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Cover of The Feeling of What Happens
  • Il libro di Dennett sulla coscienza, anche se interessante e pieno di contenuti, si trattava pur sempre di un intricato polpettone filosofico: le posizioni finali dell'autore erano condivisibili ma non si capiva come ci si fosse arrivati.

    Questo libro di Damasio è l'esatto contrario per chiare ... (continue)

    Il libro di Dennett sulla coscienza, anche se interessante e pieno di contenuti, si trattava pur sempre di un intricato polpettone filosofico: le posizioni finali dell'autore erano condivisibili ma non si capiva come ci si fosse arrivati.

    Questo libro di Damasio è l'esatto contrario per chiarezza espositiva e concretezza.
    Riassumo in 2 righe:
    1) Ci sono due tipi di coscienza: quella estesa, posseduta da noi e da pochi altri animali, e quella centrale, comune a parecchie altre specie. A queste corrispondono un sé autobiografico e un sé centrale
    2) Normalmente i dibattiti sulla coscienza si concentrano solo sul tipo più evoluto di coscienza, quella estesa, e trascurano il problema di come quella centrale possa sorgere in primo luogo
    3) Secondo Damasio c'è un passo da fare ancor prima di arrivare alle due forme di coscienza.
    Il nostro cervello ha un insieme di 'mappe' e schemi mentali continuamente aggiornati su tutto ciò che succede dentro di noi (viscere, muscoli, la soluzione chimica nella quale sono immerse le nostre cellule).
    Questo meccanismo, automatico e inconscio, è essenziale per la nostra sopravvivenza, poiché il nostro corpo, per rimanere in vita, deve mantenere un delicato equilibrio omeostatico e restare entro una ristretta serie di parametri chimici.
    Questa primordiale 'rappresentazione' dell'organismo nel cervello è stabile per quasi tutta la vita e fornisce la sensazione di un essere unico e unitario: Damasio la chiama 'proto-sé'
    4) La coscienza sorge come secondo passaggio nel processo di conoscenza del mondo esterno.
    Quando ci troviamo davanti a un oggetto qualsiasi, le zone del cervello corrispondenti ai vari sensi ne elaborano i dati.
    Allo stesso tempo le zone incaricate di compilare il proto-sé registrano i cambiamenti corporei causati dall'oggetto: questi mutamenti (risposte emotive automatiche, movimenti del corpo per permettere una miglior ricezione dei segnali) spesso sono ignorati ma sono una componente costante del nostro processo cognitivo.
    La coscienza si sviluppa quando il cervello 'rappresenta' la relazione tra l'oggetto conosciuto e la reazione globale del corpo a quello stesso oggetto.
    Questo meccanismo evolutivamente parlando è un enorme balzo in avanti perché consente al soggetto di sviluppare una 'prospettiva' ancorata all'organismo e di elaborare dei pensieri innovativi, più efficienti delle risposte emotive automatiche, diretti alla propria preservazione egoistica.
    5) La coscienza centrale, limitata alla conoscenza del 'qui e ora', è largamente diffusa nel regno animale.
    Il tipo di coscienza che contraddistingue gli esseri umani invece è quella estesa.
    Per ottenerla servono un cervello capace di processare un'elevata quantità di dati e una buona memoria: parallelamente ai dati provenienti dal mondo esterno, il nostro cervello rielabora continuamente una serie di ricordi unici sulla nostra biografia (chi siamo, cosa stiamo facendo, cosa vogliamo).
    In questo modo il mondo attorno a noi è calato nel contesto più ampio della nostra vita e dei nostri desideri.
    Questo sé-autobiografico è la nostra identità
    6) Non serve il linguaggio per ottenere la coscienza estesa: pare che anche alcune scimmie la abbiano.
    Tuttavia è solo grazie al linguaggio se la nostra identità entra nel mondo della cultura e può espandersi vertiginosamente come un minuscolo big bang.
    7) La coscienza, di entrambi i tipi, non è il punto più alto dell'evoluzione umana, ma un passaggio obbligato verso le nostre più grandi conquiste: linguaggio, scienza, arte, leggi, etica.
    8) Nelle discussioni sulla coscienza i filosofi si arenano stupidamente su un falso problema: l'inconciliabilità della conoscenza scientifica oggettiva con il carattere 'reale' e soggettivo dell'esperienza.
    Secondo loro, se anche studiassimo il cervello di un altro individuo con gli strumenti più sofisticati del mondo, capiremmo cosa pensa e come, ma non proveremmo mai la stessa cosa: quindi il metodo scientifico è limitato.
    Ma questa è una cretinata: l'unico caso in cui 'essere qualcosa' e 'osservare qualcosa' coincidono è nell'esperienza personale.
    In tutti gli altri casi la nostra conoscenza si limita sempre e solo all'osservazione ed è illogico pretendere il contrario.
    E' come se un geologo si lamentasse dell'incompletezza dei suoi metodi perché può studiare un sasso ma non può essere QUEL sasso.

