-
All books
-
-
-
- A Clash of Kings (1411)
- (A Song of Ice and Fire, Book 2)
-
By George R. R. Martin -
Reading since Mar 12, 2013 -
Add ...
-
-
-
-
- La fine del mondo e il paese delle meraviglie (4148)
-
By Haruki Murakami -
Finished on May 1, 2013 




-
Add ...
-
-
-
-
- Of Mice and Men (1164)
-
By John Steinbeck -
Finished on Apr 13, 2013 




-
Add ...
-
-




-
Uomini e topi, Of Mice and Men, è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi racconti della letteratura d’oltre oceano, come l’emblema di un’epoca e di un filone letterario, al pari solo di alcuni grandi capolavori quali per esempio, Furore (sempre dello stesso Steinbeck), Il Vecchio e il M ... (
continue ) Uomini e topi, Of Mice and Men, è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi racconti della letteratura d’oltre oceano, come l’emblema di un’epoca e di un filone letterario, al pari solo di alcuni grandi capolavori quali per esempio, Furore (sempre dello stesso Steinbeck), Il Vecchio e il Mare o (seppur diametralmente opposto) Il Grande Gatsby, ed è facile capire il perché: con i suoi temi, gli aspri paesaggi rurali, i sanguigni protagonisti dai sentimenti forti e puri, i risvolti psicologici profondi ma immediati, il romanzo di Steinbeck racconta di un’epoca, quella della Grande Crisi e della Depressione, in cui l’America ha vissuto alcuni dei suoi più grandi stravolgimenti sociali e civili, ma racconta anche di uomini, rudi e coriacei, la cui unica colpa pare quella di essere vittime del Sistema, la cui unica virtù è la forza delle loro ambizioni, ovvie quanto può essere il desiderio di sopravvivere eppure così difficilmente raggiungibili in un mondo tanto crudele e violento, come era quello segnato dalla povertà delle campagne americane tra le due Guerre.
Il simbolo di un epoca dunque, e di un filone letterario, ma Of Mice and Men è ancora di più, scritto da Steinbeck col suo stile impareggiabile, che con una parola riesce a raccontare una generazione, con una frase a disegnare un paese, con un dialogo a caratterizzare una società, Uomini e Topi è l’emblema anche dello spirito dell’uomo, della sua fibra coriacea che ogni giorno gli permette di sudare per ore nei campi a rincorrere il sogno di quando potrà finalmente ritirarsi a vita agiata, e della sua umanità, del suo spirito di fratellanza che gli consente di chiamare “amico” proprio colui senza il quale magari riuscirebbe a perseguire il suo agognato obbiettivo, proprio quell’ostacolo insormontabile che si frappone costantemente al raggiungimento del suo sogno: Lennie, il gigante stupido, la creatura perfetta, grande, forte, infaticabile eppure, come per uno scherzo della provvidenza, privo di intelligenza e di coscienza. Ed è proprio in lui che Steinbeck, sempre con un occhio alle interazioni umane, alle dinamiche sociali, crea la figura più bella e più drammatica: Lennie, il condannato alla nascita, l’eterno sciagurato; poiché un uomo simile nel mondo crudele della Depressione sarà sempre fuoriposto, sarà sempre disgraziato, come coloro che mossi dalla sua innocenza o da uno spiccato senso del dovere si legheranno a lui pur sapendo che forse, oggi, forse domani, forse il giorno dopo ancora, dovranno patire la sofferenza del suo abbandono, il dolore della sua dipartita. E tra questi più di tutti ovviamente George, ovvero il suo illegale tutore, colui che proprio per via della sua grande lealtà è costretto ad accudirlo malgrado gli sia costantemente d’intralcio, malgrado rappresenti l’unico ostacolo ai suoi sogni di ricchezza.
Lennie e George, i fratelli non fratelli uno legato all’altro dalla sventura eppure anche da sentimenti puri e introvabili in un mondo privo di valori se non quello del denaro, se non quello del colore della pelle e dell’estrazione sociale. E alla dipartita di uno dei due la trasformazione: la depressione economica che diventa anche depressione psicologica, e l’evoluzione finale del simbolismo del racconto che, in una sorta di gioco di scatole cinesi al contrario, sfrutta la tragedia del singolo per diventare tragedia universale e, agli occhi dell’osservatore neutrale, mero spettatore della vicenda, tragedia dell’incomprensione. “Ma cosa hanno da dirsi quei due uomini, ora?” “Cosa li lega ora?” Si chiede Steinbeck per bocca dello spettatore, quasi terzo incomodo, mentre osserva gli attori del dramma andarsene assieme facendosi forza l’un l’altro. “Cosa li lega ora?”
“Qualcosa che è accaduto” è la naturale risposta, nonché il titolo originario dell’opera, qualcosa che è accaduto in un mondo troppo crudele per concedere degli errori, per concedere ai deboli una pur minima possibilità, qualcosa che è accaduto e che nonostante tutto bisogna superare per poter continuare ad andare avanti, per poter illudersi di realizzare un giorno il sogno, qualcosa che è accaduto, infine, a cui ci si può ribellare soltanto facendo affidamento nuovamente a quella cosa che proprio sembrava venuta meno per colpa della Crisi: la fratellanza umana e l’amicizia.
Tutto questo e Uomini e Topi di Steinbeck un libro, profondo e drammatico, ma anche semplice e sincero, un libro che, narrando di una vicenda comune eppure singolare, specifica eppure universale, con la sua cruda autenticità getta in faccia al lettore le linee guida di tutto un filone letterario, il filone del neo-realismo americano. Questo è, un libro oggi come all’ora di grande attualità, un libro imprescindibile per chiunque voglia definirsi amante della letteratura, un libro che più di ogni altro andrebbe letto in lingua originale per meglio apprezzarne i dialoghi, e gli uomini che si fanno attori di quei dialoghi, per meglio apprezzare quel mondo e lo stile con cui viene rappresentato da uno scrittore dotato della stessa cultura dei più grandi, ma a differenza di molti di loro anche dell’umiltà necessaria per camuffare la sua accurata penna con i panni grezzi e logori del bracciante.
Tutto questo è uomini è topi, un romanzo che in meno di cento pagine rappresenta l’uomo e la sua storia, un racconto che potrebbe essere descritto con innumerevoli superlativi assoluti ma che anche nella più arzigogolata associazione linguistica rimarrebbe pur sempre un grande esempio d’onestà intellettuale e di eleganza. -
—
Apr 14, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-




-
Che cos’è la morte? Dal momento che è l’argomento su cui verte Everyman (come al solito sempre allegrissimo Philip Roth!) e dal momento che bene o male è lui stesso durante la narrazione a porsi e a porci la domanda, mi sembra lecito che venga ripetuta e mi sembra anche lecito che ci si ragioni un ... (continue )
Che cos’è la morte? Dal momento che è l’argomento su cui verte Everyman (come al solito sempre allegrissimo Philip Roth!) e dal momento che bene o male è lui stesso durante la narrazione a porsi e a porci la domanda, mi sembra lecito che venga ripetuta e mi sembra anche lecito che ci si ragioni un po’ su, almeno quel tanto che basta per farsi un’idea di fondo se l’autore con il suo libro abbia c’entrato l’obbiettivo e sia giunto a una conclusione coerente oppure se abbia eccessivamente divagato allontanandosi dal sentiero tracciato dalla sua domanda, così banale eppure così essenziale. Dunque, che cos’è la morte?
Qualcuno potrebbe definirla come il contrario della vita, tutto ciò che non è vita. Vero, forse però sarebbe un po’ troppo semplice, qualcuno allora potrebbe interpretarla come la cessazione di tutto, quell’evento , quel “fastidioso imprevisto”, che una volta verificatosi tutto smette di esistere: il sig. Rossi è morto dunque ha smesso di esistere, le sue funzioni vitali sono cessate e dunque non è più vivo. Vero anche questo, forse però ancora una volta troppo limitato, già poiché se è vero che una cosa finché non la si sperimenta non la si conosce fino in fondo, è altrettanto vero che la natura burlona nel nostro caso non ci accorda la possibilità di tornare a riferire cosa si prova e in cosa consista una volta sperimentata (…o almeno si spera!) Di fatto dunque le nostre sono solo illazioni, ipotesi, nient’altro che immaginazione, e, immaginazione per immaginazione, allora perché non dare peso anche all’interpretazione del credente, del religioso, di colui che affida a un ordine superiore delle cose la sua stessa vita? Perché non credere che ci sia dell’altro oltre la morte? Perfino l’ateo, l’agnostico, almeno per onesta intellettuale non dovrebbero escludere ogni eventualità a priori, no? Dunque che cos’è è la morte per il credente? Per i cristiani è il passaggio che permette all’uomo di ricongiungersi con Dio, o suppergiù, e simile deve essere anche per coloro che osservano le altre religioni, qui ammetto la mia ignoranza, tuttavia di per certo so che alcuni credono addirittura che non esista una sola morte, ma tante, tante quante le vite in cui ogni volta ci si reincarna, certo, per il medesimo principio di onestà intellettuale citato prima, in quest’ultimo caso verrebbe da obbiettare che allora non si tratterebbe di vera e propria morte, di una cessazione totale, ma in fondo chi da valore alle parole, ai concetti, se non l’uomo stesso? Chi ne valuta, stima o attribuisce il peso se non le persone stesse? E dunque perché considerare la morte esclusivamente come la totale cessazione del singolo essere e non come una delle centinaia di cessazioni delle centinaia di possibili esseri?
Altre ipotesi e illazioni che rischiano di far impelagare il discorso tra gli intricati istmi della teologia e della filosofia, discorsi anche dotti ed eruditi se si vuole ma che non portano mai a nulla, e che il più delle volte vengono liquidati dalla brava gente con qualche sorta di gesto scaramantico. Comprensibile, la vita è qualcosa sempre di estremamente concreto e non si ha mai troppo tempo di pensare a queste cose se non al “momento buono.” E quando arriva quel momento non c’è logica o riflessione che tenga, solo paura, superstizione o per i più fortunati fede, dunque è logico non starci troppo a pensare finché siam vivi, come è logico lasciarsi prendere dal “non è vero ma ci credo” e scaricarsi la coscienza con qualche scongiuro, del resto cosa c’è di peggiore e più temuto della morte? Avanti confessate: quanti di quelli che hanno letto fin’ora questa recensione non si sono ancora strizzati i gioielli di famiglia? E quanti di quelli che hanno letto Everyman non si sono prodotti nel sopracitato gesto almeno una volta. Siate sinceri!
Dunque è logico, naturale, non pensarci troppo, non farci troppo caso e talvolta sdrammatizzare, logico… ma non per Philp Roth, lui in fatti in questo libro ci ragiona parecchio sulla morte, e vuoi (ahimè) per una questione anagrafica, vuoi per una sorta di deontologia personale talvolta troppo coincidente con la deformazione professionale, non riesce proprio a sdrammatizzare.
Quindi resta il dubbio, a noi e a lui: che cos’è la morte?
Meglio mantenersi sul semplice nel nostro caso, noi non siamo dei Philip Roth, tuttavia ci sono altre due interpretazioni che mi par doveroso aggiungere poiché fondamentalmente legate al messaggio del romanzo, la prima è quella dell’ottimista o del giovane ragazzo: la morte è qualcosa che accadrà in futuro ma che grazie a Dio è ancora lontana e dunque appunto è inutile pensarci; la seconda è quella del pessimista o dell’anziano: la morte è quell’ estrema inevitabilità a cui si incomincia a correre incontro non appena nasciamo.
Va bene ma allora che cos’è? Il buon Roth in Everyman ce lo spiega?
In un certo senso sì, per lui infatti è tutto ciò che ha a che vedere con la vita è qualcosa di inscindibile da essa, vuoi che venga interpretata attraverso la coscienza del giovinetto che non ha tempo di pensarci se non attraverso il contatto esterno qual’ora venga rinvenuto un cadavere sulla spiaggia dove è solito andare a giocare, vuoi che venga interpretata attraverso gli occhi del medesimo giovinetto ormai adulto, cresciuto, anziano, che ha vissuto la sua vita, è venuto più volte in contatto con la morte attraverso le perdite dei suoi cari e ora, da li a qualche giorno, mese, massimo anno sa che inevitabilmente toccherà anche a lui.
Deprimente, triste, già, ma anche reale, vero e inevitabile, come inevitabile è ragionarci su più volte nel corso della propria esistenza, come inevitabile talvolta è illudersi di averla scampata, come inevitabile talvolta è farsi abbattere dalla sua cieca brutalità.
E quale occasione migliore per non riflettere sulla morte se non al funerale di un uomo? Pensa Roth. Quale situazione migliore? O ancora meglio: quale incipit migliore per un libro se non partire proprio da quella che agli occhi di tutti è comunemente riconosciuta come la fine estrema? Tutto questo è Everyman.
Ma il romanzo di Roth non è un libro solo sulla morte, lo stesso titolo ce lo suggerisce, certo ovvio se ne tratta, e anche abbondantemente, ma parlandone di riflesso è anche un libro sulla vita, sulla vita di un’ uomo qualunque e di ogni uomo, poiché di fatto una volta passati a fil di lama di quella grande uniformatrice che è la vecchia con la falce, siamo tutti uguali, siamo tutti identici e di noi nulla rimane se non quel che appunto siamo stati, la vita che abbiamo vissuto e come l’abbiamo vissuta. Dunque Everyman è anche un libro sulla vita, sui doverosi quanto banali ricordi dei parenti del defunto che partecipano al funerale, e sugli originali ricordi del defunto stesso che, con uno stratagemma concepibile solo in una sorta di surrealtà letteraria, ci racconta in una non ben precisata ultradimensione conicidente con quella del narratore assoluto, con quella di Roth, ci racconta dei suoi momenti di gloria e dei suoi momenti di infamia, di quanto di bello gli sia accaduto e di quanto di triste gli sia successo fino ad arrivare al culmine, al limite, dove la trasmigrazione dell’io narrante si fonde nella voce dell’autore che compie le sue riflessioni e poco dopo fa morire/muore il protagonista.
(Non è uno spoiler, se la scena d’apertura del romanzo è il funerale del protagonista è abbastanza prevedibile capire come vada a finire…)
E sono ricordi interessanti quelli di questo “Fu protagonista”, comuni, canonici, ma interessanti come le riflessioni, che in accordo con le rievocazioni, spaziano lungo tutto l’arco della sua vita; in questi si intravedono aspirazioni, desideri, piaceri, paure, rimpianti e dolori, ognuno particolare eppure ognuno normale: e se da bambino avessero sbagliato ad operarmi di appendicite?, se da giovane non avessi scelto quel lavoro?, se da adulto non avessi mollato mia moglie e non mi fossi risposato? E se ora da anziano mi trasferissi sulla costa?
Domande banali, verrebbe da pensare, eppure fondamentali nel corso di un esistenza, nel corso della propria esistenza, poiché sono quelle che definiscono una vita, poiché sono quelle che esemplificano la coscienza individuale, poiché nel romanzo traendo dal quotidiano acquistano la forza della realtà e sottraendo linfa alle reminiscenze di una vita si elevano a simboli del vivere stesso, al vivere di ogni uomo, appunto di Everyman.
E particolarmente ispirata è qui anche la narrazione di Roth, che raggiunge vette di incommensurabile tristezza pareggiate soltanto dalla splendente lucidità della sua riflessione, vette di potente angoscia (leggasi per esempio la descrizione dell’intervento chirurgico in anestesia locale) equiparabili solo alla purezza che l’autore riesce a conferire al potere della conoscenza, forse unico germoglio di salvifica consolazione per il protagonista, (leggasi per esempio “l’aneddoto” del becchino allorché descrive dettagliatamente il proprio lavoro ad un protagonista avido come non mai di conoscerne i particolari.) Una narrazione dunque viva ed incalzante, come solo può essere lo scorrere del tempo, come solo può essere la vita qual’ora ci si renda conto di esserne arrivati agli sgoccioli, e tuttavia una narrazione che potrebbe essere definita (o forse sarebbe meglio dire percepita) come l’ unico neo di un’ opera altrimenti perfetta.
Di fatti, malgrado tutto, è innegabile che lo stile con cui è scritto Everyman in diversi punti potrebbe essere chiamato in causa come prova dell’evidente eccessivo coinvolgimento dell’autore stesso nel suo romanzo: se il suo obbiettivo era quello di dipingere un quadro realistico della vita di un uomo, piuttosto che rappresentarne l’evoluzione della coscienza lungo il corso degli anni, sarebbe stato auspicabile un tono più distaccato, che conferisse identico peso e valore sia agli anni della giovinezza del protagonista, che a quelli della maturità, che a quelli della senilità e dunque che non fosse nettamente sbilanciato verso quest’ultima, ricca di nostalgici e deprimenti considerazioni; sarebbe stato auspicabile all’inizio uno stile che, traendo dalla istintiva vitalità della gioventù e dalla adulta consapevolezza della maturità, riuscisse a descrivere un’ esistenza in maniera più equilibrata. Tuttavia occorre ricordare, e anche realizzare, che è impossibile disgiungere la coscienza di un essere dalla sua stessa esistenza poiché l’una è il diretto prodotto dell’altra e viceversa, poiché l’evoluzione di una coscienza è quanto mai una delle principali caratteristiche dell’evoluzione di un esistenza e dunque anche i pensieri della giovinezza (e così le loro descrizioni) al limitare della vita del protagonista non possono essere che vissuti attraverso gli occhi nostalgici di colui che sa che ormai si tratta di tempi ormai lontani, poiché Roth stesso, anche lui non più esattamente un giovincello, non può esimersi dal far ricadere le sue attuali considerazioni personali raccontando di un uomo qualunque, alla luce della potenza parificatrice a cui neppure lui è esente, ovvero la morte, alla luce di quella potente e onnicomprensiva definizione dell’esistenza umana a cui neppure lui può sottrarsi, ovvero “Everyman.”
Un romanzo insomma convenzionale eppure, nel suo singolarissimo modo, particolare, che racconta di una storia comune eppure, eppure nella sua singolarissima eccezione, originale e la racconta con uno stile sbilanciato e tetro, eppure nella sua singolarissima universalità, lucido e vitale.
E una volta letto, tutti a fare scongiuri! -
—
Mar 26, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-
- A Game of Thrones (1908)
- Book 1 of a Song of Ice and Fire
-
By George R. R. Martin -
Finished on Mar 12, 2013 




