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Nuovi italiani
Se anche voi lo avete pensato, vuol dire siete degli addetti al settore: pure io ero scettico, alla prima sfogliata file di grafici e statistiche tra le pagine facevan presagire al peggio.
Per fortuna a volte le paure sono infondate, come in questo caso: la lettura è agevole, il racconto descrive be ... (continue)
Se anche voi lo avete pensato, vuol dire siete degli addetti al settore: pure io ero scettico, alla prima sfogliata file di grafici e statistiche tra le pagine facevan presagire al peggio.
Per fortuna a volte le paure sono infondate, come in questo caso: la lettura è agevole, il racconto descrive bene i dati pubblicati a margine, i particolari si fanno a mano a mano accattivanti. L’introduzione è chiaramente un puro atto di coraggio: non si può ignorare una popolazione, quella dei figli di immigrati, che sta pian piano diventando protagonista nelle scuole italiane. Non si parla di loro come di una massa glutinosa indistinguibile di cui giornalisti e politici cavalcano paure incomprensibili. Al contrario della cronaca dei mass-media, vengono analizzati con dati alla mano, grazie agli studi più recenti (ma anche addietro) fatte dalle varie università: entrambi i tre autori sono docenti di Demografia presso varie città, ed hanno avuto accesso (anche in anteprima) a varie indagini, oltre aver letto libri, articoli e siti web. La più importante è l’Itagen2, una ricerca nazionale che copre soprattutto il bacino delle scuole nel Nord Italia, dove abbiamo la maggiore presenza di nuclei familiari di origine straniera.
Gli autori non hanno paura ad affermare che questo fenomeno va analizzato con coscienza, longevità e anche con interventi politici mirati alla fascia giovani: l’esercito dei ventenni tra il 2020 e 2029 è già in piedi, i tassi di natalità delle coppie italiani in costante calo rendono sempre più evidente questo ascesa demografica (si considerano i figli con almeno un genitore straniero).
Il modello di successo di questo scenario futuro è l’integrazione interculturale, che si discosta dalla semplice assimilazione – dato che comporta rinuncia e perdita della cultura originaria per adattarsi a quella nuova, perdendoci sempre qualcosa. Interculturale va oltre a multiculturale, dove ogni binario sembra correre in parallelo senza mai incontrarsi con l'altro. Interculturale è avvicinarsi l’un l’altro, dare qualcosa all’altro per ricevere a propria volta nuovi tratti culturali, contaminandosi a vicenda, il tutto nel pieno rispetto reciproco e delle norme civili.
Per fare tutto ciò bisogna conoscere questi piccoli ospiti – ospiti che cresceranno e diventeranno padroni di questa lingua, dei “nuovi italiani”. Per farlo passeranno per la scuola dell'obbligo. Le sfide che li attendono sono soprattutto dovute a fattori socio-economici: chi parte da una famiglia con bassa istruzione ha nelle sue capacità intrinseche il potere di garantirsi un lavoro migliore dei propri genitori, grazie proprio all’istruzione. Il modello occidentale offre questo pregio, ovvero progredire col benessere economico grazie al successo individuale e al sapere (prima a scuola, poi nel lavoro). Non sempre però succede: basta ricordarsi nel dopoguerra come i bambini emigrati dal meridione mediamente non hanno superato in bravura i loro compagni autoctoni del Nord, mentre dall’altra parte del mondo in Australia gli stessi figli di italiani hanno formato con la 2° generazione in poi una classe sociale emancipata. O di come il modello francese ha integrato i giovani di origine straniera, ma li ha poi fatto uno bello scherzetto privandoli di sogni e speranze di ascesa economica, emarginandoli nei loro quartieri periferici con altri francesi nelle loro medesime condizioni socioeconomiche; quest'ultimo modello ha un nome: downward assimilation, l’integrazione dei giovani figli di immigrati nelle parti oscure della società, ai margini, con conseguenze dirette sui tassi di criminalità – i figli delinquono più della generazione dei genitori, cosa che non accade col modello di ascesa sociale.
Analizzare questi ragazzi al microscopio per categorie potrebbe sembrare da insensibili, ma per gli autori studi sui comportamenti e risposte di questi pre-adolescenti posso smontare false certezze: pare che fra italiani doc e seconde generazioni nati qua le differenze sono pressoché impercettibili, e che avanzando con l’età a cui risale il ricongiungimento familiare tutti questi abissi e divergenze sono pressappoco modeste inflessioni a certi comportamenti che ad altri (avere meno amici italiani, avere meno figli) dettati da un passato e da una cultura d’origine ancora molto vicine, che difficilmente si possono ignorare.
Nel libro si parla di amicizia, tempo libero, religione, identità, famiglia e lavoro, temi tutti importantissimi per chi si affaccia all’adolescenza e che segnano la crescita di questi nuovi cittadini.
Consiglio il libro a tutti gli esperti e appassionati del settore. Per i lettori più causali la lettura potrebbe apparire povera a causa dell’assenza di racconti personali: a tutti loro il mio avviso è di procedere con antipasti e primi piatti più succulenti, dirigendosi verso il banco della narrativa.
La traduzione di puri e semplici dati statistici in un racconto dialettico liscio e schietto è il miglior modo per introdurre questo argomento, di cui tutti parlano, ma nessuno sa! Insomma, è uno schiaffo ai giornalisti improvvisati e una ventata d’aria pulita per gli studiosi!
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