigge i malvagi, trionfa.
Ma chi sono i Pirati Neri di Barsoom?
"I Primi Nati di Barsoom", ci viene spiegato in un lungo monologo dal personaggio di Xodar, "sono la razza di uomini neri dei quali io sono Dator, o, come direbbero i barsoomiani inferiori, Principe.
La macchina del tempo
The time machine è probabilmente il primo romanzo in cui il viaggio del tempo venga giustificato con una terminologia pseudoscientifica, piuttosto che mistica o genericamente soprannaturale. L'invenzione di Wells è ormai talmente radicata nella cultura popolare che è difficile immaginare un momento ... (continue)
The time machine è probabilmente il primo romanzo in cui il viaggio del tempo venga giustificato con una terminologia pseudoscientifica, piuttosto che mistica o genericamente soprannaturale. L'invenzione di Wells è ormai talmente radicata nella cultura popolare che è difficile immaginare un momento in cui la macchina del tempo, i timidi Eloi e i perfidi Morlock non fossero ancora stati inventati.
Dalla radio ai fumetti al cinema non esiste forse media che non abbia fornito la propria versione, spesso riveduta secondo una sensibilità personale, di questa storia.
Tutti conoscono la vicenda: un inventore - siamo in epoca vittoriana - concepisce una macchina per viaggiare nel futuro. Raggiunge un'epoca in cui la razza umana si è divisa in due stirpi: i mostruosi Morlock e gli Eloi. Questi ultimi sono sostanzialmente identici agli umani della nostra epoca, ma vivono in un apatico benessere e vengono allevati dai Morlock come bestiame
L'eroe sconfigge i Morlock, vive una storia d'amore con una splendida Eloi e tutto finisce bene.
Ma è davvero cosi?
DISCENDENTI DELL'UMANITÀ MA NON UMANI
La prima grossa sorpresa, leggendo il romanzo, la si trova nella descrizione fisica degli Eloi. Normalmente, nelle varie trasposizioni di questa storia, li si rappresenta come esseri umani diversi da quelli attuali solo per il loro temperamento più ingenuo. Questo non solamente nei film, che hanno ovvi problemi di budget per gli effetti speciali, ma anche nelle occasioni in cui, per esempio in un fumetto, si desidera citare i personaggi di Wells. La scelta è probabilmente legata al desiderio di avere dei personaggi con cui si possa più facilmente solidarizzare. In questo modo gli Eloi diventano l'umanità minacciata dai mostri. Se da un lato questo aiuta a costruire una struttura narrativa solida, dall'altro tradisce profondamente il pensiero di Wells, introducendo una possibilità di riscatto che nel libro, semplicemente, è assente. Gli Eloi del libro, alti poco più di un metro, sono la versione sminuita dell'umanità, tanto nel corpo quanto nella mente. Attirano la simpatia del lettore e dell'anonimo protagonista, ma non c'è dubbio che la civiltà umana abbia ormai raggiunto un punto di non ritorno. Ovviamente, anche una storia d'amore del protagonista con una Eloi è inconcepibile. Weena, che il viaggiatore salva dall'annegamento, sarà sua compagna per tutta l'avventura, ma non appartiene alla stessa specie.
L'EVOLUZIONE, IL DECLINO INEVITABILE DELL'UMANITÀ E LA MORTE ENTROPICA
Perché il romanzo è di un pessimismo straordinario. Non tanto per la descrizione di un mondo in rovina e di un'umanità ridotta a una condizione orribile. Un futuro distopico può includere in sé i semi del riscatto o essere un monito di disastri possibili. Wells immagina per la civiltà un declino irreparabile e assoluto.
Leggi la Recensione Completa di Terre di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/la-macchina-del-tempo.html
Incontro con Rama
Ecco un libro che ha vinto più o meno tutti i premi che è possibile vincere nel campo della fantascienza, generato due seguiti, un videogioco e adesso si parla pure di un film. Ha anche ispirato un romanzo (Eon, di Greg Bear) a sua volta vincitore d'importanti premi.
Insomma, una cosettina sconosci ... (continue)
Ecco un libro che ha vinto più o meno tutti i premi che è possibile vincere nel campo della fantascienza, generato due seguiti, un videogioco e adesso si parla pure di un film. Ha anche ispirato un romanzo (Eon, di Greg Bear) a sua volta vincitore d'importanti premi.