-
Add ...
-
-




-
Hard to think of a better novel even in a genre like fantasy which can count in his lines some great titles like, one for all, The Lord of The Rings.
Some will say that there are more intense writings in this kind if literature, more imaginary and dramatic, probably they're right: as a matter of fa ... (continue ) Hard to think of a better novel even in a genre like fantasy which can count in his lines some great titles like, one for all, The Lord of The Rings.
Some will say that there are more intense writings in this kind if literature, more imaginary and dramatic, probably they're right: as a matter of fact in George Martin work there is nothing really new or essential, infact is good to remember that this genre has been overused by writers for many many years all over the world and no matter how good an author can be there is nothing he can really do to improve it.
Some will say… and probably they are right, but even so the first book of A song of Ice and Fire saga, deserves the greatest credit for having the uncanny capability of blending fiction with history, philosophy with politics, fantasy with romance, into a final product indisputably appealing to every reader who has the fortune and the damnation of possessing a romantic soul.
The only con in this first novel is that, like many other novels nowadays, lacks of a conclusion and it cannot really be considered a complete book, rather more an introduction to a saga that, like it or not, once started cannot be easily quitted.
But after all nothing and nobody is perfect, not even in literature, not even in such a great book like this one. -
—
Mar 14, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-
-
Realtà o finzione? Percezione sensoriale o oggettiva e concreta comprensione? Quel che l’uomo vede, crea, fa, pensa e talvolta distrugge è frutto della sua brama di tendere all’assoluto, al divino che secondo le religioni risiede in tutti noi, oppure non è nient’altro che uno sfogo delle sue pulsion ... (
continue ) Realtà o finzione? Percezione sensoriale o oggettiva e concreta comprensione? Quel che l’uomo vede, crea, fa, pensa e talvolta distrugge è frutto della sua brama di tendere all’assoluto, al divino che secondo le religioni risiede in tutti noi, oppure non è nient’altro che uno sfogo delle sue pulsioni più recondite, sopite ed inconfessabili? Istinto o intelletto? Passione o ragione? Mefistofele o Faust?
Questo è il tema, il problema, l’adagio su cui si svolge e si evolve tutta la più grande opera Goethiana, un opera incommensurabile, come lui stesso ebbe a definire, e di incommensurabilità e di imponderabilità, infatti qui si dibatte. Ma se l’uomo è davvero frutto solo del mero istinto, e il suo creato ne consegue, par dirci il grande scrittore, e dunque ciò che vede, lo percepisce solo attraverso gli occhi delle sue passioni, dello stato d’animo del momento, il reale rimane reale? E se invece il mondo, con le sue invenzioni, quelle dell’uomo, e le sue scoperte, fosse la concreta ed oggettiva conquista dell’intelletto umano, e la sua poliedrica multi sfaccettatura non foss’altro che il nutrimento stesso del nostro pensiero, il combustile che da vita alla scintilla del nostro essere? In un caso e nell’altro come si potrebbe venire a patti con ciò che siamo? Con quel che sentiamo, con l’alterno avvicendarsi di queste nostre considerazioni?
Realtà o finzione? Passione o intelletto? Faust o Mefistofele? E se l’uomo in realtà fosse entrambi, se in sé racchiudesse due nature contrastanti e proprio grazie a queste potesse intuire entrambe le realtà del mondo? L’esistenza di una in fondo non prevarica l’esistenza dell’altra, questo ci fa capire il Faust: l’intelletto nasce pur sempre dalla brama di scoprire e conoscere, dunque pur sempre di desiderio si tratta, e non è forse vero che maggiore è l’intelletto, più profonda, gratificata (o talora mortificata) è la passione? D’accordo esiste una realtà oggettiva, ne siamo tutti intimamente consapevoli, certo occorre però ammettere che questa realtà la si conosce solo attraverso le nostre percezioni, solo attraverso le nostre sensazioni, ma ancora una volta le nostre sensazioni, i nostri istinti non generano forse dal mondo esterno, non maturano in noi grazie all’esperienza di altre sensazioni, di altre percezioni provate? Dunque cos’è l’uomo? Cos’è il dr. Faust, il campione goethaino dell’umanità? Istinto o logica, senno o pulsione?
E’ entrambe, entrambe le nature dell’uomo, e ad esse è inscindibilmente legato e per questo imprescindibilmente condannato dalla mortificazione di un obbiettivo irraggiungibile: la comprensione della molteplicità del mondo attraverso l’elaborazione di una teoria unificatrice della naturale dicotomia umana.
Questo è il messaggio del Faust di Goethe, un messaggio che riassume in se il pensiero di mille anni di filosofia, storia e letteratura, un messaggio che pur rifacendosi all’antichità precorre il tempo gettando le fondamenta di quella che si evolverà come la filosofia psicanalitica degli anni a lui futuri, che con l’incessante streben del suo protagonista spalanca i cancelli all’introspezione letteraria, rivoluzionando il concetto di essere umano nella cultura per i secoli a venire: senza un Faust non sarebbero esistititi Dmitrij, Ivan, Alesa e Smerdjakov Karamazov, senza i fratelli Karamazov non sarebbero esistititi personaggi come Tom Joad e Santiago, e a loro volta senza di loro non sarebbero esistiti Nathan Zuckerman, Nick Shay e Aomame e Tengo. Senza l’opera di Goethe, ciò che ha significato per i fruitori dell’epoca, il modo in cui si è evoluta nelle rielaborazioni delle opere di altri scrittori, la maniera in cui è stata accolta dall’umanità e più o meno inconsciamente è divenuta patrimonio del pensiero moderno, o di quella che sintetizzando potrebbe esser definita come l’ auto consapevolezza globale della società attuale, senza il suo messaggio, non sarebbero esistiti scrittori come Dostoevskij, Steinbeck, Hemingway, Roth, DeLillo e Murakami e noi tutti avremmo sicuramente perso qualcosa, qualcosa che ci rende più coscienti dei nostri limiti e delle nostre potenzialità, della perspicacia del nostro intelletto e della profondità delle nostre passioni.
Ovvio, scontato, banale: non è certo il sottoscritto il primo a scoprire il valore di un opera di tale portata, un’ opera che i critici riconducono per importanza, contenuti e talvolta persino stile, niente meno che alla Divina Commedia, che la percepiscono, in una meravigliosa involontaria dicotomia così faustiana, come l’evoluzione dell’opera dantesca e al contempo la sua antitesi, con quell’eroico ed umano avvicendarsi di Faust a Dante e Mefistofele a Virgilio. No, non è certo il sottoscritto il primo a ribadire che Goethe in questo sforzo lungo tutta la sua vita, traendo dai classici tanto quanto dai romantici, si fa portavoce e pacificatore del principale diverbio intellettuale dell’epoca che voleva l’ambiente letterario spartito tra chi considerava di sommo valore la riscoperta dei fasti ellenici e latini e chi confidava nella weltanschauung delle passioni o per usare ancora una volta un germanismo, visto che tanto qui sì è in tema, dello Sturm und Drang.
No, non è certo questa una chiave di lettura originale dell’opera, del resto che altro si potrebbe dire del Faust che non sia già stato ribadito centinaia e centinaia di volte da persone, critici, letterati, filosofi, storici molto più importanti, competenti e senza dubbio acculturati del sottoscritto?
Nulla, assolutamente nulla, ciò che si può apportare al completamento di siffatta recensione, dunque, onde evitare di concedersi ancora al già detto, non posson altro ch’essere le considerazioni personali, le opinioni che ogni lettore si fa nel corso della lettura. Questo è l’unico possibile apporto concreto ad un opera tanto conosciuta e questo ormai è l’unico sprazzo innovativo che può destare un qualche interesse, anche se equivale a smettere i panni del recensore e calzare quelli del soggetto pensante, del singolo fruitore dell’opera, confidando che l’eccezione di questo breve personale excursus venga accolto come niente più che una semplice individuale opinione senza alcuna pretesa di ribaltare, contraddire o sconfessare (qual’ora possa essere il caso) tre secoli di avveduta critica letteraria.
Facendo dunque appello alla clemenza di tutti coloro che hanno campato sulle spalle del grande scrittore tedesco, insegnandolo, criticandolo, recensendolo e via dicendo, non resta che fare qualche umile, semplice, personale considerazione che si può risolvere nelle due seguenti ingenue ed infantili domande: cosa penso del Faust? Mi è piaciuto?
Io penso che il Faust di Goethe sia una storia alquanto strampalata e tremendamente noiosa. Una storia la cui trama ridotta ai minimi termini, priva di tutti i riferimenti letterari, filosofici, storici, non si regge in piedi più che l’allucinazione onirica di un ubriaco, che inizia con l’Urfaust in maniera accattivante (o per lo meno sensata), ma che poi collassa in un assurdo quanto illeggibile dipanarsi di eventi esoterici senza luogo, tempo e talvolta forma, eventi che senza la costante guida introduttiva, che grazie a Dio riassume schematicamente la trama, sarebbero non solo impossibili da seguire, ma anche privo di senso farlo. Certo permane sempre l’impressione di trovarsi di fronte ad un’opera gigantesca, la cui comprensione completa è sempre un passo avanti le proprie facoltà intellettive, ma ciò non è strabiliante, al contrario è fastidioso, tanto quanto lo stile che pare di pagina in pagina un crescendo di ridondante auto compiaciuto sfoggio di cultura.
Persino il protagonista, Faust, è tremendamente antipatico: non solo inganna ingenue fanciulle, mandandole poi a morte, per qualche frivolezza passionale, ha pure la faccia tosta di esaltarle come benigne muse il cui sacrificio è indispensabile per la sua maturazione psicologica, per la sua esaltazione intellettuale. E visto che poi le tenere fanciullette non gli bastano, va a scomodare addirittura l’ormai defunta Elena di Troia, dico Elena di Troia! E ci fa pure un figlio, umile il tipo… Ma non gli basta ancora pretende anche eserciti, terre, imperi, pretende di arrivare a conquistare la natura, di domare gli elementi e vessa costantemente quel povero diavolo di, …be del diavolo, che ogni volta pur di avere la sua anima è costretto ad assecondarlo in tutti i suoi pazzi desideri per l’eternità, per tutta la f… eternità! D’accordo sarà anche tutto allegorico, ma se fosse stato anche solo per un minuto, per un semplice singolo minuto reale, e se io fossi stato Mefistofele, alla prima sconclusionata richiesta, al primo retorico pistolotto auto celebrativo, gli avrei fatto: “A Faust… sai dove te la puoi infilare la tua anima?! Ma vaffan…!”
Perché in questo modo di fatto si può anche leggere l’opera di Goethe come una grande, retorica, ridondante ed egocentrica auto proclamazione del dr. Faust, dunque per estensione del genere umano e dunque per ulteriore estensione di Goethe stesso.
E stilisticamente parlando, noia a parte, (certo forse letta in tedesco…), attingendo dai classici greci e romani quanto dai romantici avrà percorso anche i tempi, ma loro, netti, definiti, genuini erano tutt’altra cosa: la logica di Goethe è un mero risciacquo dell’intuizione aristotelica, così la sua gotica mitologia è poco più che acqua sporca se paragonata all’indissolubile purezza romantica di Byron. Dunque nella progenie letteraria del poeta tedesco si potranno anche annoverare i grandi romanzieri russi, i realisti e neo realisti americani, perché unendo le due sopracitate correnti di pensiero è riuscito a sondare i meandri e i dolori dell’io, del conscio e del subconscio, in un’ opera che può essere intesa anche come un solo unico viaggio introspettivo, si può essere, ma rispetto agli originali, per usare una metafora a molti nota, non è altro che un banale nano che si poggia sulle spalle di autentici giganti.
Va be ma allora il messaggio profondo, le allegorie, il precorrere le tematiche di tre secoli di storia umana, che fine han fatto? Dunque secondo te è solo una noiosa stupidata oppure contiene in sé i semi di una più elevata comprensione del mondo, i germogli da cui nascerà il pensiero moderno?
Quale uno e quale altro?
Entrambi. E’ un’opera lenta, fastidiosa eppure magnifica ed elevata. Ed è proprio in questo, ai miei occhi che sta la sua grandezza, ciò che la rende appunto incommensurabile ed eterna: in come la si percepisce e in come la si capisce, in entrambi i modi in cui la si contempla, in quella assurda stridente dicotomia cerebrale che suggerisce si possa interpretarla sia nel bene che nel male, quella dicotomia così intimamente Goethiana che solo uno sciocco potrebbe non accettare, che solo uno sciocco potrebbe criticare facendo appello soltanto alla cerebrale compiaciuta intellettualità di una o alla viva, stolta e diretta volgarità dell’altra, in questo sta la sua grandezza, questo è ciò che la rende appunto incommensurabile ed eterna; poiché soltanto un ingenuo facilone non potrebbe avvedersi del fatto che l’intuizione faustiana dell’uomo è così potente e reale da condizionare persino la mente dei lettori nel mentre che leggono di essa, da fargliela detestare mentre la si apprezza, da fargliela odiare mentre la si ama.
Dunque non solo un’ interpretazione, non solo una recensione per quest’opera, ma due, all’opposto eppure unite, e per onestà intellettuale, se si è inteso il messaggio dell’opera, si devono accettare entrambe, poiché simile è l’insondabilità dell’essere faustiano, simile è l’insondabilità del nostro essere, e simile è la nostra goethiana realtà.
Il nostro io non si muove mai in un'unica direzione e così la vita che noi viviamo, e così il mondo che noi abitiamo, questo il grande scrittore tedesco l’aveva capito e l’aveva trasportato nella messaggio della suo poema: la realtà l’uomo la può contemplare solo accettando la propria limitatezza ma aspirando all’assoluto, solo accondiscendendo alle sue passioni ma mediandole con l’intelletto, questo ci dice Faust, questo ci fa capire Goethe.
Ri-calzando, dunque, i panni moderati, equilibrati e logici del critico, come è doveroso fare, ci si rende conto dunque, che sarebbe quanto mai, ingenuo se non addirittura fuorviante ridurre il Faust a un grezzo ammasso di banali opinioni personali, poiché di fatto si tratta di un’ opera profondamente allegorica, la cui complessità strutturale, filosofica e psicologica è ancora oggi oggetto di molteplici interpretazioni e discussioni, ma sarebbe ancora più ingenuo limitarsi a ciò che di quest’opera è già stato detto, uniformarsi alla concezione comune del lavoro Goethiano e in questo modo violentare il proprio istinto, il proprio io personale, l’impulsiva altra metà del mondo con cui Faust stesso deve fare costantemente i conti.
Dunque come considerarla, come giudicarla? Impossibile, poiché persino se non la si riesce apprezzare a livello personale, quanto meno gli va riconosciuto il merito di smuovere le coscienze degli uomini, appagandole, urtandole, o anche solo vagamente influenzandole. Gli va riconosciuto questo potere enorme, un potere che trascende il tempo e il luogo, un potere che si evolve durante le epoche, tra le culture e le genti, che è tanto universale da rimanerne inevitabilmente colpiti e tanto subliminale da farci sragionare, da farci perdere l’obbiettività di critici in nome di quella sorta di caduca rivincita demoniaca dell’io del lettore così simile alla pulsione mefistofelica del dr. Faust. Questo è il suo potere, questa è la sua forza, la forza di un’opera che, seppur stridente al giorno d’oggi, non è costretta da nessun legame temporale ma al contrario costringe il lettore ad uniformarsi ad essa, vincolandolo indissolubilmente a rileggerla più volte nel corso della vita, alla luce di nuove esperienze e di nuove acquisizioni culturali; questa è la sua grandezza, la grandezza di una lunga composizione poetica in cui si riconoscono molteplici difetti e solo alla fine si realizza che non sono nient’altro che uno specchio dei nostri, e il lavoro di Goethe non è altro che quello di evidenziarli, metterli alla luce, trascendendo il contesto, sociale, linguistico, culturale e geografico a cui si appartiene.Dunque un solo poema e due recensioni, una sola idea, due pensieri. Come fare?
Vero, senza un punto di riferimento, senza un’opinione precisa la recensione smarrisce il senso, e a coloro che la leggono e non han mai letto il Faust, l’opera stessa potrebbe apparire insensata, ma così di fatto è la realtà secondo Goethe: un eterno contrasto tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere, così è il dottor Faust un eterno contrasto tra ciò a cui istintivamente tende e ciò che vorrebbe conseguire con la ragione, così è l’uomo che non ha peggior nemico di se stesso, così in fine è, ancora una volta quest’opera: noiosa, fastidiosa, superata eppure sublime ed eterna, un’opera appunto “incommensurabile” nel senso più stretto del termine.
Il mio voto personale ne è una diretta conseguenza… -
—
Mar 14, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-