    °
    Cos'altro volete aggiungere a un libro così?
    Eccovi l'Uomo.

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    Posted on Oct 13, 2009 | Add your feedback

Cover of The Meaning Of It All
  • Gran personaggio, ottime idee, libretto striminzito.
    Ecco i passaggi più interessanti:

    "All other aspects and characteristics of science can be understood directly when we understand that observation is the ultimate and final judge of the truth of an idea. [...]
    That is the principle of science ... (continue)

    Gran personaggio, ottime idee, libretto striminzito.
    Ecco i passaggi più interessanti:

    "All other aspects and characteristics of science can be understood directly when we understand that observation is the ultimate and final judge of the truth of an idea. [...]
    That is the principle of science. If there is an exception to any rule, and if it can be proved by observation, that rule is wrong.
    The exceptions to any rule are most interesting in themselves, for they show us that the old rule is wrong. And it is most exciting, then, to find out what the right rule, if any, is.
    The exception is studied, along with other conditions that produce similar effects.
    The scientist tries to find more exceptions and to determine the characteristics of the exceptions, a process that is continually exciting as it develops.
    He does not try to avoid showing that the rules are wrong; there is progress and excitement in the exact opposite.
    He tries to prove himself wrong as quickly as possible. [...]
    Scientists, therefore, are used to dealing with doubt and uncertainty. All scientific knowledge is uncertain. This experience with doubt and uncertainty is important. I believe that it is of very great value, and one that extends beyond the sciences. I believe that to solve any problem that has never been solved before, you have to leave the door to the unknown ajar. You have to permit the possibility that you do not have it exactly right.
    Otherwise, if you have made up your mind already, you might not solve it. [...]
    It is a great adventure to contemplate the universe, beyond man, to contemplate what it would be like without man, as it was in a great part of its long history and as it is in a great majority of places. When this objective view is finally attained, and the mystery and majesty of matter are fully appreciated, to then turn the objective eye back on man viewed as matter, to view life as part of this universal mystery of greatest depth, is to sense an experience which is very rare, and very exciting. It usually ends in laughter and a delight in the futility of trying to understand what this atom in the universe is, this thing—atoms with curiosity—that looks at itself and wonders why it wonders. Well, these scientific views end in awe and mystery, lost at the edge in uncertainty, but they appear to be so deep and so impressive that the theory that it is all arranged as a stage for God to watch man's struggle for good and evil seems inadequate.
    Some will tell me that I have just described a religious experience. Very well, you may call it what you will."

