"Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata?"
[The Waste Land - T.S. Eliot]
"Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco."
[The Road - Cormac McCarthy]
Un uomo e un bambino senza nome, padre e figlio, lungo una strada dopo la fine del mondo. Intorno, un inverno nucleare livido e in bianco e nero, resti carbonizzati e piogge di cenere, un cielo senza sole e un gelo siderale che arriva fino al cuore. I loro averi sono tutti su un carrello della spesa: del cibo, coperte luride e una tela cerata.
Il padre porta in tasca una pistola con gli ultimi due colpi, uno per sé e uno per il figlio, in caso di necessità. Perché in un mondo dove tutto è bruciato, anche il significato di umanità si è estinto: gli uomini sono divenuti lupi e divorano i loro simili, in una metamorfosi senza ritorno. La terra che i due viaggiatori attraversano è deserta ma non del tutto, l'incontro con i pochi sopravvissuti è privo di qualsiasi sentimento all'infuori di violenza, sospetto e paura. Con loro è anche il ricordo di una donna, la madre del bambino, che ha preferito togliersi la vita davanti al crollo della speranza e l'orrore della sopravvivenza.
La causa dell'olocausto è descritta, semplicemente, in due frasi: "Gli orologi si fermarono all'una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde."
A questo punto il futuro cessa di esistere, e il dopo è già qui.
Non sappiamo dove padre e figlio si trovino né da quanto siano sulla strada. Niente quando e niente dove, solo qualche cartello ormai assurdo nella sua inutilità, una mappa scolorita con nomi che non hanno più valore e testimonianze improvvise di un incubo senza risveglio.
Alla fine di questo lungo cammino c'è solo la promessa di una terra più calda, vicina al mare, dove la parola "domani" può tornare ad avere senso. Ma la salvezza non sarà generosa.
Con La Dimora Fantasma, secondo volume de La Caduta di Malazan (rectius: Il Libro Malazan dei Caduti), STEVEN ERIKSON non solo soddisfa tutte le aspettative che con il precedente I Giardini della Luna aveva saputo creare nel lettore, ma addirittura queste supera, valorizzando notevolmente le sue mol
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Con La Dimora Fantasma, secondo volume de La Caduta di Malazan (rectius: Il Libro Malazan dei Caduti), STEVEN ERIKSON non solo soddisfa tutte le aspettative che con il precedente I Giardini della Luna aveva saputo creare nel lettore, ma addirittura queste supera, valorizzando notevolmente le sue molteplici capacità, prima solo in parte percepite.
Il lettore si trova nuovamente di fronte a un elevato numero di personaggi (più di trenta) e a una trama subito articolata, con pochi elementi chiarificatori, spesso celati, spersi nella sovrapposizione di più piani di lettura e di più storie.
La struttura mantiene quindi la complessità ardita del primo romanzo: il susseguirsi di colpi di scena e cambi di prospettiva induce ancora alla rilettura di passi addietro, nella convinzione, a volte la speranza, di aver perso qualche dettaglio rilevante, ma stavolta vengono almeno rimossi tutti quegli elementi percepibili come sovrabbondanti.
Rispetto a I Giardini della Luna, quindi, lo svolgimento delle vicende risulta di più immediata comprensione; i flashback sono ridotti in lunghezza e frequenza; la storia è meno frammentaria e le sue linee principali sono immediatamente individuabili: si entra subito in medias res, presi dalla tensione, dalla curiosità, dalla passione.
Torna in libreria, per merito della FANUCCI, uno dei capolavori di maggior successo nella storia dell’heroic fantasy: la Saga di Elric di Melniboné. Il corposo ciclo, che vide la luce nei primi anni Sessanta, è opera di un autore degno di essere annoverato, senza alcuna esitazione, tra i grandi clas
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Torna in libreria, per merito della FANUCCI, uno dei capolavori di maggior successo nella storia dell’heroic fantasy: la Saga di Elric di Melniboné. Il corposo ciclo, che vide la luce nei primi anni Sessanta, è opera di un autore degno di essere annoverato, senza alcuna esitazione, tra i grandi classici della letteratura fantastica del secondo Novecento: l’inglese MICHAEL JOHN MOORCOCK.