-
Una raccolta di tre brevi storrielle che vorrebbero criticare e biasimare, se non addirittura denunciare, l'ipocrisia della società, o almeno di una porzione di questa (quella della borghesia, del ceto medio), e vorrebbero farlo in contrapposizione con i problemi delle persone di estrazione sociale ... (
continue ) Una raccolta di tre brevi storrielle che vorrebbero criticare e biasimare, se non addirittura denunciare, l'ipocrisia della società, o almeno di una porzione di questa (quella della borghesia, del ceto medio), e vorrebbero farlo in contrapposizione con i problemi delle persone di estrazione sociale piú bassa; tre racconti che aspirerebbero ad essere interpretati come una parabola disincantata del quotidiano vivere ma che in realtá, per eccessiva particolaritá non fanno altro che narrare tre singole vicende slegate in cui manca qualunque forma di stiracchiato collegamento, se non quello etereo e impalpabile della sopracitata comunione d'intenti, percipita sempre e comunque però tramite sforzo deduttivo da parte del lettore.
Se la prima delle tre storie infatti é divertente quanto la sarcastica cattiveria con cui é scritta, e la seconda regge ancora, per quanto incominci già a perdere un po' il passo raccontando di un episodio cosí volutamente qualunque da riuscire banale nel significato piú profondo del termine, la terza, invece d'essere il trait d''union delle altre due, il punto dove le domande poste in principio trovano finalmente una degna risposta alla luce di quanto accade all' disadattato e autoemarginato protagonista, alla luce dei reali problemi del mondo, cosí vividi e stridenti al cospetto delle illazioni paranoiche di un ricco pensionato e di un'impiegatuccia da poco, invece di raggiungere il climax nelle sofferenze psicofisiche dell'uomo su cui Moody punta il riflettore, tossicodipendente per necessitá lavorative, drogato imposto da una societá che non guarda in faccia nessuno, invece di essere tutto questo, è un' oscura vicenda persa nei fumi farmacologici dell'allucinazione, ambientata in una societá futuristica impossibile, che fa il verso ai mondi di Philip K. Dick senza tuttavia neppure accostarsi alla prodigiosa fantasia del genio incompreso della fantascienza.
Il terzo racconto sarebbe dovuto essere esaustivo, cocludente, stridente ma a suo modo riassuntivo degli altri due, é invece una storia crepuscolarmente orwelliana, narrata tuttavia senza la classe del grande autore, ma piuttosto come filtrata della sua allegorica e sanguigna brutalitá da quella sorta di lente d'ingrandimento, tipica dei pynchoniani (vedasi per esempio D.F. Wallace) che con il suo eccessivo potere di risluzione mette in risalto ogni singolo particolare ma fa perdere di significato al quadro d'insieme. Ma se Pynchon e in parte anche Wallace riescono a riscattarsi con uno stile sempre un po' piú in lá della sadica ironia e sempre un po' piú in qua dello sfacciato sarcasmo, Moody con questa breve opera si mantiene sempre distaccato, quasi come se, osservatore esterno facente parte di quel mondo elitario che egli stesso denuncia, non gli importasse granché della sorte dei suoi stessi protagonisti, ma al contrario sorridesse sprezzante dall' alto della sua privilegiata intellettualitá. Dunque il riscatto stilistico con lui non si concretizza e la triplice narrazione mantiene il ritmo di una promessa sistematicamente rinnovata di pagina in pagina ma alla fine non mantenuta.
In coclusione tre vite é un opera che accarezza temi importanti ma non li prende mai di petto, é uno scritto che avrebbe la potenzialitá di essere un buon romanzo ma manca di sostanza e spregiudicatezza, é un esercizio di stile fine a se stesso talvolta anche riuscito ma in gran parte del tutto mancato, é un libretto che, anche se per alcuni apetti risulta apprezzabile, certamente non merita di sprecarci su molte altre parole. -
—
Jan 21, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Bad Monkeys (265)
-
By Matt Ruff -
Finished on Dec 22, 2012 




-
Add ...
-
-
1 person find this helpful 



-
Un incipit tarantiniano e un prologo a specchi riflessi che più che sorprendere stufa e infastidisce fanno da margine e contorno a una storia troppo bislacca e strampalata per essere appena vagamente credibile. Una storia che anche se all’inizio è accattivante presto perde la sua verve cedendo il p ... (
continue ) Un incipit tarantiniano e un prologo a specchi riflessi che più che sorprendere stufa e infastidisce fanno da margine e contorno a una storia troppo bislacca e strampalata per essere appena vagamente credibile. Una storia che anche se all’inizio è accattivante presto perde la sua verve cedendo il passo ad una escalation d’azione degna di un Mission Impossible di quarta categoria con gli effetti speciali di un Matrix a basso budget.
I paralleli cinematografici non sono casuali, questo testo sembra davvero la sceneggiatura di un film, una sceneggiatura che scopiazza senza ritegno da diverse pellicole cult talmente famose e note da essere ormai entrate nell’immaginario collettivo persino di coloro che non hanno mai messo piede in una sala di proiezione; e conferma di ciò si trova anche in quelli che non sono gli aspetti più prettamente scenografici del romanzo, come l’introspezione psicologica dei protagonisti, qui relegata al rimorso Darth Vaderiano di una sorella “cattiva” nei confronti del fratello più piccolo, o come la presunta analisi sociale, che la critica vorrebbe trovare ad ogni costo nel lavoro di Ruff, ma che qui in realtà fa perno esclusivamente sulle manie paranoiche e complottistiche, ormai si spera fuori moda, di certi ambienti creduloni della società americana di inizio millennio. Assurdo, ridondante, eccessivo e tutto a scapito dello stile narrativo, a scapito di uno stile a cavallo tra il farsesco e il pulp che probabilmente rappresenta l’unico aspetto positivo dell’opera.
Si dice che l’autore sia il degno erede di Pynchon e Philip K. Dick, se così è, se Matt Ruff davvero è destinato a diventare l’erede dei due grandi scrittori, be allora ne deve fare ancora di strada: ci sono accenni, rimandi, omaggi alle sue fonti di ispirazione, sì ci sono, ma è tutto molto confuso, disordinato o al contrario, lampante, ovvio e dunque banale.
Forse Ruff, in questo romanzo, in realtà più Dickiano che Pynchoniano, può ricordare qua e la il genio incompreso della fantascienza, ma certo non per inventiva, o per acuità di sguardo nei confronti della società, tutt’al più per certe fumose associazioni mentali, e per i già citati “omaggi fin troppo evidenti” che l’autore rende ai suoi modelli ispiratori, vedasi per esempio Buster Friendly, il più semplice di tutti: il poliziotto che arresta la protagonista che porta lo stesso nome del anchor man di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche.”
Banali e fumose le prime, squilibrati e ridondanti i secondi, e il passo tra l’arguto, un po’ nostalgico, apprezzamento e la scopiazzatura diventa via via più breve: se l’omaggio è uno va bene, quando sono due o tre si incomincia a storcere il naso, quando sono tanti si chiama mancanza di inventiva.
Leggendo Bad Monkeys pare davvero di trovarsi di fronte a delle rivisitazioni di celebri scritti o produzioni cinematografiche, rivisitazioni di storie e pellicole che hanno reso celebre il noir, la fantascienza e l’action drama negli ultimi trent’anni, ma se all’inizio sono simpatiche, dopo qualche pagina diventano noiose e superflue. Vero, le rivisitazioni qui hanno un enviroment differente, delle circostanze diverse, qui sono create attorno ad una realtà urbana più allucinata e meno fantascientifica di quella da cui spesso attingono, ma proprio per questo anche meno concreta e senza dubbio meno incisiva.
A lasciarsi influenzare da illazioni che sorgono spontanee, a voler leggere tra le righe di un testo che promette profondità ma cela dietro stranianti prospettive tridimensionali nient’altro che piattume, si potrebbe evocare una sorta di assuefazione di Ruff a una certa tipologia di storie, film e scenografie, dalle quali poi non riesce a prescindere, dalla cui impressione non riesce a liberarsi se non sfogandola con frasi altrettanto impregnate di quella assurda realtà parallela. Ma se su pellicola le immagini crepuscolarmente fantascientifiche di un Matrix hanno un grande impatto visivo su chiunque sia disposto ad accettare un mondo alternativo, o una concezione della vita a scatole cinesi, sulla carta stampata le medesime immagini, non supportate da un elaborato intreccio narrativo, non hanno la stessa efficacia.
Se l’autore voleva creare un libro assurdo, cervellotico, onirico, alla Pynchon, doveva avere coraggio e andare fino in fondo, se voleva creare un noir reale e crudo doveva fare altrettanto, tentando invece, come fa lui, di mantenersi in bilico tra i due stili, ottiene soltanto un’ opaca rilettura di una realtà impossibile, quanto incredibile, quanto poco affascinante.
Certo l’ironia di fondo aiuta, ed è innegabile che, vuoi per l’oggettiva brevità del romanzo, vuoi per la, speriamo, ricercata leggerezza della prosa, la lettura sia molto scorrevole e il libro si legga in quattro e quattr’otto, ma da qui a definire l’autore come l’erede del post realismo americano, il figlio della grande scuola di romanzieri made in usa, come qualcuno sostiene,…be ce ne corre. -
—
Jan 4, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (5824)
-
By Philip K. Dick -
Finished on Dec 4, 2012 




-
Add ...
-
-
Ma gli androidi sognano pecore elettriche?