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    Posted on Jul 25, 2009 | Add your feedback

Cover of Predictably Irrational
  • L'economia tradizionale parte dal presupposto che gli uomini siano esseri razionali, in grado di valutare costi e benefici delle proprie decisioni e di agire di conseguenza.
    L'economia comportamentale ci dice tutt'altro.
    Il processo di decisione è distorto in mille modi, dal contesto, le ... (continue)

    L'economia tradizionale parte dal presupposto che gli uomini siano esseri razionali, in grado di valutare costi e benefici delle proprie decisioni e di agire di conseguenza.
    L'economia comportamentale ci dice tutt'altro.
    Il processo di decisione è distorto in mille modi, dal contesto, le nostre esperienze passate, la nostra incapacità di esercitare autocontrollo, alle aspettative che abbiamo di volta in volta.
    In questo interessante libretto Ariely accompagna ogni sua conclusione con un esperimento sociale o dei test per rivelare le trame sottostanti al nostro modo di ragionare.
    Ed è anche scritto bene, nonostante sia concepito come lettura leggera ('economia fai-da-te' alla Freakonomics, del quale peraltro è molto meglio).

    Prendere coscienza in anticipo dei nostri difetti dovrebbe essere un modo per una migliore organizzazione a livello politico e per minizzare i danni.

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    Posted on Jun 24, 2009 | Add your feedback

Cover of Freedom Evolves
  • Scienza e filosofia hanno sempre meno confini invalicabili.
    La coscienza è un insieme di processi fisici e chimici non coscienti del cervello; l'evoluzione, con la sua lenta e accidentale selezione, ha traghettato i primi esseri semplici a forme mastodonticamente più complesse (noi).
    Allor ... (continue)

    Scienza e filosofia hanno sempre meno confini invalicabili.
    La coscienza è un insieme di processi fisici e chimici non coscienti del cervello; l'evoluzione, con la sua lenta e accidentale selezione, ha traghettato i primi esseri semplici a forme mastodonticamente più complesse (noi).
    Allora come mai tanta gente si lambicca ancora nel mistero?
    E' solo colpa di un'educazione umanistica orgogliosamente ignorante?
    Come mai nel 2009 tanti miti vengono creduti con fervore e devozione, anche da persone intelligenti e con spiegazioni ben più razionali a portata di mano?

    La grande sensibilità di Dennett sta nell'aver capito una delle più grandi resistenze che sta dietro questo scetticismo.
    Ammettiamo che sia vero -ci dicono- ma come la mettiamo con il libero arbitrio?

    La paura che accettando la visione scientifica del mondo si rinunci alla nostra capacità di scelta deriva da tre incomprensioni fondamentali.
    1) la paura del riduzionismo.
    Studiando cosa rende possibile la coscienza non troviamo altro che neuroni e sinapsi.
    La reazione immediata è qualcosa del tipo 'ma come! e io dove sono?'.
    Libet e compagnia pensano che, cronometrando il momento 't' in cui una decisione diventa cosciente, si possa determinare il momento (e il luogo) dove avviene la decisione.
    Sbagliano: noi non siamo solo la nostra coscienza.
    La nostra identità è più ampia, è estesa a tutta la nostra esperienza passata, i nostri ricordi, le nostre speranze, le nostre paure: non è un'anima immateriale ma ha comunque la consistenza di una metafora.
    E' a questa che dobbiamo fare riferimento per attribuire responsabilità e libertà di scelta, non unicamente al nostro processo cosciente.
    2) la paura del determinsmo.
    La libertà di scelta consiste essenzialmente nella possibilità di evitare un determinato evento.
    L'errore che facciamo è pensare che se tutto è determinato da leggi fisiche, compreso il futuro, non abbiamo scelta (dato che accadrà una sola cosa e non un'altra).
    Ma qui stiamo usando 'determinato' con due significati opposti.
    Secondo uno, 'determinato' è tutto ciò che accade e accadrà: è quello che vedremmo da un ipotetico 'punto di vista di Dio'.
    Secondo l'altro, 'determinato' è uno stato di cose ritenuto probabile da un essere in grado di fare previsioni.
    A noi interessa solo il secondo: il 'punto di vista dell'universo' è solo ipotetico.
    Ha senso parlare di libertà solo quando è possibile fare una scelta, evitare un evento, cambiare il risultato di previsione.
    Non serve nascondersi in stranezze quantistiche: anche in un universo ottocentesco (alla Laplace) non saremmo mai in grado di prevedere TUTTO e avremmo valanghe di libero arbitrio.
    3) la paura della genetica.
    Il tipo di determinismo che si teme è quello esercitato da un programma su un computer: non c'è scelta, le uniche operazioni possibili sono definite sin dall'inizio.
    Ma i geni hanno un ruolo preponderante solo all'inizio del nostro sviluppo, determinandone la traiettoria: il resto dipende da influenze ambientali, dal caso e dalle nostre scelte.
    I geni non ci tolgono il libero arbitrio, ne sono la fonte, perché sono loro a formarci quali siamo, capaci di pensare, decidere le nostre azioni e fare delle scelte.
    Tra l'altro, determinismo per determinismo, perché quello genetico dovrebbe essere tanto spaventoso? Meno influenza genetica significa maggiore influenza dell'ambiente.
    Ne' natura ne' educazione castrano la nostra libertà di scelta finché siamo in grado di riconoscere cosa influenzi le nostre decisioni e di agire per contrastarlo.
    Ogni volta che vedo su un giornale articoli del tipo 'scoperta nel cervello la zona dell'altruismo' o 'scoperto il gene della stronzaggine', mi incazzo perché non fanno altro che introiettare nel lettore comune delle idee distorte e atteggiamenti scettici o paranoici.
    Esempio lampante di questa triste tendenza è l'articolo di Wolfe 'Sorry but your soul just died'.