Elric di Melniboné, il tormentato negromante albino protagonista della saga, comparve per la prima volta nel racconto Dreaming City pubblicato nel 1961 su New Worlds, rivista di cui lo stesso Moorcock diverrà direttore a partire dal 1964 e che costituirà poi, grazie al deciso cambio di rotta da lui stesso promosso, un fondamentale punto di riferimento per tutta la Science Fiction britannica. New Worlds comincerà infatti a dare ampio spazio alle avanguardie, alle nuove voci del Fantasy e della Fantascienza contemporanea, in un coacervo di grande qualità dal quale emerse proprio il personaggio creato dalla fantasia dell’allora giovane direttore.
Dune è un classico della fantascienza, sebbene gli manchino molti elementi tipici del genere: non ci sono alieni, non ci sono robot o computer (banditi dopo una grande guerra)… tuttavia si viaggia nello spazio tra pianeti. L’universo conosciuto si regge su un sistema feudale, con casate nobiliari e
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Dune è un classico della fantascienza, sebbene gli manchino molti elementi tipici del genere: non ci sono alieni, non ci sono robot o computer (banditi dopo una grande guerra)… tuttavia si viaggia nello spazio tra pianeti. L’universo conosciuto si regge su un sistema feudale, con casate nobiliari e un imperatore.
È un mondo pericoloso, anche per i nobili, dove l’assassinio politico è così frequente da essere legalizzato secondo un codice. Esistono migliaia di veleni e tipi di coltelli, ognuno con una specifica funzione atta a raggiungere un diverso obbiettivo; uccidere diventa quasi un’arte.
In questo mondo si combatte con spade, pugnali, pistole, laser, scudi energetici, e pericolosissime armi atomiche che ogni grande famiglia possiede, in un eterno clima da “guerra fredda”. Dune è calato in un contesto marziale e rigido, che ricorda l’epica; si direbbe quasi che lo scopo ultimo dei personaggi sia la guerra, la supremazia, la distruzione. Gli eserciti fremono, i politici sorridono con un coltello costantemente nascosto addosso.
Il centro d’equilibrio dell’impero è la spezia, una droga che dà una dipendenza totale (chi se ne separa muore), ma dona una lunga vita, estende i sensi, permette ai misteriosi navigatori di far viaggiare nello spazio le astronavi. La preziosissima spezia si trova solo ad Arrakis, noto agli indigeni come Dune, un pianeta totalmente desertico, pericoloso, popolato da giganteschi vermi delle sabbie, dai rudi Fremen, e dalla ricca e crudele famiglia nobiliare che controlla il “feudo” e raccoglie la spezia: gli Harkonnen.
Con questo romanzo il cyberpunk italiano riceve forse la sua consacrazione più alta, arrivando a prestigiosi premi, come il Concorso Letterario Nord nel 1995 e al Premio Cosmo l’anno dopo. L’autore è genovese ed è nato nel 1969. È forse per questo che ripercorre binari che sarebbero piuttosto aspri
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Con questo romanzo il cyberpunk italiano riceve forse la sua consacrazione più alta, arrivando a prestigiosi premi, come il Concorso Letterario Nord nel 1995 e al Premio Cosmo l’anno dopo. L’autore è genovese ed è nato nel 1969. È forse per questo che ripercorre binari che sarebbero piuttosto aspri con una levità tutta particolare e con quel senso dell’humour che è tipico della città della Lanterna.
Siamo in un mondo in cui l’uscita dai corpi fisici è ormai diventata una prassi, grazie agli impianti per la realtà virtuale. Una realtà che è sempre più vivida e per alcuni preferibile a quanto realmente accade, se è vero che la madre della protagonista è una drogata di quelli che oggi chiameremmo “reality show” in una forma ancora più perversa, con le immagini che vengono impresse sulla retina e non lasciano spazio ad altro se non a fugaci sortite al bagno e a una vita passata in poltrona. Satira sociale già nel ’96, perciò, ben prima delle Isole dei Famosi e di altri prodotti consimili.
Tecnologia che serve per imparare, sì, ma anche per mistificare a proprio piacimento, e quindi soprattutto come lavaggio del cervello per le coscienze.
La strada
"Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata?"
[The Waste Land - T.S. Eliot]
"Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché no ... (continue)
"Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata?"
[The Waste Land - T.S. Eliot]
"Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco."
[The Road - Cormac McCarthy]
Un uomo e un bambino senza nome, padre e figlio, lungo una strada dopo la fine del mondo. Intorno, un inverno nucleare livido e in bianco e nero, resti carbonizzati e piogge di cenere, un cielo senza sole e un gelo siderale che arriva fino al cuore. I loro averi sono tutti su un carrello della spesa: del cibo, coperte luride e una tela cerata.