-
La disneyana distruzione dell’umanità.
Che cos’è l’umanità, che cosa ci rende umani? La coscienza? L’intelletto, la consapevolezza, l’auto consapevolezza di appartenere ad una specie animale superiore? E in cosa si manifesta esattamente questa superiorità?
La risposta parrebbe facile dal momento che ... (continue ) La disneyana distruzione dell’umanità.
Che cos’è l’umanità, che cosa ci rende umani? La coscienza? L’intelletto, la consapevolezza, l’auto consapevolezza di appartenere ad una specie animale superiore? E in cosa si manifesta esattamente questa superiorità?
La risposta parrebbe facile dal momento che sono proprio la conoscenza e le opere dell’intelletto, che ci permettono di definirci umani, l’evoluzione: la possibilità intrinseca di definire noi stessi come esseri pensanti ci permette di elevarci sopra le altre specie animali. I pesci non possono, così i felini, i volatili e ogni altro genere di animali, è questo che ci rende umani, superiori, evoluti.
Ma se in un futuro non troppo lontano lo sviluppo tecnologico permettesse di creare delle macchine, umanoidi, in tutto e per tutto identiche a noi, con le nostre sembianze, il nostro cervello, il nostro carattere, cosa ci differenzierebbe ancora da loro, e se queste macchine, proprio come i computer si rivelassero più adatte a svolgere certi incarichi, lavori o compiti, tanto da farci dubitare della nostra superiorità nei loro confronti, tanto da arrivarne a stimarne l’intelligenza, da arrivare a giudicare la loro intelligenza, superiore alla nostra, che cosa ci permetterebbe ancora di differenziarci? Oltre ovviamente ad un esame bioptico; in che cosa potremmo vantarci ancora di prevalere?
Questa è la domanda di Blade Runner, esatto il film, non il libro da cui è tratto, non “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.
Il paragone è essenziale per capire il testo, quanto naturale data la superiore notorietà della pellicola rispetto al libro, quanto ahimè inevitabile dal momento che oggi giorno nessuno che incominci a leggere questo libro non ha visto prima il film ed essendo il film appunto tratto dal libro, essendone una semplificazione, forse per apprezzare meglio la complessa profondità della fonte originale è bene cominciare dalle cose più semplici, appariscenti e note.
In che modo dunque potremmo ancora distinguerci? Questa è la domanda che si pone Ridley Scott affrontando i temi immaginati da Dick, e la risposta che adotta, la stessa trovata dall’autore, è una risposta semplice ed esaustiva: l’empatia.
L’unica cosa che ci potrebbe permettere ancora di distinguere tra uomo e macchina sarebbe l’empatia, il sentimento, la sensazione che per antonomasia è sinonimo di umanità, quell’istintiva immedesimazione spontanea nei confronti dell’essere che abbiamo di fronte, la possibilità di capirlo, capirne e condividerne i sentimenti, le gioie tanto quanto le sofferenze.
Questo è il totem attorno al quale potrebbero riunirsi, rinforzare le fila, gli uomini se invasi da esseri sovraumani, questa sarebbe l’unica possibilità per definirci ancora superiori.
Ma anche le macchine al nostro pari hanno sentimenti positivi e negativi, ridono, piangono e uccidono, proprio come talvolta gli uomini, e lo fanno anche bene, complottano contro di noi piani arzigogolati, intelligenti, fini, quindi non sono semplicemente dei simulacri perfetti degli esseri umani, delle copie, al contrario hanno una loro individualità, sono divertenti, noiosi, scaltri, sciatti proprio come noi e talvolta sono anche abili assassini la cui spinta omicida è legata al naturale, logicissimo e assurdamente umano istinto di sopravvivenza, quindi in fondo qual è la differenza?
Non importa noi, uomini, siamo comunque migliori poiché fin tanto che gli androidi non capiranno cosa sia l’empatia, non la proveranno, non potranno mai sapere cosa significa essere realmente vivi…ma se alla fine, lo capiscono?
Se alla fine, in un ultimo ansito di vita, il peggiore di tutti, proprio il più cattivo, ha la sua illuminazione, capisce l’empatia, ed anzi in una sorta di paradossale trasposizione della crocifissione di Gesù Cristo, si sacrifica lui stesso per salvare un singolo essere umano…a noi cosa resta?
“Solo lacrime nella pioggia.” Poiché loro in tutto e per tutto diventano migliori di noi. Questo è il significato del film, forse il più bel film di fantascienza mai stato fatto... D’accordo, ma il libro?
Il libro parte da questa premessa e si evolve fino a raggiungere con un’escalation di sarcastico nichilismo quella che potrebbe essere definita la disneyana distruzione dell’umanità.
Nel film Roy Baty, l’androide, urla (letteralmente ulula) la sua rabbia cieca, il suo sconforto e la sua delusione nei confronti del genere umano, genere umano che la creato e l’ha tradito in quella sorta di rivisitazione Frankensteiniana moderna che è la pellicola di Ridley Scott, nel libro invece è l’agente Deckard, il cacciatore di taglie, l’uomo, che urla e ulula la sua rabbia e il suo dolore nei confronti del genere umano, del suo stesso genere che ha creato dei mostri da cui è attratto, che ha creato una società in cui lui è costretto a fare qualcosa che non vuole, che in definitiva ha creato lui stesso. E se per l’androide di Rutger Hauer c’è una redenzione, c’è comunque una scintilla nobilitatrice tipica dell’essere umano, per quello di Dick, per quello di carta stampata, non c’è alcun che e tanto meno, e questo è ancora più comicamente e tragicamente nichilistico, non c’è alcun che neppure per l’uomo che dopo aver compiuto il suo dovere non sa più cosa pensare, a chi affidarsi, di che illudersi e sconfitto dalla vita torna a casa a dormire.
In Blade Runner l’uomo ha tradito il pupazzo specchio di se stesso, in “Ma gli andoridi…” l’uomo tradisce se stesso. E l’umanità tutta ulula il suo muto sconforto scoprendo che le sue creazioni, quei simulacri disneyani così perfetti, utili ed attraenti che sono gli androidi e il loro mondo luccicante, non sono altro che caricature estremizzate degli uomini e che gli uomini le hanno create per non guardare in faccia la realtà, per non capire che dentro al costume di topolino che ti accoglie a braccia aperte in realtà c’è un rifiuto della società, un essere finto fatto della medesima “palta” con cui è fatto tutto il resto, della medesima polvere in cui tutto è destinato a trasformarsi.
Nel mondo di Dick persino Dio non è altro che palta, il Mercer – merciful simbolo dell’empatia, dell’estrema identificazione, dell’ultimo tendere umano, non è nient’altro che finzione, un vecchio ubriacone deificato da uomini senza scrupoli grazie a qualche altro specchio, qualche luce e qualche trucco. E il comico sadismo sta proprio nel fatto che non è l’uomo a scoprirlo (in tal modo potrebbe ancora elevarsi, evolversi) me è lo stesso Topolino a farglielo notare, l’androide televisivo perfetto e simpatico, la sua stessa creatura, è lui che gli rivela che Mercer non sta per Mercy ma per merchandise, per mercificazione, è lui che rivela agli uomini che perdevano tempo ad assurgere ad un ideale fittizio, è lui che rivela all’umanità che non esistono ideali a cui tendere e tantomeno ideali assoluti, che ciò che è bene per uno è male per un altro, che in definitiva gli uomini sono finti come gli androidi, poiché credono nella finzione così come credo in Topolino senza voler accettare, pur rendendosene conto che è solo uno stupido pupazzo con un uomo infilato dentro.
Che società è quella creata dall’uomo se per sopportare se stesso, se per vivere ha bisogno di proiettare la propria immagine su un omino di latta, su un androide, su un pupazzo? E che futuro potrà mai avere?
La distruzione disneyana dell’umanità.
Qui sta la sostanziale differenza tra il film e il romanzo. Nel film l’androide, il Topolino solo apparenza, riesce a salvarsi mostrando di avere un cuore, di essere vivo, nel libro affronta la morte accettandola passivamente pur essendo un’ ingiustizia; nel film è carnefice e redentore di un mondo di balocchi, nel libro è carnefice e martire di un mondo di palta.
Topolino dunque è finto, in realtà è una macchina assassina che incarna le colpe dell’uomo, gli animali sono finiti, congegni meccanici da revisionare ogni anno, poiché quelli veri muoiono inadatti a vivere in un simile mondo, il mondo stesso è destinato alla distruzione per colpa dell’uomo e Dio, l’ultimo ideale, quello in cui tutti si vorrebbero incarnare è finto anch’esso, nient’altro che un barbone alcolizzato, e allora che rimane a noi?
Nulla, solo il deliquio dei sensi e il sonno.
Questo è Ma gli androidi sognano pecore elettriche, un profondo e disperato grido di denuncia nei confronti di una società quella post bellica degli anni cinquanta – sessanta che sente ancora sulle spalle le colpe di quella precedente, di quella che ha scatenato su se stessa due guerre mondiali, che sente sulle spalle il peso delle proprie colpe, con la guerra in Vietnam, e che è costretta a rifugiarsi in sterili immagini di finti animali parlanti per non osservare cosa è diventata.
Questo è il messaggio di Dick: il primo passo per la de umanizzazione è Disneyland, il secondo saranno le pecore elettriche, il terzo gli androidi, il quarto la morte: la totale scomparsa del genere umano non tanto per cause fisiche ma per una progressiva assenza di volontà, per una progressiva rinuncia a credere, agire sperare, finché la società, la nostra stessa società, ci estrometterà poiché inadatti, poiché troppo deboli e stupidi, finché le’uniche cose che ci rimarranno saranno il sonno e i sogni beati di bambini senza età e senza coscienza che osservano solo i topolini e non notano il luridume che vi sta dietro.
Che cosa sono dunque gli uomini, cosa sono diventati in questa società? Si chiede infine Dick. Solo pietre che rotolano senza volontà, per nulla dissimili dagli androidi, per nulla dissimili da ogni altra dannata cosa. E a che servirebbe vivere se neanche ci rendessimo conto di essere vivi? Servirebbe solo per appagare quell’istinto che ci spinge a rotolare nel nulla illudendoci del significato delle nostre azioni, proprio come gli androidi.
L’anti umanesimo di una società che per sua stessa costituzione vorrebbe definirsi umana e che per sua stessa condanna è destinata alla distruzione. Tutto si crea e tutto si distrugge e quel che resta di noi è solo polvere, “palta” e gli scheletri inutili di Topolini senz’anima ovvero di ciò che eravamo stati un tempo.
Questo, tutto questo è il messaggio di Ma gli androidi... un romanzo illuminato e potente, complesso e stridente che in appena duecento pagine riesce a porre delle domande e dare delle risposte che sono diventate simbolo di un intero genere letterario e cinematografico, simbolo della capacità creativa di un genio, e dell’utopica denuncia della stupidità autolesionistica di una società che in se contiene i semi della beatitudine ma per qualche ridicola ragione riesce solo a contemplare i germi della propria dannazione.
Un romanzo di culto, ormai entrato nell’immaginario collettivo di diverse generazioni di lettori, scrittori e cineasti, un romanzo talmente omnicomprensivo da racchiudere in se tutta la fantascienza moderna, impegnata e la critica sociale degli ultimi cinquant’anni, un romanzo che, per troppi anni dimenticato, ora, se letto senza prestare attenzione, potrebbe persino apparire deludente….
A onor del vero è innegabile che, data l’odierna ritrovata rinomanza di Ma gli Androidi…, inizialmente si rimanga piuttosto delusi dalla piattezza della storia e dello stile con cui è narrata; così come è innegabile che senza il film che funge da contorno, stimolo e supporto, con le sue scure atmosfere e le espressive facce degli attori, sarebbe alquanto difficile superare le cinquanta pagine. Tanto che verrebbe da chiedersi come abbia fatto una simile opera a diventare così famosa.
Poi fortunatamente intuendo che non può essere così poco, che ci deve essere di più, si continua a leggere, e la storia si evolve, e così la filosofia dell’autore e cosi la nostra comprensione e si capisce, si intuisce, si apprende che in nessun altro modo queste cose potevano essere dette, che in nessun altro modo questo romanzo poteva essere scritto, poiché niente è più potente della reale, oggettiva, esperienza dell’essere umano che prende coscienza dell’imperfezione della realtà, dell’imperfezione di se stesso. E quale stile meglio s’accorda all’uomo imperfetto se non uno stile appunto imperfetto?
Sembra un po’ una scusa, vero, ma se l’opera di Philip K. Dick fosse stata abbellita, levigata, lucidata da frasi smaltate e parole neutre sarebbe ella stessa diventata un’ opera finta, una banale favoletta disneyana che non avrebbe funzionato, che il giorno dopo, finita di leggere ci si sarebbe dimenticati, ed anche volentieri. E invece no è dura, scarna, ingarbugliata, ma assolutamente concreta e nella sua finzione profeticamente reale. Certo se Ma gli androidi… fosse stato un romanzo pulito e lineare probabilmente sarebbe diventato più famoso, proprio come un fumetto, un cartone, invece è rude, secco, deprimente, proprio come il suo stile, lo stile con cui è scritto, ma è proprio grazie a questo che rifulge maggiormente tra le grandi opere dell’uomo, perché questa suo oscuro stridore rappresenta la forza dell’intuizione, l’intuizione che ha l’autore della vita, la forza della costante e stoica ricerca di una coscienza universale che permetta all’uomo di evolversi e comprendere maggiormente il significato del suo quotidiano agire, gioire e soffrire. Ed è proprio con questa forza che il libro, e con lui l’autore, può assurgere all’immortalità, al pari dei più grandi pensatori di ogni epoca.
Non c’è frase ben scritta che tenga di fronte alla verità universale, non c’è vocabolo ben levigato che regga di fronte all’intuizione della vita e non c’è rilettura puntigliosa che valga di fronte alla necessità di divulgare la propria scintilla creatrice, una scintilla che ci spinge, lui Dick, come noi che lo leggiamo, ad essere migliori, superiori a noi stessi, appunto evoluti.
Vero, letto affrettatamente potrebbe apparire un deludente romanzo di fantascienza da quattro soldi da cui un bravo regista è riuscito a estrapolare un ottimo film, letto affrettatamente… ma basta soffermarsi un attimo a ragionare, ad andare oltre la soglia dell’apparenza e si scoprirà che Ma gli Androidi…, è una gemma nascosta e solo recentemente riscoperta del panorama culturale mondiale, è un libro simbolo di un genere che trascende la letteratura e si spinge all’estremo limite dell’immaginazione umana, è un’opera patrimonio ed eredità di una generazione che ha vissuto all’insaputa di uno dei suoi più grandi capolavori per quasi cinquant’anni, di una generazione che ha vissuto all’insaputa dei suoi limiti per quasi duecentomila anni, la generazione dell’uomo.
Un tempo de Andrè cantava “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, letto Ma gli Androidi sognano pecore elettriche, si capisce cosa intendeva, si capisce che Disneyland splende come il più puro dei diamanti e la mente di un genio puzza come il più puro dei letami. -
—
Dec 6, 2012 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Nel segno della pecora (2890)
-
By Haruki Murakami -
Finished on Nov 20, 2012 




-
Add ...
-
-




-
Un po’ stupidino, un po’ sempliciotto, alle volte eccessivamente manieristico, altre decisamente troppo affettato, nel Segno della Pecora risente di tutti i dubbi, le incertezze e i problemi delle prime opere, (in realtà Murakami ne aveva già scritte altre due ma questa è quella che gli valse la not ... (
continue ) Un po’ stupidino, un po’ sempliciotto, alle volte eccessivamente manieristico, altre decisamente troppo affettato, nel Segno della Pecora risente di tutti i dubbi, le incertezze e i problemi delle prime opere, (in realtà Murakami ne aveva già scritte altre due ma questa è quella che gli valse la notorietà e i premi come autore emergente) e per quanto nel testo vi siano inconfutabili indizi della sua abilità narrativa è evidente che lo stile è ancora grezzo e le opere migliori sono ancora la da venire.
Nella narrazione traspaiono, si intuiscono, già tutti i temi cari all’autore: il surrealismo, l’onirismo, il mondo della percezione e delle sensazioni, l’autocritica, il viaggio nella coscienza dei personaggi, e si respirano già anche le suadenti atmosfere da fantasy urbano, da noir fiabesco (le ultime qui addirittura più accentuate, più affascinanti forse, che in altri lavori successivi) tuttavia sono confinate alla loro stessa esistenza, quasi fini a se stesse e non complementari alla tram: scritte, descritte, narrate, non tanto per aiutare il lettore a creare un quadro di insieme, per creare un substrato, psicologico e materiale, sui cui far evolvere il racconto, ma soltanto …perché è così che si fa, perché fa effetto, perché è così che fanno gli scrittori veri. E’ questo il fondamentale problema di nel Segno della Pecora, cioè che si percepisce fin troppo chiaramente che Murakami, qui ancora giovane, anela a diventare uno scrittore vero e per essere riconosciuto come tale è pronto ad andare per la sua strada senza guardare in faccia nessuno anche a costo di peccare di eccessivo manierismo: l’ironia costruita sul bisogno di ribadirsi anticonvenzionale diventa pesante, lo stesso la riflessione personale che sfiora la pedanteria, lo stesso le ambientazioni che nelle loro descrizioni (per carità, efficacissime) non riescono comunque a sottrarsi alla romantica banalità dei luoghi comuni.
Si potrebbe anche chiudere un occhio di fronte a questi piccoli difetti, focalizzandosi sull’ottimo stile di Murakami semplice e pulito, seppur come già detto ancor grezzo, ma è impossibile lasciar correre sulla faciloneria con cui sembra introdurre argomenti profondi e la fretta con cui sembra poi abbandonarli; l’autore infatti durante la narrazione presenta innumerevoli spunti di riflessione ma in quattro e quattr’otto poi li sommerge nascondendoli in zone oscure del subconscio dei protagonisti, relegandoli agli inspiegabili misteri della mente umana, o ancor peggio ai misteri del mondo. Troppo facile, troppo scontato, questi accenni disseminati ad arte qua e la nel libro non sono rimandi alla filosofia dell’autore, non sono fini suggerimenti che ci inducono ad aprire la mente al cospetto di una realtà sensoriale, transitoria e impalpabile, ma semplicemente temi comuni scarsamente approfonditi e per questo trattati con dozzinale superficialità.
Nel Segno della Pecora, chiariamoci, non è un brutto libro, ma è una sorta di prima opera e come tale pur contenendo in se i semi, anzi i germogli, di quelle che saranno le grandi opere dell’autore da queste si discosta notevolmente per eccessiva fatuità, ingenuità, e talvolta, come s’è visto, fretta.
Un libretto leggero, che si lascia leggere, e anche volentieri ad onor del vero, ma niente di più che una prima opera, proprio niente di più. -
—
Nov 27, 2012 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Pastorale americana (8469)
-
By Philip Roth -
Finished on Nov 5, 2012 




