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Diversi e divisi
Nessun confronto è possibile tra Islam e Cristianesimo, a meno che i musulmani stessi non rinuncino a quella che è la propria identità per abbracciare il modello culturale dell’Occidente: questo, in definitiva, è il concetto che muove la stesura di Diversi e divisi, ultima pubblicazione del giornali ... (continue)
Nessun confronto è possibile tra Islam e Cristianesimo, a meno che i musulmani stessi non rinuncino a quella che è la propria identità per abbracciare il modello culturale dell’Occidente: questo, in definitiva, è il concetto che muove la stesura di Diversi e divisi, ultima pubblicazione del giornalista radiotelevisivo Nello Rega. L’abisso incolmabile che secondo lo stesso Rega separerebbe le due culture sarebbe senza dubbio il divario tra una società (quella occidentale) che, portavoce dei valori cristiani, avrebbe conseguito le migliori conquiste sociali, dalla democrazia all’emancipazione femminile, dalla tecnologia avanzata ad un elevato tenore di vita, ed un’altra (quella islamica) che invece sarebbe rimasta ad uno stadio di arretratezza civile nei sistemi di governo, nella condizione della donna e nel modo di trascorrere e concepire la vita, fondamentalmente per colpa del Corano e degli insegnamenti delle guide religiose, lasciando così i fedeli in una condizione di estrema subordinazione quasi infantile. Questo, ripetiamo, sempre nella concezione del giornalista, il quale si augura che un giorno le due civiltà possano finalmente incontrarsi, ma solamente sotto l’egida dei valori occidentali.
Ovviamente questa visione dell’autore non può e non dovrebbe essere sposata da una persona con un minimo di senso critico, per più di un motivo. Quello che Rega si auspica avvenga non è affatto un incontro di civiltà, quanto null’altro che una “colonizzazione culturale”; non è un dialogo aperto tra due punti di vista (dialogo che dovrebbe avere come base fondamentale almeno due interlocutori entrambi convinti delle proprie idee) quanto un discorso univoco volto ad elogiare quella che sembrerebbe la società più progredita. Tutto il libro è infatti pervaso da un punto di vista sicuramente progressista, nel senso peggiore del termine. Il senso critico dell’uomo moderno, secondo Rega, avrebbe permesso alla società occidentale di approdare ad un modello di vita libero dai legami della religione, dell’autorità, dei ruoli sociali, emancipando l’umanità dalle catene dell’ignoranza e di sistemi politici e religiosi oppressivi. Ebbene, questo punto di vista dell’autore non solo cala una pesante barriera ad impedire il vero dialogo tra Popoli, definendo i musulmani come, al minimo, dei retrogradi, ma, lungi dall’essere davvero cristiano, si inquadra perfettamente in quella che è l’ottica laicista moderna (in più di un passo il giornalista elogia le critiche mosse alle presunte ingerenze del Papa nella politica – critiche che, secondo lui, rappresenterebbero la libertà di pensiero e la laicità dell’uomo moderno). Probabilmente Rega dovrebbe studiare secoli di cultura cattolica, o più semplicemente il catechismo della sua confessione religiosa.
A differenza dell’autore, io confido nel fatto che un confronto sano tra le culture debba partire dal riconoscimento della diversità inoppugnabile dell’altro, per definire quelle che sono le comunanze tra le due visioni del mondo in discussione e quelle che invece sono le differenze, senza però mai rinunciare a quella che è la propria identità; identità data da anni di storia, dalla religione e dalle tradizioni del proprio Popolo; identità che va difesa e preservata, e che solo allora può relazionarsi con le altre. E proprio da ciò nasce l’errore dell’autore, il vizio fondante di tutto il suo pensiero: egli si pone aggressivamente verso l’Islam con l’arroganza propria della società Occidentale (società che porta alta la bandiera di un certo liberalismo nemico sia dell’Islam che del vero Cristianesimo); e, come partecipe della cultura Occidentale, anch’egli rinnega quelle che sono davvero le sue origini, ovvero la sua identità. L’uomo occidentale moderno non è più un uomo delle tradizioni, quanto un “apolide”, un cittadino del mondo a servizio del prepotente modus vivendi globale; non più un fedele, ma un uomo che ha perso il senso trascendente della vita, e che si approccia alla Fede in senso utilitaristico. Avendo quindi anche l’autore tagliato le proprie radici, non comprende, non può comprendere, la cultura islamica. Egli pretende dai musulmani un’abiura a quella che è la loro tradizione solo perché anch’egli ormai ha rinunciato alla propria, per inserirsi in quello che oramai sta divenendo una corrente di pensiero globale, animata dai dogmi del progresso, della laicità, della democrazia…