Il padre porta in tasca una pistola con gli ultimi due colpi, uno per sé e uno per il figlio, in caso di necessità. Perché in un mondo dove tutto è bruciato, anche il significato di umanità si è estinto: gli uomini sono divenuti lupi e divorano i loro simili, in una metamorfosi senza ritorno. La terra che i due viaggiatori attraversano è deserta ma non del tutto, l'incontro con i pochi sopravvissuti è privo di qualsiasi sentimento all'infuori di violenza, sospetto e paura. Con loro è anche il ricordo di una donna, la madre del bambino, che ha preferito togliersi la vita davanti al crollo della speranza e l'orrore della sopravvivenza.
La causa dell'olocausto è descritta, semplicemente, in due frasi: "Gli orologi si fermarono all'una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde."
A questo punto il futuro cessa di esistere, e il dopo è già qui.
Non sappiamo dove padre e figlio si trovino né da quanto siano sulla strada. Niente quando e niente dove, solo qualche cartello ormai assurdo nella sua inutilità, una mappa scolorita con nomi che non hanno più valore e testimonianze improvvise di un incubo senza risveglio.
Alla fine di questo lungo cammino c'è solo la promessa di una terra più calda, vicina al mare, dove la parola "domani" può tornare ad avere senso. Ma la salvezza non sarà generosa.
Leggi tutta la Recensione su Terre Di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/la-strada.html
La dimora fantasma
Con La Dimora Fantasma, secondo volume de La Caduta di Malazan (rectius: Il Libro Malazan dei Caduti), STEVEN ERIKSON non solo soddisfa tutte le aspettative che con il precedente I Giardini della Luna aveva saputo creare nel lettore, ma addirittura queste supera, valorizzando notevolmente le sue mol ... (continue)
Con La Dimora Fantasma, secondo volume de La Caduta di Malazan (rectius: Il Libro Malazan dei Caduti), STEVEN ERIKSON non solo soddisfa tutte le aspettative che con il precedente I Giardini della Luna aveva saputo creare nel lettore, ma addirittura queste supera, valorizzando notevolmente le sue molteplici capacità, prima solo in parte percepite.
Il lettore si trova nuovamente di fronte a un elevato numero di personaggi (più di trenta) e a una trama subito articolata, con pochi elementi chiarificatori, spesso celati, spersi nella sovrapposizione di più piani di lettura e di più storie.
La struttura mantiene quindi la complessità ardita del primo romanzo: il susseguirsi di colpi di scena e cambi di prospettiva induce ancora alla rilettura di passi addietro, nella convinzione, a volte la speranza, di aver perso qualche dettaglio rilevante, ma stavolta vengono almeno rimossi tutti quegli elementi percepibili come sovrabbondanti.
Rispetto a I Giardini della Luna, quindi, lo svolgimento delle vicende risulta di più immediata comprensione; i flashback sono ridotti in lunghezza e frequenza; la storia è meno frammentaria e le sue linee principali sono immediatamente individuabili: si entra subito in medias res, presi dalla tensione, dalla curiosità, dalla passione.
Leggi tutta la recensione su Terre Di Confine:
http://www.terrediconfine.eu/la-dimora-fantasma.html
La saga di Elric di Melniboné (vol. 1)
Torna in libreria, per merito della FANUCCI, uno dei capolavori di maggior successo nella storia dell’heroic fantasy: la Saga di Elric di Melniboné. Il corposo ciclo, che vide la luce nei primi anni Sessanta, è opera di un autore degno di essere annoverato, senza alcuna esitazione, tra i grandi clas ... (continue)
Torna in libreria, per merito della FANUCCI, uno dei capolavori di maggior successo nella storia dell’heroic fantasy: la Saga di Elric di Melniboné. Il corposo ciclo, che vide la luce nei primi anni Sessanta, è opera di un autore degno di essere annoverato, senza alcuna esitazione, tra i grandi classici della letteratura fantastica del secondo Novecento: l’inglese MICHAEL JOHN MOORCOCK.