-
Add ...
-
-
1 person find this helpful 



-
La fine del sogno americano, i conflitti esterni ed interni alla nazione tra gli anni cinquanta e gli anni settanta che sconvolgono la società, che ridimensionano, trasformano, i valori del periodo d’oro, e la conseguente crisi d’identità della middle class, del singolo individuo, del privilegiato c ... (
continue ) La fine del sogno americano, i conflitti esterni ed interni alla nazione tra gli anni cinquanta e gli anni settanta che sconvolgono la società, che ridimensionano, trasformano, i valori del periodo d’oro, e la conseguente crisi d’identità della middle class, del singolo individuo, del privilegiato che vede sotto i proprio occhi disfarsi tutti gli ideali in cui credeva, la crisi dell’uomo medio, piccolo borghese, che a cavallo tra due epoche non sa in che piede tenere le scarpe, che a modo suo cerca di fare quello che in fin dei conti han sempre fatto i suoi simili: barcamenarsi tra i due estremi guardando più a se stesso, al proprio interesse, che alle rivoluzioni sociali. Ma la trasformazione è troppo profonda per tentare di soprassedere, per far finta che non esista, per chiudersi gli occhi, tapparsi le orecchie e continuare per la propria strada. E neppure la fuga in campagna, lontano dalla città, dal luogo dove è più viva la spinta rivoluzionaria, è sufficiente per sfuggirle, per sfuggire a quella realtà assurda, inspiegabile, estremista, eppure così equa, concreta, plausibile tanto quanto la precedente.
Gli americani sono i buoni, i vietnamiti sono i cattivi, e se fosse il contrario? Il capitalismo e bene, il comunismo è male, e se fosse il contrario? All’uomo della middle class non interessa, non è estremista, non è socialmente impegnato fino al punto da rendere proprie delle regole di vita che non sono altro che un insieme di valori utopici e astratti; all’uomo medio basta lavorare, avere i soldi, qualche aspirazione, una casa nuova, una nuova auto, la figlia che va nel miglior college possibile ecc. ecc. Questo basta, e allora cos’è quella trasformazione, quel movimento a cui non riesce opporsi, quell’ imponderabile bisogno di ribellione che dilaga per le strade, prima delle grandi città, New York, Washinghton e poi nelle cittadine e nei paesi, Newark, Weequahic, Old Rimrock.? Che cos’è quella, anzi questa, questa insaziabile sete di giustizia universale che pervade dapprima solo i movimenti giovanili, ma che poi si insedia in ogni classe (poiché l’America rappresentata dall’autore è una società fortemente suddivisa in classi, a seconda che si appartenga o meno a un credo politico, a seconda che si appartenga o meno a un credo religioso, a una categoria lavorativa, o semplicemente a seconda del conto in banca) dunque che cos’è questo movimento che si insidia nel tessuto sociale dell’America del dopo guerra e in questo si incarna fino a diventare esso stesso un tessuto sociale, fino a diventare un estremo di un ideologia, fino a diventare l’altro lato della medaglia? E se è così giusto ed equilibrato, (no alla guerra in Vietnam, no a tutte le guerre, parità di diritti per tutti gli uomini!) perché se è così perfetto, vero, ancora più sacro di quanto possa essere la religione, perché sfocia in gesti di pura violenza? Perché prima esecra gli estremismi ideologici (opposti ma simili) degli altri movimenti e poi per combatterli si macchia proprio di quelle colpe contro cui si ribellava? E perché viene appoggiato da così tanta gente? È forse impazzita l’America? Non può essere solo una moda passeggera, solo il bisogno di cambiare, di fare un passo avanti nel cammino dell’evoluzione umana lasciandosi alle spalle un conflitto mondiale. Non può esserlo perché manca di logica, se si è pacifisti come si può combattere contro i propri simili, contro i propri fratelli, compatrioti, ritenendoli responsabili, più responsabili, di un nuovo conflitto così lontano dalla civiltà occidentale, dalla placida routine della provincia americana? Non si vuole la guerra a migliaia di chilometri di distanza e allora la si porta in casa propria, nella tranquilla vita di un paese che, sì d’accordo, forse è più fossilizzato di altri, delle grandi città, nel proprio disarmante benessere, forse è più bigotto di altri, forse con la sua società ben nettamente divisa più di altri non lascia via di scampo al libero pensiero, alla libera espressione di sé (un paese dove la figlia dell’ex miss New Jersey non può e non deve avere la balbuzie, non può e non deve essere brutta, non può e non deve essere anticapitalista), si forse…, ma è pur sempre un luogo tranquillo, calmo, parodisticamente pacifico. E allora perché portare la guerra nel proprio paese, nel proprio luogo di nascita? E perché deve interessare l’individuo, il singolo, pacifico, uomo il cui unico male è aver sempre e soltanto desiderato il meglio per sé e per la sua famiglia? Di che colpe si può macchiare tale individuo, di quali peccati? Di mancanza di consapevolezza sociale? E allora è socialmente più consapevole una ragazzina fuori di testa che per rivendicare i diritti di gente lontana, piazza una bomba in uno spaccio della cittadina dove vive, uccidendo persone, distruggendo vite, famiglie (a cominciare dalla propria) e negando, col suo gesto, proprio quel principio di evoluzione – giustizia sociale e ribellione pacifica per il quale combatte?
“Combattere per la pace.” Forse è proprio questo il controsenso, il nonsenso di fondo, che scuote la gioventù ribelle dell’epoca, l’appartenere ad una società che non ti vuole se non sei perfetto, fuggire per crearne un'altra migliore e scoprire di non essere neppure perfetti per quella nuova società, di non appartenere più neppure a questa, di non appartenere più e basta. E allora cosa rimane, qual è la soluzione? Tornare nella prima società? Quella dura, autarchica, quella contro cui all’inizio si era combattuto, ritornare nel nido familiare, chiedere scusa e tutto come prima? No, se ci si è spinti troppo oltre, no se si è commesso, nell’emblema dell’assurdità ideologica, quell’atto contro il quale per anni si è combattuto, quell’atto che così evolutivamente giustificato nel corso della storia dell’uomo eppure, preso singolarmente, così abominevole da catapultare chi la commesso fuori da ogni possibile società che voglia dirsi evoluta, no se si è ucciso qualcuno. Se poi si ha ammazzato non una ma quattro persone…
E allora cosa rimane? Qual è il posto di un individuo simile? Per qualcuno la galera, per qualcun altro il manicomio, per il padre disperato la famiglia, ma per se stessi? Se sei stato tu ad aver compiuto il massacro, come puoi avere ancora un’identità, una definizione di te stesso, darti uno scopo, un luogo, un posto dove vivere se hai privato proprio di tutte queste cose (identità, scopi, luoghi e affetti) non una ma quattro persone? Semplice non è possibile, a meno di non esser pazzi, non è possibile a meno di rinunciare totalmente a qualunque cosa, autodefinirsi abominevoli, immeritevoli, ridursi alla fame, all’estremo dell’immonda natura che ci spinge a comportarci così. No, non è possibile tranne che rinunciando completamente a vivere.
Ma cosa ha a che vedere tutto questo con la società? Con un piccolo paesino di provincia? E’ questa società, con le sue ottuse, retrograde ideologie che hanno creato il mostro-bambina (poiché è della figlia del protagonista che si parla) o viceversa è lei che con indole innata ha partorito un abominio sotto le mentite spoglie di una nuova società? E’ lei la condanna totale di un mondo oppure è l’artefice di uno step evolutivo umano che prima o poi sarebbe stato inevitabile, la scintilla primordiale di una nuova civiltà, antitetica alla precedente, la cui commistione con questa, non può che generare un mondo più evoluto, più cosciente, più comprensivo, ma non necessariamente migliore? Martire o carnefice?
E come può il singolo individuo, l’uomo medio della classe media, colui che aveva sempre mirato al raggiungimento dei primi ideali, quelli che un tempo erano considerati inequivocabilmente il Bene con la B maiuscola, quelli con cui aveva vissuto per anni, con cui era stato educato, cresciuto, quelli per i quali aveva combattuto, aveva portato la guerra nel mondo, aveva sostenuto la guerra nel mondo, come può uniformarsi a questo nuovo mondo? E se questo individuo poi è il padre del mostro?
Come può, sopportare, adeguarsi, superare tutto ciò?
No, non è possibile come non è possibile sfuggirgli, come non è possibile sfuggire alla violenza implicita dell’atto, come non è possibile sfuggire dalla realtà, neppure se si è una personalità, neppure se si è un mito locale, l’asso del college o miss New Jersey, neppure circondandosi di cose, di ricchezze, di vita, neppure cambiando casa, cambiando donna, trovandosi un amante, neppure cambiando vita, no, la realtà è sempre in agguato dietro l’angolo pronta a risucchiarti nelle sue spirali, pronta a rinfacciarti cosa sei stato, cosa hai generato, di che colpe ti sei macchiato.
Ma che peccati ha commesso questo individuo? Lo Svedese, il protagonista, la sua famiglia, la società a cui appartiene? Come può accadere che qualcuno sia colpevole di aver vissuto perfettamente, incarnando quei valori a cui tutti tendono, che tutti stimano?
Che quelli non siano i veri valori, be di certo non sono neanche gli altri, quelli opposti, quelli della rivoluzione, guardate la Russia, e tutti i regimi comunisti, guardate a cosa hanno portato gli altri valori: a una bomba, ad un omicidio, all’accattonaggio, ad un suicidio per “inappetenza alla vita”, alla rovina. E allora cosa rimane, dell’uomo perfetto, nella società perfetta, della pastorale americana? Di quella comunione di individui che in barba alle differenze si ritrovano assieme per condividere qualcosa di più del semplice appartenere ad una realtà agiata, qualcosa di più della partitella a football tra amici la domenica? Cosa rimane se questa stessa società a cui hai dato tutto ti volta le spalle e ti concede la “pastorale” più come un illusione, più come un pretesto solo una volta all’anno, perché si deve, perché si fa, perché è così? Quale valore rimane?
Forse l’unico vero valore è non avere valori, forse è questa la via, fuggire, illudersi, fingere che le guerra in Vietnam non esista, fingere che i conflitti religiosi non esistano, fingere di non avere una figlia dinamitarda e fuggire, fuggire in campagna per persistere nel sogno, fuggire nella casa da sogno, rifugiarsi nella finzione, dove per una sparuta comunità sei ancora un mito, sei ancora “lo Svedese”, oppure fuggire dietro le mani di un chirurgo plastico, dietro le apparenze di una nuova faccia sorridente, non a caso Dawn, la moglie dello svedese, sembra riacquistare lucidità e sanità mentale solo quando torna a casa dopo il lifting, solo quando si toglie le bende e può di nuovo ammirare il volto di quando era miss New Jersey, può ancora ammirare la persona che era quando esistevano dei valori condivisibili o almeno comprensibili, forse è questo l’unico modo…
Ma tutte quelle, il redivivo Svedese e la rediviva miss New Jersey sono solo apparenze, e dietro a queste è in agguato il loro vero aspetto, dietro a queste è in agguato la realtà di una figlia terrorista, di una famiglia distrutta, di una società malata, e a nulla valgono i tentativi di rimettersi in carreggiata.
E allora dunque come si può sopravvivere a questo sconvolgimento sociale, umano, nazionale, ideologico e psicologico?
Forse non si può, forse, va affrontato di petto, forse bisogna calarsi completamente nel ruolo e adattarsi, viverlo in pieno o, forse, turarsi il naso e aspettare stoicamente che il tempo bilanci la sorte, ridimensioni l’ottica sballata, riequilibri la morale.
Qualunque metodo è valido, se sei l’uomo medio, ma se l’uomo medio nel suo piccolo è un punto di riferimento? Un esempio? Se incarna per tutti, tranne che per se stesso, uno dei due estremi, uno dei due ideali?
Il tempo sana tutto, sconfigge le cause all’origine, ma se sei parte dell’origine allora non avrai mai scampo. Vuoi la società, vuoi, la realtà, vuoi la figlia, vuoi la tetra ironia di un tumore dopo essere sopravvissuto a tutto quanto, ma non avrai mai scampo.
Eppure cosa c’è di sbagliato in credere in qualcosa? Cosa diavolo c’è di sbagliato nell’essere qualcuno? (Qualcuno con la q minuscola).
Questo, tutto questo, è Pastorale Americana, un libro dai contenuti profondi, un libro dall’importante risvolto sociale, che fa del singolo la vicenda di tutti e riassume la storia di una nazione in un sol uomo, una drammatica e pessimisticamente disarmante disamina della storia americana degli ultimi cinquant’anni; questo è il pluripremiato capolavoro di quello che è considerato uno dei migliori scrittori del nostro tempo, un libro elevato, importante, consapevolmente archetipico di un’umanità che sente la necessità di evolversi denunciando un ventennio di involuzione, un libro profondo, importante e… ahimè un libro tremendamente noioso!
Che cos’è la scrittura? E’ osservazione, riflessione, interpretazione, ma soprattutto sincerità, così, parafrasando, diceva Hemingway: “Se cominciavo a scrivere in modo complicato (…) scoprivo di poter tagliare quella voluta o quel fronzolo e gettarlo via e cominciare con la prima frase semplice e sincera che avevo scritto” (cit. Fiesta Mobile). In pastorale c’è tanto di riflessione e troppo poco di osservazione, c’è tanto di interpretazione e troppa poca sincerità, realismo: un padre che perde la figlia, dove sono le reazioni, istintive, impulsive, illogiche, sanguigne, subitanee di ogni essere umano? Un marito che si scopre tradito dalla moglie dopo che lui aveva fatto tutto per lei, dov’è la rabbia, l’istante di follia che solo l’educazione, il senso di appartenenza ad un mondo civile riescono a mediare? Una famiglia distrutta, una società distrutta, un mondo che ti schernisce, dov’è la viva forza della disperazione, le urla, le lacrime, dove sono?
Vero tutto quanto si dice, condivisibile l’interpretazione della vicenda, ma è sufficiente?
E’ tutta psicologia, elaborazione, autocommiserazione, ma dove sono le reazioni spontanee, primitive, primigenie? Forse proprio quell’unica cosa quella costante che accomuna gli esseri umani tra loro? Dov’è l’istinto?
E ma quello è sottinteso, va intuito…
No, perché come ci viene presentata la vicenda è completamente assente, forse addirittura si vuole far pensare che la società di quel tempo inglobi, fagociti, ogni istinto. Ma l’amor proprio, l’orgoglio, la rabbia, la ribellione, la cieca forza della disperazione oltre un certo limite, superata una certa misura sorgono inesorabili, comunque, a prescindere dall’ambiente in cui si è immersi, poiché sono lo sfogo dell’istinto primario che è alla base della specie umana e di ogni altra: l’istinto di sopravvivenza. Dov’è tutto ciò?
Semplice non c’è, al suo posto ci sono le elucubrazioni, le sortite mentali di uno spettatore distaccato, la cronaca del possibile e l’omissione del certo, la ricerca della possibile interpretazione, della possibile causa, e l’alienazione dalla concreta realtà, dalla illogica, subitanea, ma sincera, risposta di un uomo ingiustamente condannato a soffrire.
Ma perché è una vicenda metaforica, un esempio campione che estrapolandolo dal contesto rappresenta la realtà dell’America di quegli anni…
No, poiché se l’obbiettivo era quello non è’ sufficiente una simile storia, troppo particolare, esclusiva, rappresentativa, (proprio perché è troppo emblematica non può essere presa come campione, occorre qualcosa di più normale), non è sufficiente una singola vicenda per denunciare un’intera epoca storica. E le elucubrazioni mentali del protagonista, giustificate a posteriori, sono ingiustificabili di fronte all’incalzare dei fatti.
Tante cose accaddero in quel periodo eppure se ne vive una sola in Pastorale, una esemplare per carità, una approfondita fino al micrometro, ma è così importante alla fine? E’così significativa da dimostrare, ribadire, rafforzare il legame con quanto accaduto in quegli anni, è così imprescindibile da assumere un valore storico-sociale indiscutibile, tanto da far vincere il Pulitzer all’autore?
Lo è se è sincera, onesta, ma di sincero nello Svedese c’è ben poco, di onesto nel soggetto non c’è quasi nulla. Sono sinceri i suoi pensieri, ma le sue azioni, il come avrebbe agito, il responso naturale ai fatti? Eddai un “bestione di uno e novanta” asso del football, del basket e di ogni altra cosa, forte come un toro, mr. Perfezione, manager di una fabbrica avviata, sta li a pensare come sarebbe meglio interpretare il fatto che sua figlia non si lava da mesi, non mangia da altrettanto tempo ed è una bombarola incallita? Dov’è la sincerità? Forse se sei uno scrittore – eremita completamente distaccato dalla vicenda puoi metterti a pensare alle concatenazioni psicologiche di una simile situazione, ma se sei coinvolto in prima persona, fai come gli suggerisce il fratello: cacchio, vai lì in due e con la forza la trascini via da quella pazzia auto inflitta e la ricoveri in manicomio! Ma quali pensieri! Quali “viaggi” (per non dir di peggio) mentali! Quali? L’onestà in certi casi coincide con la forza, con l’azione, con la sensazione, magari erronea, ma pur sempre istintiva non con l’intellettualismo.
Forse allora non era meglio togliere qualche anacoluto cerebrale ed aggiungere qualcosa in più ad una vicenda che, a osservare strettamente i fatti, è alquanto scarna?
I riferimenti storici sono sicuramente presenti, e importanti, ma la vicenda, estrapolata dal contesto è quanto mai assurda, banale, piatta, fine a se stessa. Tanto che ad un certo punto, stanchi di leggere di tutte le paturnie mentali dello Svedese, è impossibile non parteggiare per il fratello, il chirurgo stronzo, e con la sua proposta, parafraso: “va bene, hai una figlia terrorista e rimbambita? Tirale due ceffoni, trascinala a casa e falle assumere la responsabilità di quello che a fatto, oppure lasciala marcire nei suoi stessi escrementi, ma smettila di farti ammazzare per colpa sua, e per carità smettila di pensare!” E’ impossibile non parteggiare per lui dopo l’ininterrotto stream of conunciousness dello svedese/autore. D’accordo anche questo passaggio è collegato alla storia, poiché è la trasformazione della società, e le trasformazioni da questa imposte per adeguarvisi, che hanno reso la figlia una bombarola, e che hanno reso il padre e lo zio, rispettivamente un mollaccione e un rispettato chirurgo stronzo, ma il collegamento tra individuo e società è assai lasso, almeno fino alla fine, fino all’ultimo convivio della borghesia dove tutti i nodi dovrebbero venire al pettine ed in realtà non accade praticamente nulla.
Questo è il problema di Pastorale: il collegamento, parlando della singola vicenda, focalizzandosi solo su quella si rischia di estrapolarla troppo e di farle perdere quella dimensione storica, politica e sociale che in origine l’autore si era proposto di darle. Forse sarebbe stata utile qualche altra vicenda, qualche altro fatto in più…
Quest’opera per certi aspetti è l’antitesi, l’opposto, di Underworld di DeLillo: entrambi si propongono di spiegare, criticare, denunciare e meglio comprendere, così da accettare, la storia recente dell’America e dell’occidente, ma il primo parte dal singolo per illustrare il tutto, il secondo parte dal tutto per arrivare al singolo, e se il primo dopo un po’ fa perdere la pazienza, se non addirittura il filo del discorso, il secondo, pur non avendo un filo logico consequenziale (si veda per esempio la disposizione dei capitoli) riesce ad approfondire, sviluppare, indagare nella psicologia dell’uomo molto più che le quattrocentocinquanta pagine di autolesionistica introspezione del protagonista di Pastorale Americana.
Anche stilisticamente il “capolavoro” di Roth non regge il confronto con quello di DeLillo, se il primo fa della confusione, della non scorrevolezza un arma impropria, il secondo (non da meno a livello di aggrovigliamento cerebrale), riesce a catalizzare l’attenzione su ogni singolo dettaglio che permea la vicenda, le vicende, e in tal modo a focalizzare l’attenzione sulla storia stessa.
E se nel secondo il realismo in un processo di catarsi assume la connotazione di iper – realismo, valorizzando la percezione stessa della realtà, in Pastorale semplicemente il realismo latita, sconfitto dall’assurdo e pedante immobilismo del protagonista, dalla inverosimiglianza del suo comportamento alla luce di quanto gli è accaduto e di quanto gli accade.
Ma non limitiamoci a questo, tiriamo ancora una volta in ballo Underworld di DeLillo: in Underworld c’è il ragionamento, il pensiero, la discussione, e sono legate indissolubilmente all’osservazione, alle impressioni, al contesto. In Pastorale invece sono sì legate al contesto, ci mancherebbe!, e sono sì giuste, pertinenti e condivisibili ma sembrano quasi ribaltare lo schema mentale dell’essere umano lo schema osservazione-pensiero. Input – ragionamento – output, nell’opera di Roth l’osservazione, la reazione nascono dal ragionamento, e il ragionamento è aprioristico rispetto alle contingenze, rispetto all’evoluzione degli eventi, come se lo Svedese si comportasse così, a prescindere da quello che accade, e la figlia idem, perché è così che si comporterebbe in un caso o nell’altro Roth.
No, non è onestà questa, non è realtà, non è il ragionamento che crea l’input.