    Dennett non scrive benissimo, si dilunga spesso in esempi inutili e ogni tanto gli scappa qualche scemenza: eppure i suoi ragionamenti concreti come mattoni sono una goduria.
    Andate sulla sua pagina web
    http://ase.tufts.edu/cogstud/incpages/publctns.shtml

    e provate a leggervi
    -”Some observations on the psychology of thinking about free will” 2007
    -"Postmodernism and Truth" 1998

    Ne vale davvero la pena.

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    Posted on Jun 23, 2009 | Add your feedback

Cover of Descartes' Error
  • 1 person find this helpful

    Esplorando il corpo umano

    Vorrei ringraziare adelphi per aver reso disponibile la traduzione italiana di questo splendido libro al modico prezzo di 30 euro -e mandarli cortesemente a cagare.
    (30 fottuti euro! Cos'è, lo hanno rilegato in oro? Qualcuno li avvisi dell'esistenza dei paperback.)

    °

    Non è un libro ... (continue)

    Vorrei ringraziare adelphi per aver reso disponibile la traduzione italiana di questo splendido libro al modico prezzo di 30 euro -e mandarli cortesemente a cagare.
    (30 fottuti euro! Cos'è, lo hanno rilegato in oro? Qualcuno li avvisi dell'esistenza dei paperback.)

    °

    Non è un libro sulla filosofia di Cartesio.
    Si tratta di un saggio di neurologia spiegato in termini più o meno comprensibili e fatto per sfatare dei brutti miti presso il pubblico mediamente-colto.
    Non prende direttamente parte al dibattito contemporaneo sulla mente, ma fornisce solide basi scientifiche alle posizioni materialistiche e riduzionistiche.

    Il più grande luogo comune riguardo corpo e mente, dice Damasio, viene dal classico dualismo cartesiano.
    Il malinteso si basa sull'idea religiosa che ci sia qualcos'altro oltre alla mera realtà (il mondo delle idee platonico, il paradiso, l'anima): questa convinzione è dura a morire nonostante cozzi vistosamente con tutto ciò che sappiamo del mondo e tutte le prove vadano in direzione contraria.
    Oggi le neuroscienze ci dicono che la nostra mente è prodotta unicamente da cause fisiche e chimiche, non serve l'anima.
    La visione scientifica dell'uomo non toglie un grammo di nobiltà e unicità all'essere umano, una particella microscopica dell'universo che pensa, capisce di pensare e ne rimane meravigliato.