Elric di Melniboné, il tormentato negromante albino protagonista della saga, comparve per la prima volta nel racconto Dreaming City pubblicato nel 1961 su New Worlds, rivista di cui lo stesso Moorcock diverrà direttore a partire dal 1964 e che costituirà poi, grazie al deciso cambio di rotta da lui stesso promosso, un fondamentale punto di riferimento per tutta la Science Fiction britannica. New Worlds comincerà infatti a dare ampio spazio alle avanguardie, alle nuove voci del Fantasy e della Fantascienza contemporanea, in un coacervo di grande qualità dal quale emerse proprio il personaggio creato dalla fantasia dell’allora giovane direttore.
LEGGI TUTTA LA RECENSIONE SU TERRE DI CONFINE:
http://www.terrediconfine.eu/elric-di-melnibone.html
Dune
Dune è un classico della fantascienza, sebbene gli manchino molti elementi tipici del genere: non ci sono alieni, non ci sono robot o computer (banditi dopo una grande guerra)… tuttavia si viaggia nello spazio tra pianeti. L’universo conosciuto si regge su un sistema feudale, con casate nobiliari e ... (continue)
Dune è un classico della fantascienza, sebbene gli manchino molti elementi tipici del genere: non ci sono alieni, non ci sono robot o computer (banditi dopo una grande guerra)… tuttavia si viaggia nello spazio tra pianeti. L’universo conosciuto si regge su un sistema feudale, con casate nobiliari e un imperatore.
È un mondo pericoloso, anche per i nobili, dove l’assassinio politico è così frequente da essere legalizzato secondo un codice. Esistono migliaia di veleni e tipi di coltelli, ognuno con una specifica funzione atta a raggiungere un diverso obbiettivo; uccidere diventa quasi un’arte.
In questo mondo si combatte con spade, pugnali, pistole, laser, scudi energetici, e pericolosissime armi atomiche che ogni grande famiglia possiede, in un eterno clima da “guerra fredda”. Dune è calato in un contesto marziale e rigido, che ricorda l’epica; si direbbe quasi che lo scopo ultimo dei personaggi sia la guerra, la supremazia, la distruzione. Gli eserciti fremono, i politici sorridono con un coltello costantemente nascosto addosso.
Il centro d’equilibrio dell’impero è la spezia, una droga che dà una dipendenza totale (chi se ne separa muore), ma dona una lunga vita, estende i sensi, permette ai misteriosi navigatori di far viaggiare nello spazio le astronavi. La preziosissima spezia si trova solo ad Arrakis, noto agli indigeni come Dune, un pianeta totalmente desertico, pericoloso, popolato da giganteschi vermi delle sabbie, dai rudi Fremen, e dalla ricca e crudele famiglia nobiliare che controlla il “feudo” e raccoglie la spezia: gli Harkonnen.
LEGGI TUTTA LA RECENSIONE SU TERRE DI CONFINE:
http://www.terrediconfine.eu/dune.html
Cyberworld
Con questo romanzo il cyberpunk italiano riceve forse la sua consacrazione più alta, arrivando a prestigiosi premi, come il Concorso Letterario Nord nel 1995 e al Premio Cosmo l’anno dopo. L’autore è genovese ed è nato nel 1969. È forse per questo che ripercorre binari che sarebbero piuttosto aspri ... (continue)
Con questo romanzo il cyberpunk italiano riceve forse la sua consacrazione più alta, arrivando a prestigiosi premi, come il Concorso Letterario Nord nel 1995 e al Premio Cosmo l’anno dopo. L’autore è genovese ed è nato nel 1969. È forse per questo che ripercorre binari che sarebbero piuttosto aspri con una levità tutta particolare e con quel senso dell’humour che è tipico della città della Lanterna.
Siamo in un mondo in cui l’uscita dai corpi fisici è ormai diventata una prassi, grazie agli impianti per la realtà virtuale. Una realtà che è sempre più vivida e per alcuni preferibile a quanto realmente accade, se è vero che la madre della protagonista è una drogata di quelli che oggi chiameremmo “reality show” in una forma ancora più perversa, con le immagini che vengono impresse sulla retina e non lasciano spazio ad altro se non a fugaci sortite al bagno e a una vita passata in poltrona. Satira sociale già nel ’96, perciò, ben prima delle Isole dei Famosi e di altri prodotti consimili.
Tecnologia che serve per imparare, sì, ma anche per mistificare a proprio piacimento, e quindi soprattutto come lavaggio del cervello per le coscienze.
LEGGI TUTTA LA RECENSIONE SU TERRE DI CONFINE:
http://www.terrediconfine.eu/cyberworld.html