La premessa stessa dell’autore, (parafraso) “…stavo danzando con… e di colpo.”, lo frega, è una confessione del suo errore, un ammissione di colpa: tutto il libro è finto poiché alla base parte da un viaggio mentale interiore e da esso non riesce separarsi.
E’ giusto pensare, ragionare, ma talvolta la vita è fatta anche di sensazioni, di stimoli inspiegabili, di istanti contradditori, di errori marginali e di visioni offuscate, è questo che ci rende umani, il fatto di pensare prima di agire e talvolta di non farlo. La realtà è giusto interpretarla, ma talvolta va presa per così com’è, accettarla e basta o non accettarla e basta, senza starci a riflettere su troppo; è il piano dell’infinitesimo di secondo che ci sfugge pur essendo fondamentale, è il vasto ritmo del mondo, di tutti gli esseri agenti sulla terra, che, impossibile da comprendere, possiamo soltanto intuire. Talvolta la quotidianità è fatta di pensieri, scelte, ma molte altre volte sono le azioni, le sensazioni; se così non è, se c’è solo il ragionamento, il pensiero profondo, ci si perde in se stessi, nelle proprie elucubrazioni, si perde il filo del discorso o il significato del libro. Bene sempre riflettere e pensare, ma talvolta occorre spegnere il cervello altrimenti ci si chiude in se stessi dimenticandosi del mondo esterno, delle sensazioni che questo ci offre, ci si dimentica di vivere. Talvolta una sensazione, l’istante in cui romanticamente abbagliati dalla bellezza di un paesaggio, un’ opera d’arte, una donna, si mette a tacere la propria voce interiore e si rimane inerti, incantati, totalmente ricettivi e istintivamente coinvolti, quell’istante vale più di mille riflessioni, vale più di cento pensieri! DeLillo questo lo sa bene, Underworld, il titolo stesso volendo rimanda a quel “mondo sotterraneo”, sotto la soglia del percettibile, che è la genuina comprensione istintiva, Roth invece apparentemente non lo capisce, lui è perso nei suoi elaborati pensieri, è smarrito nelle sue arzigogolate riflessioni ed è sconfitto dalla realtà quotidiana.
Tutto vero, quel che dice, quel che racconta, ma il mondo non è così, nella vita non c’è tempo per queste cose: se sei il padre che ha smarrito una figlia al diavolo l’America, il comunismo e il capitalismo, lo scambio generazionale, il bene e il male, i vecchi tempi, i valori della patria e il socialismo e la borghesia, al diavolo tutte queste idiozie da tea pomeridiano, al diavolo tutto e tutti e corri a riprenderla! Sì, ci puoi pensare, ne puoi parlare, ogni tanto, così per amore del dialogo, ma non puoi impostare la tua condotta di vita sul dualismo tra antico e moderno, tra occidente e oriente, tra bene individuale e bene delle masse, tra cattolicesimo ed ebraismo. Lo puoi fare se sei un politico, un prete, un rabbino, uno scrittore che vive da eremita e passa tutto il tempo a vagheggiare pontificando sulle giuste scelte morali della società moderna, ma non se sei un uomo comune, che vive dentro la vita, che non ha tempo per queste cose, non se appunto sei un padre che ha perso la figlia. Per tirare in ballo ancora una volta DeLillo, e prometto che questa è l’ultima, Punto Omega (e con questo ammetto che lo sto rivalutando) è la migliore risposta a Pastorle Americana: in questo caso non è la guerra del Vietnam ma quella del golfo, non è la società “antica” dei genitori, contro quella moderna e ribelle dei figli, ma un giovane e un anziano, non sono gli anni settanta ma il novanta, forse il duemila, ma la storia è simile, i temi sono simili, (guerra giusta o sbagliata? Società americana - occidentale che incarna i veri valori o è solo uno stereotipo che cela una realtà ben più amara e arrivista?) e le due generazioni a confronto si trovano a discutere, a riflettere; ad un certo punto DeLillo però si riscuote e compie il balzo che lo ri- trascina nel reale: quando accade qualcosa alla figlia del protagonista anziano, chi se ne frega di queste “cavolate dialettiche”, chi se ne frega di chi ha ragione, chi se ne frega dell’ America, dell’ Iraq, del capitalismo e del comunismo e corriamo a vedere cosa è successo, e affrontiamo il vero problema!
Questo è l’istinto, la risposta dell’uomo reale alle difficoltà della vita, l’istante sensazionale in cui si smette di ragionare e si agisce, l’istante che vale di più delle eremitche elucubrazioni artificiose di un emarginato sociale, poiché questo pare lo Svedese, un emarginato pur circondato da una società, chi se ne frega di tutto, questa è l’unica risposta al dilemma del “ma cosa è accaduto?”, “ma dove siamo andati a finire?” DeLillo ci mette un centinaio di pagine a trovarla, Roth ce ne mette più di quattrocento e non la trova, e il dubbio gli rimane. “Ma cos’ha la loro vita che non va? Cosa c’è di meno riprovevole…”
E dire che la risposta è molto semplice, facile, ci arriva chiunque al momento buono. Ma dove siamo andati a finire? Cosa c’è che non va nello Svedese, in me Svedese, nella mia vita?
La risposta è: “ma chi se ne frega!”
Chi ha problemi reali, concreti, e tutti li hanno, non ha tempo per i vaneggiamenti filosofici, se bisogna fare qualcosa la si fa, non si sta a pensare ma era meglio così, oppure cinquant’anni fa l’avrei fatta diversamente ecc. ecc. Non è realtà quella di Pastorale è irrealtà, mascherata da intellettualismo, è mancanza di obbiettività, non storica e sociale, quella per carità l’autore ne ha fin troppa, ma mancanza di obbiettività individuale.
L’uomo comune, e il protagonista di Roth, per quanto campione sportivo e idolo delle folle in fondo lo è, non è un pozzo di psicologia e filosofia, non pensa a queste cose, se non a margine di quanto accade, a fine giornata, tra le coperte del proprio letto o tra i braccioli della propria poltrona; l’uomo che vive a queste cose dice “ma chissene frega!”, certo deve essere un uomo che è presente nella quotidianità non uno che si è ritirato nell’alto castello del suo mondo cerebrale.
“Ma chi se ne frega!”, questa è la risposta, certo istintiva, frutto delle sensazioni, della contingenza, dell’urgenza, non ragionata.
Non ragionata… ah forse per questo che Roth non è riuscito a trovarla, forse è per questo che il cerebralissimo Roth di Pastorale Americana ci lascia con un punto interrogativo, forse è per questo che le elucubrazioni dello Svedese sembrano perdersi costantemente in se stesse senza mai giungere ad una conclusione!
Date a Cesare quel che è di Cesare, a essere obbiettivi, non ci si può comunque limitare a condannare questo libro, non si può giudicarlo un libro mal riuscito e basta, non con quelle premesse, non se si parla di Philip Roth. Credo che l’unica parola che non contempli il suo vasto vocabolario di grande scrittore sia la parola “non riuscito.” Questo non è un libro non riuscito, tuttavia, date le aspettative, le premesse, dato il riconoscimento internazionale, se per Pastorale non si può parlare di fallimento almeno di grande delusione forse è lecito. Delusione alla luce dell’ancora fatidica domanda: che cos’è la letteratura, che cos’è scrivere, ma soprattutto leggere?
In buona sostanza la letteratura è catarsi, ma da cosa nasce la catarsi in un libro? Dal perfetto equilibrio di ogni sua parte e da uno stile irreprensibile in ogni sua variazione, da uno stile propedeutico all’evoluzione della trama, propedeutico all’evoluzione del concetto di realtà dell’autore e propedeutico all’evoluzione del lettore. Ma se la trama, come nel caso di quest’opera, è deficitaria e il soggetto è poco credibile allora lo stile deve essere ancora più che irreprensibile, deve essere assoluto, totale, o, in una parola molto più elegante, e già fin troppo usata, semplicemente onesto.
Pastorale americana è scritta in uno stile onesto?
No, e in parte abbiamo già visto perché, ma c’è qualcos’altro di scorretto nel suo stile, di vizioso, di accennato eppure così palese, qualcosa che trascende l’indiscutibilità dei fatti.
Quello che lo Svedese accenna di aver iniziato, provato a compiere, con la figlia, ancora bambina e come la descrive Roth subito prima della telefonata al fratello (il fratello dello Svedese): è qualcosa di deviato, e si ripercuote lungo tutto il libro, nel modo come è scritto, nello stile, qualcosa di sottinteso, ellisso, eppure profondamente, moralmente, sbagliato. Sempre un passo al di là della soglia del tangibile eppure percettibile, eppure fin troppo palese.
E’ la repressione sessuale: è la pura, naturale pulsione di ogni uomo che in qualche modo viene repressa nelle parole di Roth. Ma questa repressione sarà volontaria o involontaria? Sarà un effetto voluto per stressare i problemi di una società perfetta solo in facciata oppure è una delle tante conseguenze dell’eccessivo cerebralismo dell’autore? E’ difficile capirlo come è difficile notarla, realizzarne in un singolo punto, paragrafo, la presenza; ciò non di meno è li, tra le pagine, una costante, raccapricciante e inammissibile per qualunque uomo onesto che voglia credersi tale. Dunque è lo Svedese disonesto o è lo stile dell’autore? L’uno esclude l’altro poiché se fatto apposta ne guadagna lo stile se invece è involontario ne perde l’autore.
Roth in Pastorale Americana, per quello che dice, per come lo dice non solo è l’antitesi di DeLillo ma lo è anche di Murakami, anzi di quest’ultimo parrebbe addirittura essere la nemesi: entrambi realisti, (a onor del vero il secondo più surrealista che realista) uno sembra diventare il nemico giurato dell’altro. Per l’autore Giapponese il sesso, la sessualità, l’erotismo, sono una costante ma sono normali, naturali, giusti, puri, in Roth invece no, ogni pulsione diventa morbosa, sporadica, ma avidamente particolareggiata, quasi volgare, quasi depravata. Non c’è nulla di oggettivo, concreto, sono solo impressioni, sensazioni che si spengono sempre un attimo prima di arrivare alla cosa definita, ma sono li, le si evincono dalla narrazione, tra le righe, di pagina in pagina, in un crescendo di presunta trivialità che culmina con il resoconto di quanto è stato fatto alla figlia dello svedese, culminano con il paragone, con l’immagine che ha il padre della figlia, di lei neonata da bambina e di lei sporca adepta ad un culto autolesionistico.
La domanda che occorre farsi ancora una volta è: questa appestante sensazione di irriverente maniacalità è volontaria?
Se è così, come per esempio ne “Il Teatro di Sabbath”, se è fatta apposta per evidenziare, sottolineare, stressare i problemi dell’uomo moderno, le sue falsità, le irrisorie apparenze a cui tiene tanto la società, be… tanto di cappello, è un'altra prova della grandezza di questo autore, ma se invece è soltanto frutto del caso, o meglio della innata indole repressa dalla cerebralità di un anziano che vive appartato tra i boschi, be… sarebbe quanto mai auto degradante.
No, non scherziamo, non facciamo della stupida faciloneria, affermare una cosa del genere sarebbe assurdo, sarebbe come mettere in discussione l’intelletto di un’ uomo il cui equilibrio e la cui acuità mentale sono riconosciute a livello planetario, anzi peggio, affermare una cosa del genere sarebbe come denigrare qualcuno per le sue scelte personali, sarebbe come accusare qualcuno, una persona riconosciuta come esemplare, di avere una mente corrotta dal proprio intelletto in un gioco di autodistruzione progressivo e totale, sarebbe psicologia da quattro soldi, psicologia da risentimento… ma Pastorale è un libro che suscita queste pulsioni, queste reazioni: lo si ama, ma lo si odia anche, piace e non piace, intrattiene e per certi aspetti disgusta. Forse perché in realtà mette a nudo ciò che noi, lettori, uomini moderni, occidentali, in realtà siamo; forse perché in realtà è uno specchio della nostra anima e non tanto di quella dell’autore, forse… ma l’odio, il malessere persistono, rimangono e si autoalimentano di pagina in pagina. Fino a ritenere che l’unico personaggio con un minimo di buon senso sia non tanto lo Svedese, eroe buono e sfortunato del romanzo ma suo fratello, ovvero colui che rappresenta lo stereotipo del occidentale, del capitalista possessivo e violento (cerebralmente, mentalmente, violento), del emancipato che una volta raggiunta una degna condizione sociale non guarda più in faccia nessuno pur di vendicarsi di quello che ha subito, di quello che la società gli ha fatto subire. Si arriva a questo, a stimare questo personaggio estremista, come unica voce della ragione in un delirio di pazzi.
Ma ancora una volta è indispensabile porsi la domanda, sarà un effetto cercato dall’autore o un collateralismo involontario? A differenza della sfera sessuale qui viene da pensare che sia stato fatto, studiato ed elaborato con intenzione, per poter rimarcare il concetto della totale e normale assurdità in cui si ritrova la società contemporanea, un assurdità così globale e onnicomprensiva che è impossibile sfuggirle e si è solo vittime, come lo Svedese da un lato, con la sua perfezione la sua bonarietà progressista; la figlia ribelle dall’altro, antisociale, anticonformista e antiumana (tanto da dissacrare la propria carne con comportamenti a dir poco demenziali) e il fratello dal terzo, estremista totale che per repulsione nei confronti del mondo vive di troppo facili assoluti inopinabili ed inespugnabili.
Tutte vittime della società moderna, viene da chiedersi però, chi ha creato questa società? Se l’uomo presentato da Roth è vittima della società, vuol dire che è anche vittima di se stesso, poiché chi altri è l’artefice di questa condannata società se non l’uomo stesso? Magari, non lo Svedese nello specifico, magari non Merry, la figlia, o il fratello, ma anche loro sono comunque colpevoli, anche loro sono comunque esecutori materiali poiché parte del genere umano, poiché partecipi dell’ordine naturale delle cose. E allora cosa vuole dirci Roth, che ognuno è una vittima a prescindere, che non c’è soluzione di continuità alla nostra natura, che siamo condannati a soffrire della nostra stessa esistenza?
Apparentemente parrebbe di sì. Ma anche qui si torna al discorso di prima: troppo cerebrale, squilibrato, masochistico: la vita non è sempre e soltanto riflessione, e lo stesso la realtà, la società, se si incomincia a riflettere su qualcosa si troveranno sempre dei lati negativi, se ci si concentra su quelli parranno sempre più grandi, fino a diventare insormontabili, è sempre così, e l’autore se ne rende conto, ma sembra dirci: “vero, ma non c’è soluzione, è nella natura dello Svedese e nella nostra di esseri umani, riflettere e ingigantire i problemi.”
Eppure in qualche modo, si sopravvive, lo Svedese sopravvive, si legge all’inizio che è un tumore a stroncarlo e l’autore, l’alter ego cartaceo di Roth che crea tutta la storia mentre danza con la sua ex fiamma del college, è sopravvissuto, probabilmente in quanto essere umano avrà avuto gli stessi problemi dello svedese eppure ce l’ha fatta anche lui, come? Perdendo ogni valore? Ogni sicurezza, ogni scopo, rassegnandosi alla piatta realtà delle cose che accadono senza motivo? Forse per Roth è così ma di nuovo questa è una visione estrema che pecca di equilibrio, è un assolutismo non giustificabile da una mente illuminata come la sua.
E allora come venir meno al male di vivere che ci si auto infligge riflettendo, non potendo fare a meno di riflettere sulle cose che accadono? Quale filosofia, quale pensiero illuminato ci può permettere di ribaltare questa situazione, quale può sconfiggere l’indole innata della miserabile natura dell’essere umano di Roth?
Pare che l’autore nei suoi sessant’anni di carriera letteraria non sia riuscito a capirlo. Qualcuno meno sveglio, più istintivo, più giovane invece c’è arrivato, (e come lui ne sono sicuro, molti altri) era un semplice cantante di qualche anno fa, aveva fatto una canzone che conteneva un verso che recitava così: “ in every life we have some trouble, but if you worry you make it double, don’t worry, be happy!” Sono sicuro che tutti avete capito di chi parlo…
Facile, banale, scontato, palese, eppure più vero, genuino e concreto di ogni insulsa peregrinazione mentale di un povero pensatore chiuso in se stesso.
Questo, il verso di quella canzone, pare allora essere l’unica, risposta migliore, alle quattrocento e più pagine di Pastorale, parafrasando: Roth ci spiega i problemi della vita, dell’uomo, della società, dell’America attuale, ce li fa vivere, sentire, perdendosi nelle angosce, nella sofferenza e non vi trova soluzione, ma solo domande e domande alle ulteriori domande, fino ad arrivare a quella finale: come è possibile tutto questo? Cosa c’è di sbagliato? Come sopportare tutto questo?
La risposta è un semplice verso (le cose semplici sono sempre le migliori, anche in letteratura) di una semplice canzone: if you worry you make it double, don’t worry be happy, che guarda caso suona proprio come “si va be ma in fondo chi se ne frega!” Chi se ne frega se il mondo va così, chi se ne frega se non è una vita perfetta, chi se ne frega se hai dei problemi, se ti preoccupi ti sembreranno grossi il doppio, vivi sereno e affrontali da uomo!
Da qui il giudizio negativo al libro, forse un giudizio dovrebbe trascendere se si è d’accordo o meno su quanto affermato nel libro, e dovrebbe incentrarsi su come viene esposto l’argomento, sull’onestà degli elementi che vengono portati a supporto della propria teoria e non tanto delle conclusioni che si traggono da questi. Ma se queste conclusioni, influenzano tutto lo stile della narrazione, e la vicenda stessa, se l’ottica pessimistica di Roth influenza totalmente un libro, un romanzo, e se si riscontra che quest’ottica coinvolge i lettori e ogni membro, civile, pensante del genere umano, e se si nota che quest’ottica è sbagliata, falsa, stupida e limitata, be allora non si può prescindere dallo screditare il romanzo, per quanto il romanzo sia considerato il capolavoro dell’autore, per quanto la critica gli provenga da un insulso lettore come tanti, poiché se si è disposti a concedere il punto di vista all’autore, bisogna essere disposti a concedere anche il punto di vista opposto al critico e se si è dotati di logica, e chiunque legga Roth immagino lo sia, non si può ammettere che traendo da delle premesse corrette si possa giungere a delle conclusioni sbagliate; non se in ballo c’è il destino di un uomo, anche se fittizio, poiché nei disegni dell’autore è esemplare del genere umano, poiché anche se è uno stereotipo, nei suoi disegni è anche l’ archetipo di una società, poiché anche se irreale nella logica dello scrittore è quanto di più vero e attinente alla realtà possa esserci. No, non si può proprio ammettere una cosa del genere se c’è in ballo una critica alla società, la nostra società, non se in ballo c’è una dissertazione su quello che siamo stati e cosa siamo diventati negli ultimi cinquant’anni, non se in ballo c’è una critica personale fin troppo facile dei vizi di noi altri poveri esseri umani che ci mettiamo costantemente in gioco e il più delle volte non abbiamo tempo di riflettere sulla nostra illogica vita, no, non se in ballo c’è cosi tanto.
Date a Cesare quel che è di Cesare, ancora, d’accordo non sarà tutto perfetto, consequenziale, realistico e logico, ma come non considerare l’emozione che suscitano certi passaggi, l’angoscia di certi pensieri, il tormento di certe frasi taciute? E come non prendere in considerazione la catarsi inversa, per repulsione, che il libro suscita?
Pastorale Americana non è un libro sbagliato, scorretto, cattivo è un libro all’opposto, che fa ragionare per assurdo: “non vuoi una simile interpretazione della realtà e allora createla da solo”, sembra dirci, “ti va bene questa? Be è logico è così che va il mondo, che ti aspettavi?” e il ragionamento scatta, sia che ci si trovi d’accordo oppure no, sia che si condivida o meno la visione di Roth. Un libro simile, che suscita tale ragionamento e tali passioni, non può essere considerato alla stregua degli altri, ma questo vale sia per gli aspetti negativi che per quelli positivi, e allora vale il metro di giudizio non più assoluto ma del singolo, a seconda della propria morale, della propria verità personale, della propria maniera di interpretare il Mondo.
Ognuno legge Pastorale a suo modo e ognuno lo interpreta a suo modo, un libro del genere non può essere considerato oggettivamente ma solo soggettivamente, poiché non è uno di quei testi che o lo si odia o lo si ama, ma entrambe le cose: Pastorale la si odia e la si ama, ci attrae e ci repelle e nessuno può arrogarsi l’onniscienza imparziale necessaria per giudicarlo senza anteporre il soggetto giudicante alla frase: “io lo considero”, “io penso”, “a me è…”, e un libro che riesce a eleggersi sopra alla mischia a tal punto non può non essere annoverato tra le più grandi opere del nostro tempo.
Tuttavia, proprio per il fatto che nessuno può possedere la distaccata imparzialità necessaria per giudicarlo, anche il sottoscritto non può esimersi dal dire la sua e ribadire il concetto che Pastorale Americana non è un libro comune che si può odiare od amare, ma un libro che si odia e si ama contemporaneamente e purtroppo, per quel che mi riguarda, dal basso della mia riacquisita soggettività, devo ammettere che, vuoi per il punto di vista dell’autore, vuoi per la mancanza di concretezza, o di onestà, vuoi per l’eccessivo cerebralismo, purtroppo devo ammettere di averlo odiato molto più di quanto l’ho amato. ** -
—
Nov 6, 2012 |
Add your feedback
-
-
-
-
1 person find this helpful 