Insomma, una cosettina sconosciuta che ha bisogno di presentazione più o meno quanto la forza di gravità o il motore a scoppio.
Ma cosa rende così affascinante questo libro? Be', andiamo per ordine. Intanto ecco un breve accenno della trama.
Nel ventiduesimo secolo, dopo un impatto catastrofico avvenuto sessant'anni prima (peraltro in Italia), l'umanità scruta con attenzione il cielo, osservando con cautela gli asteroidi che potrebbero causare una nuova catastrofe. Così, quando un nuovo oggetto celeste, proveniente da fuori il Sistema Solare, appare, viene immediatamente avvistato e catalogato. Esaurite quelle grecoromane, lo si battezza col nome di una divinità indiana: Rama. Ma Rama non è un asteroide. È invece un enorme oggetto artificiale alieno. La sua orbita lo porterà a sfrecciare attraverso il Sistema, passando vicinissimo al Sole per poi allontanarsi definitivamente. Non c'è il tempo di organizzare una spedizione; solo un'astronave, l'Endeavour (dal nome del dell'antico vascello dell'esploratore Cook) si trova casualmente già in una posizione idonea a poter intercettare il misterioso oggetto. Il compito di studiare Rama toccherà quindi all'equipaggio di questa nave "qualunque".
Sapendo che il romanzo è di poco posteriore a quell'altra opera celeberrima di Clarke, 2001: A Space Odissey, e ripensando ad altri suoi romanzi precedenti, non c'è davvero bisogno di leggere il libro fino in fondo per intuire che molti (quasi tutti in realtà) dei misteri di Rama rimarranno insoluti. Non si tratta di un giallo, è il "semplice" incontro dell'umanità con qualcosa di antichissimo e ignoto. Molti misteri vengono chiariti. Molti restano insoluti.
La narrazione si sofferma spesso a descrivere al lettore le dimensioni ciclopiche e l'antichità immensa di Rama: come le piramidi ma più grande, più arcaico, più alieno. Grande abbastanza da contenere un proprio clima, con nuvole e temporali, ed estraneo quanto serve per suscitare teorie religiose e panico.
E qui arrivo finalmente al punto. Leggere Incontro con Rama come se fosse un whodonit porta a un'inevitabile delusione. Leggerlo come uno studio di caratteri, anche: le personalità sono nette ma abbozzate, giusto il tanto da caratterizzare i personaggi. Il punto di forza di questo libro è piuttosto la meticolosità quasi pedante nel descrivere l'ambiente alieno. Il modo sorprendente in cui la fisica contraddice le aspettative in un mondo che, per quanto immenso, è l'interno cavo di un cilindro rotante.
Leggi la Recensione Completa di Terre di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/incontro-con-rama.html
La spada nera
COMMENTO
Come si vive in un mondo in cui il destino è scritto dalle capacità magiche possedute alla nascita?
La risposta che pare balzare agli occhi dalle prime pagine di questo ciclo è semplice e diretta: si vive male.
Se cercate un fantasy che si sviluppi in modo classico e finisca con un lieto ... (continue)
COMMENTO
Come si vive in un mondo in cui il destino è scritto dalle capacità magiche possedute alla nascita?
La risposta che pare balzare agli occhi dalle prime pagine di questo ciclo è semplice e diretta: si vive male.
Se cercate un fantasy che si sviluppi in modo classico e finisca con un lieto fine, probabilmente questa non sarà l'opera per voi. D'altra parte, essa unisce una trama interessante ad elementi di una certa originalità, come per esempio la presentazione di un intero mondo umano fondato sulla magia, con regole, dinamiche e personaggi di indubbia attrattiva; un pregio per il lettore in cerca di qualcosa di nuovo. Senza contare che gli Autori centellinano con abilità le rivelazioni e le scoperte, mantenendo alta la tensione narrativa durante tutti e tre i libri.
Non si tratta di una storia dirompente, rispetto ai romanzi fantasy in generale: in fondo di mondi alternativi ed eroi non così puri si è sempre sentito parlare; tuttavia, la volontà di stupire e ribaltare certi luoghi comuni è evidente.
La suddivisione in caste (un involontario o almeno indiretto omaggio all'India antica, e anche non tanto antica) è un ulteriore elemento di riflessione. Similmente a quanto accade in India, a Thimallan c'è una ragione "magica" e natale alla base della stratificazione sociale, resa particolarmente rigida dal fatto che le differenze magiche, nel mondo ideato da Weis e Hickman, sono oggettive.