    [Parentesi epistemologica non contenuta nel libro:
    La massima 'cogito ergo sum' si basava su questa 'doppia natura' della realtà.
    Cartesio si servì di questo principio per elaborare una teoria della conoscenza: voleva una base solida per la ricerca, un nucleo certo e indubitabile.
    Anche se il mondo esterno è pure finzione, pensava, i miei pensieri sono reali.
    Questo ragionamento (geniale) introduce però una divisione tra soggetto e oggetto dannosissima: è la causa delle nostre incomprensioni sulla coscienza, divide l'universo in due sostanze incompatibili, res cogitans e res extensa, con tutti i conseguenti problemi logici (come fanno a interagire? e se la coscienza è irriducibile a un fenomeno 'fisico', allora cos'è?).
    La linea che tracciò Cartesio andava bene nel '600, quando l'unica spiegazione possibile per l'intelletto umano era l'anima immateriale.
    La scienza moderna ha preso un'altra strada, basando la propria conoscenza sul postulato di oggettività: il mondo esiste anche senza un osservatore.
    Se non posso dubitare del mio pensare, non posso nemmeno dubitare dell'esistenza della realtà, della quale il mio corpo è un piccolo pezzo: a parer mio la rigida divisione tra soggetto e oggetto come fulcro fondamentale dell'epistemologia non è più necessaria.]

    Dopo aver lanciato il discorso su queste linee Damasio parte con l'argomento principale del libro: le emozioni.
    Uno sbaglio che spesso facciamo parlando della mente (complice la pallida educazione liceale su Romanticismo e Sturm und Drang), è quello di pensare alla mente come la sede della ragione, completamente distaccata dalla 'passione' e dal sentimento: più o meno come un software molto complicato alla guida del corpo, ma completamente distaccata da esso.
    In questo modo si collocano ai piani alti le capacità più evolute come linguaggio e logica, mentre si relegano nei bassifondi mollicci del corpo pulsioni, emozioni e comportamento irrazionale.
    Damasio ci dice tutt'altro.
    Un'emozione è una risposta automatica del sistema nervoso a un evento esterno, che altera lo stato del corpo per metterlo in grado reagire in modo efficace in caso di necessità (l'evoluzione ha messo a punto 6 emozioni 'base': felicità, tristezza, paura, rabbia, sorpresa, disgusto).
    Nel passaggio dal cervello animale, progettato per rispondere automaticamente ai continui mutamenti dell'ambiente, a quello umano, dotato di memoria e pensiero astratto, tutto l'apparato primitivo delle emozioni è rimasto intatto.
    Non solo, è diventato parte integrante delle funzioni evolute propriamente umane: come 'miccia' d'accensione, stimolo, fonte di desideri e pulsioni.
    Le emozioni influiscono sul pensiero razionale, non solo per ostacolarlo e intralciarlo, ma addirittura per renderlo possibile.
    Tramite un meccanismo che Damasio chiama 'marcatore somatico', il cervello fruga nelle nostre esperienze passate e nelle nostre risposte emotive precedenti, e detta le priorità dei nostri pensieri in modo quasi automatico: scarta alcune opzioni o ci spinge verso altre, velocizzando l'intero processo e risparmiando tempo prezioso.
    Anche quando si trova nel più logico e arido dei processi, il cervello ha bisogno della spinta emotiva per tradurre un ragionamento in una decisione o azione.
    E' il caso di alcuni suoi pazienti con danni a particolari aree del cervello, ancora in possesso di capacità logica e analitica ma allo stesso tempo incapaci di provare emozioni e di prendere decisioni.

    °

    Leggetevi la recensione di Dennett.
    http://ase.tufts.edu/cogstud/papers/damasio.htm

    Vi consiglio di leggerlo, anche se siete a digiuno di biologia e neuroscienze.
    Quella che emerge è una nozione diversa di natura umana, molto più incasinata, vulnerabile e reale di quella che ci viene data dalla sterile immagine 'anima/corpo'.