-
Come si può commentare una delle opere più famose di uno dei più abili scrittori di ogni epoca? Come si può sperare di aggiungere qualcosa in più alle migliaia di parole che sono già state spese per rendere onore a Byron, genio immortale del romanticismo? Come si può anche solo immaginare di riuscir ... (
continue ) Come si può commentare una delle opere più famose di uno dei più abili scrittori di ogni epoca? Come si può sperare di aggiungere qualcosa in più alle migliaia di parole che sono già state spese per rendere onore a Byron, genio immortale del romanticismo? Come si può anche solo immaginare di riuscire a fare una disamina di un’opera, un poema, come il Manfred quando centinaia di persone, scrittori, critici, pensatori, filosofi, drammaturghi, l’hanno già compiuta? Voci autorevoli del panorama letterario attuale e non. Semplice: non è possibile. Basta leggere il saggio di Bertrand Russell alla fine di questa edizione, per rendersi conto che qualunque sforzo sarebbe inutile. No, non c’è niente da fare Byron è un grande del suo tempo, è un patrimonio della letteratura mondiale ed è una fulgida testimonianza di un epoca, di una corrente artistica, di una società. E’ l’emblema del romanticismo, e non c’è davvero alcuna possibile argomentazione da addurre per tentare di criticarlo, sminuirlo e ridimensionarlo. Se non lo si capisce, se non lo si trova appagante ad ogni livello intellettuale, è un problema del lettore, non certo dell’artista.
Lo stesso vale per gli elogi: non c’è termine, la cui forza sia paragonabile a quella delle sue parole, non c’è singola frase che possa descrivere il suo stile, non c’è un solo verso che possa simulare l’oscura brillantezza della sua scintilla creativa.
No, di Byron, del Manfred, non si può veramente dire nulla, possiamo solo contemplarne l’arte come si può fare per le opere dei più grandi artisti, possiamo solo bearci, noi umili lettori, del suono delle sue parole come si può fare solo per le melodie dei più grandi compositori, possiamo solo inorgoglirci, noi uomini, di appartenere al suo stesso genere, il genere umano, come solo si può fare per le gesta di coloro che, grazie ad un intelletto, una sensibilità, una forza, una conoscenza e una coscienza purissime, hanno ridefinito e ricreato il concetto di umanità. Un umanità più ricca, consapevole ed evoluta. -
—
Nov 2, 2012 |
1 feedback
-
-
-
-
- Paginas Argentinas Ilustradas (1)
- (1907) (Spanish Edition)
-
By Jose Manuel Eizaguirre -
Finished on Oct 1, 2012 