Anche nel Medioevo la divisione in classi sociali era così intensamente pervasiva e schematizzata, legata ad una precisa situazione economica, e ad una regione (l'Europa, ma una valutazione simile può essere fatta anche per il Medioevo giapponese) ferma e chiusa nei confini blindati di un'economia immobile. Non appena questi fattori mutarono, il cambiamento fu dirompente.
A Thimallan i cambiamenti devono ancora arrivare, e tutto è cristallizzato (un simbolo forse ne è l'Imperatrice, ingabbiata e prigioniera della Vita, quando tutto ciò che la riguarda è morte), un mondo chiuso ed ostile.
Questa chiusura assoluta richiede una soluzione estrema; il timore di una profezia, come sempre accade anche nei miti greci, contribuisce ad avverarla fino alle sue ultime conseguenze: in questo caso, la distruzione totale.
Tra gli altri fattori che presentano novità c'è il protagonista del ciclo, Joram. Il classico paradigma del "primattore" puro ed valoroso è stato contaminato da notevoli variazioni fin dagli albori del fantasy, portando a parlare spesso di anti-eroi piuttosto che di eroi, ma Joram riunisce in sé una serie di sfortune uniche: esiliato tra gli esiliati, è un capro espiatorio che si fa carnefice.
In un mondo di ombre è l'occhio della tragedia, e di certo non attira tutte le simpatie del lettore, anche se il suo agire è comprensibile.
Leggi la Recensione Completa di Terre di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/la-spada-nera.html
Il cacciatore di draghi
L'opera di Tolkien è vasta. Il "continente" di riferimento è il Fantastico; la "regione" da cui prende spunto quella del medioevo inglese, assieme ai grandi cicli mitologici del Nord Europa. Non è possibile tuttavia circoscrivere il lavoro speculativo e creativo di questo indiscusso maestro del gene ... (continue)
L'opera di Tolkien è vasta. Il "continente" di riferimento è il Fantastico; la "regione" da cui prende spunto quella del medioevo inglese, assieme ai grandi cicli mitologici del Nord Europa. Non è possibile tuttavia circoscrivere il lavoro speculativo e creativo di questo indiscusso maestro del genere Fantasy facendolo aderire ad uno stereotipo comune, perché, nonostante il background delle sue opere sia simile, i risultati sono diversissimi.
Ciò traspare chiaramente confrontando, ad esempio, Il Signore degli Anelli con i Racconti Perduti, o con Il Cacciatore di Draghi.
Quest'ultima opera è un racconto breve, quasi una "favola della buonanotte". Si apre con un'ambientazione in qualche modo "realistica": l'autore afferma di aver tratto spunto da vari manoscritti che tramandano storie dell'antica Britannia.
Quello che ci viene descritto inizialmente è un paese di tranquilla quotidianità, popolato da agricoltori e artigiani, e non così dissimile da un immaginario villaggio medievale, sebbene "ripulito", filtrato degli aspetti più grossolani. Questa prima impressione va stemperandosi nel corso del racconto, quando compaiono "moderni" uomini di Chiesa e riferimenti a tempi pre-cristiani, e alcune armi da fuoco.
Il protagonista, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo, in paese chiamato semplicemente Giles, è un agricoltore che, eccezion fatta per la compagnia di Garm (niente meno che un cane parlante), sembra vivere di cose abbastanza banali: lavora i suoi campi e cerca di mantenersi benestante e in salute come il padre lo ha lasciato.
Una notte d'estate proprio Garm, girovagando in cerca di conigli, s'imbatte in un gigante e corre subito a svegliare il padrone. Giles, seccato, esce di casa imbracciando un vecchio "trombone", un fucile di grosso calibro caricato a chiodi e ferraglia, e non ci pensa un attimo a sparare.
Il gigante, uno dei più grossi e stupidi della sua razza, gira sui tacchi e se ne va, convinto che quelle fertili pianure siano infestate da qualche tipo d'insetto particolarmente fastidioso.
L'abbozzo di quotidiano, già contaminato e poi scosso da elementi "magici", a questo punto diventa farsa.