    Verrebbe quasi da dire che valga la pena di spenderci 30 euro.

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    Posted on Oct 8, 2009 | Add your feedback

Cover of Freakonomics
  • Levitt studiando diverse moli di dati analizza alcuni fenomeni sociali (crimine, insegnanti che truccano i risultati dei test, etc) con risultati talvolta interessanti e originali.

    Ad ogni modo il libro è dispersivo e tutto il contenuto si può compendiare in poche frasette (un po' poco visto i ... (continue)

    Levitt studiando diverse moli di dati analizza alcuni fenomeni sociali (crimine, insegnanti che truccano i risultati dei test, etc) con risultati talvolta interessanti e originali.

    Ad ogni modo il libro è dispersivo e tutto il contenuto si può compendiare in poche frasette (un po' poco visto il successo enorme che ha avuto..)

    "Morality, it could be argued, represents the way that people would like the world to work—whereas economics represents how it actually does work. Economics is above all a science of measurement.[...]
    A smaller community tends to exert greater social incentives against crimes, the main one being shame. [...]
    Feldman has also reached some of his own conclusions about honesty, based more on his experience than the data. He has come to believe that morale is a big factor—that an office is more honest when the employees like their boss and their work. He also believes that employees further up the corporate ladder cheat more than those down below. He got this idea after delivering for years to one company spread out over three floors—an executive floor on top and two lower floors with sales, service, and administrative employees. (Feldman wondered if perhaps the executives cheated out of an overdeveloped sense of entitlement. What he didn’t consider is that perhaps cheating was how they got to be executives.) [...]
    Experts depend on the fact that you don't have the information they do. [...]
    Armed with information experts can exert a gigantic, if unspoken, leverage: fear."

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    Posted on Apr 14, 2009 | Add your feedback

Cover of The Martian Chronicles
  • "There's your answer, Captain."
    "I don't see"
    "The Martians discovered the secret of life among animals.
    The animal does not question life.
    It lives.
    Its very reason for living is life; it enjoys and relishes life. You see -the statuary, the animal symbols, again and again. ... (continue)

    "There's your answer, Captain."
    "I don't see"
    "The Martians discovered the secret of life among animals.
    The animal does not question life.
    It lives.
    Its very reason for living is life; it enjoys and relishes life. You see -the statuary, the animal symbols, again and again."
    "It looks pagan"
    "On the contrary, those are god symbols, symbols of life.
    Man had become too much man and not enough animal on Mars too. And the men of Mars realized that in order to survive they would have to forgo asking that one question any longer: why live?
    Life was its own answer. Life was the propagation of more life and the living of as good a life as possible.
    The Martians realized that they asked the question 'why live at all?' at the height of some period of war and despair, when there was no answer.
    But once the civilization calmed, quieted, and wars ceased, the question became senseless in a new way.
    Life was good and needed no arguments."

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    Posted on Apr 23, 2009 | Add your feedback

Cover of Reaper Man
Cover of Equal Rites
Cover of 300
  • 1 person find this helpful

    Devo specificare che gli spartani non mi sono mai stati troppo simpatici.

    Ma come si fa a non adorare Miller, che quando ci si mette riesce a farti esaltare talmente tanto per una scena di battaglia da farti saltare in piedi per la foga gridando 'AHU-AHU!!!'?

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    Posted on Aug 27, 2008 | Add your feedback

Cover of Wittgenstein's Poker
  • 1 person find this helpful

    Popper incontrò una volta sola Wittgenstein e lo fece infuriare al punto che l'altro si mise ad agitargli contro un attizzatoio. Il libro ricostruisce il fatto e le personalità dei due.
    Certo che i filosofi son strani.

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    Posted on Aug 18, 2008 | Add your feedback

Cover of Jingo

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