-
Add ...
-
-




-
E' totalmente impossibile analizzare, recensire, commentare e giudicare un trattato di storia senza avere competenze specifiche in materia, dunque l'unico parere che si può esprimere si deve rifare esclusivamente al gusto personale, o meglio all'idea individuale di quello che deve essere l'archetipo ... (
continue ) E' totalmente impossibile analizzare, recensire, commentare e giudicare un trattato di storia senza avere competenze specifiche in materia, dunque l'unico parere che si può esprimere si deve rifare esclusivamente al gusto personale, o meglio all'idea individuale di quello che deve essere l'archetipo del saggio storico.
In cosa si avvicina questo testo a quell'archetipo, in cosa si distanzia?
La prerogativa più importante di un trattato di storia dovrebbe essere l'obbiettività: l'imparzialità nel raccontare i fatti, l’equilibrata analisi dell’accaduto mediata dall'occhio critico del tempo; Paginas Argentinas Illustradas, con la sua prosa, ampollosa e retorica, è quanto di più lontano possa esserci da un saggio equilibrato e storicamente rilevante.
Forse è naturale che un autore si affezioni al soggetto della sua trattazione, al soggetto e talvolta all’oggetto, ma qui addirittura sembra che parteggi costantemente per la fazione rappresentata dal popolo argentino; leggendo il testo, sembra che questo popolo sia mosso da un sublime intento che lo distingue univocamente dal resto delle popolazioni che hanno abitato la Terra fin dall’alba dei tempi, una vocazione divina che lo eleva sopra ogni altra forma di civiltà passata, presente e futura.
E qual è secondo l’autore questo motore del progresso sociale e morale? La libertà, il bisogno di indipendenza.
Capirai! Da che mondo e mondo, da quando l’homo sapiens, o sapiens sapiens, ha messo piede sul terzo pianeta del sistema solare, ha sempre tentato di raggiunger uno stato più elevato di libertà; da quando ha cominciato ad unirsi in gruppi, a stabilire confini, a prevaricare i diritti di altri esseri umani, si sono sempre formate delle fazioni ribelli, rivoltose, che marciavano per l’indipendenza, che si proclamavano appartenenti ad una società più libera e dunque più evoluta, mentre erigevano le mura dei loro nuovi confini; si pensi alla rivoluzione americana, a quella francese o a quella russa. Ogni guerra, sia che nasca all’interno di uno stato sia che nasca all’esterno è sempre causata da due motivi in fin dei conti, il potere e la libertà. Da questi dipendono poi benessere economico, sviluppo culturale, sociale ecc. ecc. E cosa voleva il neonato popolo argentino (questo si evince dal testo)?
Potere e libertà, scopi nobilissimi, ma per nulla univoci, distintivi, od eroici. Almeno non più eroici di quelli di ogni altro popolo che combatte per far valere i propri diritti. Dunque perché glorificarli così tanto in un saggio storico, perché elogiarli in tale smaccata misura? Probabilmente Eizaguirre scrittore di “estrazione poetica” ha tentato di trasferire il ridondante respiro del suo genere letterario nel testo, a tentato di rifarsi al ritmo e alla cadenza del suo stile personale (anche qui parlo per assunti, senza effettivamente conoscere l’opera letteraria dell’autore) in modo da spostare su un campo a lui più congeniale un’opera che esulava dalle sue normali competenze, probabilmente è stato influenzato dallo stile dell’epoca, probabilmente qualcos’altro ancora, ma di sicuro l’unico risultato che ha ottenuto è stato quello di inficiare l’attendibilità del suo lavoro.
E’ assolutamente impossibile per la logica moderna, prendere per dogmaticamente vero qualcosa che è palesemente soggettivo e parziale, qualcosa che è talmente sbilanciato da escludere ogni altro punto di vista, parere, opinione; allo stesso modo, per un lettore che non ha competenze specifiche in storia del Sud America, è assolutamente impossibile considerare attendibile quanto riportato da Eizaguirre in questo trattato.
Forse la Sua opera per contenuti ha un enorme rilevanza storica (forse), forse l’autore per il lavoro di ricerca svolto merita il massimo della considerazione (forse), forse come è giusto non assumere che tutto ciò che afferma sia vero è altrettanto giusto non assumere che tutto ciò che afferma sia falso, forse semplicemente bisogna concedergli il beneficio del dubbio, ma se Paginas Argenitnas Illustradas lo si considera un saggio storico, si è completamente fuori strada, con quel tono, con quegli accenti, con quell’ insulsa parzialità al più può essere considerato un manifesto di propaganda politica argentina degli ultimi quattro secoli. Un manifesto di trecento pagine. -
—
Oct 14, 2012 |
Add your feedback
-
-
-
-




-
Già visto, già letto, già sentito, per questo genere di libri spesso non c’è mai molto da dire: alcuni si inseriscono bene nel loro ambito di narrativa non impegnata, altri invece riescono soltanto a inserirsi in un settore commerciale grazie alla notorietà dell’autore che li scrive. E il loro setto ... (
continue ) Già visto, già letto, già sentito, per questo genere di libri spesso non c’è mai molto da dire: alcuni si inseriscono bene nel loro ambito di narrativa non impegnata, altri invece riescono soltanto a inserirsi in un settore commerciale grazie alla notorietà dell’autore che li scrive. E il loro settore generalmente si colloca tra le scatole di pelati e le conserve della nonna, nei grandi magazzini, o tra le mani sudate sotto gli ombrelloni. Cussler, King, Follett Crichton, quando si parla di loro, non si esce mai dall’ambito della letteratura da spiaggia, o da supermercato, che dir si voglia, e in tale ambito di solito vanno giudicati.
The Chase tuttavia, pur ambientandosi agilmente nella sopracitata nicchia di mercato, grazie a Dio, (grazie soprattutto se si è un fan dell’autore da più di vent’anni, se si è cresciuti leggendo i suoi romanzi e se si è sognato da adolescenti di vivere le stesse avventure dei suoi protagonisti), The Chase grazie a Dio, ma soprattutto grazie a Cussler, fa eccezione. Non tanto per contenuti, la storia, pur ambientata nel passato, è infatti piuttosto canonica, per non dire banale, non tanto per trovate, i mitici arguti ma ormai attesi colpi di scena che han reso famoso l’autore, quanto per stile.
Sarà che è il primo libro che Clive scrive da solo dopo parecchi anni, sarà che è difficile trovare un approfondimento tecnico e una simile cura per il dettaglio nei romanzi dei suoi colleghi autori, sarà che, va bene, non c’è nulla di che per buona metà del libro e i dialoghi sono stereotipati quanto i personaggi, con i buoni in lista per la beatitudine e i cattivi per la dannazione eterna, ma quando inizia l’azione vera è propria, quando comincia la caccia, l’inseguimento (da cui il titolo) il ritmo è davvero incalzante e la storia per quanto ingenua diventa realmente avvincente; sarà dunque questo, sarà che la stupenda descrizione della “catastrofe” (non aggiungo altro per non rovinare la trama), una descrizione netta, concreta, precisa, ma anche una descrizione che riesce a essere profonda e sensibile, pur non sfiorando la retorica dei luoghi comuni, sarà che questa descrizione è veramente toccante, sarà che l’autore grazie alla sua esperienza, ormai quasi cinquantennale, di certo sa come mettere insieme i vari elementi di un libro per suscitare l’interesse del lettore, sarà che cambiando scenari, ambientazioni, personaggi parrebbe aver ritrovato, almeno qui, la voglia di scrivere, ma questo romanzo nel suo genere è veramente degno di nota ed è la dimostrazione che Cussler merita quella considerazione che gli riserva da anni il panorama letterario mondiale.
Non c’è introspezione, non c’è profondità, non c’è ne messaggio ne morale, soltanto fatti messi in fila uno dopo l’altro per creare una storia, per raccontare una vicenda, ma se solo ci si scorda per un istante che questo romanzo in realtà non apporta nulla alla crescita personale, almeno nulla di nuovo, se solo ci si dimentica che è un romanzo senza pretese, se solo ci si lascia andare, alla cadenza della narrazione, alla sua trama, al suo incessante incedere, come si faceva un tempo da ragazzi, ci si ritroverà catapultati in un mondo fiabesco e reale, un mondo di gangster, banditi, investigatori privati, belle donne, belle macchine e bella musica, un mondo permeato da quella atmosfera suadente e romantica che solo il mito del passato può avere, che solo un grande scrittore riesce a rendere.
The Chase, non è un romanzo su cui si deve riflettere, non è uno di quei racconti che estrapolano, spiegano, il punto di vista dell’autore su un argomento, non è uno di quegli stupendi trascendenti e catartici scritti che ci aiutano a comprendere meglio la realtà, ad apprezzarla di più, non è esplicativo di un pensiero, di una teoria con cui ci si può trovare d’accordo oppure no; è un romanzo semplice, schietto, diretto, è un romanzo che si legge così per come è, senza pensarci su. Questo è The Chase: un romanzo che si legge e basta, ne più ne meno, sì, ma si legge tutto d’un fiato! -
—
Nov 2, 2012 |
1 feedback
-
La fine del mondo e il paese delle meraviglie
Un’ avventura affascinante che riesce a coniugare il mondo delle favole a quello reale del quotidiano vivere, delineando una sorta di trait d’union tra fantasia e percezione, tra immaginazione e logica, e per riflesso tra l’infanzia che ogni essere umano ha vissuto e la sua maturità, stabilendo quel ... (continue)
Un’ avventura affascinante che riesce a coniugare il mondo delle favole a quello reale del quotidiano vivere, delineando una sorta di trait d’union tra fantasia e percezione, tra immaginazione e logica, e per riflesso tra l’infanzia che ogni essere umano ha vissuto e la sua maturità, stabilendo quelle che oggi giorno potrebbero essere riconosciute come le linee guida dell’ urban fantasy.
Tuttavia “la fine del mondo e il paese delle meraviglie” è più che una semplice fiaba in bilico tra reale e irreale: è una presa di posizione dell’autore nei confronti della vita, una presa di posizione che si rifà al suo intimo modo di interpretarla e di raccontarla, una presa di posizione a cui rimarrà più o meno fedele in tutti i suoi lavori successivi.
La realtà, l’effettiva consistenza di un oggetto, di un essere, così come la sua forma, il suo colore, il suo odore, perfino il sapore, sono prerogative intrinseche ed immutabili di quell’oggetto in quanto tale oppure sono solo attributi che noi gli ascriviamo per vederlo, distinguerlo e così capirlo? Urge un esempio: una mela tende effettivamente ad essere solida, sferica, di colore verde, con la buccia liscia e un sapore agro dolce, oppure siamo noi uomini che la percepiamo così attraverso i nostri schemi mentali? Un bicchiere è effettivamente trasparente, vetroso, levigato oppure questi sono soltanto aggettivi che noi utilizziamo per descriverlo, per farci capire dai nostri simili, libere parole che rappresentano esclusivamente ciò che noi percepiamo di un determinato oggetto ma che senza una contro prova potrebbero essere quanto mai lontane dalla sua effettiva e concreta realtà?
Per secoli centinaia di filosofi si sono scervellati sulla dicotomia del reale, se esso sia oggettivo e concreto o solo frutto della nostra percezione, Kant aveva introdotto il concetto di schemi trascendentali per venirne a capo, altri come lui adottando i medesimi schemi erano giunti a conclusioni diametralmente opposte. Dunque chi aveva ragione e chi ha ragione?
Poco importa, come tutte le disquisizioni che non traggono da specifiche e stringenti basi scientifiche, ma si inerpicano con indiscussa abilità oratoria sui sentieri della metafisica esistenzialista, si può dire tutto e il contrario di tutto. Quel che importa invece è compiere una scelta e a quella attenersi onde evitare di perdersi (e perdere tempo) nella vita di ogni giorno.
Murakami in questo libro la compie e ci dice, ci spiega, anzi quasi scientificamente ci dimostra, che ogni singolo aspetto del reale non è nient’altro che frutto di come noi lo percepiamo, del nostro modo di ragionare e pensare, in sostanza di una semplice elaborazione degli impulsi che arrivano al nostro cervello, tanto che, vuoi per un malfunzionamento, vuoi per una sorta di predisposizione, se tali impulsi non vengono più codificati in maniera canonica tutto ciò che noi vediamo, udiamo e sentiamo, cambia, si trasforma, muta, fino a venire noi stessi catapultati in un altro mondo, un mondo parallelo, assurdo, immaginario, ma non per questo meno reale del primo, non per questo meno interessante del solito, e non per questo meno degno di essere vissuto.
E’ una scelta coraggiosa quella di Murakami, difficile soltanto da immaginare, figurarsi da sostenere, e sostenere fino alla fine del romanzo! Eppure lui lo fa, e lo fa in maniera talmente convinta e convincente che giunti all’ultima pagina risulta quasi impossibile non dirsi d’accordo con lui e col suo protagonista, con coloro ovvero che hanno creato quel mondo, con coloro che bene o male sono partecipi di quella diversa realtà. E’ una scelta difficile la sua eppure è una scelta che paga poiché come è innegabile che persino nella mente più portata al realismo durante la lettura sorga qualche dubbio è altrettanto innegabile che il comune lettore, indiscriminatamente aperto ad entrambi i mondi, non rimanga irrimediabilmente catturato dalla vicenda, tanto quanto dalle riflessioni dell’autore, tanto quanto dalla narrazione.
Già poiché in aggiunta all’interessante dibattito filosofico a cui si rimanda in questo libro, in aggiunta al fascino dell’ambientazione urban fantasy e all’indiscusso appeal di una trama concreta seppur al di sopra delle righe, bisogna tener conto del meraviglioso stile di Murakami, che in questo come in altra romanzi con una schiettezza disarmante e una rara limpidezza mentale riesce a raccontare di intricate vicende al confine col paranormale rendendole plausibili, divertenti, poetiche e soprattutto quotidiane.
A onor del vero non sempre in “La fine del mondo etc.” la narrazione scorre via semplice e pulita (vedasi per esempio la spiegazione del “professore” nella grotta) e a tratti, come spesso accade agli scrittori esordienti (… è solo il terzo o quarto romanzo dell’autore e secondo pubblicato a livello internazionale), il suo stile alle volte è ridondante, altre volte naive, specie quando si rifà ai luoghi comuni dei generi da cui attinge (noir, fantasy, sci-fi, horror,) ma a una mente tanto brillante e libera da essere stata in grado di partorire una storia così, e a uno scrittore dall’indole così temeraria da averla difesa fino in fondo senza risolverla nei banali, ultra sfruttati, luoghi comuni verso cui sembrava irrimediabilmente destinata ad evolversi (parlo di finali che tirano in ballo sogni, allucinazioni, psichedelici viaggi farmaco indotti o trapassi a realtà paradisiache post mortem), a uno così, si può perdonare tutto, tanto più allorché si realizza che malgrado i momenti di stanca, malgrado le ovvietà, malgrado le assurdità, si è di fronte a un piccolo capolavoro della narrativa di genere.