Leggi la Recensione di Terre di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/il-cacciatore-di-draghi.ht…
Dracula
Marte, pianeta decadente e in agonia: facile immaginarlo, a cavallo fra XIX e XX secolo, quando le teorie scientifiche dominanti parlavano di un Sistema Solare aggregatosi per stadi, dall'esterno verso l'interno, con un Marte quindi più antico della Terra e un Venere più giovane. Venere coperto di f ... (continue)
Marte, pianeta decadente e in agonia: facile immaginarlo, a cavallo fra XIX e XX secolo, quando le teorie scientifiche dominanti parlavano di un Sistema Solare aggregatosi per stadi, dall'esterno verso l'interno, con un Marte quindi più antico della Terra e un Venere più giovane. Venere coperto di foreste lussureggianti nelle quali scorrazzavano liberi dinosauri di tutte le taglie; Marte antico e stracco, con le sue acque sempre più scarse disperatamente incanalate nelle strutture identificate da Schiaparelli, la sua atmosfera rarefatta, la sua civiltà morente e imbarbarita.
Sono perciò "vaste, antiche e spietate" le menti che ne La Guerra dei Mondi Di HeRBERT GEORGE WELLS (The War of the Worlds, 1897) osservano la terra dal Pianeta Rosso; creature parassite, adattate a vivere succhiando il sangue delle forme di vita inferiori, intrappolate in un vicolo cieco evolutivo e ambientale dal quale solo con la conquista interplanetaria si può sperare di uscire.
Meno sopraffatto dall'angoscia è invece Barsoom, il Marte immaginato dall'ex rappresentante di temperamatite EDGAR RICE BURROUGHS, narratore straordinario che sulle tundre spugnose del Pianeta Rosso trasporta, insieme al battagliero John Carter, gran parte dell'immaginario avventuroso ottocentesco, dal quale nascerà la narrativa pulp delle riviste degli anni Venti.
Barsoom è un meraviglioso luogo da visitare, non un granché come posto in cui vivere.
Tutte le donne sono fiere, avvenenti, seminude e ovipare; tutti gli uomini sono eroici, leali e testosteronici; tutti i malvagi sono di una turpitudine e di una meschinità senza uguali.
L'arma bianca è lo strumento di comunicazione sociale d'elezione; la tecnologia è strana e ormai perduta - l'atmosfera è rarefatta e viene mantenuta artificialmente da impianti dei quali si è dimenticato il funzionamento; l'acqua è un bene prezioso. Sebbene le loro navi volanti solchino ancora i cieli, la civiltà degli uomini rossi sta lentamente ma inesorabilmente perdendo terreno davanti all'avanzata dei barbari Thark, che sono verdi, zannuti, con sei arti polivalenti, e gioiscono solo nell'infliggere dolore al prossimo.
D'altra parte su Barsoom tutte le creature sono zannute e crudeli, dall'ulsio, colossale ratto a sei zampe, al calot, l'equivalente locale del volpino di Pomerania, un quintale di rettile-cane che può tuttavia dimostrarsi molto affettuoso, fino ai brutali thoat che gran parte degli indigeni usano come cavalcatura.
E crudeli e zannuti (per lo meno moralmente) sono gran parte degli abitanti senzienti del pianeta, come scoprirà il terrestre John Carter, eroe titolare della serie, ex ufficiale confederato giunto su Marte attraverso uno strano meccanismo di proiezione astrale, e protagonista del primo volume del ciclo, Under the Moons of Mars, noto anche come A Princess of Mars (1912, "Sotto le Lune di Marte" in Italia, nella raccolta John Carter di Marte).
Nel successivo The Gods of Mars (1914, "Gli Dei di Marte" ancora in John Carter di Marte) la struttura concentrica delle razze marziane viene ampiamente disvelata.
In questo secondo romanzo, il protagonista incontra i Pirati Neri, ne viene catturato, viene introdotto alla loro civiltà annidata sulle sponde del mare sotterraneo di Omean, fugge, ritorna in forze, perde la sua bella; poi nel terzo volume, Warlord of Mars (1918, "Il Signore della Guerra di Marte" in John Carter di Marte) la riconquista, sconfigge i malvagi, trionfa.
Ma chi sono i Pirati Neri di Barsoom?
"I Primi Nati di Barsoom", ci viene spiegato in un lungo monologo dal personaggio di Xodar, "sono la razza di uomini neri dei quali io sono Dator, o, come direbbero i barsoomiani inferiori, Principe.
Leggi la Recensione di Terre di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/dracula.html